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giovedì 20 dicembre 2007

Gadda e Germi

Solimano
Ho già detto ripetute volte il male che penso dei confronti libro-film. Ma esistono delle felici eccezioni. Per Un maledetto imbroglio, il film di Germi tratto dal Pasticciaccio di Gadda ne ho trovate due e forse una terza, che dovrò approfondire. Molti criticano Wikipedia, a me capita di frequente di trovarci del buono, come un brano di una intervista ad Alfredo Giannetti, un ottimo sceneggiatore che collaborò anche al film di Germi.
Più che un confronto fra un libro ed un film, in quelle poche righe trovo un confronto fra due umoralità diversissime, quelle delle persone fisiche di Gadda e di Germi. Poi, un confronto fra un colto ed un incolto, ma qui bisogna capirsi: Germi era magari incolto dal punto di vista libresco, ma non è il solo modo, ne esistono altri. Preferisco uno (e ce ne sono tanti) che svolga la sua attività manuale con competenza amorosa, quindi creativa, ad un bibliomane solo ansioso di riconoscimento e sempre in cerca della cordata giusta a cui appigliarsi. Come nei blog: se manca l'empatia, il resto non conta nulla, alle faccine nei blog e nelle email preferisco il refuso di una persona amica che va di fretta, però il tempo per quelle due righe lo trova. Gadda e Germi avevano, nelle differenze, un teorema in comune: Roma, sia borghese che popolana. Da questo teorema derivano corollari diversi ma con un rapporto fra loro che chiamerei di cuginanza. Malgrado l'incomprensione e l'insofferenza, comunque più apparenti che reali, ci sono cose nel Pasticciaccio che Germi ha capito in profondità di fatti.

Da un' intervista allo sceneggiatore Alfredo Giannetti:
«Le devo dire la verità, che non si è mai detta. "Un maledetto imbroglio" non è nato né da Germi né da me, è nato da Peppino Amato, il produttore, che - siccome questo libro di Gadda, il "Pasticciaccio" aveva avuto, insolitamente in Italia, un successo editoriale importante (poche migliaia di copie, ma in Italia era già tanto) - propose a Germi di trame un film. (Aveva questo pregio, Peppino Amato: era un uomo ignorante, ma con un senso pratico sbalorditivo, un istinto…) Germi ne lesse metà e poi gli disse: «Senti, ma chi è l’assassino? Io non sono riuscito a capire, sono arrivato a metà. Pieno di parole complicate…» Non l’ha mai letto. Ma la cosa abbastanza curiosa è che per il Pasticciaccio noi abbiamo avuto due Nastri d’Argento, di cui uno per il soggetto originale. Cosa incredibile, ma giusta. E ricordo che Gadda (un uomo timidissimo e simpaticissimo, straordinario) aveva una gran soggezione di Germi, e Germi aveva una gran soggezione di lui. Per cui, mi ricordo, Gadda veniva, vedeva delle scene, e a un certo punto diceva: «Senta Giannetti, che nome avete dato a quel personaggio?» Adesso non mi ricordo che nome era. E lui: «Ah, non si potrebbe cambiare, non so, in Carpedoni?» Lui aveva questa cosa di fare sempre delle associazioni con gli animali. «Perché sembra una carpa. Carpedoni…» E io: «Sì, sì, dopo glielo dico a Germi. Sì, sì, in doppiaggio si può cambiare». Dopo andavo da Germi, alla sera: «Lo sai che ha detto Gadda?» «Cosa ha detto?» «Se potevamo cambiare il nome del personaggio in Carpedoni». «Perché?» «Perché dice che assomiglia a una carpa». «Andassero a fare in culo questi intellettuali cretini!» Germi quando lo vedeva scappava: «Ecco, eccolo là, mandalo via, mandalo via». «Come, lo mando via! È una persona rispettabile, un’autorità, un filologo». Era una persona così garbata, un uomo delizioso.» (da "Pietro Germi. Ritratto di un regista all’antica", a cura di Adriano Aprà, Massimo Armenzoni, Patrizia Pistagnesi, Parma, Pratiche, 1989)

