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lunedì 6 ottobre 2008

Viale del tramonto

Sunset Blvd. di Billy Wilder (1950) Con Gloria Swanson, William Holden, Erich von Stroheim, Nancy Olson Musiche di Franz Waxman Fotografia di John F. Seitz (110 minuti) Rating Imdb: 8,7
Roby
Viale del tramonto è uno di quei film che -più di tanti altri- ti danno sensazioni diverse, a seconda delle diverse età in cui lo guardi; questo accade, in particolare, se sei uno spettatore di sesso femminile come me.
Lo vidi per la prima volta a 13 o 14 anni, naturalmente in TV, e all'epoca il personaggio di Norma Desmond, la mantide religiosa divoratrice di maschi, mi sembrò grottesco, ridicolo, imbarazzante. Era una donna anziana che viveva di ricordi, indossava occhiali scuri per nascondere le zampe di gallina intorno agli occhi e se la faceva con un bel ragazzo per illudersi di riacciuffare la gioventù perduta. Le scene in cui lei abbraccia e bacia il suo atletico gigolo mi apparivano patetiche: una donna così vecchia, pensavo, non dovrebbe più pensare a certe cose... cose che io, a quei tempi, conoscevo solo per sentito dire da amiche più attempate o più precoci di me.


Oggi, 5 ottobre 2008, consultando la scheda Imdb in rete ho trovato la data di nascita di Gloria Swanson (1899), in base alla quale ho dedotto che -quando il film fu girato- la famosa attrice era addirittura leggermente più giovane di quanto io sia adesso. E di colpo ho realizzato che anch'io uso sempre più spesso occhiali scuri, pure in assenza di sole a picco; e che sempre più spesso amo sfogliare mentalmente la mia collezione di ricordi, notevolmente arricchitasi in questo lasso di tempo... ma che non per questo mi sento patetica, o ridicola, o decrepita. Certo, a differenza di lei mantengo, almeno per ora, il solito, antiquato consorte mio coetaneo: non si può, d'altra parte, escludere che un nuovo affascinante William Holden venga a bussare per caso alla mia porta, nei prossimi giorni, inducendomi a mutare parere in proposito.


Viale del tramonto è anche una di quelle tipiche pellicole che, se non le vedi dall'inizio, perdi gran parte del senso della storia. La voce narrante, fin dalla prima inquadratura, è proprio quella di Holden /Joe Gillis, pacata e tranquilla quanto può essere solo quella di un morto . Lui, infatti, all'alba di un livido mattino hollywoodiano galleggia a faccia in giù nella piscina della villa di Gloria / Norma, appena assassinato da lei, folle di gelosia.
Era entrato in quella tenuta isolata solo pochi mesi prima, squattrinato sceneggiatore cinematografico inseguito dai creditori, e lì aveva incontrato Norma, diva del muto ormai sfiorita e dimenticata, perduta in un mondo tutto suo, sontuoso e illusorio, su cui veglia il fedele fac-totum Max / von Stroheim (in realtà ex-marito della donna).


Un po' appassita ma non ancora priva di desideri, la tenebrosa femme fatale degli albori del cinema non resta indifferente ai muscoli del giovanotto: il quale, del resto, naviga in così cattive acque da non disdegnare, dopo qualche schermaglia iniziale, di interpretare la parte dell'amante mantenuto



Così, malgrado un breve intermezzo sentimentale con la giovane e graziosa Betty / Nancy Olson, anagraficamente molto più adatta a lui, Joe si ritrova tra le braccia (chissà perchè mi verrebbe da scrivere "grinfie"?) di Norma, reduce da un teatrale tentativo di suicidio per amor (?) suo.


Poichè ( e questo ne è l'aspetto n°3) il film rappresenta anche un tipico esempio (forse uno dei primi) di cinema sul e/o nel cinema, non sarà fuori luogo inserire a questo punto una foto di scena, che vede la male assortita coppia "spiata" dall'occhio indiscreto della macchina da presa di Wilder, attorniato da una nutrita squadra di collaboratori guardoni.


