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lunedì 7 dicembre 2009

Quattro modi di essere Carmen

Dorothy Dandridge
Solimano

Stasera, alla Scala di Milano, c'è l'attesissima prima della Carmen, quindi immaginatevi il movimento. Ieri, pomeriggio e sera, in ottima compagnia sono stato presente ad una iniziativa intelligente: la proiezione al cinema Gnomo, che è vicinissimo a Sant'Ambrogio, di tre film sulla Carmen. Il film di di Rosi, quello di Saura e quello di Godard (in ordine di proiezione). Qui aggiungo la Carmen Jones di Otto Preminger e scrivo questo post, anche riprendendo e modificando alcuni brani che avevo scritto a suo tempo per i film di Saura e di Preminger. Il film di Preminger (1954) precede di trent'anni gli altri tre film, che hanno date di prima proiezione molto vicine: 6 maggio 1983 per Saura, 11 gennaio 1984 per Godard, 20 settembre 1984 per Rosi.

Carmen Jones di Otto Preminger (1954) Dall'opera "Carmen" di Georges Bizet e dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Oscar Hammerstein II, Harry Kleiner Con Dorothy Dandridge, Harry Belafonte, Joe Adams, Pearl Bailey, Olga James, Brock Peters, Roy Glenn, Nick Stewart, Diahann Carroll Voci: Marilyn Horne, Le Vern Hutcherson, Marvin Hayes Arrangiamenti musicali: Herschel Burke Gilbert, Dimitri Tiomkin Fotografia: Sam Leavitt (105 minuti) Rating IMDb: 7.0

Inesorabilmente, il film Carmen Jones di Otto Preminger appare molto datato, anche se ha alcuni grandi pregi. Sono cambiate cose importanti, dal 1954 del film ed ancor più dal 1943 del musical di Broadway da cui è tratto.
Anzitutto, il rispetto per la musica di Bizet. E' vero che la Carmen di Bizet resiste, malgrado tutto, ma per fortuna la situazione è molto cambiata in questi decenni. Quasi nessuno si sogna più di tradurre il francese del libretto di Meilhac e di Halévy, ma qui non si tratta di traduzione, si tratta di frasi e di parole completamente diverse come significato. Ad esempio, le amiche di Carmen Jones (Dorothy Dandridge) la sollecitano a lasciare il militare Joe (Harry Belafonte) perché il pugile Husky Miller (Joe Adams) le comprerà pellicce e gioielli.

Non è colpa di nessuno, i tempi erano quelli e molti di noi sono cresciuti a base di "è l'amore uno strano augello" e di "presso il bastion di Siviglia". Ormai non si fa da decenni, come è modificato l'approccio ai recitativi. A cantare non sono la Dandridge, Belafonte e Adams, che sono doppiati da Marilyn Horne (aveva 19 anni!), LeVern Hutcherson e Marvin Hayes. Un'altra cosa oggi impensabile.
Non ho niente da dire su una Carmen con tutti gli interpeti afro-americani, neppure sullo spostamento temporale e spaziale, mi sta bene che un torero diventi pugile (due mestieri a rischio...), ma che all'incontro di boxe siano presenti solo spettatori neri aveva un motivo, quello di evitare ogni commistione: il 1954 era presto ed il 1943 lo era ancora di più. E il paese di Carmen così sembra un presepe da zio Tom. C'è un involgarimento del mito , che diventa una piccola storia particolare a fine cruenta, un dramma di gelosia come ancor oggi se ne leggono nei giornali. Mentre Carmen è un archetipo costruito non da Mérimée ma dalla musica prodigiosa di Bizet, che regge persino al pugile che arriva sul macchinone e a tutti i paesani che lo festeggiano (si potrebbe fare anche con Dulcamara, anzi, certamente qualcuno l'ha fatto). In definitiva, di strada ne abbiamo percorsa, sia nell'approfondimento musicale, sia (perché non dirlo?) dal punto di vista della integrazione razziale.

Si capisce dal film che l'operazione fatta col musical del 1943 era furbissima, nel suo genere quasi geniale, con finezze particolari nell'infedeltà generale, che non è di tempi, di spazi o di mestieri, ma di livello drammatico e di altezza e profondità di senso.
Ma in questo contesto inevitabile ci sono due aspetti che fanno uscire il film dalle strettoie dei tempi in cui fu realizzato (ci misero meno di due mesi, oltre tutto!).
Il primo aspetto riguarda il regista: Otto Preminger ha un senso visivo e costruttivo esemplare, le singole scene sono molto più lunghe di quello che costumava allora. Sentimenti, risentimenti, amori, disamori si manifestano con efficacia. Felice l'idea iniziale del self service con i vassoi dove in mezzo ai tavoli cammina Carmen Jones ambita da tutti, che punta subito Joe anche se lo vede seduto con Micaela, pardon con Cindy Lou (Olga James).

