Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Piccioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Piccioni. Mostra tutti i post

sabato 19 aprile 2008

La vita che vorrei

La vita che vorrei, di Giuseppe Piccioni (2004) Sceneggiatura di Linda Ferri, Giuseppe Piccioni, Gualtiero Rosella Con Luigi Lo Cascio, Sandra Ceccarelli, Galatea Ranzi, Fabio Camilli, Antonino Bruschetta, Camilla Filippi, Paolo Sassanelli, Roberto Citran, Gea Lionello, Sasa Vulicevic, Sonia Gessner Musica: Michele Fedrigotti, Fotografia: Arnaldo Catinari (125 minuti) Rating IMDb: 6.9
Solimano
L'immagine chiave del film è quella che metto sopra il post. Si sta facendo un provino per un film in costume il cui titolo sarà "La vita che vorrei", una storia un po' come La signora delle camelie. L'attore è Stefano (Luigi Lo Cascio), che è noto, ha raggiunto un relativo successo. L'attrice è Laura (Sandra Ceccarelli), che è alle prime armi anche se ha già trent'anni. E' arrivata al provino con un'ora di ritardo, rischiando di perdere l'opportunità che si sta giocando adesso.
I due sono seduti fianco a fianco con davanti il testo da cui leggono; il regista e l'operatore sono dall'altra parte del tavolo. D'un tratto, Laura prende la mano di Stefano, che guarda meravigliato non lei, ma le mani intrecciate. E la recitazione prosegue, probabilmente è proprio questo gesto istintuale che convince il regista a dare la parte a Laura, mentre sembrava quasi scontato che la parte andasse a Chiara (Galatea Ranzi), un'attrice già nota e buona amica di Stefano.


L'interpretazione di questo accidente -felice per Laura- parrebbe semplice: la vita reale che invade la vita fittizia, a parte che qualche cinico direbbe che la sconosciuta Laura col suo gesto cerca di comprarsi il noto Stefano per farselo amico.
Ma le cose non stanno così, c'è dell'altro, ed è qui la novità vera del film, che quasi tutti i critici hanno confrontato con i film del cinema sul cinema, fra cui ci sono film importanti, cito solo Effetto Notte di Truffaut e La donna del tenente francese di Reisz. Perché la domanda sottesa alla struttura del film è: ma è proprio autentica, questa scissione fra vita vera e vita fittizia?


Faccio l'esempio di due giochi di società, che trovo assai belli, con un solo importante difetto: li si può giocare una volta sola.
Il primo è il gioco degli animali.
Supponiamo che uno di voi sia il conduttore del gioco, e che ci siano dieci persone presenti: "Dite che animale vorreste essere e perché". Ognuno dice il suo animale ed il suo perché. Finito il giro, il conduttore fa: "Dite il secondo animale che vorreste essere e perché". Qualcuno fa uffa! ma si rassegnano e dicono gli animali ed i perché. A questo punto: "Dite il terzo -e ultimo- animale e perché". Qui non protestano più, fanno fatica, a tirar fuori 'sto terzo animale.
Finito il giro, tutti guardano con odio il conduttore ed uno gli fa: "E mo'?". E il conduttore si rizza quasi fosse Mosè con le tavole della legge e dice: "Il primo animale è come vi vedono gli altri, il secondo è come vi vedete voi, il terzo è come siete veramente". Beh, vi assicuro che non c'è bisogno di strutturare il pomeriggio: vanno avanti per ore a ricamarci, sui tre animali di ciascuno.

Il secondo è il gioco della manìa.
Qui c'è uno che viene mandato fuori e che deve aspettare che gli altri si mettano d'accordo. Poi lo si chiama, ed uno del gruppo gli dice: "Noi siamo tutti affetti dall'identica manìa. Tu fai le domande che vuoi ad ognuno di noi, e noi risponderemo condizionati dalla nostra manìa, ma risponderemo. Tu devi indovinare di che manìa si tratta". E il poveretto comincia a fare delle domande, e la cosa va avanti, molte risposte sono precisissime, altre vaghe, ogni tanto nel gruppo -chissà perché- ridono. Se il gruppo è affiatato si può tenere sotto scacco il poveretto per due ore, ma in genere qualcuno si impietosisce e la menata finisce prima: la manìa è che ognuno risponde come risponderebbe secondo lui quello -o quella, è bene alternare- seduto alla sua destra. Semplicissimo, ma quanta roba viene fuori! Di ogni genere.
Si comprende benissimo che questi due giochi si possono fare solo una volta, perché l'ingenuità è indispensabile.