Lo star-system che analizza e critica se stesso, il famoso regista che -si disse all'epoca- sputa nel piatto dove mangia. Una vicenda intricata e a tratti squallida (cosa ne verrebbe fuori, oggigiorno?) dove realtà e finzione scenica s'intrecciano fino a confondersi, o fino a coincidere. Un esempio? Gloria Swanson era stata diretta realmente da Erich von Stroheim, ed aveva avuto con lui a che dire nel corso del film La regina Kelly, rimasto incompiuto, che aveva segnato la fine della sua carriera nel muto. E' proprio uno spezzone della Regina Kelly quello che si vede nella scena della proiezione privata, mentre von Stroheim nel film è ridotto a silenzioso, adorante maggiordomo-autista: vendetta postuma della diva o semplice espediente della sceneggiatura?




E siamo all'epilogo. Il palcoscenico, qui, è tutto per la Swanson, eccezionale nella macabra parodia di vecchia star sopravvissuta a se stessa. La discesa della scala, tra due ali di giornalisti e poliziotti accorsi alla notizia del delitto, è di quelle da antologia: e non credo sinceramente che si possa dire di essere cinefili se non la si è vista almeno un paio di volte! E' talmente straordinaria nella sua tragicità da non necessitare di ulteriori spiegazioni, che risulterebbero -nel migliore dei casi- superflue. Per questo ve la lascio rimirare in pace, senza commenti in sottofondo... fino a quando Norma Desmond scompare alla vista, perchè completamente inghiottita dall'obiettivo che tanto ha amato.







PS: Un paio di curiosità: per il personaggio di Norma erano state precedentemente interpellate Mae West e Mary Pickford, mentre per quello di Joe erano in lizza Montgomery Clift e Marlon Brando. Cosa ne avreste pensato? La West non accettò ritenendosi troppo giovane per la parte, mentre la Pickford fece lo stesso perchè non furono ammesse alcune modifiche alla sceneggiatura volte a tutelare la sua immagine. Anche Clift rifiutò per motivi simili. Brando, invece, fu giudicato non abbastanza conosciuto per il ruolo...

mercoledì 30 aprile 2008

Parigi nel cinema: Irma la dolce (2)

Irma la Douce, di Billy Wilder (1963) Dalla commedia di Alexandre Breffort, Sceneggiatura di Billy Wilder, I. A. L. Diamond Con Jack Lemmon, Shirley Mac Laine, Lou Jacobi, Bruce Yarnell, Herschel Bernardi, Hope Holiday, Joan Shawlee, Grace Lee Whitney, Paul Dubov, Howard MacNear, Cliff Osmond, Diki Lerner, Herb Jones, Ruth Earl, James Caan Musica: André Previn Fotografia: Joseph La Shelle Art Direction: Alexandre Trauner (147 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Nel post precedente dedicato a Irma la Douce (1963) avevo anticipato che il film è stato interamente girato negli studi Samuel Goldwyn Warner di Hollywood.
Eppure questo film è un grande regalo a Parigi fatto non tanto da Billy Wilder ma da Alexandre Trauner, che aveva la responsabilità dell'Art Direction. Il regalo è la ricostruzione del mercato de Les Halles, fatta quattro anni dopo che era stata presa la decisione (1959) di trasferire il mercato a Rungis e a La Villette. Solo sei anni dopo il film, cioè nel 1969, il mercato sarà effettivamente trasferito.
La ricostruzione fatta da Alexandre Trauner è straordinaria. Per me è anche emozionante. A quegli anni risalgono i miei primi viaggi a Parigi, e nel quartiere capitavo spesso, non consapevole di quanta lunga fosse la storia di quel mercato e di quante discussioni ci fossero su che fare in futuro. Le discussioni non sono ancora finite, ci sono stati scacchi e successi, occorrerebbe non un post, ma un blog col fiato lungo per raccontare tutta la storia di Les Halles, dall'anno 1135 in cui vi fu trasferito il mercato, che prima era in Place de Grève, che è l'odierna Place de l'Hotel de la Ville, in cui per secoli si svolsero le esecuzioni capitali, ed in cui, il 25 aprile 1792, decollò la ghigliottina fra la delusione della folla, che la trovò troppo rapida.
Ma torno al film, augurandomi che al Beaubourg abbiano già fatto una mostra fotografica delle immagini tratte da Irma la Douce, io qui ne metto sei, tante ma anche pochissime.
La ricostruzione di Alexandre Trauner è stata giustamente definita "più vera del vero", e da sola varrebbe la visione del film.
Alexandre Trauner era ungherese, nato a Budapest nel 1906, e fra Art Direction, Production Designer, Set Decoration partecipò a film quali L'Age d'or (1930), Quai des Brumes (1938), Les Enfants du Paradis (1945), Don Giovanni (1979) e tanti altri. Scomparve nel 1993.

