Kingdom of Heaven, di Ridley Scott (2005) Sceneggiatura di William Monahan Con Orlando Bloom, Eva Green, Liam Neeson, Marton Ksokas, Brendan Gleeson, Jeremy Irons, Edward Norton, Ghassan Massoud, Giannina Facio, Alexander Siddig Musica: Harry Gregson-Williams, Luis Delgado, Graeme Revell, Johann Sebastian Bach ("Jesu Meine Freude") Fotografia: John Mathieson (145 minuti) Rating IMDb: 7.0
Solimano"E, solo in parte, vidi il Saladino."
Così
Dante, con rispetto, nel Canto IV dell'Inferno mette il
Saladino nel Limbo, in cui mette altri due musulmani,
Averroè e
Avicenna, anche se il tempo delle crociate non era passato del tutto: la città di
Acri, l'ultimo avamposto, era caduta nelle mani dei musulmani nel
1291, quando Dante aveva 25 anni. Ma le crociate, di cui si discute il numero: sette, otto o nove, non furono solo contro i musulmani, ci fu la crociata contro gli albigesi e quella contro gli hussiti. La guerra dei trent'anni fu anche una guerra di religione fra protestanti e cattolici. Ci furono, oltre alle crociate dei re e dei cavalieri, le crociate dei pezzenti e dei bambini. Il motivo era naturalmente sempre lo stesso: "Dio lo vuole!".

Mi ha fatto piacere, guardando il bel filmaccione di
Ridley Scott, che nella sceneggiatura si torni spesso su un tema che mi è caro: perché litigare per delle vecchie mura, che spesso non si sa bene chi le ha veramente costruite e chi ci ha vissuto. I tre monoteismi, le cosiddette religioni del libro, hanno dato il peggio di sé, ognuno a suo modo, e non si intravede la fine della bimillenaria diatriba. Si parla di Occidente e Oriente, ma qui si tratta di parenti, parenti-serpenti. L'Oriente veramente
altro da noi (compreso il monoteismo) è rappresentato dalle grandi culture dell'
India e della
Cina, difatti facciamo molta fatica a capirle, quelle culture, mentre fra di noi ci si capisce fin troppo. Dai
monoteismi, come corollari da teorema, sono poi scaturiti i
monoateismi dell'Ottocento e del Novecento, sempre basati sul fatto che gli altri debbono essere o sottomessi o distrutti.

Mi è invece spiaciuto che il
Saladino (
Ghassan Massoud), quando si accorda con
Balian de Ibelin (
Orlando Bloom), prima risponda che per lui Gerusalemme è
nulla, poi si volti e dica che Gerusalemme è
tutto. La prima risposta è quella che conta, ma Ridley Scott aveva già condotto il film in modo più laico delle mie attese. Credevo che risolvesse l'inghippo facendo appello ai migliori delle grandi religioni perché tenessero a freno le teste calde e gli ottusi, ma fa di più: Balian de Ibelin difende Gerusalemme per difendere sé e tutti quelli che ci vivono uomini, donne, bambini, che non aspirano ad un paradiso ma a vivere decentemente
hic et nunc.

E' spassosa la fine del film. Balian ha ceduto Gerusalemme salvando però le persone, e il re di Inghilterra
Riccardo Cuor di Leone arriva per fare anche lui la sua crociata - con i consueti slogan - fanno due chiacchiere, poi Balian torna ad accudire il posto dove vivrà con la sua donna, l' ex-regina
Sibylla (
Eva Green), ben contenta di essersi chiamata fuori da 'sto regno del piffero per vivere la vita con Balian, il maniscalco divenuto cavaliere.
E' un progresso, che si facciano film del genere, in cui non ci sono i buoni da una parte ed i cattivi dall'altra, è un progresso non dal punto di vista storico perché i nostri lontani antenati ci credevano, a quegli slogan, difatti
Federico II, che condusse felicemente la Quinta crociata fu nominato "Anticristo", perché si era accordato con i musulmani evitando spargimento di sangue. E' un progresso perché questa rogna bimillenaria c'è ancora, e chi dice le parole più pacifiche ha alle spalle storie di secoli in cui i suoi hanno fomentato, sempre con il "Io sono il Signore Dio tuo. Non avrai altro Dio fuori di me".

Nel film ci sono storie personali di fantasia, ma si rispetta il filo degli avvenimenti:
Rinaldo di Chatillon (
Brendan Gleason) e
Guido da Lusignano (
Marton Csokas) sono realmente esistiti, ed hanno condotto una battaglia già persa in partenza col Saladino, che poco dopo averli sconfitti conquistò Gerusalemme. La chiamano la sindrome di Custer, quello di Little Big Horn, ma c'è stato ben altro nella storia: Crasso contro i Parti, la Invincible Armada di Filippo II, Napoleone e poi Hitler contro la Russia, sempre un
cupio dissolvi che costa la vita a decine di migliaia di persone.
Scott mostra questo esercito condotto da sciocchi crudeli, in cui gli uomini cadono sfiniti dalla sete e dalle febbri ancor prima di incontrare il nemico. Di battaglia ne ho viste tante al cinema, con gli ammazzamenti, i cavalli che si impennano, le spade insanguinate, gli assedi ed i castelli. Qui sono battaglie vivaci ma ordinate, si capisce quello che succede.

Poi ci sono i luoghi, alcuni mi hanno felicemente sorpreso,
Avila e
Segovia in particolare, ma il più è stato girato in Marocco. Eva Green ha detto che il caldo del Marocco ha aiutato il film, rendendolo più sensuoso, mentre hanno patito il freddo della meseta spagnola, difatti il furbo Scott ne ha tenuto conto, inventando anche delle
mise invernali, c'è la Green con una folta pelliccia da cui sbuca appena col naso e gli occhi. Ma ho preferito gli occhi della Green dietro i fori della grata. Gli stessi occhi di sua mamma
Marlène Jobert, che alle Crociate non c'è mai andata, ma chi l'ha vista in quel film dal titolo più bello che lungo, "Nous ne vieillirons pas ensemble" se la ricorda di sicuro, nel blog c'è già, il regista è
Pialat. Impressionante, non la si dimentica, la presenza dell'intelligente re lebbroso
Baldovino IV (
Edward Norton), con la maschera d'argento sul viso, e memorabili i pochi secondi in cui compare Giannina Facio, la compagna di Ridley Scott, nella tragica parte della sorella del Saladino.