Poi ho trovato un bell'articolo di Emanuela Gutkowski su un sito da me prediletto: il JGS di Edinburgo, il meglio che c'è in rete su Gadda. Nell'articolo si indaga sulle due lingue, quella del libro e quella del film, e se ne mostrano le connessioni e le dissonanze. Proprio come nelle traduzioni da una lingua ad un'altra: a volte la traduzione ricolma di acribìa dell'addetto ai lavori è meno efficace della traduzione di un irregolare. Succede in particolare nei poeti che traducono poeti: un esempio tanto evidente che non ci si bada è quello dei tre sonetti di Shakespeare tradotti da Eugenio Montale, che stabiliscono una nuova entità, non fisica ma comunque vera: una persona che non è Shakespeare, non è Montale, ma trova il modo di essere entrambi. Un addetto ai lavori non ci sarebbe mai riuscito.

Emanuela Gutkowski
Un esempio di traduzione intersemiotica:
dal «Pasticciaccio» a «Un maledetto imbroglio»
Su Journal of Gadda Studies

Se la collocazione temporale slitta (dal 1927 agli anni ’50), quella spaziale non muta. Come già Gadda, Germi rispetta l’etimologia del genere poliziesco alla cui radice, polis, si delinea la città come co-protagonista, teatro naturale di un male oscuro che si manifesta in azioni delittuose. Film e romanzo si muovono, dentro e fuori Roma, tra il palazzo degli ori, abitato da una borghesia ipocrita, e i quartieri poveri, in cui un’umanità diseredata vive di espedienti più o meno leciti; accomuna i due ambienti l’avidità. Parzialmente diverso, nel passaggio dal romanzo al film, è l’intreccio, non soltanto per la soppressione di alcuni personaggi e il differente scioglimento, ma soprattutto per il rapporto che il narratore instaura con il lettore.

Nel romanzo un narratore extradiegetico espone i fatti evitando di anticipare la soluzione dell’intreccio; il lettore si trova cioè su per giù nella posizione di Ingravallo. Il regista concede invece allo spettatore qualche informazione in più. La macchina da presa segue ad esempio Valdarena quando questi entra sulla scena del delitto e riprende lo stupore che, disegnandosi sul suo viso, lo scagiona. La denuncia del marcio nell’individuo, che Gadda ritrae in modo netto, mantiene in Germi la sua veemenza: scoperto il delitto, il primo pensiero del giovane va, non a caso, al denaro. Valdarena non è certo l’assassino, ma lo sdegno per il suo cinico comportamento viene addirittura rafforzato dal regista: con moralismo che la critica cinematografica gli attribuisce all’unanimità, Germi/Ingravallo conclude infatti il suo rapporto col personaggio con una sonora sberla, non trascurando di castigare allo stesso modo Banducci. A Valdarena, scoperto nudo nel letto di Virginia, non viene concesso nemmeno di rivestirsi se non entro i limiti della presentabilità e come a dire: una volta smascherati, non è più necessario ricorrere ad alcuna copertura, nemmeno quella simbolica degli abiti. L’incontro finale con l’immagine a lui speculare dell’ipocrisia, quella del Banducci, avviene, significativamente, in canottiera.

All’inizio del film la macchina da presa inquadra la fontana di Piazza Farnese, sfondo dei titoli di testa. Questi sono accompagnati dalla canzone Sinnò me moro, scritta con la collaborazione di Rustichelli dallo stesso Germi, e cantata da Alida Chelli. I versi espletano una duplice funzione: conducono immediatamente lo spettatore all’interno di un contesto popolare romanesco; e, con il tono straziante che si conviene alle canzoni di ispirazione popolare, anticipa una tragedia sentimentale.

La scena si sposta poi all’interno del principale teatro degli eventi, il condominio. Il guazzabuglio di voci che si sovrappongono è lo stesso del romanzo e la confusione è acuita, nella comicità, dall’uso improprio della pistola (per sparare in aria), con relativa caduta di calcinacci (sulla testa del pistolero). Al di là dell’episodio grottesco, servendosi di uno dei mezzi espressivi mancanti alla letteratura, il sonoro, Germi continua a tenere desta la tensione. Nel corso del film, spesso, nel momento in cui la macchina da presa inquadra Liliana, vittima dell’indifferenza e dell’ingratitudine, o Assunta, complice non ancora smascherata del delitto compiuto da Diomede, ritorna la canzone sentimentale e straziante, innescando quel meccanismo che Peirce definisce «attenzione»: «L’attenzione sorge quando lo stesso fenomeno si presenta ripetutamente in occasioni differenti, o lo stesso predicato si presenta in soggetti differenti».