Così il viaggio in jeep, con Joe che cerca di pensare solo alla guida mentre Carmen se la spassa seduta dietro con le gambe in alto, poi la tentata fuga di Carmen, fra il treno, la massicciata, poi il bosco, con Joe che non è ancora imbalordito e riesce a riprendere Carmen con la forza (ma il tarlo comincia a lavorare), poi Carmen che fa la serva amorosa, pulendogli dal fango i pantaloni e le scarpe. Si dimentica il fastidio iniziale, e vanno bene anche gli scherani e le donne del gruppo del pugile, fra cui è formidabile Pearl Bailey, più brutta che bella, grande, grossa e trascinante.

E Chicago, con la stamberga dove Joe sta rinchiuso perché altrimenti la Polizia Militare lo prenderebbe e dove Carmen comincia a stufarsi, poi tutta la scena di massa finale con l'incontro di pugilato e con le donne del pugile schierate a fare il tifo vicino al ring. Tutto questo coinvolge e convince, le parole sono da musical furbo ma i volti, i gesti, i movimenti, gli incontri, gli scontri vanno benissimo.
L'altro motivo è Dorothy Dandridge. Non particolarmente bella, deludente nei film degli anni a venire, qui non si poteva immaginare una meglio di lei. Forse il momento migliore è quando vede i paesani attorno al macchinone del pugile. E' da sola col bicchiere in mano sotto la veranda. E si vede il momento (che c'è anche in Bizet) in cui lei guarda il pugile proprio come una Carmen vera deve guardare Escamillo : un amore nuovo che sorge proprio quando l'amore precedente è ancora in pieno fulgore.

Mi verrebbe da dire male di Harry Belafonte, che appare spento. Che farci, quando sono chiusi nella stamberga Carmen non vuole restare in gabbia e l'insofferenza tracima in ogni gesto, anche i gesti di provocazione sessuale, come l'appoggiargli le gambe o mettersi le calze. Una Carmen che si permette persino un gesto affettuoso alla povera Cindy Lou, ma che nel finale sfida il piagnisteo aggressivo di Joe pur avendo letto la morte nelle carte. Alla fine del film, che ho visto con più soddisfazione che con disagio, si desidera riascoltare ancora una volta l'opera di Bizet. Mio nonno suonava nella banda del paese, allora una delle meglio in Italia, dove ogni paese aveva la sua banda; a forza di toreador si convinse a chiamare Carmen mia zia, che però crebbe assai diversa : bionda con gli occhi azzurri, poi otto figli uno in fila all'altro. Ma al suo nome ci teneva, eccome!

Harry Belafonte, Dorothy Dandridge, Joe Adams

Carmen di Carlos Saura (1983) Dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Carlos Saura e Antonio Gades Con Antonio Gades, Laura Del Sol, Cristina Hoyos, Paco de Lucia, Marisol, Juan Antonio Jiménez, José Yepes, Sebastian Moreno Musica: Paco de Lucia, Georges Bizet Fotografia: Teodoro Escamilla (102 minuti) Rating IMDb: 7.4

Ben prima di appassionarmi alla musica, mio nonno, suonatore di piatti nella banda di Sasso Marconi, mi aveva costruito in testa il mito della Carmen. Poi, fui confortato dall’ascolto radiofonico dei concerti Martini & Rossi, mi sembra al lunedì sera. Però certi brani della Carmen ti piacciono da subito e non li abbandoni più. Anni dopo, durante il viaggio di nozze in Andalusia, andai a spettacoli di flamenco a Granada, in seguito imparai ad ascoltare la Carmen in francese (cantata e recitata) e provai a leggere il racconto di Mérimée, che mi piacque poco.

Era inevitabile che andassi a vedere il film di Carlos Saura, pur sapendo poco del regista e nulla degli interpreti: mi bastava sapere che stabiliva un collegamento fra flamenco e Carmen.
Il film mi spiazzò per due motivi.
Il primo è che mi aspettavo che la protagonista Laura Del Sol (Carmen)- molto bella - fosse al centro di tutto, e l’inizio del film lo confermava, con Antonio Gades che cerca un nuovo talento per un suo balletto e trova Carmen in cui crede e di cui si innamora. Ma quando cominciavano a ballare, sbucava una che nella storia del film c’entrava poco, meno bella di Carmen, ed era lei la protagonista, finché ballavano.

