sabato 23 giugno 2007

Il lavoro nel cinema: I sette samurai

Solimano
Per decenni, abbiamo creduto che I sette samurai fosse un film, mentre era un altro. Quasi tutto quello che riguardava la vita dei contadini del villaggio fu tolto dall'edizione distribuita in tutto il mondo, che fu di 160 minuti, contro i 207 minuti originali, un taglio drastico. Fu merito grande, qui in Italia, dell'Unità, la distribuzione della cassetta VHS con l'edizione integrale del film. Non per ricostruzione filologica di come Akira Kurosawa l'aveva girato, ma perché solo così tutto può essere meglio compreso. Basti pensare a come il finale del film ridotto può portare all'equivoco di un mondo arcadico: "Noi siamo come il vento, i contadini hanno vinto ancora" dice uno dei tre samurai superstiti. Ma la loro vittoria non è nella bellezza indubbia dei movimenti e del canto durante il loro lavoro nella risaia, questo è solo il premio, la vittoria è nella storia affaticata delle persecuzioni che hanno subito, dei litigi fra di loro su chi comanda nel villaggio, nella ribellione ad altri samurai (e nel conseguente nascondimento delle armature), nel lavoro di tutti i giorni esposto a stagioni, briganti e samurai, nella difesa della loro comunità e delle loro donne. C'è la ragazza a cui il padre taglia i capelli per mascherarla da uomo, ma che farà l'amore con il samurai più giovane che sarà tentato di restare nel villaggio. Segno unificante è Kikuchiyo (Toshiro Mifune) che vuole essere samurai ma di fondo è contadino, e che risolve mirabilmente il problema iniziale, quando i contadini si nascondono all'arrivo dei samurai. Solo lui può riuscirci: conosce i due mondi, e può farsi ascoltare da entrambi. Credo che vada fatta una riflessione cruda sul perché si decise di eliminare dal film brani così importanti, e ancor più sul perché l'oscenità di una scelta del genere fosse tollerata così a lungo. Ho una mia risposta: certe cose si preferisce ignorarle piuttosto che vederle, cambierebbero il nostro modo di ragionare, e non ci sta bene.