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venerdì 9 gennaio 2009

I modi di vedere: La mandragola

Rosanna Schiaffino (Lucrezia) nel film "La mandragola" (1965)

La mandragola, di Alberto Lattuada (1965) Dalla commedia di Niccolò Machiavelli, Sceneggiatura di Alberto Lattuada, Luigi Magni, Stefano Strucchi Con Rosanna Schiaffino, Philippe Leroy, Jean-Claude Brialy, Totò, Romolo Valli, Nilla Pizzi, Armando Bandini, Pia Fioretti, Jacques Herlin, Donato Castellaneta, Ugo Attanasio Musica: Gino Marinuzzi Jr. Fotografia: Tonino Delli Colli (103 minuti) Rating IMDb: 6.8
Solimano
Questo è il terzo post che scrivo su film La mandragola. Lo inserisco nella vista logica I modi di vedere per l'episodio del film che si potrebbe chiamare Le bagnanti oppure Il bagno delle donne, nomi che sono molto più antichi di quel che si pensi, come cercherò di mostrare alla fine del post. Proprio per questo, lo inserisco anche nella vista logica La pittura nel cinema.
Nel primo post, comparivano tre brani tratti dal testo di Niccolò Machiavelli ed un brano tratto dal Decameron di Giovanni Boccaccio. Li riporto anche qui perché li trovo appropriati a quello che Lattuada ha voluto esprimere. Il film ha aspetti di compiacenza verso i gusti di un certo pubblico, ma più nella sceneggiatura che nelle immagini, in cui Lattuada si fa guidare dal suo sguardo erotico e colto.

Callimaco (Philippe Leroy) è tornato da Parigi a Firenze nell'anno 1500 per corteggiare Lucrezia (Rosanna Schiaffino), la moglie di Messer Nicia (Romolo Valli). All'inizio del film ci prova senza successo per strada. Desideroso di contemplare la bellezza di Lucrezia, viene a sapere che Lucrezia frequenta un bagno riservato alle donne, e col suo servo (Armando Bandini) riesce ad entrare in un locale da cui si vedono le bagnanti senza essere visti. Ci son anche altri uomini, è un passaparola che funziona. Un servente fa commercio di questa opportunità, usando una clessidra per misurare il tempo che per lui si trasforma in denaro.
Inserisco nel post le immagini rispettando la cronologia dell'episodio:

A mo' di introduzione compare l'immagine (volutamente un po' fuori fuoco) di una giovane donna bionda evidentemente assai soddisfatta.


Poi compaiono i gruppi di donne, dedite a varie attività: conversazioni, massaggi, perfino gastronomia, con una tavola in acqua che trasporta cibarie. Un piccolo paradiso di letizie.

Inserisco qui il brano del Decamerone (novella decima della seconda giornata). Paganino di Monaco, famoso corsale, ha rubato la moglie Bartolomea a Riccardo di Chinzica che finalmente la ritrova e le chiede di tornare con lui. Così gli risponde Bartolomea:

"Sonmi abbattuta a costui che ha voluto Iddio, sì come pietoso ragguardatore della mia giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella qual non si sa che cosa festa sia (dico di quelle feste che voi, più divoto a Dio che a' servigi delle donne, cotante celebravate), né mai dentro a quello uscio entrò né sabato né venerdì né vigilia né quattro tempora né quaresima, ch'è così lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e battecisi la lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come il fatto andò da una volta in su. E però con lui intendo di starmi e di lavorare mentre sarò giovane; e le feste e le perdonanze e i digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e voi colla buona ventura sì ve n'andate il più tosto che voi potete, e senza me fate feste quante vi piace".


Nel bagno delle donne non c'è solo quella che noi chiamiamo piscina. C'è anche quello che chiamiamo bar: ci sono specialmente donne in età, ma anche qualche giovane. Si conversa, si beve, si mangia, magari si fa anche la calza e si gioca a tarocchi.


Una visione d'insieme del bagno, che è molto frequentato. In mezzo alla vasca, c'è un'altra vasca come se fosse una fontana. Qualche donna fa il bagno proprio nella vasca piccola.