Di Cristina Hoyos non avevo mai sentito parlare, ma la colpa non era mia: se andate a leggere oggi le recensioni scritte appena dopo l’uscita del film, della Hoyos non parlano, cosa stranissima, perchè non c’era niente da fare, il film era doppio: la storia fra Gades e la Del Sol, e i brani col flamenco, in cui della storia ci si scordava. Un felice difetto di sovrabbondanza.

Il secondo motivo fu che il film stabiliva una differenza nella vita dei ballerini: quando ballano e quando non ballano sembrano persone del tutto diverse. In pochi attimi, le stesse persone che ti hanno conquistato diventano uomini e donne più ottusi che normali, non sembrano neppure le controfigure di quelli che erano tre minuti prima.

Come ebbi la fortuna di accorgermi - non c’era verso - che quando ballavano il centro era Cristina Hoyos, così mi resi conto che la scelta delle due rappresentazioni, una sublime ed una meschina, era frutto della genialità del regista. Così ha da essere, ed è la differenza che ha il flamenco rispetto a quasi ogni altro tipo di danza. Non ha grande importanza la venustà delle donne e degli uomini, neppure una perfetta grazia nei movimenti, il flamenco è una possessione, credo che persino nelle più bieche rappresentazioni per turisti in sandali e calzini corti, permanga questo contagio: non si può ballare il flamenco da burocrati dei colpi di tacco e del batter le mani. Ci metteranno anni ad imparare i passi, i movimenti, ad impostare le voci, a suonare le chitarre, ma in fondo si nasce così e magari si è brutti, pure sciocchi, salvo quando il rito si svolge, che tutto passa e si dimentica.

Cosa significa? Che il flamenco è una scorciatoia, per chi ci nasce portato, verso una delimitata sublimità, un paradiso (o inferno?) che irrompe in quelle vite di per sé forse mediocri. Giungo a dire - forse esagero - che la predisposizione al flamenco potrebbe voler dire la non predisposizione a qualcos’altro di importante. Persino Antonio Gades mi fece quella impressione: esuberante dominatore durante il ballo, diveniva un coreografo da tollerare con ironia quando il ballo era finito.
Questo mi disse Carmen Story, spiazzando le mie aspettative, e cose diverse ma in fondo analoghe mi diedero le esperienze con la grande danza moderna, alcuni degli spettacoli di Maurice Bejart e Pina Bausch: una finezza sbalorditiva che non cancella ma esalta l’animalità primigenia.

Laura Del Sol

Prénom Carmen di Jean-Luc Godard (1983) Sceneggiatura di Anne-Marie Miéville Con Maruschka Detmers, Jacques Bonnaffé, Myriem Roussel, Christophe Odent, Bertrand Liebert, Alain Bastien-Thiry, Hippolyte Girardot, Valérie Dréville, Jacques Villeret, Jacques Prat, Laurent Dangalec, Bruno Pasquier, Michel Strauss, Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Mocky Fotografia: Raoul Coutard, Jean-Bernard Menoud Musica: Tom Waits "Ruby's Arms", Ludwig van Beethoven Quartetti (eseguiti dal quartetto Prat) n. 9 op. 59, n. 10 op. 74, n. 14 op. 131, n. 15 op. 132, n. 16 op. 135 (85 minuti) Rating IMDb: 6.5

Nel 1983 Gian Luigi Rondi diviene direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Decide che la giuria internazionale sia composta da soli autori, secondo l'idea di creare una "mostra degli autori, per gli autori". I membri sono scelti tra i registi emersi negli anni sessanta: il primo di essi è Bernardo Bertolucci, presidente della giuria nel 1983. Il Leone d'Oro lo vince Jean-Luc Godard con Prénom Carmen. Sonori fischi del pubblico durante la premiazione.
Ho ascoltato una intervista a Bernardo Bertolucci, che ricostruisce con disinvoltura e con schiettezza (almeno credo...) quello che successe fra i membri della giuria e con Godard. In sostanza, la decisione di premiare comunque Godard fu presa da quasi tutti i giurati prima di vedere il suo film: appartenevano al milieu del Sessantotto e volevano dare un messaggio forte e chiaro contro il riflusso dei primi anni Ottanta. Solo che esagerarono... quasi tutti i premi sembrava che dovessero andare a Godard, non solo il Leone d'Oro. Da cui discussioni a non finire, in cui Bertolucci cercò di fare in modo che i premi a Godard si riducessero, e ci riuscì, salvo che qualche giurato sessantottesco di tipo komeinista gli tolse il saluto. La giuria era così composta: Bernardo Bertolucci (presidente, Italia), Jack Clayton (Gran Bretagna), Peter Handke (Germania Ovest), Leon Hirszman (Brasile), Marta Meszaros (Ungheria), Nagisa Oshima (Giappone), Cleb Panfilov (URSS), Bob Rafelson (USA), Ousmane Sembène (Senegal), Mrinal Sen (India), Alain Tanner (Svizzera), Agnès Varda (Francia).

