Who's Afraid of Virginia Woolf di Mike Nichols (1966) Commedia di Edward Albee, Sceneggiatura di Ernest Lehman Con Elizabeth Taylor, Richard Burton, George Segal, Sandy Dennis Musica: Alex North Fotografia: Haskell Wexler (131 minuti) Rating IMDb: 8.0Solimano
Quella mattina, al corso Capi, il responsabile del corso entrò in aula - eravamo in venti, la class size giusta - con un libro sospetto. Riconoscevo infatti l’editore dal tipo della copertina, e quel libro aveva la copertina arancione delle edizioni Ubaldini-Astrolabio, libri che io etichettavo come adatti ai mezzi matti. La casa editrice ne aveva poi un’altra serie con la copertina azzurra, che ritenevo adatti ai matti totali e irrecuperabili. E comunque anche la copertina arancione mi faceva specie, ad un corso Capi della grande multinazionale, un corso sulla comunicazione interpersonale. Quel libro era “La Pragmatica della Comunicazione Umana” scritto da Watzlawick, Beavin, Jackson, cioè dalla scuola di Palo Alto, California, che mise i piedi nel piatto delle scuole psicanalitiche e psicodinamiche allora imperanti.
Quella mattina, al corso Capi, il responsabile del corso entrò in aula - eravamo in venti, la class size giusta - con un libro sospetto. Riconoscevo infatti l’editore dal tipo della copertina, e quel libro aveva la copertina arancione delle edizioni Ubaldini-Astrolabio, libri che io etichettavo come adatti ai mezzi matti. La casa editrice ne aveva poi un’altra serie con la copertina azzurra, che ritenevo adatti ai matti totali e irrecuperabili. E comunque anche la copertina arancione mi faceva specie, ad un corso Capi della grande multinazionale, un corso sulla comunicazione interpersonale. Quel libro era “La Pragmatica della Comunicazione Umana” scritto da Watzlawick, Beavin, Jackson, cioè dalla scuola di Palo Alto, California, che mise i piedi nel piatto delle scuole psicanalitiche e psicodinamiche allora imperanti.
Quel libro, che distribuirono ad ognuno di noi alla fine del corso, ce l’ho ancora, un po’ sinistrato e pieno di segnacci di evidenziazioni (segnacci arancioni eh… eh…); è qui accanto a me mentre scrivo e l’ho aperto a caso un momento fa: c’è una vignetta in cui si vede un editore seduto comodo di fronte ad uno scrittore seduto scomodo, e l’editore dice: “You sure write good!” Non sforzatevi, o si capisce subito, altrimenti non c’è niente da fare. Non mi dilungo, riporto soltanto una riga e mezzo che dice una cosa chiara: la comunicazione è considerata come un rapporto qualitativamente differente dalle proprietà degli individui che l'attuano. Anche qui, niente spaventi, o si capisce o no. Se un padre assiste all’ennesimo litigio fra moglie e figlia, forse dice la sua meglio se ad un certo punto si alza serio, va dalla figlia, le dà un euro e torna a sedersi stando zitto. Oppure, se è lui a litigare con la figlia, si accorge – non ci aveva mai badato – che la figlia se ne va indignata in camera sua sbattendo la porta, difatti non riesce a chiuderla adagio, perché ha voglia di dire al padre che loro due dormono in camere separate, e ha trovato il modo comunicativo per dirglielo.
