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lunedì 19 novembre 2007

Le crociate

Kingdom of Heaven, di Ridley Scott (2005) Sceneggiatura di William Monahan Con Orlando Bloom, Eva Green, Liam Neeson, Marton Ksokas, Brendan Gleeson, Jeremy Irons, Edward Norton, Ghassan Massoud, Giannina Facio, Alexander Siddig Musica: Harry Gregson-Williams, Luis Delgado, Graeme Revell, Johann Sebastian Bach ("Jesu Meine Freude") Fotografia: John Mathieson (145 minuti) Rating IMDb: 7.0
Solimano
"E, solo in parte, vidi il Saladino."
Così Dante, con rispetto, nel Canto IV dell'Inferno mette il Saladino nel Limbo, in cui mette altri due musulmani, Averroè e Avicenna, anche se il tempo delle crociate non era passato del tutto: la città di Acri, l'ultimo avamposto, era caduta nelle mani dei musulmani nel 1291, quando Dante aveva 25 anni. Ma le crociate, di cui si discute il numero: sette, otto o nove, non furono solo contro i musulmani, ci fu la crociata contro gli albigesi e quella contro gli hussiti. La guerra dei trent'anni fu anche una guerra di religione fra protestanti e cattolici. Ci furono, oltre alle crociate dei re e dei cavalieri, le crociate dei pezzenti e dei bambini. Il motivo era naturalmente sempre lo stesso: "Dio lo vuole!".

Mi ha fatto piacere, guardando il bel filmaccione di Ridley Scott, che nella sceneggiatura si torni spesso su un tema che mi è caro: perché litigare per delle vecchie mura, che spesso non si sa bene chi le ha veramente costruite e chi ci ha vissuto. I tre monoteismi, le cosiddette religioni del libro, hanno dato il peggio di sé, ognuno a suo modo, e non si intravede la fine della bimillenaria diatriba. Si parla di Occidente e Oriente, ma qui si tratta di parenti, parenti-serpenti. L'Oriente veramente altro da noi (compreso il monoteismo) è rappresentato dalle grandi culture dell'India e della Cina, difatti facciamo molta fatica a capirle, quelle culture, mentre fra di noi ci si capisce fin troppo. Dai monoteismi, come corollari da teorema, sono poi scaturiti i monoateismi dell'Ottocento e del Novecento, sempre basati sul fatto che gli altri debbono essere o sottomessi o distrutti.

Mi è invece spiaciuto che il Saladino (Ghassan Massoud), quando si accorda con Balian de Ibelin (Orlando Bloom), prima risponda che per lui Gerusalemme è nulla, poi si volti e dica che Gerusalemme è tutto. La prima risposta è quella che conta, ma Ridley Scott aveva già condotto il film in modo più laico delle mie attese. Credevo che risolvesse l'inghippo facendo appello ai migliori delle grandi religioni perché tenessero a freno le teste calde e gli ottusi, ma fa di più: Balian de Ibelin difende Gerusalemme per difendere sé e tutti quelli che ci vivono uomini, donne, bambini, che non aspirano ad un paradiso ma a vivere decentemente hic et nunc.

E' spassosa la fine del film. Balian ha ceduto Gerusalemme salvando però le persone, e il re di Inghilterra Riccardo Cuor di Leone arriva per fare anche lui la sua crociata - con i consueti slogan - fanno due chiacchiere, poi Balian torna ad accudire il posto dove vivrà con la sua donna, l' ex-regina Sibylla (Eva Green), ben contenta di essersi chiamata fuori da 'sto regno del piffero per vivere la vita con Balian, il maniscalco divenuto cavaliere.
E' un progresso, che si facciano film del genere, in cui non ci sono i buoni da una parte ed i cattivi dall'altra, è un progresso non dal punto di vista storico perché i nostri lontani antenati ci credevano, a quegli slogan, difatti Federico II, che condusse felicemente la Quinta crociata fu nominato "Anticristo", perché si era accordato con i musulmani evitando spargimento di sangue. E' un progresso perché questa rogna bimillenaria c'è ancora, e chi dice le parole più pacifiche ha alle spalle storie di secoli in cui i suoi hanno fomentato, sempre con il "Io sono il Signore Dio tuo. Non avrai altro Dio fuori di me".