Che dire, su Godard, che non sia già stato già detto? La maggioranza non lo può vedere, però una corposa minoranza lo sostiene sempre e comunque. A me, con quasi tutti i film di Godard, accade una cosa strana: ci sono dei momenti in cui lo abbraccerei, il film va avanti... e venti secondi dopo lo strozzerei. Così in particolare con Prénom Carmen, su cui scriverò altri due post, forse tre. Il che significa che qualche ottimo motivo per scrivere ce l'ho.
Qui faccio osservare alcune delle geniali assurdità di Godard. Come si vede dalle note tecniche IMDb, nelle musiche non figura Georges Bizet. Fare un film sulla Carmen senza metterci Bizet... se non sei o sette note fischiettate dell'Habanera. In compenso, a parte un brano di Tom Waits, c'è una forte presenza dei quartetti di Beethoven, in particolare gli ultimi. Non è musica in sottofondo, viene eseguita dal Quartetto Prat durante il film: i quattro membri del Quartetto Prat sono fra gli interpreti.

Guardate le due immagini. L'episodio di Don Josè che porta in prigione Carmen (che ha le mani legate) c'è nell'opera di Bizet, ed ecco come lo rappresenta Godard. Jacques Bonnaffé è un giovane poliziotto ignorante e di famiglia povera, Maruschka Detmers (Carmen X) è la nipote di un famoso regista (lo stesso Godard) ridotto quasi alla paranoia. Carmen approfitta dell'abitazione dello zio e il gruppo terroristico approfitta di un albergo di lusso. Istruiti, con parenti ricchi, rapinano banche per autofinanziarsi, in realtà per eversione fine a se stessa. E' una lotta di classe a rovescio. Mi è venuta in mente la poesia di Pier Paolo Pasolini sui poliziotti e gli studenti.

Ed ecco come viene rappresentata una scena fra le più tragiche del film: una donna delle pulizie che non sa come fare con i due cadaveri distesi e sanguinanti.
La scelta della ventunenne olandese Maruschka Detmers è felicissima. Non si capisce se sappia recitare oppure no, ma una Carmen moderna lo è davvero, inconsapevole eppure tranchant. Mentre ho dei dubbi sul Don José di Jacques Bonnaffé, scelto così da Godard proprio perché voleva un'imbranato che trasmettesse sfiga esistenziale. Non è mai una parte gradevole, quella di Don José.
Eppure Godard è fedelissimo al Mito di Carmen, chiamiamolo così una buona volta, uscendo dagli schemi angusti del racconto di Mérimée. A suo modo, la musica di Beethoven, musica del destino - di amore e morte - che non si può cambiare, è appropriatissima. Infine, l'aspetto visivo raccordato con l'aspetto musicale, con la musica dei quartetti di Beethoven. Cieli ed onde del mare in perenne mutamento. Su questo aspetto, forse il più ammirevole del film, tornerò in futuro.

Maruschka Detmers

Carmen di Francesco Rosi (1984) Racconto di Prosper Mérimée, Libretto di Henri Meilhac & Ludovic Halévy, Adattamento di Francesco Rosi e Tonino Guerra Con Julia Migenes (Carmen), Placido Domingo (Don José), Ruggero Raimondi (Escamillo), Faith Esham (Micaëla), François Le Roux (Moralès), John-Paul Bogart (Zuñiga), Susan Daniel (Mercédès), Lillian Watson (Frasquita), Jean-Philippe Lafont (Dancaïre), Gérard Garino (Remendado), Julien Guiomar (Lillas Pastia), Cristina Hoyos (Danzatrice), Antonio Jiménez (Danzatore) Fotografia: Pasqualino De Santis, Costumi: Enrico Job (152 minuti) Rating IMDb: 7.6

Julia Migenes

Il film di Francesco Rosi l'ho visto ieri sera allo Gnomo per la prima volta. Avevo delle prevenzioni che sono state completamente smentite. Questo film è una meraviglia.
Non ha nessun sapore di accademia, come quasi sempre succede salvo eccezioni (Bergman, Losey) con le opere filmate.