Inserisco il brano della commedia del Machiavelli in cui Fra' Timoteo (Totò) usa argomenti singolari per convincere Lucrezia, che è l'unica a resistere all'imbroglio. Per ragioni diverse, sua madre Sostrata (Nilla Pizzi), Messer Nicia, Callimaco e Ligurio (Jean-Claude Brialy), si muovono in sintonia, però se non si convince lei non si fa niente.
Ecco cosa dice Fra' Timoteo:

"Voi avete, quanto alla conscienzia, a pigliare questa generalità, che, dove è un bene certo ed un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a messer Domenedio; el male incerto è che colui che iacerà, dopo la pozione, con voi, si muoia; ma e' si truova anche di quelli che non muoiono. Ma perché la cosa è dubia, però è bene che messer Nicia non corra quel periculo. Quanto allo atto, che sia peccato, questo è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose; el fine vostro si è riempire una sedia in paradiso, contentare el marito vostro. Dice la Bibia che le figliuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorono con el padre; e, perché la loro intenzione fu buona, non peccorono".



Seguono delle immagini non d'insieme ma di particolari, in cui si ammira la doppia accortezza di Lattuada. Accortezza erotica da una parte, si sa l'effetto delle vesti bagnate. Ma dall'altra parte l'accortezza di chi ha cultura figurativa e ottimo gusto: le vesti che diventano panneggi.

Ecco, nella Mandragola del Machiavelli, il soliloquio di Fra' Timoteo durante la notte ruffiana a cui il frate ha dato un interessato e determinante contributo:

"Io non ho potuto questa notte chiudere occhio, tanto è el desiderio, che io ho d'intendere come Callimaco e gli altri l'abbino fatta. Ed ho atteso a consumare el tempo in varie cose: io dissi mattutino, lessi una vita de' Santi Padri, andai in chiesa ed accesi una lampana che era spenta, mutai un velo ad una Nostra Donna, che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati che la tenghino pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca! Io mi ricordo esservi cinquecento immagine, e non ve ne sono oggi venti: questo nasce da noi, che non le abbiàno saputa mantenere la reputazione. Noi vi solavamo ogni sera doppo la compieta andare a procissione, e farvi cantare ogni sabato le laude. (...)
Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo se le cose vanno fredde! Oh, quanto poco cervello è in questi mia frati! Ma io sento un grande romore da casa messer Nicia. Eccogli, per mia fé! E' cavono fuora el prigione. Io sarò giunto a tempo. Ben si sono indugiati alla sgocciolatura, e' si fa appunto l'alba. Io voglio stare ad udire quel che dicono sanza scoprirmi
".



Finalmente, appare Lucrezia, che si era appena intravista prima. Lattuada la fa comparire di schiena, con la testa in parte girata un po' come profilo perduto, una modalità frequentemente usata in pittura. Poi un'immagine di insieme in cui compare Sostrata, la madre di Lucrezia. Apparentemente cerca di aiutare la figlia, ma in realtà cura i suoi interessi. Per lei la figlia è una specie di gallina dalle uova d'oro. E' importante che abbia un figlio, chi sia poi il padre è un dettaglio trascurabile. E' ignorante nella sua gagliofferia, capisce poco, ma quel poco è il suo interesse.

Ecco cosa dice Lucrezia a Callimaco nella Mandragola del Macchiavelli, dopo aver capito perfettamente quello che è successo:

"Poiché l'astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condutto a fare quello che mai per me medesima arei fatto, io voglio iudicare che venga da una celeste disposizione, che abbi voluto così, e non sono sufficiente a recusare quello che 'l Cielo vuole che io accetti. Però, io ti prendo per signore, patrone, guida: tu mio padre, tu mio defensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quel che 'l mio marito ha voluto per una sera, voglio ch'egli abbia sempre. Fara'ti adunque suo compare, e verrai questa mattina alla chiesa, e di quivi ne verrai a desinare con esso noi; e l'andare e lo stare starà a te, e potremo ad ogni ora e sanza sospetto convenire insieme".