La musica serve quindi a separare due diverse atmosfere: quella del giallo e quella della commedia. Il codice cui Germi si rifà, scrive Pasolini nella sua recensione al film, è quello sessuale: da una parte i «posti in cui son tutti uomini, maschi», vale a dire i bar, il commissariato, i luoghi di libertinaggio, dall’altra l’universo femminile, mite e sottomesso, di cui diventa simbolo Assuntina, vittima finale (come vittima è Liliana) di un omicidio che non ha commesso.

Il passaggio dalla premonizione alla tragedia, al delitto efferato che non lascia più spazio all’innocenza, è segnalato da Gadda nel passaggio dal primo al secondo capitolo. Germi, a sua volta, chiude anche un capitolo, con una dissolvenza sul portone, a indicare il contrasto tra un prima ancora farsesco e un dopo tragico. L’ultima immagine dell’interno di casa Banducci, prima del ritrovamento del cadavere di Liliana, è un quadro rappresentante il macabro episodio di Giuditta e Oloferne.

Altri elementi, nel film, contribuiscono a svelare alcuni indizi. Al funerale della vittima, una macchina da presa della polizia riprende la processione degli amici e parenti di Liliana Banducci. Siamo in presenza, certo, di un omaggio al cinema neorealista: la macchina da presa svela i complotti, mostra il marito e il cugino della vittima che confabulano pur dichiarandosi a stento conoscenti, ripropone l’immagine di Assunta (assente al funerale gaddiano) che, come nota uno degli inquirenti, «sembra invecchiata». Ma l’espediente di un film nel film, accompagnato dai commenti degli spettatori-poliziotti, instaura al contempo un discorso metacinematografico: un discorso che propone, attraverso le immagini e i suoni, il passaggio dal livello dei significati al gioco di significanti che Gadda elabora con la parola scritta.

lunedì 17 dicembre 2007

Roma nel cinema: Un maledetto imbroglio

Solimano
La Roma dove si svolge il film "Un maledetto imbroglio" (1958) di Pietro Germi appare subito all'inizio: l'androne del commissariato dà su una fontana, una delle due di Piazza Farnese, costruite con vasche di porfido provenienti dalle Terme di Caracalla. Nell'immagine appena sotto si vede bene qual è il modo di rappresentare Roma da parte di Germi: una Roma affollata e popolana, a volte ridanciana.
Si nota poco il turismo, che però nel film compare, col personaggio della americana anziana e vogliosa che ha regalato un braccialetto a Diomede Lanciani (Nino Castelnuovo), il moroso di Assuntina (Claudia Cardinale), l'ultima domestica di Liliana Banducci (Eleonora Rossi Drago).

Le fontane e i palazzi circostanti compaiono spesso nel film, sempre con riferimento alla storia che si sta raccontando. Nella piazza fugge Enea Retalli (Gianni Musi) dopo il furto dei gioielli, che precede di poche ore l'assassinio di Liliana: lo si vede di schiena mentre sta correndo per non essere preso dai poliziotti. Le due donne con la sporta in primo piano si voltano sorprese.

Anche Assuntina si aggira da quelle parti: ha appena intravisto il suo Diomede , ed è preoccupata perché sa di essere seguita dalla polizia e non vuole che attraverso di lei lo prendano. Non è proprio Piazza Farnese, ma un'altra piazza ben nota che sta a due passi, Piazza Campo dei Fiori, riconoscibile per la statua di Giordano Bruno che lì fu arso vivo il 17 febbraio 1600. In Piazza Campo dei Fiori c'è un famoso mercato, anche se Gadda nel romanzo ambienta le scene di mercato soprattutto in piazza Vittorio che è dalle parti di Santa Maria Maggiore, non lontano dalla Stazione Termini.


Non sono invece riuscito ad identificare "il palazzo degli ori", che Germi riprende di frequente, sono comunque certo che non sta in Via Merulana 219, l'indirizzo del romanzo, le immagini dicono che si tratta di un palazzo assai notevole probabilmente ottocentesco.