Nel film ci sono storie personali di fantasia, ma si rispetta il filo degli avvenimenti: Rinaldo di Chatillon (Brendan Gleason) e Guido da Lusignano (Marton Csokas) sono realmente esistiti, ed hanno condotto una battaglia già persa in partenza col Saladino, che poco dopo averli sconfitti conquistò Gerusalemme. La chiamano la sindrome di Custer, quello di Little Big Horn, ma c'è stato ben altro nella storia: Crasso contro i Parti, la Invincible Armada di Filippo II, Napoleone e poi Hitler contro la Russia, sempre un cupio dissolvi che costa la vita a decine di migliaia di persone.
Scott mostra questo esercito condotto da sciocchi crudeli, in cui gli uomini cadono sfiniti dalla sete e dalle febbri ancor prima di incontrare il nemico. Di battaglia ne ho viste tante al cinema, con gli ammazzamenti, i cavalli che si impennano, le spade insanguinate, gli assedi ed i castelli. Qui sono battaglie vivaci ma ordinate, si capisce quello che succede.

Poi ci sono i luoghi, alcuni mi hanno felicemente sorpreso, Avila e Segovia in particolare, ma il più è stato girato in Marocco. Eva Green ha detto che il caldo del Marocco ha aiutato il film, rendendolo più sensuoso, mentre hanno patito il freddo della meseta spagnola, difatti il furbo Scott ne ha tenuto conto, inventando anche delle mise invernali, c'è la Green con una folta pelliccia da cui sbuca appena col naso e gli occhi. Ma ho preferito gli occhi della Green dietro i fori della grata. Gli stessi occhi di sua mamma Marlène Jobert, che alle Crociate non c'è mai andata, ma chi l'ha vista in quel film dal titolo più bello che lungo, "Nous ne vieillirons pas ensemble" se la ricorda di sicuro, nel blog c'è già, il regista è Pialat. Impressionante, non la si dimentica, la presenza dell'intelligente re lebbroso Baldovino IV (Edward Norton), con la maschera d'argento sul viso, e memorabili i pochi secondi in cui compare Giannina Facio, la compagna di Ridley Scott, nella tragica parte della sorella del Saladino.

martedì 7 agosto 2007

I duellanti

The duellists di Ridley Scott (1977) Dal racconto di Joseph Conrad, Sceneggiatura di Gerald Vaughan-Hughes Con Keith Carradine, Harvey Keitel, Albert Finney, Edward Fox, Cristina Raines, Robert Stephens, Diana Quick, Jenny Runacre Musica: Howard Blake Fotografia: Frank Tidy (100 minuti) Rating IMDb: 7.4
Solimano
In un periodo abbastanza breve lessi tutto il volumone Mursia con i racconti ed i romanzi brevi di Joseph Conrad. E non mi contentai, toccò anche ad alcuni romanzi lunghi, in particolare Nostromo e Chance, che ritengo imperfetti ma del tutto coinvolgenti. Per forza di cose, il racconto Il duello non mi colpì molto, letto così a breve distanza da capolavori come La linea d'ombra e Cuore di tenebra. E' un racconto anomalo fra quelli che scrisse Conrad, ma non si dimentica la trama singolare di due ufficiali napoleonici che continuano a sfidarsi a duello per quindici anni.
Il film di Ridley l'ho visto due volte, la prima non sapendo nulla del regista (per forza, era il suo primo film) la seconda dopo aver visto Alien e soprattutto Blade Runner. La seconda volta sapevo di più, ed ero più attento. C'è poco da fare, la scelta dei duellanti è perfetta, due caratteri così diversi come D'Hubert (Keith Carradine) e Feraud (Harvey Keitel) non si potevano trovare, e ci giocava un po' l'etnologia: D'Hubert è un settentrionale, Feraud un meridionale. Quello che impedisce fortunatamente al film di diventare un bel cappa e spada è che i duellanti non sono due, è solo Feraud che vuole continuamente riprendere il duello interrotto, D'Hubert non ne ha nessuna voglia, perché non ne capisce il motivo, ma non può sottrarsi per questioni d'onore.