Perché Les Halles in Irma la Douce?
Per due motivi.
La professione di Irma la Douce (Shirley Mac Laine), cioè la prostituta di strada con alberghetto convenzionato, era diffusissima in alcune strade vicine a Les Halles in ogni ora del giorno. Ricordo un pomeriggio in cui casualmente capitammo in tre in una di quelle strade alle tre del pomeriggio. Ci trovammo immersi in un pigia pigia molto professionale che ci incuriosì ed intimidì, perché a quel modo di guardare negli occhi i passanti, a quelle frasette secche, irridenti e promettenti non eravamo proprio abituati, da cronici frequentatori di oratori parrocchiali.
Il secondo motivo è che Nestor Patou (Jack Lemmon), l'ex poliziotto divenuto protettore, lavora di notte a Les Halles per procurarsi i soldi da dare a Lord X (sempre lui) che li darà ad Irma che li darà ancora a Nestor, così il giro si chiude.
Ma ecco le immagini de Les Halles ricostruite da Alexandre Trauner:



Visioni di insieme

Mercato del pesce


Mercato della frutta

I famosi dodici padiglioni del mercato de Les Halles furono progettati poco dopo il 1848 dall'architetto Victor Baltard; dieci furono costruiti fra il 1852 ed il 1870, mentre gli ultimi due furono terminati solo nel 1936. Riporto qui una bella visione a volo d'uccello che ho trovato in Wikipedia:

Ma torniamo alla nostra Irma la Douce. All'inizio del film la vediamo uscire dall'Hotel Casanova seguita dall'ultimo cliente (un americano col cappello da cow boy) e la strada è assai frequentata anche in ore antelucane. Fra un po' arriverà il poliziotto Nestor Patou, che non capirà nulla di quello che succede (ancora più ingenuo di quei tre ragazzi di Parma...). Ma si innamorerà di Irma e lei di lui, gran bella cosa.

Chiudo con due immagini che hanno stranamente qualcosa in comune: il particolare decorativo di un padiglione di Victor Baltard, e una chiave di volta nella chiesa di Saint-Eustache, una delle più belle e più grandi di Parigi. Saint-Eustache, contigua a Les Halles, è l'ultimo grido del gotico fiammeggiante già in pieno Rinascimento.


domenica 27 aprile 2008

Parigi nel cinema: Irma la dolce (1)

Irma la Douce, di Billy Wilder (1963) Dalla commedia di Alexandre Breffort, Sceneggiatura di Billy Wilder, I. A. L. Diamond Con Jack Lemmon, Shirley Mac Laine, Lou Jacobi, Bruce Yarnell, Herschel Bernardi, Hope Holiday, Joan Shawlee, Grace Lee Whitney, Paul Dubov, Howard MacNear, Cliff Osmond, Diki Lerner, Herb Jones, Ruth Earl, James Caan Musica: André Previn Fotografia: Joseph La Shelle Art Direction: Alexander Trauner (147 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
C'è un paradosso. IMDb parla chiaro: il film Irma la Douce è stato interamente girato negli studi Samuel Goldwyn Warner di Hollywood, eppure dedico a questo film due post con la vista logica "Parigi nel cinema". Non faccio carte false, i motivi li ho e qui racconto il motivo del primo post.
Il film si svolge di giorno e di notte, sia per il lavoro di Irma la Douce (Shirley Mac Laine) che fa la prostituta di strada con una convenzione con l'Hotel Casanova, sia per il lavoro di Nestor Patou (Jack Lemmon) che è il protettore di Irma la Douce. Cosa strana perché normalmente un buon protettore non fa nulla, aspetta solo i soldi dalla sua protetta, mostrandosi generalmente carino con lei, ma Nestor Patou è un protettore di tipo particolare. Prima di tutto, all'inizio del film non fa ancora il protettore ma l'agente di polizia e solo durante il film intraprende la sua nuova professione, poi assume mentite spoglie, quelle di Lord X, un nobile inglese guercio che vuole essere l'unico cliente di Irma. Quindi è tutta una partita di giro: Irma riceve i soldi da Lord X, li dà al suo protettore Nestor Patou, che li passa a Lord X (sempre lui) , che li dà ad Irma. Un rapido conteggio permette di determinare che il valore aggiunto è pari a zero, quindi Nestor Patou è costretto a fare un secondo lavoro che si svolge di notte, vedremo che lavoro è.
Così, all'inizio del film, hanno avuto la bella pensata di mostrarci Parigi quando la notte diventa giorno, proprio all'alba. Ho quattro immagini ed avverto subito che è bene cliccare per vederle bene, perché sono più lunghe che alte e come Blogger si comporta con le immagini lo sapete bene.




