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martedì 5 febbraio 2008

Parigi nel cinema: Notre Dame de Paris

Solimano
Il film Notre Dame de Paris di Jean Delannoy fu girato completamente negli studi di Boulogne in cui furono costruiti in ampi spazi i luoghi del film, soprattutto il luogo per eccellenza: la Cattedrale di Notre Dame. Una impresa non da poco, considerato che attorno alla Notre Dame fittizia si dovevano svolgere scene di massa che richiesero la partecipazione di più di mille comparse dal 16 aprile al 11 agosto del 1956.
Il film di William Dieterle del 1939, quello in cui Quasimodo è Charles Laughton ed Esmeralda è Maureen O'Hara fu girato completamente in America, attorno a Los Angeles, e sarei veramente curioso di vedere come hanno reso il personaggio principale, che è proprio la Cattedrale, fin dal 1831 in cui Victor Hugo pubblicò il libro.
Attorno a Notre Dame gravitano i personaggi principali.
Il canonico Claude Frollo (Alain Cuny) vi ha il suo studio, un po' da alchimista un po' da religioso; in definitiva è uno stregone colto, ossessionato ed ossessionante.

Quasimodo (Anthony Quinn) suona le campane di Notre Dame, che erano e sono enormi, basti dire che la campana più grande, l'Emmanuel (le campane hanno un nome) pesa 13 tonnellate. E' vero che la fusione di quella attuale fu fatta nel 1631, ma anche prima, pur non arrivando a tanto, occorrevano campanari con la forza di Quasimodo. Le quattro campane fuse nel 1856, perché le precedenti erano andate distrutte durante la rivoluzione, hanno quattro nomi bellissimi: Angélique Françoise, Antoinette Charlotte, Hyacinthe Jeanne e Denise David.

C'è Esmeralda (Gina Lollobrigida), che all'inizio del film balla e fa i giochi di prestigio con la capra che sa leggere sul sagrato di Notre Dame, concupita da Frollo ed ammirata ed amata da Quasimodo, che la salva dopo il processo e la nasconde nella chiesa che gode del diritto di asilo. Nel film ci sono delle scene a due in Notre Dane fra Esmeralda e Quasimodo, una si svolge sul tetto della chiesa, le altre un po' più in basso, nelle logge, fra colonne e statue fantastiche di mostri.

Verso la fine del film c'è l'assalto a Notre Dame che ha il portone sbarrato. Sono gli appartenenti alla Corte dei Miracoli che vogliono liberare Esmeralda, ma arrivano gli arcieri del re ed Esmeralda muore trafitta da una freccia proprio sul portone della chiesa, che inoltre nel film si vede anche a distanza, quando c'è afflusso di popolo per prediche o mercati. Il lavoro delle maestranze per il film di Delannoy appare al tempo stesso completamente fatto ad hoc e più vero del vero, rifecero persino la policromia ai bassorilievi dei tre portali della facciata.
Commisero due notevoli svarioni, ma forse lo sapevano, e lo fecero perché ne avevano convenienza.
Il primo è quello del sagrato. Il film si svolge alla data di Hugo, il 1483, ma il sagrato molto vasto che noi conosciamo fu relizzato solo nel Settecento: prima la chiesa era circondata da case, botteghe, mercati, come era frequente a quei tempi. Doveva essere bello entrare nella vastità silenziosa della chiesa dalla confusione e dalle strettoie dei vicoli. Un po' quello che succedeva a Roma, quando dai Borghi ci si trovava d'improvviso nel grande spazio aperto del colonnato del Bernini.
L'altro errore è più sofistico, e riguarda i mostri fantastici del medioevo che nel film compaiono dovunque: Esmeralda e Quasimodo ne sono quasi sempre attorniati.