Che c'entra, col film? C'entra, perché la vita reale è una recita conscia o inconscia di un copione prefissato e che raramente si modifica. A questo punto, il confine fra vita reale e vita fittizia cade, e sembra addirittura che in certi momenti del film in costume "La vita che vorrei" ci sia più verità che nella vita reale dei singoli attori. Delle attrici soprattutto, perché Piccioni privilegia le attrici, a partire da Sandra Ceccarelli.
Nihil sub sole novi, anche se a questa cosa, del copione non scritto che ognuno di noi si assegna - o che gli è stato assegnato magari da un destino cinico e baro- non ci si bada perché si è troppo immedesimati nella recita. Il che non vuol dire che occorre chiamarsi fuori -sarebbe comunque impossibile- ma alternare disattaccamento ed identificazione, identificazione e disattaccamento. Se lo si fa, finisce che si recita meglio, gli spettatori -e le spettatrici- al cui giudizio teniamo sono più contenti di noi.
Un esempio convincente è proprio la rete. Tutti a confrontare la vita reale con la fittizia vita virtuale, ma se ci si pensa un momento, ci si accorge che in rete diciamo cose che nella vita reale non diremmo -né magari penseremmo- mai. Perché nella vita reale, il copione è usurato dall'uso e dall'abitudine, le pagine sono stropicciate e ci sono tanti rumori fuori scena. Vista sotto quest'ottica, la passionaccia che hanno i teatranti per il loro spesso mal pagato mestiere, appare non come protuberante -e debole- manifestazione di narcisismo, ma come l'irrompere della verità, che è nell'accettazione della recita individua del proprio copione. Ci sono anche i suggeritori... non stanno nella buca, ma sui pulpiti o in TV, e ci fanno recitare il loro copione facendoci credere che sia il nostro.

Il film racconta il va e vieni dell'amore fra Laura e Stefano, che è anche quello fra Federico e Leonora, i personaggi del film che si sta girando nel film. Quindi la cesura fra realtà e rappresentazione viene a cadere, e provate un momento, sulla base di questi presupposti, ad immaginare di iterare il gioco, inserendo anche quello che succedeva realmente (?) sul set, mantre si girava il film di cui sto parlando. E così via, in un gioco senza fine, perché tale è.
Non è un caso che il personaggio più chiaro (nella sua cronica sordidezza) è Raffaele (Fabio Camilli) che è all'inizio l'amante non amato di Laura, che lo prende e si fa prendere per autolesionismo, solitudine, debolezza, per sfiga comune, in fondo. Questa situazione sta sfuggendo dalle mani di Raffaele, che ricorre a tutti i mezzucci -comprese le bassezze- pur di tenersela non dico stretta ma almeno quasi legata. Fino a non svegliarla il giorno che lei ha il provino decisivo: meglio sfigata con lui che realizzata con altri. La chiarezza del personaggio di Raffaele, come di quelli del regista e degli altri personaggi collaterali, nasce dal fatto che non hanno il ruolo scenico in cui esprimere anche quello che nella vita reale (?) non esprimono. A cui si aggiunge un'altra variante, che è un altro gioco senza fine: che il copione non è uno solo, ma è personalizzato a seconda della persona che ci sta di fronte.

Così, il sesso di sfogo, che Stefano pratica ogni tanto con amiche occasionali, e che si autosvela nella gran voglia che lui ha dopo, che queste se ne vadano da casa sua, diventa un'altra cosa con Laura: i due ridono insieme anche facendo l'amore. Entrambi hanno a che fare coll'inevitabile cinismo di un mondo in cui star fermi vuol dire andare indietro, e quindi è necessario accettare la ripetitività dei telefilm, nel caso di Stefano, o il voler piacere a chi sta sopra e può decidere della carriera, nel caso di Laura, che è al tempo stesso autolesionista ed ambiziosa.
Ricordiamo anche che un potente sistema di controllo -lo si ricerca sempre negandolo- in campo amoroso, è che la libertà dell'altra persona si fermi ai paletti che decidi tu, non a quelli che decide lei. Per cui, Stefano ha ragione a dire a Laura che più che una attrice è una simulatrice, il che è solo un modo un po' più sofisticato e politicamente corretto di quello che fa Raffaele, che cerca di ristabilire i paletti ormai abbattuti, e quando si accorge che non ce la fa, cerca di danneggiare Laura pubblicamente. Il tema del difficile ma necessario rapporto fra amore e potere è da anni trattato in molti film, ma spesso in modo schematico, inquadrato, con suddivisione di ambiti. Qui, il gioco è mischiato, come è nella normalità, che non si vorrebbe accettare, fingendo che le cose stiano diversamente.

Nel finale del film compare, inaspettatamente, un altro personaggio: il neonato figlio di Laura e di Stefano, che per mesi non ha saputo della gravidanza di Laura che era volutamente sparita. A parte il fatto che è un tema caro a Piccioni, ci sono almeno altri due suoi film in cui il tema dei figli è centrale, qui è trattato sul filo d'equilibrio, perché la caduta nel sentimentalismo del tutto s'aggiusta era quasi inevitabile. Quindi il film ha un finale aperto, perché i copioni non finiscono mai... Stefano e Laura se la giocheranno, come ognuno di noi, che lo voglia o no, deve fare ogni giorno. Il punto non è farlo o non farlo, il punto è la consapevolezza del gioco che si sta giocando. Il pregio fondamentale del film è nel riuscire a mostrare la transitorietà dei pensieri e dei sentimenti senza denigrare, moralizzare, intristire. La mostra, correttamente, come condizione ineliminabile, stato permanente proprio perché sempre transiente, un gran bel paradosso, se, e solo se, si smette di ricercare una sicurezza che non esiste. E se ci fosse, sai la noia! Artefice prima è Sandra Ceccarelli, attrice mirabile, capace con naturalezza studiosa di esprimere la transitorietà: le basta uno sguardo, un modo, un gesto, e ti accorgi del posto nuovo dove ti ha portato prima che dica una parola.