Come si vede, a quell'ora il traffico per le strade di Parigi è quasi inesistente. E' proprio l'alba, e guardando il film si vede il momento in cui si spegne l'illuminazione notturna, un gran bel vedere. I posti sono notissimi. Ho avuto qualche dubbio solo per il ponte, ma credo che si tratti del Ponte Alessandro III inaugurato il 14 aprile del 1900 dal presidente francese Emile Loubet contestualmente all'inaugurazione della Esposizione Universale di Parigi.
La prima pietra era stata posta dallo zar Nicola II nel 1896 ed è per questo che il Ponte è dedicato allo zar Alessandro III, che era il padre di Nicola II.
Come di solito, aggiungo due foto d'epoca di sculture che fanno parte della decorazione del ponte: un genio marino ed un leone con un bambino . La squadra di decoratori fu ampia, visto che il tempo a disposizione era veramente poco. Il responsabile generale fu l'architetto Cassien-Bernard. Il ponte attraversa naturalmente la Senna, da una parte c'è l'Hotel des Invalides, dall'altra ci sono Grand Palais e Petit Palais, edificati appunto in occasione dell'Esposizione Universale. Ma le immagini di apertura e di chiusura del post mi sembra giusto assegnarle a lei, Irma la Douce (Shirley Mac Laine).



giovedì 7 febbraio 2008

Baciami stupido

Kiss Me, Stupid di Billy Wilder (1964) Commedia di Anna Bonacci, Sceneggiatura di I.A.L.Diamond, Billy Wilder Con Dean Martin, Kim Novak, Ray Walston, Felicia Farr, Cliff Osmond, Barbara Pepper, Skip Ward, Doro Merande, Bobo Lewis Musica: André Previn, Fotografia: Joseph LaShelle (125 minuti) Rating IMDb: 7.0
Ottavio
Mi piacciono le sorprese al cinema. Mi piacciono talmente che nel cineforum che frequento abitualmente cerco di ignorare, per quanto possibile, le recensioni dei film in programma. Non sempre è possibile perché di film si parla diffusamente nei media, specie durante i festival oppure nei periodi di grande afflusso, come per le festività. Il bello dei cineforum, però, è che vengono inseriti nel programma anche (nel mio il numero è piuttosto consistente) film non troppo “chiaccherati”, il che mi permette, la sera della proiezione, di provare un’attesa curiosa ed eccitata. (Debbo, a questo proposito, chiedere venia al curatore del programma che diligentemente mi manda per posta elettronica la recensione del prossimo film in proiezione: il relativo messaggio viene impietosamente cancellato, per evitare tentazioni!).
A proposito di sorprese, uno vede un titolo, il nome del regista e degli interpreti ed ha capito tutto. Beh, non sempre!
Per esempio… verso la fine degli anni ’60 ero impegnato con i miei studi universitari. Probabilmente dopo una giornata passata sui libri ho pensato di svagarmi andando al cinema. Viste le condizioni l’ideale sarebbe stato un film leggero, di intrattenimento, e così la scelta cadde su Baciami stupido. La scorsa del cartellone, a parte la banalità del titolo, dava piene garanzie: Billy Wilder il regista, Dean Martin e Kim Novak gli interpreti principali. Mi preparai a vedere una brillante commediola holliwoodiana.

Nel film Dean Martin è un cantante famoso, in viaggio attraverso l’America per una tournée. Durante il viaggio è costretto a fermarsi in una cittadina di provincia per un guasto all’auto. Qui conosce un compositore di canzoni che lo ospita interessatamente, con la speranza che Dean inserisca nel repertorio le sue canzoni, permettendogli così di raggiungere il successo. Il compositore (Ray Walston), che gira con un ritratto di Beethoven stampato sulla maglietta, sa che Dean ha fama di tombeur de femme e spinge l’ospitalità (e convenienza) a procurargliene una.