L'episodio si conclude in un modo un po' farsesco. I guardoni appostati nel locale da cui si vede il bagno delle donne, si appoggiano troppo sull'assito di legno, che cede. Così tutti si ritrovano nel bagno delle donne, in prima fila c'è Callimaco. Fra di loro c'è Messer Nicia, che non stava spiando, ma aspettava Lucrezia e che ora è preoccupato di nascondere sua moglie agli sguardi altrui. C'è di tutto, trambusti, urla e sorrisi, perché nascono relazioni che sono figlie del caso fortunato. Non è che a tutte le donne dispiaccia quello che è successo. Ci si diverte, ma la parte veramente ammirevole dell'episodio è quella precedente.

Dicevo all'inizio che è una storia antica, quella delle bagnanti o del bagno delle donne. Per secoli, questo è stato un tema che ha interessato i pittori, ad esempio Bernardino Luini, come ha mostrato recentemente qui Giuliano in un post riguardante il film Witness di Peter Weir.
Qui sotto inserisco quattro esempi, di cui tre molto noti: Fragonard, Courbet ed Ingres. Il disegno di Dürer lo è meno, ma è straordinario come il pittore abbia saputo rappresentare a contatto di gomito bellezza e bruttezza, basta osservare con attenzione le due donne sulla destra. Poi è una stufa, più che una piscina coperta: occorreva scaldare l'acqua, e così facevano già prima del Cinquecento (ma si può risalire fino al calidarium e al tepidarium delle terme romane...). Mi ha sorpreso il confronto fra il quadro di Courbet e quello di Ingres. A colpo d'occhio si direbbe che è stato dipinto prima il quadro di Ingres poi quello di Courbet. E' vero il contrario. D'altra parte, si rischia di non ricordare che Madame Bovary di Flaubert è stato scritto prima dei Miserabili di Victor Hugo, non dopo.

Dürer: Bagno di donne (1496) Kunsthalle, Brema

Fragonard: Le bagnanti (1772-75) Louvre, Parigi

Courbet: Le bagnanti (part) (1853) Musée Fabre, Montpellier

Ingres: Il bagno turco (1862) Louvre, Parigi


Se dovessi scegliere fra queste opere, quale sceglierei? Ne sceglierei una quinta, forse non sarà la più bella ma è quella che amo di più: Il Guercino giovane, che al suo paese guarda le lavandaie mentre si riposano facendo un bagno nel fiume. E inserisco le lavandaie a chiusura del post.

Guercino: Le bagnanti (part) c. 1618 Boysmans, Rotterdam

martedì 8 gennaio 2008

I luoghi del cinema: La mandragola

Solimano
Per l’ambientazione del suo film La mandragola (1965), Alberto Lattuada utilizzò diversi posti, fra cui Isola Farnese, ma negli ultimi dieci minuti del film è molto evidente la scelta di Urbino.
Al mattino, dopo la notte che ha consentito a Callimaco (Philippe Leroy) di appagare il suo desiderio di Lucrezia (Rosanna Schiaffino), la moglie di Nicia (Romolo Valli), tutti i personaggi si ritrovano nella attuale Piazza Duca Federico, che è situata fra il Duomo e le due ali del Palazzo Ducale, architettate presumibilmente da Francesco di Giorgio Martini (Luciano Laurana operò in altre parti del palazzo), mentre la decorazione sontuosa e raffinata dei portali e delle finestre è di Ambrogio Barocci, da non confondere col pittore Federico, che visse nella seconda metà del Cinquecento. L’architettura del palazzo e le decorazioni sono soprattutto della seconda metà del Quattrocento, dall’arrivo di Luciano Laurana nel 1465.

Nel film di Lattuada prima appaiono tre personaggi in combutta fra di loro: Callimaco, il suo servo Siro (Armando Bandini) e Ligurio (Jean-Claude Brialy) il parassita di Nicia che ha fatto da ruffiano a Callimaco. I tre stanno commentando gli accadimenti della notte e sono proprio all’angolo fra la Piazza Duca Federico e Piazza del Rinascimento, su cui dà l’ala lunga del palazzo, quella del Trecento, però adornata con bifore del Quattrocento.