Ma a parte la storia, narrata con somma vivacità, è l'aspetto visivo del film che colpisce. Si fa presto a dire bei paesaggi, ma Ridley Scott nei suoi paesaggi mette atmosfera, aria, acqua. Si sente sulla pelle il freddo delle ore di prima mattina (le ore dei duellanti), si sente l'umidità dei prati impregnati d'acqua e si cammina sulle foglie d'autunno nei sentieri in mezzo ai boschi. Il tutto con luci singolari e con colori cangianti a seconda del tempo atmosferico.
Compresi successivamente che Ridley Scott, per il mestiere di pubblicitario a lungo esercitato, i trucchi li sapeva tutti. Trucchi in senso positivo. E diventano paesaggi anche i personaggi, con gli abbigliamenti elegantissimi, i cappelli da ussaro che non finiscono più, le treccioline ai capelli non so se inventate da Scott o praticate dagli ufficiali napoleonici.
Ci sono anche le donne, una in specie, Adele (Cristina Raines), l'amante di D'Hubert, ma un po' sono tollerate un po' comandate. E' un mondo di uomini che vivono con entusiasmo l'epopea napoleonica, salvo poi accorgersi che sta finendo in mezzo alle nevi russe.
Giustamente Scott nei duelli privilegia la brutalità rispetto all'eleganza, questi non sono spadaccini, Feraud vuole uccidere D'Hubert che a sua volta non vuole essere ucciso. Una bellezza vera ma un po' esteriore, salvo nel finale del film, in cui Scott dimostrò di non essere solo un geniale macchinista.
Tutto infatti è finito, Napoleone è a Sant'Elena, e i due fanno le loro scelte: D'Hubert sceglie la monarchia e un matrimonio combinato ma anche amoroso, Feraud da matto ostinato quale è sempre stato, sceglie la fedeltà all'imperatore, a rischio della sua vita. Gliela salva segretamente D'Hubert, che va a parlare con Fouché (Albert Finney) che in pochi minuti dice alcune memorabili battute di lucido cinismo. Da ussari della guardia in carriera, questi due sono diventati due uomini normali, uno capace di provvedere a sé, l'altro capacissimo di mettersi a rischio per la sua crudele follia d'onore. E qui si riappropriano del mondo reale le donne, in particolare Laura (Diana Quick), la moglie giovane di D'Hubert che aspetta un figlio. Il marito si assenterà nottetempo per definire una volta per tutte la questione con Feraud (e ci riuscirà), e al "Dove sei stato?" mattiniero della moglie risponderà offrendole una arancia.
Intanto Feraud, solo, dall'alto contempla il fiume, che è un po' il corso della sua vita di combattente senz'altro sciocco, ma anche coraggioso. Un finale con una sua catarsi, sottolineata dalla musica bellissima di Howard Blake. Negli anni successivi, lo sappiamo, ci saranno i caratteri così ben raccontati da Stendhal, quelli degli sconfitti che non piegano la testa, Feraud ne è il preannuncio. Stendhal non è stato ancora ben raccontato al cinema, forse è troppo difficile trasmettere quel suo senso di disperazione vitalissima. Mentre a Conrad il cinema ha saputo rivolgersi spesso, aiutato come è sempre dall'irruzione di una qualche avventura - di mare o di testa - dei personaggi che sa creare.