Comincia col far passare una prostituta (Kim Novak) per sua moglie, dopo aver allontanato con una scusa la moglie vera, con l’intenzione di buttargliela tra le braccia. Il gioco si rompe perché Dean fa troppo sfacciatamente il galletto e allora Ray, in un sussulto di dignità (!?) lo caccia di casa: ottiene così una notte d’amore con Kim (sempre statua di ghiaccio, ma che statua!), commossa per essere stata trattata da Ray come una vera moglie.

Ma non finisce qui! Dean si reca verso una roulotte per passare la notte, e qui incontra la vera moglie di Ray (Felicia Farr) che ha il colpo di fulmine per il suo idolo: altra notte d’amore! Il film termina con gli abitanti della cittadina, compresi i protagonisti del film, che guardano alla televisione Dean che canta una canzone di Ray. Sono tutti contenti! E Felicia guarda enigmaticamente il marito e gli dice: “Baciami, stupido”.

Al termine della proiezione rimasi di princisbecco: ma come, l’America puritana che lascia passare due adulteri, una commedia senza lieto fine? E gli attori, uno sciupafemmine (il Dean Martin che avevo visto fino allora in coppia comica con Jerry Lewis) e l’altra una prostituta (una Kim Novak già misteriosa protagonista di Una donna che visse due volte). Ma dove sono finiti gli eroi positivi?
Mah, la conclusione fu che forse Billy Wilder si era ricordato di essere nato a Vienna, la città col primato degli adultéri, e si era stufato dell’ipocrita perbenismo (i classici vizi privati/pubbliche virtù) della società americana, e si era deciso di darne un ritratto tanto graffiante quanto veritiero.

Il film mi rimase comunque impresso, tanto che qualche anno dopo, in occasione di un passaggio televisivo, lo registrai. In quell’operazione misi tanta cura che finii sbeffeggiato da moglie e figlia quando seppero che avevo registrato un film intitolato Baciami stupido! Mi rifeci qualche anno dopo quando un giornale pubblicò che un famoso regista lo aveva classificato tra i primi dieci film in assoluto.

Nella preparazione alla scrittura di questo post ho scoperto due “chicche” interessanti. La prima è che il film è tratto da una commedia di Anna Bonacci ( L'ora della fantasia del 1944). Chi era costei?
La commedia era già stata portata sullo schermo in Moglie per una notte (1952), una delle cose migliori dell’ultimo Camerini.
La seconda è che la National Legion of Decency all’epoca (volevo ben dire!) è saltata addosso al regista per il doppio adulterio che viene consumato nel film, tanto che a uso delle sale americane è stata girata una scena sostitutiva: la brava moglie non si concede al cantante e l’intera vicenda perde ogni significato. Ah, questi americani!
Ehi! Ma noi all’epoca non avevamo una Commissione di Censura?

giovedì 30 agosto 2007

Omaggio a Billy Wilder

Solimano
Brianzolitudine mi ha segnalato due sonetti di omaggio a Billy Wilder pubblicati ieri da Mullah-Nasrudin. Non ho mai visto il film "The lost week-end", ma "The apartment" lo conosco bene e l'ho rivisto di recente: Mullah descrive con molta esattezza la situazione di Miss Fran Kubelik (Shirley McLaine) in un punto drammatico del film. Riporto qui i due sonetti, che mi sono veramente piaciuti e ringrazio Brian e Mullah. A buon rendere.


Omaggio a Billy Wilder

I Giorni Perduti

Mi chiamo Mario, e sono un alcolista,
ho incominciato a bere per amore,
perchè l'avevo perso, e dal timore
che da quel giorno non l'avrei rivista.

Seguivo la carriera da pianista
ma smisi nel delirio del tremore:
bevevo di nascosto ogni liquore
pensarci ancora adesso mi rattrista.

Quando provai a smettere da solo
vidi formiche, insetti e scarafaggi
a zampettarmi addosso, e sulle mani:

adesso ne son fuori, e mi consolo
di non annoverarmi tra gli ostaggi
del male oscuro, piaga degli umani.

Ispirato a “The lost week-end”, 1945


Da Sola (Fran)

Da sola in questa casa di nessuno
con te che sei uscito da mezz'ora
tornando dai tuoi figli, e mi divora
l'angoscia di pensarti con qualcuno:

il nostro stare insieme è inopportuno,
lo so da sempre, e adesso più di allora,
la vedo, sai, tua moglie, che assapora
la cena di Natale, e io a digiuno.