Nella piazza Duca Federico arriva un piccolo gruppo: Nicia, Lucrezia, sua madre Sostrata (Nilla Pizzi), e la governante, che è quella che ha due ali sulla testa come se fosse una farfalla. Il più contento sembra essere Nicia, quello che avrebbe meno motivi, ma secondo lui l’inghippo notturno otterrà che Lucrezia partorirà un figlio suo. Gli altri si contengono, la governante chissà se ha capito che cosa è successo, Lucrezia appare riservata, ma è lieta della notte passata con Callimaco ed ha tutte le intenzioni di proseguire in futuro la relazione, sua madre Sostrata è soddisfatta, perché ha assicurato il futuro suo e della figlia.
Il punto è che Lucrezia e Callimaco, che hanno passato la notte insieme, ufficialmente non si conoscono, ma Nicia, sempre più contento, presenta Callimaco a Lucrezia. Per lui Callimaco è un grande medico che gli ha risolto il problema.

Lucrezia è ben lieta di conoscere finalmente il grande medico, e mette subito le mani in avanti: Callimaco da quel giorno stesso sarà di casa (ha già ottenuto che Nicia le dia le chiavi, in modo da non essere disturbata di notte). Lucrezia e Callimaco sono molto controllati, ma ogni tanto riescono a guardarsi, fra una presentazione e l’altra.
Fanno quindi gruppo unico, perché li attende la celebrazione della Santa Messa a cui assisteranno, quindi lasciano Piazza Duca Federico e costeggiano la parte lunga del palazzo su Piazza del Rinascimento.
Infine, il gruppo si incammina in salita verso la chiesa davanti alla quale li aspetta a braccia aperte un frate, ma non sono riuscito ad identificare di che chiesa si tratti e se si trovi ad Urbino, mi sembra però di averla già vista.

Un’altra importante scena del film si svolge ad Urbania , che allora si chiamava Casteldurante (da cui il nome delle famose ceramiche). Urbania è a poco più di quindici chilometri da Urbino, però la strada per arrivarci è abbastanza tortuosa. La scena riguarda Fra' Timoteo (Totò) che parla a scheletri e teschi, che ci sono realmente nella Chiesa dei Morti di Urbania. Le immagini le ho, ma ho preferito non metterle qui. La scena -più grottesca che umoristica, e abbastanza lunga- fu tagliata nella prima edizione del film e inserita, anche se solo in parte, nel restauro della pellicola di alcuni anni fa.
Le riprese di alcune scene in edifici religiosi furono condotte a rotta di collo perché il vescovo di Urbino, quando seppe la trama del film, vietò l'accesso della troupe a conventi ed a chiese.

sabato 29 dicembre 2007

I triangoli nel cinema: La mandragola

La mandragola, di Alberto Lattuada (1965) Dalla commedia di Niccolò Machiavelli, Sceneggiatura di Alberto Lattuada, Luigi Magni, Stefano Strucchi Con Rosanna Schiaffino, Philippe Leroy, Jean-Claude Brialy, Totò, Romolo Valli, Nilla Pizzi, Armando Bandini, Pia Fioretti, Jacques Herlin, Donato Castellaneta, Ugo Attanasio Musica: Gino Marinuzzi Jr. Fotografia: Tonino Delli Colli (103 minuti) Rating IMDb: 6.8
Solimano
La storia, che nel film si svolge a Firenze nell'anno 1500, è di come Callimaco (Philippe Leroy) riesce a fare l'amore con Lucrezia (Rosanna Schiaffino) malgrado la ritrosia iniziale della donna, che è molto religiosa, e malgrado che il marito di Lucrezia, il ricco notaio Nicia (Romolo Valli) la custodisca con cura. Callimaco viene aiutato da Sostrata (Nilla Pizzi), la madre di Lucrezia e da Ligurio (Jean-Claude Brialy), un parassita di Nicia che per denaro fa il ruffiano di Callimaco. Il contributo determinante lo dà, sempre per denaro, Fra' Timoteo (Totò), che trova argomentazioni religiose per ottenere che Lucrezia accetti. Il cavallo di Troia del successo di Callimaco è nel fatto che Nicia e Lucrezia non hanno figli dopo quattro anni di matrimonio: si fa credere a Nicia che basta che Lucrezia beva un infuso della radice dell'eba mandragola per risolvere il problema.