sabato 4 agosto 2007

Thelma & Louise

Thelma & Louise di Ridley Scott (1991) Sceneggiatura di Callie Khouri Con Susan Sarandon, Geena Davis, Harvey Keitel, Michael Madsen, Christopher McDonald, Brad Pitt Musica: Hans Zimmer, Van Morrison, Toni Child, Paul Kennedy, Charlie Sexton, John Hiatt, Glenn Sutton, Glen Frey, The Temptations, Holly Knight, Michael McDonald, Johnny Nash Fotografia: Adrian Biddle (129 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
La storia che Thelma & Louise sia un road movie è al tempo stesso vera e falsa. Suddividere i film per generi è una pedante attività classificatoria, ed è la dimostrazione che non è ancora concezione comune che il cinema non è solo intrattenimento, ma molto di più.
Faccio un esempio. Sappiamo perché i libri gialli si chiamano così: un editore metteva la copertina gialla ad un certo genere di libri, e il colore divenne il nome del genere. Ma possiamo dire che Simenon o Le Carré sono scrittori di libri gialli? A questo punto finiremmo come nel racconto di Thurber: una consumatrice di libri gialli, legge per caso il Macbeth di Shakespeare e cerca di individuare il vero assassino.
Difatti, è esemplare quello che succede in IMDb, che mantiene i generi, ma per Thelma & Louise è costretto a scrivere: Action, Adventure, Comedy, Crime, Drama, Thriller... e la lista non finisce qui. Mi trovo più a mio agio con le nostre viste logiche, che permettono associazioni più feconde, per cui Thelma & Louise è per certi versi vicinissimo a Mulholland Drive, per altri a Il sorpasso (1962), eh sì, che fu fatto ben prima di Easy Rider (1969).
I temi per me essenziali sono la fuga, l'immaginario, la gioia di vivere, l'autorealizzazione. Che poi un film così non abbia il lieto fine lo si capisce nei primi dieci minuti. Ma siamo sicuri, che non ce l'abbia?
La fuga. Laborit sostiene che le vie possibili di fuga sono quattro: la follia, il suicidio, la droga e la creatività. Dell'ultima, l'unica desiderabile, si parla poco e male, un po' perché a tanti fa comodo la cantina fredda e umida o la soffitta arida e calda (di cui regolarmente si lagnano). Creatività è uscirne, accorgendosi che basta spingere la porta e il palazzo è tutto nostro. Quello che succede a Thelma e Louise in quei giorni è che, costrette alla fuga, innescano una creatività che era latente in loro e che ora possono manifestare, e di questo sono felici. La creatività non è un nice to have, vuol dire immaginario, gioia di vivere, autorealizzazione. Noi sappiamo che non ci sarà lieto fine, ma seguiamo incantati le prodezze delle due donne, che così reagiscono alla costrizione degli eventi. Sbagliano, e imparano dagli errori, non danno più niente per scontato.
Un mio amico sostiene che cerca sempre di fare delle cose in cui avere il vento in faccia, difatti fa jogging, barca a vela, va in motocicletta. Lo fa con naturale coerenza, non pianificandosi, ognuno ha la sua via di avere il vento in faccia, lo si riceve anche dalla musica, da un libro, da un film, da una conversazione vis-à-vis o via e-mail. Da un amore. Dentro ce l'abbiamo tutti questa pulsione al vento in faccia, magari negata, rimossa, ma sboccia naturalmente in noi a vedere quelle due che corrono - col vento in faccia - sulla fatale Thunderbird. E' come nel finale de Il mucchio selvaggio, quando i quattro, che hanno salvato la pelle e i soldi, senza neanche parlarsi sanno che non gliela si può far passare, a Mapachi, e vanno verso l'inevitabile conclusione. L'happy end non è obbligatorio nella vita, anzi, ho sempre sospettato che l'avessero inventato perchè dopo l'happy non c'è più niente da raccontare, quindi ci vuole l'end. Quando si vede per la prima volta questo film, scatta quasi subito la nostra identificazione con le due protagoniste, identificazione ottenuta - si badi - non con le consuete e furbesche carinerie tradizionali ad Hollywood, ma perché ci sentiamo accresciuti nella nostra naturale - ma spesso rimossa - capacità di accorgerci che il mondo non è quello che è, può essere altro, il che significa poter scendere o salire le scale di quel benedetto condominio che non abbiamo mai ben conosciuto. Il problema di Thelma e Louise è anche il nostro: che fare di fronte a costrizioni che possono divenire intollerabili.
Ma rassicuriamoci, perché la Thunderbird è rimasta lì, sospesa nell'aria come il calabrone che non si sa come faccia a volare eppure vola. E so che Susan Sarandon e Geena Davis non si sono fatte niente e godono entrambe di buona salute, specie dopo un film come questo, che le farà ricordare per decenni. Qui c'è un mito fecondo, che corrisponde perfettamente (e credo consapevolmente), a quello che diceva il vecchio Jung: vediamolo, il sistema delle cassettine, e ci accorgeremo che si può uscirne.