Per farmi compagnia ascolto il disco
col jazz di quel locale fuorimano,
regalo accolto senza una parola:

me l'hai lasciato, e ancora non capisco
se nutro una speranza, oppur se è vano
cercare un senso all'esser qui da sola.

Ispirato a una scena di “The Apartment”, 1960

giovedì 23 agosto 2007

Le coppie nel cinema: L'appartamento

Solimano
Il rapporto fra C.C. 'Bud' Baxter (Jack Lemmon) e Fran Kubelik (Shirley McLaine) è scandito da una serie di oggetti, ma andiamo con ordine, ogni oggetto ha il suo momento per apparire, nel bene e nel male. Nel 1960 entrambi lavorano presso la sede centrale di una società di assicurazione: una cosa in grande, ci sono più di trentamila persone. Però, i dirigenti si ricordano di dire spesso: "Siamo come una grande famiglia".
Baxter è un impiegato fra i tanti: sollecita telefonicamente il rinnovo delle polizze scadute come altre centinaia di impiegati con le scrivanie in fila e a fianco in un enorme stanzone (oggi queste cose le chiamano open space).
Kubelik è una delle ragazze dell'ascensore, tutto il giorno su e giù fra un piano e l'altro. Lavora in divisa, il che vuol dire che è più in basso rispetto alle impiegate ed alle segretarie. Ogni tanto si incrociano, sempre sull'ascensore, si trovano reciprocicamente gentili e simpatici, lui con un di più di trasporto.
Baxter ha trovato, un po' per caso un po' perché l'ha cercata, una via singolare per farsi benvolere in azienda: presta il suo appartamento da scapolo per qualche ora ad alcuni dirigenti quando debbono incontrarsi con qualche ragazza generalmente giovane, sono piccoli adulteri senza rischi. Baxter si è dovuto organizzare: sul calendarietto che ha sulla scrivania segna gli appuntamenti, combina gli spostamenti d'orario, poi c'è anche il giro della chiave, primo oggetto, che a cose fatte viene lasciata dai dirigenti sotto lo stoino.