Va però considerato che il primo uomo che farà l'amore con Lucrezia morirà nel giro di qualche giorno, quindi occorre catturare un balordo che giri di notte per Firenze. Il balordo sarà Callimaco sotto mentite spoglie. Il lieto fine è generale: Ligurio e Fra' Timoteo hanno incassato dei bei soldi (fiorini, credo, anche se nel film si parla di ducati), Callimaco ha appagato il suo desiderio, Sostrata, se Lucrezia diventa madre, avrà il futuro assicurato anche quando non ci sarà più Nicia, che è anziano. Nicia poi trasuda gioia da tutti i pori, si vede già nella parte di padre felice. Ma la più contenta è Lucrezia, che pure inizialmente ha fatto resistenza: Callimaco le è piaciuto e prevede di continuare felicemente con lui anche in futuro. Così, verso la fine della commedia di Niccolò Machiavelli Callimaco racconta a Ligurio le parole che gli ha detto Lucrezia:

"Poiché l'astuzia tua, la sciocchezza del mio marito, la semplicità di mia madre e la tristizia del mio confessoro mi hanno condutto a fare quello che mai per me medesima arei fatto, io voglio iudicare che venga da una celeste disposizione, che abbi voluto così, e non sono sufficiente a recusare quello che 'l Cielo vuole che io accetti. Però, io ti prendo per signore, patrone, guida: tu mio padre, tu mio defensore, e tu voglio che sia ogni mio bene; e quel che 'l mio marito ha voluto per una sera, voglio ch'egli abbia sempre. Fara'ti adunque suo compare, e verrai questa mattina alla chiesa, e di quivi ne verrai a desinare con esso noi; e l'andare e lo stare starà a te, e potremo ad ogni ora e sanza sospetto convenire insieme".

A me l'atteggiamento che alla fine assume Lucrezia fa venire in mente una delle più belle e meno lette novelle del Boccaccio, -la novella decima della giornata seconda- quella in cui Paganino di Monaco, famoso corsale, ruba la moglie Bartolomea a Riccardo di Chinzica che finalmente la ritrova e le chiede di tornare con lui. Così gli risponde Bartolomea:

"Sonmi abbattuta a costui che ha voluto Iddio, sì come pietoso ragguardatore della mia giovanezza, col quale io mi sto in questa camera, nella qual non si sa che cosa festa sia (dico di quelle feste che voi, più divoto a Dio che a'servigi delle donne, cotante celebravate), né mai dentro a quello uscio entrò né sabato né venerdì né vigilia né quattro tempora né quaresima, ch'è così lunga, anzi di dì e di notte ci si lavora e battecisi la lana; e poi che questa notte sonò mattutino, so bene come il fatto andò da una volta in su. E però con lui intendo di starmi e di lavorare mentre sarò giovane; e le feste e le perdonanze e i digiuni serbarmi a far quando sarò vecchia; e voi colla buona ventura sì ve n'andate il più tosto che voi potete, e senza me fate feste quante vi piace".

Penso che nei licei una novella del genere non entri, ma potrei sbagliarmi. Di Giovanni Boccaccio non si parla quasi mai e poco lo si legge: è diventato l'etimologia di un aggettivo, boccaccesco, usato generalmente in modo del tutto improprio. Uno scrittore che da solo costituirebbe la gloria di una letteratura.

Ne "La mandragola" del Machiavelli il personaggio di Lucrezia non è mai in scena, salvo quando Fra' Timoteo argomenta per convincerla. Però se ne parla spesso, perché è l'unico ostacolo ad un piano che fa contenti tutti. I personaggi di Nicia, Ligurio e Callimaco sono piuttosto usuali, mentre per Fra' Timoteo il discorso è diverso. Riporto alcune delle parole che dice a Lucrezia:

"Voi avete, quanto alla conscienzia, a pigliare questa generalità, che, dove è un bene certo ed un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi ingraviderete, acquisterete una anima a messer Domenedio; el male incerto è che colui che iacerà, dopo la pozione, con voi, si muoia; ma e' si truova anche di quelli che non muoiono. Ma perché la cosa è dubia, però è bene che messer Nicia non corra quel periculo. Quanto allo atto, che sia peccato, questo è una favola, perché la volontà è quella che pecca, non el corpo; e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi li compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltra di questo, el fine si ha a riguardare in tutte le cose; el fine vostro si è riempire una sedia in paradiso, contentare el marito vostro. Dice la Bibia che le figliuole di Lotto, credendosi essere rimase sole nel mondo, usorono con el padre; e, perché la loro intenzione fu buona, non peccorono".