La polizia agisce in molti modi, anche con i pedinamenti, ed uno di questi permette a Germi una visione di infilata di Piazza Navona come era allora: trafficata dalle macchine, ma senza il profluvio di bancarelle di ogni tipo che da decenni l'hanno invasa, in una crescita inarrestabile: più turisti, più bancarelle, più bancarelle più turisti. Si vedono due poliziotti che camminano verso di noi, ma stanno seguendo un sospettato. In questo caso non si tratta né di Enea né di Diomede, due ladruncoli che bazzicano da un'altra parte, potrebbero seguire o il marito di Liliana, Reno Banducci (Claudio Gora) o il cugino prediletto dalla donna, Giuliano Valdarena ( Franco Fabrizi, nella solita parte di bello equivoco).

Non si vedono turisti, ma c'è un motivo: Piazza Navona da tempo è una delle più celebri e frequentate piazze di Roma, ma non è sempre stato così. Divennero famose prima Piazza di Spagna e la piazza dove c'è la Fontana di Trevi. Piazza Navona era la grande piazza popolare di Roma, esaltata da Giuseppe Gioacchino Belli in uno dei suoi sonetti più famosi:

Se pò ffregà Ppiazza Navona mia
E dde San Pietro e dde Piazza de Spaggna.
Cuesta nun è una piazza, è una campaggna,
Un treàto , una fiera, un'allegria.

Va' dda la Pulinara a la Corzía ,
Curri da la Corzía a la Cuccaggna ;
Pe ttutto trovi robba che sse maggna,
Pe ttutto ggente che la porta via.

Cqua cce sò ttre ffuntane inarberate :
Cqua una gujja che ppare una sentenza:
Cqua se fa er lago cuanno torna istate.

Cqua ss'arza er cavalletto che ddispenza
Sur culo a cchi le vò ttrenta nerbate,
E ccinque poi pe la bbonifiscenza .

Mentre non si svolge a Roma, ma in uno dei tanti paesi dei castelli, vorrei sapere quale, la scena finale del film: Diomede è stato arrestato, è lui l'assassino di Liliana Banducci. La polizia se lo porta via ed Assuntina, che l'ha sposato da pochi giorni, lo insegue di corsa disperata.E' evidente la ripresa da Anna Magnani in Roma Città Aperta di Roberto Rossellini.

martedì 13 novembre 2007

Un maledetto imbroglio

Un maledetto imbroglio, di Pietro Germi (1959) Dal romanzo "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana" di Carlo Emilio Gadda, Sceneggiatura di Ennio De Concini, Pietro Germi, Alfredo Giannetti Con Pietro Germi, Claudia Cardinale, Franco Fabrizi, Cristina Gaioni, Claudio Gora, Eleonora Rossi Drago, Saro Urzì, Nino Castelnuovo, Ildebrando Santafe, Peppino De Martino, Silla Bettini, Rosolino Bua, Loretta Capitoli, Nanda De Santis, Gianni Musi, Toni Ucci, Antonio Acqua Musica: Carlo Rustichelli, anche con "Sinnò me moro" cantata da Alida Chelli Fotografia: Leonida Barboni (115 minuti) Rating IMDb: 7.5

Solimano
Come tanti altri (sempre troppo pochi, comunque), mi accorsi di Gadda nel 1957, col successo del Pasticciaccio. Allora cominciò il mio lungo amore che dura tuttora, cinquant'anni dopo. Non mi piacque tutto subito, c'era troppa differenza con le mie abituali letture, ma per quello che mi piacque non ci sono aggettivi all'altezza. Una esperienza unica, semplicemente unica, che si è ampliata e forse affinata in questi decenni. Dico solo che sono fierissimo di avere messo nei pochi siti consigliati di "Abbracci e pop corn" il sito Journal of Gadda Studies che sta ad Edinburgo ed è quanto di meglio ci sia su Carlo Emilio Gadda in rete: testi, critiche, studi, interrelazioni, di tutto. Non preoccupatevi, per tre quarti il sito è in italiano.
Nel 1959 uscì il film "Un maledetto imbroglio" di Pietro Germi. Andai a vederlo e ne uscii indignato come se fosse una bestemmia contro il nome di Gadda, da me fatto sacro. Così ho pensato per anni e anni, avendocela su con Germi ed apprezzando - con diversi però - certi film che tutti conoscono, come Divorzio all'italiana e Sedotta e abbandonata. Solo che avevo torto marcio, e me ne sono accorto di recente.
E' completamente sbagliato istituire un confronto fra libro e film: ci possono essere degli splendidi film tratti da piccoli libri (Jules et Jim di Truffaut ne è un esempio) e dei pessimi film tratti da capolavori (e gli esempi sarebbero tanti, ma lasciamo perdere), ci possono infine essere dei film che con intelligenza sviluppano in modo diverso dei temi tratti da un'opera letteraria, con una infedeltà apparente ed una fedeltà di fondo (è il caso di Un cuore in inverno di Sautet tratto da Lermontov). In ogni caso, il film va visto iuxta propria principia, a prescindere dall'opera da cui è tratto, perché con i confronti non si va da nessuna parte.