Un giorno Baxter viene chiamato da un dirigente al personale, Jeff D. Sheldrake (Fred Mac Murray), più importante degli altri dirigenti del suo giro, che prima gli dice chiaramente che sa quello che sta combinando, poi, quando lo vede spaurito, gli chiede di dare la chiave di casa a lui per quella sera stessa. Però è generoso, gli offre due biglietti (secondo oggetto) per una commedia musicale. Baxter abbozza e sembra mettersi bene per lui, perché incrocia miss Kubelik finalmente fuori dall'ascensore, e riesce, sia pure a fatica, ad ottenere un appuntamento con lei davanti al teatro. Miss Kubelik non sembrava convinta, perché ha un altro impegno, ma alla fine promette che ci sarà. Baxter aspetterà fra la gente che entra l'arrivo di miss Kubelik, alla fine resterà da solo ad aspettare, tutti sono già entrati. Fossi in lui, sarei entrato per lo spettacolo, perso per perso quattro risate me le facevo, ma in quelle situazioni generalmente uno cammina per ore rognando dentro di sé.
Tornerà a notte, come d'accordo con Sheldrake, e gli toccherà sistemare l'appartamento, come sempre, e troverà uno specchietto da donna, di quelli con la custodia, ma lo specchio è incrinato. Il giorno dopo consegna lo specchietto (terzo oggetto) a Sheldrake e finisce lì. Con miss Kubelik c'è rimasto male, ma non si fa vivo con lei, sa che si deve fare così, volenti o nolenti. Passa qualche mese. Il giorno prima di Natale, in azienda - che è sempre una grande famiglia - si fa festa, ballano anche in ufficio, ci sono persino delle coppie che si baciano, Baxter poi è su di giri, ha appena ottenuto la promozione ed avrà un ufficio per conto suo, e incontra casualmente miss Kubelik, e chiacchierano molto amichevolmente, a lui miss Kubelik piace molto, e la invita nel suo ufficio nuovo di pacca per parlare tranquilli.
Miss Kubelik non ha l'aria molto allegra, quel giorno, però l'ascolta volentieri, e proprio quando lui si mette in testa la bombetta da dirigente per chiederle come sta, tira fuori lo specchietto per guardarsi e lui vede lo specchio incrinato. Capisce e patisce, perché proprio per quella sera ha dato la chiave a Sheldrake. Si mette a bere in un locale, rimorchia una donna sola, come è solo lui, e poi, molto sul tardi, torna a casa con la donna.
Solo che trova miss Kubelik priva di sensi perché ha preso i barbiturici che ha trovato nell'armadietto, ma si riesce a salvarla con la lavanda gastrica. Sheldrake è sposato ed ha due figli, quella sera lei gli ha ragalato un disco con le loro canzoni, lui le ha messo in mano un biglietto da cento dollari (quarto oggetto), e lei, che è innamorata di Sheldrake - lo definisce un piglione - non ce l'ha fatta più ad essere presa in giro, ad essere usata il lunedì e il giovedì.
Il punto è che Baxter, malgrado ce l'abbia su - e vorrei vedere di no - è innamorato di miss Kubelik, e la frase che si rigirano è: "Perché una persona ama un'altra persona?" Ah, saperlo! Il dottore che ha curato miss Kubelik, dice con un po' di sprezzo a Baxter che nella vita si può, malgrado tutto, scegliere di essere un essere umano (lo dice in tedesco che ha ancora più peso) e Baxter decide di essere un essere umano, e ci si attiene, perché nella parte che ha scelto prima ora ci si sente a disagio.
Intanto la segretaria delusa di Sheldrake ha fatto la spia alla moglie e sembra che ci sarà il divorzio, tutto va bene a miss Kubelik, che la sera dell'ultimo dell'anno si trova in un locale a cena con Sheldrake, che le dice che quella sera dovranno andare fino ad Atlantic City perché quel coglione di Baxter si è rifiutato di dargli la chiave - ha fatto finta di dargliela, gli ha dato invece quella della toilette dei dirigenti, un prezioso status symbol - e ha detto che non gliela darebbe per nessuna donna, "men che meno per miss Kubelik" e se ne è andato dall'azienda. Proprio un coglione, l'avevano appena fatto dirigente!
Miss Kubelik ascolta molto attenta, poi Sheldrake si volta verso l'orchestra e la gente che balla per pochi secondi.Quando si rigira, ha di fronte una sedia vuota: miss Kubelik, vestita da signora, non da ragazza dell'ascensore, sta correndo dal signor Baxter, fa di corsa le scale, suona il campanello e sente un botto, ha paura, perché sa che lui ha una pistola (quinto oggetto), pensa al gesto insano, ma lui apre la porta: aveva appena stappato una bottiglia di champagne (sesto oggetto) per brindare da solo, ma da essere umano.
Cha farci? Si siedono, lei vuole che giochino a carte, lui dice che l'ama, lei dice che prima giochino poi gli risponderà e il film finisce, credo di aver capito che miss Kubelik dirà al signor Baxter che anche lei l'ama.
P.S. Nella vita reale difficilmente sarebbe finita così, però non si sa mai, ogni tanto capita di incontrare qualche essere umano.

