Solimano
Noi rohmeriani siamo tutto sommato pochi, ma convintissimi. Al tempo stesso quindi siamo fieri della nostra pochezza e rompiamo le scatole al restante -e maggioritario- universo mondo che rohmeriano non è. Proviamo a convertirli, però sappiamo che è difficile riuscirci; sono convinto che questa difficoltà nasca soprattutto non dalla difficoltà dei film di Rohmer, ma dalla loro apparente facilità, che porta fuori strada gli infedeli di cui vogliamo salvare anime e corpi.
Se si praticasse ancora il vecchio e bieco gioco di che cosa portarsi dietro in un isola deserta, come film non avrei dubbi: “Ma nuit chez Maud”. Non racconto la trama, perché spero sempre nella conversione di qualche infedele, o almeno di trasformarlo in catecumeno, preferisco mettere qui alcune delle singolarità del film, che fu quello che impose Rohmer, dopo il successo limitato a pochi intimi de “La collectioneuse” che è di due anni prima e che ho già inserito nel blog sia come film sia come post (due volte) nella vista logica La moda nel cinema.
Fra gli attori c’è anche Leonide Kogan. E’ proprio il famoso violinista, che non dice una parola, ma che esegue in teatro un tempo di una sonata giovanile di Beethoven per violino e pianoforte. Non ho trovato in rete il numero della sonata (anche IMDb non lo riporta), ma credo si tratti di uno dei tempi della sonata numero 5, detta “La primavera” (non il primo tempo, quello che tutti conoscono). Nel film c’è solo questa musica, eseguita non in sottofondo ma come parte del film.
La località è ben precisa, come quasi sempre in Rohmer. Si tratta in questo caso di Clermont- Ferrand. I motivi certi sono due: il narratore lavora alla Michelin, che ha (o aveva?) la sede più importante a Clermont-Ferrand, poi c’è Blaise Pascal, che era di questa città. La famosa scommessa pascaliana viene dibattuta nelle conversazioni del film e si discute anche del suo atteggiamento verso la matematica. Il narratore, che è cattolico, è contro Pascal ed i giansenisti, Vidal che è filosofo e marxista, è a favore, Maud, che appartiene ad una famiglia storicamente massone, disinteressata. A mio avviso ci sono altri due motivi per la scelta di Clermont-Ferrand: il primo è il paesaggio più vulcanico che montuoso, il secondo è la neve, e il conseguente ghiaccio per le strade, che è pronubo alla notte con Maud.
Ho il sospetto che Guy Léger, l’attore che fa la predica in chiesa, fosse un vero prete, di quelli che le cose le sanno. In IMDb, prima del nome e cognome, figura un R.P. che mi insospettisce. La predica si tiene nella cattedrale di Clermont-Ferrand.
La sceneggiatura, che è dello stesso Rohmer è di ferro, la differenza con “La collectioneuse” non potrebbe essere più grande. Là Rohmer fornisce le situazioni, che i tre attori sviluppano come gli viene, qui tutto è evidentemente deciso prima. Si potrebbe credere che sia così perché qui il discorso è alto e culturalmente impegnativo, ma c’è anche un altro motivo: qui Rohmer usa attori professionisti, attese due anni pur di avere Trintignant, una scelta felicissima. I professionisti è meglio imbrigliarli, a differenza degli attori agli inizi de “La collectioneuse”.
Le due scene chiave degli amori del narratore con Maud e con Françoise si svolgono entrambe in alto e all’aperto, in mezzo alla neve che sta fioccando. Sotto c’è la città, con le due grandi torri della cattedrale. E’ inverno, nei giorni attorno al Natale.
Uno dei vezzi di Rohmer è di mettere due personaggi femminili in competizione, una bionda ed una mora. Generalmente prevale la bionda, ma non sempre.
Il film era molto difficile, perché nella trama, di per sé ci sarebbe qualcosa di ridicolo, per i nostri occhi laici. Rohmer riesce a tenere il punto, complice Trintignant alle prese con un personaggio semplice e complicato: cattolico convinto, seduttivo proprio in quanto tale.
A parte le considerazioni che ho fatto, “Ma nuit chez Maud” è un grande film d’amore. Non l’amore carino, sognante, impermanente, in punta di piedi. L’amore vero, che ogni tanto, guarda un po’, si permette il lusso di esistere. Questo è il primo motivo per cui non mi stanco di rivederlo.