Così mi sono incuriosito, ed ho voluto rivedere "Un maledetto imbroglio" di Germi, e mi sono accorto che è uno splendido film noir, come direbbero i cinefili. Avete presente Grisbi o Rififi? Questo è su un altro piano, perché meno divistico e più vero. Anzitutto, non è un film romanesco ma è un film romano, e la c'è la differenza. La Roma degli uffici, dei borghesoni del Palazzo degli Ori di via Merulana, delle ragazze di campagna che andavano a fare le serve nelle famiglie ricche, divise fra farsi la dote per sposare il compaesano o farsi i soldi andando a letto con chi i soldi ce li aveva, ad esempio il marito della padrona. Con preti pronti a consolare e pronti a raccattare testamenti vendicativi verso il parentado: lascio tutto alla chiesa era come dire non lascio niente alla mia zozza famiglia. Con i ragazzotti che scoprivano che le turiste straniere anzianotte potevano essere generose, se opportunamente titillate, ed altri che scoprivano l'esistenza di solitari commendatori Anzaloni, imbrillantinati, con la reticella la notte per non scompigliarsi i capelli, sempre in vestaglia, e che si facevano portare in casa i pacchetti di cibarie dai garzoni del quartiere. Timorosi di tutto, non di sedersi al tavolino dei bar pieni di flipper, dove i ragazzotti stavano tutto il giorno.

Con le pianificate carriere degli statali, il non laureato che si spacciava per laureato, aprendo lo studio con il nome di un laureato di paglia che la laurea ce l'aveva, ma niente altro. Le soffiate dei poliziotti ai cronisti, che però non dovevano rompere se l'indagine stagnava. La Roma del secondo dopoguerra, ancora fascista in tante famiglie, ma ancora più indietro, la Roma umbertina, ancora di più, la Roma papalina, er Zanto Padre innanzitutto, gli altri son tutti impiegati. Una Roma in bianco e nero, squallida ed affascinante, pronta a singhiozzi convulsi ed a risate omeriche. E le donne peggio e meglio degli uomini, furbe, critiche, gastronome, chiacchierone, ma in certe cose taciturne con madre, sorelle, soprattutto marito. In questo mondo falso ma che ti coinvolge - tu lo voglia o no - perché è inclusivo (la raccomandazione deriva dal bel verbo raccomandare) opera il commissario Ingravallo, con la faccia ossuta, ostinata, riservata e penetrante di Pietro Germi, spesso ripreso di spalle, perché è dalla parte di noi spettatori, che giudichiamo e vogliamo farci una idea di quello che succede. Deve dipanare due casi: un furto di gioielli ed un efferato assassinio. Ingravallo un po' per caso un po' perché è capace - sa quando tacere e quando parlare - ci riesce infine, e tutto è risolto. Durante il percorso delle indagini incontra altri fatti non penalmente perseguibili, ma moralmente persino peggiori del furto e dell'assassinio, perché esercitati da gente che vive di rispettabilità.