Certo che i mostri esistono a Notre Dame, ma sono frutto in gran parte del lavoro di Viollet-le-Duc, il grande rifacitore non so se più appassionato o disinvolto: les gargouilles, così si chiamano, della Galleria delle Chimere sono opera della sua squadra di lavoro. Alle gargouilles di Viollet-le-Duc si ispirano i mostri fantastici del film, metà terrorizzanti metà ridicoli, ma è stato comunque un grande tema nelle chiese del medioevo. Consiglio a chi non lo conosce un libro affascinante: " Il medioevo fantastico" del lituano Jurgis Baltrusaitis.
Malgrado tutto, forse il pregio più grande del film di Delannoy è nella ricostruzione dei luoghi, ed in particolare di Notre Dame: sa più di falso la Corte dei Miracoli, così apparentemente più facile, sa di falso perché le comparse sembrano tutte vestite di stracci di tipo lussuoso, una specie di carnevale finto-povero.

Desidero mettere qualche immagine della nostra Notre Dame, quella che conosciamo ed amiamo, ma rinuncio a mettere visioni di insieme. Ero partito con l'idea dei rosoni, bellissimi sempre, ma in particolare quando ci batte sopra il sole, ma non c'è niente da fare, le immagini non riescono a trasmetterci una briciola dell'emozione che ben conosce chi li ha visti, anche solo per una volta. Quindi metto una vetrata piccola che sta dietro all'altare, mentre per i fregi dei portali ho scelto una immagine tratta dal portale di Sant'Anna. Infine, sul sagrato di Notre Dame c'è le point zéro, da cui si misurano le distanze in tutte le direzioni della Francia, ma questo lo sappiamo tutti, non serve l'immagine: chi cammina sopra le point zéro, prima o poi a Parigi ci torna.


domenica 30 dicembre 2007

Notre Dame de Paris

Notre Dame de Paris, di Jean Delannoy (1956) Dal romanzo di Victor Hugo, Sceneggiatura di Georges Aurenche, Jacques Prévert Con Gina Lollobrigida, Anthony Quinn, Alain Cuny, Jean Danet, Robert Hirsch, Danielle Dumont, Philippe Clay, Maurice Sarfati, Jean Tissier, Valentine Tessier, Jacques Hilling, Jacques Duphilo, Boris Vian Musica : Georges Auric, Angelo Francesco Lavagnino Fotografia : Michel Kelber, Costumi : Georges K. Benda (115 minuti) Rating IMDb : 6.4
Solimano
Il rapporto di Victor Hugo col cinema è decisamente vittorughiano, non se ne poteva dubitare. Solo nel 1909 uscirono undici film, fra cui quattro puntate dei Miserabili. Non ho trovato la durata, ma suppongo che ogni puntata se la sbrigasse un quarto d’ora, il cinema va veloce.
IMDb in totale riporta 134 titoli, ma se fosse in borsa sarebbe un titolo a rischio, a volte speculativo a volte dimenticato, non certo un titolo da cassettisti. C’è qualche bell’anno sabbatico, nel decorso, in cui Victor Hugo sembra scomparso (ad esempio, l’ultimo titolo è del 2003), ma tranquilli, ricomparirà e diffusamente, come certe influenze, forse più benigne che maligne, ma certo contagiosissime, che in pochi mesi invadono tutto il pianeta.

Va detto che Victor Hugo, ormai da decenni, si è dovuto accomodare spesso in TV, il che fa specie, visto come lo scrittore è ingombrante lo scatolotto lo sentirà stretto, ma non è detto che sia una brutta sorte: un buon romanzo sceneggiato in otto puntate (forse anche di più) è la fine migliore che possono fare “I miserabili”, altrimenti non vedo come si possa fare. Nei film, più che ai titoli dei romanzi si punta ai personaggi, tre su tutti: Quasimodo (quasi sempre come “Il gobbo di Notre Dame”), Rigoletto ed Esmeralda. Anche Jean Valjean, Fantina, Cosetta, ma un po’ di meno. Ogni tanto pure qualche Gavroche, forse fatto bene. Ruy Blas ed Ernani compaiono, ma in genere si tratta teatro fatto al cinema. “I lavoratori del mare” e “L’uomo che ride” sono quasi del tutto assenti, ma sono rimasto impressionato dalla mancanza di “Novantatre”, che è un romanzo, forse l’unico, che rileggerei volentieri.