mercoledì 1 agosto 2007

Le coppie nel cinema: Thelma & Louise

Solimano
Louise Elizabeth Sawyer (Susan Sarandon) fa la cameriera in un locale. Non è sposata, ma ha avuto diverse storie ed ha una relazione cronica con Jimmy Lennox (Michael Madsen). Ogni tanto stanno bene insieme ma niente di più. Thelma Yvonne Dickinson (Geena Davis) fa la casalinga. E' sposata con Darryl Dickinson (Christopher McDonald), che non le dà mai soddisfazione, ha sempre la sua da dire su tutto, a partire da come tiene la casa.
Louise e Thelma sono amiche - nel senso che si sfogano ogni tanto l'una con l'altra - e decidono, senza avvertire nessuno, di passare un week end in montagna: sono stufe del tran tran e vogliono starsene per conto loro, conoscendo magari qualcuno. Con gli uomini, Louise è controllata, perché più navigata, Thelma - più ingenua - si lascia un po' andare.
Si fermano in un locale in cui si beve e si balla, a Thelma danno alla testa il bere e la libertà, e si struscia un po' con uno, finché si sente male e va fuori; quello la segue e cerca di violentarla fra le macchine. Arriva Louise, che ha con sé una pistola, quello si ferma ma gli scappa una battuta greve. Louise di impulso spara e lo uccide.
Alle due amiche non resta che fuggire, quasi prive di soldi e senza sapere dove andare. Però nella fuga crescono, come amicizia e come testa, e Thelma, meno ingenua di prima, riesce addirittura a rapinare una banca. Sono angosciate ma si sentono vivissime, come non si sono sentite mai. Anche quando non parlano si capiscono al volo.
Intanto la polizia si muove, ed arriva ad appurare che sono state loro ad avere ucciso fuori dal locale, loro ad aver fatto la rapina. Un detective, Hal Slocumb (Harvey Keitel), non condivide questa caccia alle donne, perché capisce il loro punto di vista: vorrebbe solo fermarle prima che combinino altri guai.
Thelma e Louise hanno una bella notte in un motel, ognuna con un uomo, Louise con Jimmy, che l'ha raggiunta e Thelma con J.D. (Brad Pitt) che trova modo di piacerle molto. Solo che J.D. è solo un cinico belloccio interessato ai soldi, e la deruba. Quindi, via di nuovo, verso il Grand Canyon. La polizia arriva a J.D. e fa parlare Darryl, i due si incontrano e J.D. sfotte Darryl, dicendogli che è andato con sua moglie.
In tutta questa confusione, Thelma e Louise stanno benissimo, scoprono in sé e di sé cose che non immaginavano, riescono persino a fare esplodere l'autobotte di un camionista villano, ed è una grande fiammata. Ma spunta un elicottero, poi le macchine della polizia, tante.
Hal cerca di calmare la situazione, vorrebbe che le due ragazze si arrendessero senza sparatorie, ma è poco ascoltato, alla fine Thelma e Louise si trovano circondate con la Thunderbird ferma in alto, sotto c'è il Grand Canyon. Le due amiche sanno che la fuga è finita, che dovrebbero arrendersi sperando che non sparino. Poi affrontare prigione, processi, marito, ex amico, famiglie.
Non sembrano esserci alternative, ma loro improvvisamente l'alternativa la trovano, perché sentono entrambe che giorni così belli e così pieni nella vita non li avevano mai conosciuti, né li troveranno nel futuro. Prendono spazio, la macchina accelera ed infine vola fuori dalla strada, sopra il Grand Canyon. Sono riuscite a non dargliela vinta, e Hal, l'unico che le capiva, guarda disperato quello che è successo, non c'è altro da fare.