Il momento in cui Ingravallo schiaffeggia Valdarena (Franco Fabrizi) e Banducci (Claudio Gora) è la vera morale del film. Perché il controllato commissario sbotta in quel modo? Perché lo sa che il ladro e l'assassino sono altri, questi due non c'entrano, ma quel paio di schiaffi sono un giudizio morale su come sono brutti dentro. Lo sguardo stupito e vergognoso dei due è una idea felicissima, perché lo sanno come sono brutti e che meriterebbero ben altro che due ceffoni. Poi si ride e si sorride anche, in questo film, convinti, amaramente però. Un mondo cinico e sentimentale in cui il tenue macchiettismo è solo un belletto che non nasconde la faccia. E qui torno a Gadda, dopo aver fatto il giro lungo. Per me Germi ha capito Gadda più di quel che voleva far credere (o che credesse lui stesso), e gli ottimi sceneggiatori De Concini e Giannetti gli hanno dato una buona mano. Lo si vede dalle facce, verissime una per una, quelle delle serve Assuntina e Virginia, della Camilla e della Zamira, quelle dei ladruncoli/assassini Retalli e Lanciani, dei casigliani del Palazzo degli Ori, dei poliziotti con un Saro Urzì sbalorditivo. Tutte facce da Gadda, ci avrebbe messo il timbro sopra l'esimio ingegnere. Le donne poi: la Cardinale, la Gaioni, la Rossi Drago, col bianco e nero che le rende morbide, soffici ed oscure.
I cinefili facciano tutte le classifiche di generi che credono, questo è un film che fa venir voglia di andare alla stazione e prendere il primo treno per andare in quel posto meraviglioso, bigotto e sfacciato, cinico ma di sentimento, in cui un secondo cugino conta più di un amico, e la moglie sa dell'amante, ma sa anche che può stare tranquilla, un mondo danaroso e strapelato: Roma, che ne ha viste tante e che esiste sicuramente ancora, compresa la campagna romana dove opera la Zamira, di facciata sarta, di mestiere vero lasciamo perdere, però in un modo o nell'altro le ragazze che passano da lei una sistemazione la trovano, Roma è grande! E Alida Chelli all'inizio, cantando "Sinnò me moro", ci mette subito in medias res, ne usciamo solo due ore dopo, contenti di esserci stati.