Billy Wilder con Shirley McLaine e Jack Lemmon

venerdì 13 luglio 2007

Asso nella manica

Ace in the Hole di Billy Wilder (1951) Sceneggiatura di Victor Desny, Walter Newman, Lesser Samuels, Billy Wilder Con Con Kirk Douglas, Jan Sterling, Robert Arthur, Porter Hall, Frank Cady, Richard Benedict, Ray Teal Musica: Hugo Friedhofer Fotografia: Charles Lang (111 minuti) Rating IMDb: 8.3
Lodes
Nel giugno del 1981 ero in vacanza in Calabria ed ebbi modo di seguire alla radio la tragedia di Vermicino, dove il piccolo Alfredino era caduto dentro un pozzo. Anche senza tv capii subito che stava accadendo qualcosa di assolutamente nuovo. Passavano le ore e cresceva la consapevolezza che si stava montando un circo mediatico.. Prima i numerosi collegamenti, poi la diretta. La tv in particolare usciva dalla fase pionieristica per farsi “media” capace di “rappresentare la realtà e di fare notizia” per il solo fatto di essere sul posto e di entrare nelle case dell’intero paese. S i può dire che il primo “reality” andò in onda proprio in quella occasione. Per me fu naturale ripensare ad un vecchio film che avevo visto da ragazzo e che mi aveva colpito. Parlo dell’”Asso nella Manica” di Billy Wilder (1951). Il film era una rappresentazione –anticipata- di una patologia dell’informazione, che ora stavo toccando con mano grazie alla tragedia di Alfredino. La storia del film è molto semplice e ricalca quella di Vernicino: un giornalista privo di scrupoli perde il posto ed è costretto a trasferirsi in provincia. Durante il viaggio apprende che un uomo è rimasto intrappolato da una frana in una vecchia miniera. Il suo fiuto da giornalista gli dice di andare a vedere. Trova l’uomo in buone condizioni che può essere salvato facilmente, ma il giornalista organizza i soccorsi in modo di allungare i tempi per poter creare la notizia. Ecco che una semplice notizia di cronaca che si sarebbe esaurita in un piccolo trafiletto sui giornali locali diventa la “notizia” che il giornalista monta senza alcun scrupolo: l’evento mediatico si trasforma in un vero e proprio circo. Wilder è spietato nel descrivere l’ambiente giornalistico che recupera immediatamente il giornalista in disgrazia. Alla fine però l’uomo, causa il ritardo orchestrato dal giornalista, morirà e il circo sarà rapidamente smontato pronto per essere rimontato attorno ad un altro evento. La storia di Alfredino non fu molto diversa, ma quello che interessa è che fu proprio allora che iniziò quel giornalismo cinico e privo di scrupoli, che non arretra di fronte al dolore, al rispetto della dignità delle persone. L’Italia dell’ottantuno era ancora dentro agli anni di piombo, l’ascesa di Craxi porta nel paese l’idea del superamento delle ideologie. Si apre la strada al ritorno al privato. L’effimero diventa un valore che investe anche la politica. E l’informazione sembra cogliere al volo la possibilità di occuparsi di una cronaca che non siano gli omicidi, le stragi, le deviazioni di pezzi di apparati dello stato. Dunque compare anche in Italia Charles "Chuck" Tatum (Kirk Douglas) e il circo è montato. Certo l’informazione americana è cosa ben diversa da quella italiana, ma anche negli USA dovrà passare oltre un decennio prima di arrivare al Watergate, cioè ad un giornalismo capace di “controllare”, di fare il proprio dovere. Tuttavia che il cinema USA, negli cinquanta, riesca a fare film come questo, ci dice che il clima generale era favorevole, appunto, alla crescita di un giornalismo che si interroga sulle questioni morali che riguardano chi è chiamato a questo delicato mestiere. L’indipendenza, la verità delle notizie, la certezza delle fonti, le verifiche necessarie prima della pubblicazione, la coerenza rispetto ai valori deontologici: sono questioni che pongono domande molto serie che, probabilmente, non hanno una risposta valida per sempre. E nel bel paese? Il giornalismo (della carta stampata e della TV) degli ottanta è ingessata com’è ingessato il sistema politico. A parte alcuni casi meritori di giornalismo di inchiesta e denuncia, la stampa italiana non si accorge di nulla. Nulla di ciò che sta vivendo il paese. Troppo impegnata in equilibrismi per non scontentare i potenti a cui è legata a doppio filo. L’Italia degli anni ottanta è quella della spesa pubblica e dell’accumulo del più grande debito pubblico del mondo, di una corruzione diffusa che non ha paragoni e il giornalismo non si accorge di nulla, non vede il paese reale, perché è impegnato a guardare altrove, sempre più proiettato verso questo modello di informazione: quella appunto di Vernicino. Solo negli anni novanta il giornalismo fu costretto ad occuparsi di tangentopoli: non potendo farne a meno si buttarono come belve per sbranare tutto e tutti. Non interessava la “notizia”, i “fatti”, interessava di sbattere i mostri in prima pagina. Come non contava nulla la sorte del povero Alfredino. Contava, invece, scavare per dare notizie che tali non sono: allora gli esperti che dicono solo ovvietà, i preti, perché un prete ci deve sempre essere, il dolore dei famigliari perché si vuole soddisfare il gusto orrido di una minoranza del pubblico, la retorica usata a piene mani. Insomma Vernicino fu l’inizio di quella TV (spazzatura) che dilagò successivamente nelle case degli italiani.
Charles "Chuck" Tatum (Kirk Douglas) diventa dunque italiano. Leo Minosa nella miniera del Nuovo Messico e il povero Alfredino dentro al pozzo di Vernicino sono le vittime inconsapevoli di una informazione che non guarda alla notizia, ma al modo di creare “interesse” attorno ad una notizia che non è tale.
Per concludere un grande Billy Wilder che si misura con temi “impegnati” che poi abbandonerà. Proprio un grande regista!