lunedì 23 luglio 2007

Il gladiatore

Gladiator, di Ridley Scott (2000) Sceneggiatura di David Franzoni, Con Russell Crowe, Joaquin Phoenix, Connie Nielsen, Richard Harris, Oliver Reed, Fotografia di John Mathieson, Musiche di Lisa Gerrard ( 155 minuti) Rating IMDb 8,2
Roby
Il critico dell'Unità, quando Il gladiatore uscì in Italia, scrisse che questo era un tipico film da popcorn: quindi, come poteva mancare nel nostro blog??? Mi sobbarco volentieri l'onere del post, per quanto mi senta meno affidabile del solito a commentarlo. Eh, sì: perchè non si può svolgere bene il proprio compito di (non-) critica cinematografica quando si inforcano gli occhiali rosa della passione sviscerata per un attore. Nella fattispecie, il Crowe in abito da antico romano, con barba incolta al punto giusto, sguardo di fuoco e muscoli adeguatamente in mostra. Avessero affidato la parte a Mel Gibson -come si vociferava- avrei risparmiato sicuramente il prezzo del biglietto: ma mi bastò un' occhiata al trailer e ad alcune foto di scena per correre a mettermi in coda al botteghino, trascinandovi il consorte recalcitrante. Il quale, a onor del vero, dormì per tutto l'inizio del primo tempo (forse ingelosito dal mio entusiasmo per Russell), risvegliandosi solo al momento dei primi veri scontri nell'arena, con pance squartate, teste mozzate e il nostro (il mio) eroe che urla a pieni polmoni: "Vi siete divertiti? Non è questo che volevate?"
Beh, in effetti no, non è proprio questo quello che avrei voluto io da lui, specialmente se fossi stata nei panni di Lucilla (graziosa, senza dubbio, benchè troppo magrolina e troppo poco mediterranea, con quella pelle diafana e quei capelli ambrati): ma lasciamo andare... Mentre lo sventurato coniuge tornava ad appisolarsi, mi identificavo sempre più con i ragazzini che, vedendo un film di fantascienza, "sparano" immaginari raggi laser verso lo schermo, all'indirizzo degli alieni cattivi. Il mio "alieno" malvagio qui era Commodo, e i miei laser erano la daga, la rete e i lampi di brace negli occhi di Massimo, quando, interrogato dal crudele imperatore su quale sia il suo nome, risponde, in un crescendo implacabile: "Sono Massimo Decimo Meridio, generale dell'esercito di Marco Aurelio, padre di un figlio assassinato, marito di una moglie violentata e uccisa, gladiatore di Roma. E avrò la mia vendetta, in questa vita o nell'altra".
[N.B. Abbiate pazienza, ma commentare "seriamente" un film come Il gladiatore è -io credo- materialmente impossibile. Siamo di fronte ad una mega produzione, ad una gigantesca operazione mediatico-computerizzata, ad una versione contemporanea dei giochi del circo. Popcorn et circenses, oserei dire, parafrasando le "sacre" scritture classiche: e gli antichi -in questa come in altre occasioni- avevano già capito tutto, più o meno un paio di millenni fa.]

domenica 22 luglio 2007

La pittura nel cinema: Ridley Scott

Il gladiatore di Ridley Scott (2000)

Roby

Non so se, durante la fase di preparazione de Il gladiatore, Ridley Scott sia stato davvero ispirato dal dipinto di Gérome che ho riprodotto più in basso, come si legge in alcuni siti relativi al film. Nè mi risulta con certezza che abbia visto i mosaici con scene di combattimenti nel circo consevati a Villa Borghese. Ma sta di fatto che la sua ricostruzione della Roma imperiale e del Colosseo, pur supportata dal computer e pur infarcita di errori storici più o meno evidenti, per me è assolutamente da sogno. Quando il gruppo di gladiatori, con Maximus in testa, entra in Roma ed alza lo sguardo verso l'Anfiteatro flavio, uno di loro dice, stupito: "Non credevo che l'uomo potesse arrivare a tanto!". E senza dubbio si doveva restare senza fiato, davanti ad un'opera architettonica così imponente, ricca di statue e sfolgorante di marmi oggi in gran parte perduti.