Mancano i film capolavoro, ma chi può indicarne uno per Tolstoj, Dostoevskj, Goethe, Proust? Il caso di Shakespeare è anomalo, c’è sempre il discorso se si tratti di teatro o di cinema. Mentre, e non è un caso, molti ottimi film sono derivati da Dickens, Balzac, Austen, Wilde, James, Conrad. Quando ho fatto l’ultimo saccheggio alle Librerie Paoline di Milano, mi è venuto sott’occhio il “Notre Dame de Paris” di Delannoy del 1956, con una bella copertina di Esmeralda che balla davanti a Notre Dame. Sul retro ho visto che nel cast c’erano Cuny e Quinn e che alla sceneggiatura ha messo mano anche Prévert. Costava meno di dieci euro e me lo sono preso.

Dopo averlo visto -è stata la prima volta- credo di aver fatto bene a comprare il DVD, anche se ho trovato alcuni difetti. Anzitutto, l’originale del film andrebbe restaurato, perché i colori appaiono degradati, e non credo sia colpa dell’edizione: il problema, che è grave e generale, riguarda molti film a colori usciti alcuni decenni fa, non so, per quanti sforzi meritori si facciano, se sarà possibile un totale ripristino. Poi, c’è solo la lingua italiana, e questa è colpa dell’edizione. Questo film è da vedere in francese, magari con i sottotitoli in italiano, ci guadagnerebbe sicuramente e il coinvolgimento dello spettatore sarebbe maggiore.

Ma i difetti più gravi riguardano proprio il film, anche se più che di difetti si tratta del fatto che certi gusti sono molto cambiati dal 1956 ad oggi. Anzitutto, due parti sono fastidiose: quella di Pierre Gringoire (Robert Hirsch ) e di Gaston Phebus de Chateaupers (Jean Danet). Il gusto per la nominologia di Victor Hugo è sterminato, Gabriele D’Annunzio è solo uno scolaretto in confronto. I due attori sono entrambi grassocci, suvvia, non si possono dare parti da poeta o da cavaliere erotomane a due soprappeso. Già questo non li rende credibili, ma è il modo a peggiorare le cose. Perché il poeta, nel 1956, era sinonimo non di testa matta, ma di testa persa, uno che non sa vivere ed in compenso scrive andando a capo spesso. E il cavaliere Phoebus, se lo vedesse qualsiasi Duca di Mantova, anche il più afono, sorriderebbe di sprezzo. Ah, il Rigoletto! Victor Hugo è stato il trampolino, ma il capolavoro l’ha fatto Giuseppe Verdi, con l’aiuto dei versicoli disposti a tutto di Francesco Maria Piave (che però funzionano).
Il quartetto del Rigoletto resiste a tutto, è mirabile perfino nell’esecuzione di quei quattro sbandati di “Amici miei”, che lo cantano per sfottere Rambaldo Melandri, di mestiere ufficiale architetto, ma il mestiere reale è di perdersi dietro le poche donne che lo fanno soffrire, le molte che lo amerebbero non gli interessano, gente così è bene sfotterla. Prévert, che firma in parte la sceneggiatura, cerca di aiutare, con qualche battuta anarchico-romantico-realista un po’ riciclata da Les Enfants du Paradis, ma qui non funziona, perché a complicare ancora c’è la Corte dei Miracoli priva della grandezza sia pure costruita ed umorale di Victor Hugo, un felice anacronismo storico.