sabato 14 aprile 2007

Cuori al verde

Cuori al verde di Giuseppe Piccioni (1996) Con Gene Gnocchi, Margherita Buy, Giulio Scarpati Musica: Daniele Silvestri Fotografia: Camillo Bazzoni (103 minuti) Rating IMDb: 6.1
Solimano
A volte sono malizioso. E' una eredità dell'aver fatto per anni il rappresentante commerciale, il mestiere delle vendite è un po' come il mestiere delle armi lievemente sublimato e per fortuna reso un po' ridicolo. La malizia ci deve stare, se è affettuosa è meglio: cresce l'empatia col cliente e si firmano più contratti. Poi si passa ad altri lavori ma la malizia resta, fra l'altro in rete guai se non ci fosse. Per cui, riguardo questo film, ho fatto un giochino con Google: sono andato a vedere gli abbinamenti del titolo del film con la parola "esile" e con la parola "agrodolce". Come prevedevo, le ho trovate, le critiche amichevoli e riduttive che tacciano Cuori al verde di esile e di agrodolce. Potrei prendermela perché questo film è un mio amico, ma preferisco capire cosa c'è dietro a questi due aggettivi. Esile vorrebbe dire superficiale, ben che vada un fiore senza gambo, per me vuol dire un'altra cosa: che si tratta di un film fatto con quattro soldi. Tutti esili quindi, i film italiani degli ultimi dieci anni, stretti fra la TV e l'invasione delle multisale, speranzosi nei contributi del ministero o della RAI, c'è sempre da darsi da fare per ottenere che i quattro soldi diventino otto. Ma la Lucia di Margherita Buy è tutt'altro che esile: fa la cameriera, innamorata di una boccia persa di cantante che non solo la lascia, ma le ripulisce il conto in banca, e Lucia non batte per strada, ma va a letto a pagamento tramite un giro di indirizzi, le capitano uomini grossi e grossolani, lei timbra il cartellino del mestiere che le consente di essere rispettata in banca. Altro che esile! Pretty Woman è esile, col suo budget miliardario e il sentimentalismo del filo interdentale fra Richard Gere e Julia Roberts. La nostra Lucia invece, quando esce dalla camera del grassone di turno ha la faccia di una che non ha gradito per niente, a parte il fastidioso scompiglio del trucco e dei vestiti. E lo Stefano di Giulio Scarpati, laureato in filosofia, senza lavoro e senza una lira, mollato per di più dalla morosa, tenta il suicidio, ma lo salva malvolentieri Giulio sul camion attrezzato di idraulico a cui il suo mestiere piace. Gene Gnocchi fa Giulio, la faccia da idraulico c'è tutta, a fare il comico forse ha sbagliato carriera. Però anche Giulio ha i suoi problemi: un divorzio, una figlia adolescente da cui non è amato come vorrebbe, una morosa, Martina, assai più giovane di lui e che ha conoscenze acculturate, quindi rischia di snobbare l'idraulico che si ritrova. Un giorno Giulio va a riparare i sanitari di Lucia portandosi dietro Stefano inteso come magutt, metodo ottimo per non pensare più al suicidio. Stefano si prende di Lucia ignorandone l'attività, Lucia un po' lo sprezza un po' si affeziona, alla fine l'amore trionfa, anche se a Lucia dispiace rimetterci la bella rendita che si era costruita pazientemente. Anche Martina capisce che Giulio va bene per lei, è meglio dello squallore dell'acculturato, non solo, Giulio, uomo buono oltre che idraulico provetto prende atto che la figlia adolescente lo ama: i cuori non sono più al verde. Rimane la storia dell'agrodolce: bene, benissimo che ci sia l'agrodolce. Guai se no, cosa vorremmo, solo il dolce o solo l'agro? La vita, intesa come rapporto con sé e con le persone, è agrodolce ogni giorno, le persone sono altre da noi, con loro non si finisce mai di incontrarsi/scontrarsi, il giorno che finisce non c'è l'happy end, c'è - semplicemente - la fine del rapporto: non si ha più niente da dire proprio perché ci si è accettati nel totale trascurando i dettagli, che però non sono gli addendi di un totale. I cuori al verde esistono, Giuseppe Piccioni ha trovato una storia verosimile per mostrarceli, non per strappare qualche sorridente ghignetto alla nostra fittizia superiorità morale. Tutto qui: accorgersi del disagio diffuso ci fa solo bene perché ne facciamo parte, guai a chiamarci fuori.