Pollice Verso di Jean-Léon Gérôme, 1872 - Olio su tela

La violenza, certo, è uno dei temi dominanti sia del film che del dipinto, oltre che delle raffigurazioni (solo apparentemente ingenue) del mosaico di Villa Borghese. Tema per me particolarmente ostico, come più volte ho ripetuto in altri post. Ma qui, curiosamente, sia sul versante della pittura, sia su quello della cinematografia, la rappresentazione di sangue, morte, crudeltà e atrocità varie mi disturba meno del solito. Sarà forse perchè, appassionata come sono del mondo greco-romano, vedo e "leggo" i film che ne parlano alla stregua di poemi epici o di cronache dell'epoca. Opere, queste, in cui la violenza era trattata con una naturalezza impressionante, persino in poesia. Le cruente descrizioni omeriche o virgiliane degli scontri in battaglia - dove abbondano i particolari su lance che affondano nella carne e frecce che trapassano la carotide, tra spaventosi rantoli e fiotti di sangue misto a vomito che arrossano la polvere - erano spiegate con grazia eterea dalla distinta professoressa di lettere a noi delicate ed ingenue ginnasiali, tra un ablativo assoluto ed un aoristo: quelli sì, per noi spensierate studentesse, più terribili del fendente di una spada.

Mosaico con scena gladiatoria (320 d.C.) - Villa Borghese, Roma

venerdì 20 luglio 2007

Il lavoro nel cinema: Alien

Alien di Ridley Scott (1979) Storia e sceneggiatura di Dan O'Bannon, Ronald Shusett Con Tom Skerritt, Sigourney Weawer, Veronica Cartwright, Harry Dean Stanton, John Hurt, Ian Holm Musica: Jerry Goldsmith Fotografia: Derek Vanlint (117 minuti) Rating IMDb: 8.4
Nicola
Regista di perfezionismo quasi irritante, Ridley Scott ha fatto film con e senza pretese. Questo, Alien, mi sembra il suo più perfetto e (perché?) meno pretenzioso. A parte un sottofondo genericamente moralisticheggiante (l'equipaggio d'un'astronave da trasporto dirottato a sua insaputa dalla "Compagnia" a prelevare una creatura aliena di micidiale e indistruttibile ferocia), il film è fatto di una serie di piccole cose montate con ritmo d'orrorifica avventura, ma non inutilmente sincopato. L'effetto meglio riuscito del film è l'atmosfera generale di realismo, stupefacente in una storia di creature aliene dal complesso ciclo vitale, astronavi gigantesche e robot pensanti.
Uno degli elementi che rendono il film realistico è proprio il contesto industriale e produttivo. Siamo su un'astronave che, modestamente, trasporta sulla Terra minerali estratti su altri pianeti. L'equipaggio, dunque, non è fatto da esploratori, guerrieri e scienziati; ma, più concretamente, ricalca l'equipaggio di un normale cargo da trasporto ottocentesco: capitano e ufficiali in seconda, medico di bordo, tecnici e meccanici. Al loro risveglio, gli astronauti si trovano subito alle prese con un problema sindacale: i due meccanici, ricalcati sui personaggi del proletario nero e del bianco povero del Sud, protestano per l'iniqua divisione delle gratifiche. Saranno loro, gli unici artigiani del gruppo, a produrre - su una nave priva di armamento - i lanciafiamme che permetteranno all'equipaggio di combattere la sua battaglia con l'alieno. Un omaggio all'homo faber, anche se a salvarsi sarà la foemina sapiens col suo felix domesticus.
L'astronave stessa, anticipatrice della "fantascienza sporca" dalle atmosfere settiche e dai ponteggi rugginosi, è un incrocio tra il pulito mondo dello spazio e un ben gestito impianto industriale. L'alieno, "partorito" da un membro dell'equipaggio, cela la propria immagine spostandosi nelle condutture d'aria. Creatura semindustriale, quindi: mentre gli umani si spostano nei corridoi, l'antiumano corre nei tubi; reticolo parallelo e doppio, che incrocia quello in cui vive l'equipaggio in alcuni snodi fatali.
Una citazione merita anche l'astronave aliena, dal'arcana architettura che ricorda un po' un castello draculesco, un po' certa architettura sovietica, un po' lo stomaco del pescecane di Pinocchio. L'alieno in sé, invece, appare sempre parzialmente e ha un aspetto, più che biologico, da meccanica di precisione.