Però le tre grandi parti sono bene assegnate. Claude Frollo (Alain Cuny) è il meglio che ci poteva essere, con la passione amorosa che la religione e l’alchimia rendono torbida e spietata. Si sente il timore degli altri, quando passa in mezzo uno così, dal Re di Francia, al Re dei Pazzi. Meriterebbe da solo la visione del film. Ma poi c’è Quasimodo (Anthony Quinn), gobbo enorme, fortissimo e malconciato, che si aggira come uno scimmione innamorato fra le guglie della grande cattedrale, con acrobazie vertiginose (il regista si è fatto bene aiutare). Però l’innamoramento a Quasimodo fa un effetto mirabile, diviene coraggioso, delicato, cerca di fare tutto quello che può per Esmeralda (Gina Lollobrigida), fino ad abbracciarla dopo morta e morire così, abbracciato a lei. Un caso singolare: una modalità di questo genere si ritrova perfino in un successone degli anni Novanta, “Il paziente inglese”, vedete come l’inesauribilità di Victor Hugo colpisce ancora, magari pure uno probabilmente inconsapevole come Tony Minghella.
Mi soffermo su Gina Lollobrigida. Lo so, molti -e molte- non la trovano appropriata, con quell’aria da eterna Bersagliera da una parte rifatta come guardaroba, dall’altra col volto fumé perché gitana, la parte è quella. Ma sono persone cattive, quelle che non apprezzano. Anzitutto, l’assenza di mistero nello sguardo -tutti a lodar le donne misteriose- è una virtù, quella delle persone buone, e così è la Bersagliera fatta Gitana. In realtà, Gina Lollobrigida, prima dei film di Comencini, la fantasia e la gelosia, aveva fatto due film con Gérard Philipe, “Les Belles-de-nuit” e “Fanfan la Tulipe” , e fece belle parti in film tratti da Moravia, con l’altro suo ruolo: quella della moglie borghesuccia che ci tiene alla rispettabilità, però anela a salire con le armi che ha, e sappiamo quali. Parti più ingenue che perfide in cui era bravissima. Come Esmeralda qui o come Regina di Saba successivamente non sarà rapinosa, ma è assai gradevole come aspetto e movenze. Non fa danno, sa perfino ballare e cantare, ed in questo film c’è una sua esibizione di cui parlerò in un altro post. Il problema vero fu che chi le stava intorno non seppe programmare bene la sua carriera, come invece successe a Sofia Loren.

Ma vengo al regista Delannoy. Considerato che si era nel 1956, ebbe molto coraggio, aiutato in questo dagli sceneggiatori Aurenche e Prévert. Perché, con esempi che parranno incredibili, in quasi tutti gli altri gobbi o esmeralde c’è il lieto fine, perché il racconto di Hugo (pubblicato 125 anni prima!) sembrava troppo crudo. Delannoy resistette anche alle pressioni perché Frollo non fosse un prete, ma solo uno studioso un po’ fuori di testa. Non stava bene né l’alchimia né che un arcidiacono di Notre Dame combinasse tali cose. E nell’edizione inglese -gli americani protestanti erano ancor più puritani dei cattolici- Frollo non è sacerdote. Poi Delannoy ha trovato dei produttori disposti a spendere, perché la location di Notre Dame è falsa e bugiarda, è tutta roba ricostruita, da non crederci vedendo il film. Ma ricostruita così bene, non solo le guglie, i pinnacoli, le finestrature, i camminamenti in alto, ma anche e soprattutto la facciata, con le dorature ai bassorilievi che nel 1482 c’erano, così bene che certamente la metterò come luogo, falso in origine ma infine vero nella nostra immagine mentale, che è quella che conta. Viene voglia di tornare subito a Notre Dame e rivederla, a partire dalle vetrate, che appaiono con i titoli di testa.
Infine, gli animali. Eh sì! Gli asinelli, il gatto nero, ma soprattutto la capretta che è sempre in compagnia di Esmeralda e che dicono che sia un diavolo. Non ci credete, è un animale mansueto, lattifero ed intelligente: indovina perfino la carta giusta sul sagrato di Notre Dame de Paris! Toccherà fare un post anche per questo piccolo zoo, visto che Roby e Giuliano si danno da fare con la vista logica Gli animali nel cinema.