Pietro Germi e Carlo Emilio Gadda

sabato 26 maggio 2007

Carlo Emilio Gadda al cinema

Carlo Emilio Gadda
(da "Cinema")
(...)
Il corso Garibaldi procurava al Cinema Garibaldi l’afflusso più lauto: tortuoso e cosparso di gusci d’aràchidi, di mozziconi di sigarette appiattiti, di scaracchi d’ogni consistenza e colore, c’era il ricordo delle castagne, quel delle arance, per i camminatori degli oscuri cammini luminoso e giocondo segno del Sud: c’era il presentimento dei cocomeri patriottardi. Bucce da marciapede, care ai chirurghi. Una folla, solita a deprecare la pessima organizzazione del mondo, lo percorreva trionfalmente, dimenticando a sprazzi i metodi di cura suggeriti dagli specialisti: come per attimi si dimentica un eterno mal di denti.
Sicché, per tutto quel pomeriggio, il Cinema aveva allentato i suoi cordoni di velluto verde trangugiando frotte di stupende ragazze, alcune però con le gambe leggermente arcuate, e un po’ troppo grasse: fra le gambe delle quali sgattaiolarono tutti gli undicenni del quartiere.
Queste ragazze della domenica, insomma, mi parevano talora un po’ ridicole. Però qualcuna mi piaceva. Sono talora piuttosto gonfie che floride, le più dimesse hanno gonfi portamonete un poco sdruciti: ambiscono sopra ogni cosa di recare una borsetta da passeggio e un cappello, sicché passino inosservate, come una signora qualunque che tutti si volgano ad ammirare. Col gran caldo le borsette finiscono per tinger loro le mani, le quali appaiono alcuna volta un po’ rosse e screpolate, a meno che non siano strette dai guanti.
Sono i guanti un ingegnoso dispositivo inteso a facilitare varî atti del cerimoniale contemporaneo, come la consultazione dell’orario delle Ferrovie dello Stato o la raccolta dei ventini, quando, preso il resto, se ne seminano per terra tre o quattro, suscitando negli astanti vivo interessamento.
Per solito le ragazze in discorso scompaiono dalla circolazione verso le sette: ma il Cinema è un vortice folle, inghiotte anche i più massicci artiglieri.
Il fatto è che due erano assai graziosamente adorne di fenomenali perle, le quali non parevano destare alcuna cupidigia nei cavallereschi marioli che le attorniavano.
Gli undicenni e i da meno pagavano mezzo biglietto o una frazione qualunque, per esempio cinque centesimi d’ingresso, secondo la disponibilità del momento. Il distributore faceva un suo rapido conto, qual’era il massimo che poteva venir fuori da quelle tasche, di quei calzoni. E puntava sull’imponibile. Alcuni di quei calzoni non conoscevano nemmeno le mani riparatrici della mamma e il conto non poteva andar tanto in là.
Spigliati e franchi, e senza lo sguardo implorante del cucciolo che sta per leccarsi i baffi, pretendevano fior di biglietti i giovanotti: piantavan sul banco un tondo fermo, magari un biglietto, e non per ischerzo. E, invece di implorare, condannavano: nella vita non bisogna incantarsi. «Del resto, se fa affari, il Garibaldi, è per noi».
Vestivano dei completi marron o bleu: alcuni dal caldo s’eran però tolta la giacca: le bretelle si rivelavano allora un po’ vecchie e sudate: erano affette da complicazioni ortopediche di spaghi e legamenti, tra i quali e i bottoni superstiti della cintura intercedevano rapporti piuttosto complessi. Entravano rumorosamente, inciampando in qualche imprevisto del Garibaldi, sì che di necessità dovevan finire addosso allo sciame gaietto: («oh! ma dico!»): e le lor mani robuste davano indicazione d’una «settimana» saldamente incastonata nel fenomenalismo economico, le di cui leggi sono, è vero, un po’ dure d’orecchio; e non disdicevole neppure alle esigenze del divenire morale: i di cui canoni, sempre larghi di vedute e soccorrevoli con ogni campana quando si tratta di incanalarci verso le molteplici ricevitorie del bene, si piantano però poi policemen a gambe larghe davanti quella poca minestra, esigendo, uno sguardo fregativo, il vizzo scontrino: lo leviamo con il pianto nell’anima e con un tremendo appetito in corpo e c’è scritto:
«Vale per minestre una».
E abbiamo fatto una fatica da cavallo!
Alcuni giovani erano ancor più eleganti, ancor più disinvolti: scarpe a vernice, piega diritta del pantalone, una mollezza elegante non disgiunta da virile trascuranza per ogni aspetto del mondo che fosse estrinseco al problema fondamentale.
I loro proventi erano sicuramente più lauti: adocchiavano certe belle, sogguardandole in tralice: recidendo con lo sguardo d’un attimo la continuità dell’ora festosa: e quasi recando nella trama ingenua dell’allegrezza la sensazione di un al di là vero e diverso costituente la vita. Le occhiate ràpide sudice e vili destavano l’ammirazione dei minori, che pensavano, divenuti serî ad un tratto: «Questi sì, che sono già uomini».

Improvvisamente la sindrome tipica delle frenòsi collettive si manifestò nel magma. Impazzirono tutti. Non furono più che degli accamaònna e orcoìo, fra gomitate e strappi paurosi. Dal foderame de’ panni emergevano volti tumefatti, nel mentre particolari oggetti di rifinimento si allontanavano dal proprio insieme come sciarpe o mezze giacche o qualche ombrello restìo che, tenuto disperatamente da cinque dita e da un pezzo di braccio male incastratosi fra gli omeri di due sconosciuti, seguiva il proprietario un po’ da lontano. Invocazioni disperate dei gracili, degli erniosi, dei denutriti, e così degli asfittici, gelavano i cuori sensitivi. E poi tutto si confuse in un violento torrente il quale, dopo intoppi e gorghi d’ogni maniera, proruppe rigurgitando nella diabolica sala, così come dai valichi retici usò dilagare verso melme padane la paurosa gente, nomine Unni.

Nella tenebra liberatrice in cui piombammo ad un tratto ogni urto fu attenuato e il boato delle passioni umane vaniva.
I silenti sogni entrarono così nella sala.
(...)
P.S. Nell'immagine, con Gadda c'è Pietro Germi, al tempo in cui girava "Un maledetto imbroglio" tratto dal "Pasticciaccio" di Gadda.