E' un personaggio inconsueto, e sono sorprendenti le parole che dice in un soliloquio durante la notte ruffiana che provocherà la soddisfazione generale:

"Io non ho potuto questa notte chiudere occhio, tanto è el desiderio, che io ho d'intendere come Callimaco e gli altri l'abbino fatta. Ed ho atteso a consumare el tempo in varie cose: io dissi mattutino, lessi una vita de' Santi Padri, andai in chiesa ed accesi una lampana che era spenta, mutai un velo ad una Nostra Donna, che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati che la tenghino pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca! Io mi ricordo esservi cinquecento immagine, e non ve ne sono oggi venti: questo nasce da noi, che non le abbiàno saputa mantenere la reputazione. Noi vi solavamo ogni sera doppo la compieta andare a procissione, e farvi cantare ogni sabato le laude. (...)
Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo se le cose vanno fredde! Oh, quanto poco cervello è in questi mia frati! Ma io sento un grande romore da casa messer Nicia. Eccogli, per mia fé! E' cavono fuora el prigione. Io sarò giunto a tempo. Ben si sono indugiati alla sgocciolatura, e' si fa appunto l'alba. Io voglio stare ad udire quel che dicono sanza scoprirmi".

Fra' Timoteo, coinvolto del tutto nella losca trama, riesce anche a preoccuparsi perché i frati e le chiese non sono più quelle di una volta. Continua a fare il tifo per la squadra in cui è cresciuto. E' il personaggio più geniale della commedia del Machiavelli e qui, nel film di Lattuada è servito magnificamente da un Totò che fa il sordido commosso, ottenendo la credibilità degli sciocchi, che sono sempre la maggioranza. Nella commedia, si dà addirittura da fare per procurare aborti. Il Macchiavelli ha trasfuso in Fra' Timoteo tutta la lucida acredine che aveva contro la religione e la chiesa, da tutti i punti di vista.

Ma prima di lodare il film dico quello che per me è il difetto di fondo: non è una colpa di Lattuada, magari fosse così. E' che a fare film sulla nostra storia e civiltà è da sempre una gara dura in Italia, perché c'è il problema del pubblico più mancante che pagante. Non parlo dell'aspetto erotico, che in Lattuada è sempre elegante ed assai vivace, fin dal film che fece con Fellini, "Luci del varietà" che purtroppo non riesco a trovare. Ma dal punto di vista dialoghi, moine, mossette, piccole volgarità però di tipo proprio volgare. E' una tassa da pagare, e dispiace vedere e sentire certi dialoghi con attori come Romolo Valli (straordinario anche qui) e Jean-Claude Brialy, che certamente piace benché faccia il ruffiano. Si divertono molto, forse troppo, e la facilità stanca. Una sorpresa è Nilla Pizzi nella parte della madre di Lucrezia, una parte da donna semplice, ma un po' furba e gaglioffa. Mentre è colpa mia, lo ammetto, ma quando vedo Philippe Leroy vorrei sempre che facesse Janez, l'amico di Sandokan Kabir Bedi. Rimane Rosanna Schiaffino. Lo so, non è che abbia molte espressioni diverse, ma quelle poche che ha bastano al sesso maschile. Qui ci si aggiungono i costumi, la fotografia, la parrucchiera ignota che meriterebbe un monumento e soprattutto l'occhio avido ed elegante di Lattuada, in grado di trarre da certe attrici aspetti che normalmente non ci sono. Come Lattuada ci si nasce, è inutile lodarlo o criticarlo, è fatto così.