Fine degli esempi, vengo al film, perché, dopo la mattutina spiega sul libro, al pomeriggio ci fecero vedere il film e ci mettemmo quattro ore. Il film è già lungo di suo, ma ogni tanto lo fermavano perché discutessimo su quello che veramente Albee ci stesse dicendo, attraverso Mike Nichols, Elizabeth Taylor, Richard Burton e gli altri due. Se avete visto una volta questo film, comprendete che è ben diverso il modo di Albee da quello - ad esempio - di Tennessee Williams e di Elia Kazan, scrittori e registi geniali, ma anche grandi inquinatori. Mentre Chi ha paura di Virginia Woolf a parte che è il massimo in assoluto che abbia mai fatto quel prodigio - per pochi anni – di Elizabeth Taylor , ci lascia alla fine non oppressi, non intorcinati in problematiche irresolubili, ma belli freschi come dopo una doccia, consigliabile in questi giorni di primo caldo vivo. Perché, infine, se te la prendi con la persona non cavi un ragno dal buco, se ti accorgi che la comunicazione è disturbata metacomunichi, comunichi sulla comunicazione, dicendo ad esempio: “Lo so che non ti piaccio, ascolta solo la cosa che ti dico”, all’altro - o altra – può darsi pure che cominci a piacergli, con un discorso così diretto. In rete uso di frequente le modalità che ho appreso. E’ divertente, nel mondo dei blogger così apparentemente disinvolti ma così cautelosi, nella realtà quotidiana. Certo, si rischia di perdere dei vecchi amici, perché si è fuori dalle strettoie dell’aggressivo vittimismo tipico delle amicizie passate di cottura, ma il mondo è largo, esistono gli amici - e le amiche – nuovi/nuove, e poi dategli tempo, prima o poi i vecchi si svegliano e si danno una regolata.
Di che parla “Chi ha paura di Virginia Woolf”? Sono due coppie, quella più vecchia (Taylor e Burton) fa la scena di fronte a quelle più giovane (Segal/Dennis). Quello che conta è il modo, basato sulla folie à deux, ma sembra che dopo tanti discorsi di pragmatica, di analisi transazionale, e mettiamoci pure il signor Laing, i recensori filmici non si siano ancora accorti del perché questo film costituì una rottura del piagnisteo irrefrenabile e colpevolizzante a 360 gradi che fino a quel 1966 avevano imperversato in lungo e in largo, provocando commozione e lacrime, ma lasciando, alla fine della commedia o del romanzo o del film la situazione esattamente al punto in cui era alla prima pagina o inquadratura. Molto rumore per nulla, e forse esagero, ma non tanto. Ma se non mi credete, gustatevi pure il testo di quel cervello scintillante di Albee, la regia piena di vigore e di finezza di Nichols, e la meraviglia degli attori, in primis Elizabeth: si imbruttisce, è ingrassata, beve come una spugna (beve davvero, secondo me) e rimani lì, come Richard Burton (che beve anche lui) che non sa se ringraziare o maledire il cielo di quello che gli è capitato. Dopo, se volete, tornate pure a quel furbacchione di Tennessee Williams, ma deve stare attento, adesso i suoi trucchi li conoscete, non solo a teatro o al cinema ma anche in due piccoli argomenti del vostro quotidiano: l’amore e il lavoro, non roba teorica, roba molto pratica a cui può darsi che teniate.
Di che parla “Chi ha paura di Virginia Woolf”? Sono due coppie, quella più vecchia (Taylor e Burton) fa la scena di fronte a quelle più giovane (Segal/Dennis). Quello che conta è il modo, basato sulla folie à deux, ma sembra che dopo tanti discorsi di pragmatica, di analisi transazionale, e mettiamoci pure il signor Laing, i recensori filmici non si siano ancora accorti del perché questo film costituì una rottura del piagnisteo irrefrenabile e colpevolizzante a 360 gradi che fino a quel 1966 avevano imperversato in lungo e in largo, provocando commozione e lacrime, ma lasciando, alla fine della commedia o del romanzo o del film la situazione esattamente al punto in cui era alla prima pagina o inquadratura. Molto rumore per nulla, e forse esagero, ma non tanto. Ma se non mi credete, gustatevi pure il testo di quel cervello scintillante di Albee, la regia piena di vigore e di finezza di Nichols, e la meraviglia degli attori, in primis Elizabeth: si imbruttisce, è ingrassata, beve come una spugna (beve davvero, secondo me) e rimani lì, come Richard Burton (che beve anche lui) che non sa se ringraziare o maledire il cielo di quello che gli è capitato. Dopo, se volete, tornate pure a quel furbacchione di Tennessee Williams, ma deve stare attento, adesso i suoi trucchi li conoscete, non solo a teatro o al cinema ma anche in due piccoli argomenti del vostro quotidiano: l’amore e il lavoro, non roba teorica, roba molto pratica a cui può darsi che teniate.