Si fa presto a dire che è bella l'ambientazione in una Spagna solare, ma non si dice tutto. E' una Spagna solare e polverosa, sordida e superba. D'accordo, Siviglia, Ronda, Carmona sono luoghi splendidi ma come dimenticare i luoghi montagnardi dei contrabbandieri, delle carte di morte, del duello con la navaja di Escamillo e Don José? Con i tre contrabbandieri che partono a cavallo con dietro ciascuna delle tre donne, Carmen, Frasquita e Mercedes, che provvederanno a distrarre i doganieri.
Con una Micaëla (Faith Esham) finalmente credibile. Non la solita gnesa o sciochetta intrega (come dicono a Parma) ma coraggiosa seppur timida e fedele al suo amato Don José.
Con gli animali sempre in primo piano, i tanti cavalli e il toro elevato a protagonista, come segno nero e rosso di destino furibondo. Insanguinato dal banderillero e dal picador, come d'uso (niente da fare per il torero, se il toro non lo conciano male prima), ma con gli occhi affocati d'odio e vivissimi in primo piano.

Dopo aver visto le bellezze della Dandridge, della Del Sol, della Detmers, che sarà mai la cantante brava ma non famosa Julia Migenes, che vista in primissimo piano parrebbe quasi bruttarella? E' una Carmen credibilissima come modi, sguardi d'amore (soprattutto d'odio), movenze, erotismo consapevole, sfacciato, dominante. Anche quando si inginocchia per i colpi mortali di Don José. Con un Escamillo che non può esisterne un altro più credibile dell'attore Ruggero Raimondi (si sa la sua grandezza come cantante).

Solo Placido Domingo è impacciato, goffo, quando si muove. Da fermo lo soccorre la postura e la voce, forse allora al massimo. Ma l'essere goffo è un po' il mestiere di Don José.
Francesco Rosi è riuscito a trovare un libro con le incisioni che il giovane Gustave Doré aveva fatto per il libro "Viaggio in Ispagna" del barone Charles Devillier, e l'ha inserite nei titoli di testa. In rete quasi non ci sono, ne ho trovata qualcuna che ancora non mi soddisfa, se ne trovo di migliori le metterò in un post ad hoc. Scelta felice, il racconto di Mérimée si svolge in quegli anni, Goya come richiamo andava bene per il lusso protervo dei potenti di palazzo e di corte, non per strade e taverne.

Mi toccherà procurarmi il DVD perché vorrei scrivere qualche post con immagini più puntuali sulle situazioni. Fra quelle che inserisco qui, trovo coerenti anche alcune foto di set in bianco e nero. Ma l'immagine che in assoluto dà più il tono del film, è quella di Carmen che con lo spechietto manda la luce negli occhi di Escamillo che canta a voce spiegata. E' una luce che acceca o che fa vedere meglio?

giovedì 12 febbraio 2009

I modi di vedere: Il disprezzo

Poseidone (circa 460 a.C.) Museo Archeologico Nazionale, Atene

Le Mépris di Jean-Luc Godard (1963) Romanzo di Alberto Moravia, Sceneggiatura di Jean-Luc Godard Con Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Giorgia Moll, Fritz Lang Musica: Georges Delerue, Piero Piccioni (nella versione italiana) Fotografia: Raoul Coutard (103 minuti 82 in Italia) Rating IMDb: 7.7
Solimano
Il personaggio di Paul Javal (Michel Piccoli) nel film Il disprezzo di Jean-Luc Godard mi fa irresistibilmente pensare al Tersite dell'Iliade. Così Omero (Iliade II, 212-219) nella versione di Rosa Calzecchi Onesti:

Solo Tersite vociava ancora smodato,
che molte parole sapeva in cuore, ma a caso,
vane, non ordinate, per sparlare dei re:
quello che a lui sembrava che per gli Argivi sarebbe
buffo. Era l'uomo più brutto che venne sotto Ilio.
Era camuso e zoppo d'un piede, le spalle
eran torte, curve e rientranti sul petto; il cranio
aguzzo in cima, e rado il pelo fioriva.


Nella saletta di proiezione, il produttore Prokosch (Jack Palance), il regista Fritz Lang (Fritz Lang) e Paul Javal assistono alla proiezione di poche decine di metri di pellicola del film sull'Odissea che Lang sta girando. Alla fine, Prokosch firma un assegno di 10.000 dollari per Javal sulla schiena della segretaria Francesca Vanini (Giorgia Moll). Sotto lo schermo c'è la profezia sbagliata di Louis Lumière: IL CINEMA E' UN'INVENZIONE SENZA AVVENIRE. Apparentemente, Fritz Lang è stato in buona parte esautorato, ora sarà Javal ad occuparsi della sceneggiatura, inserendo modernismi di ogni tipo (nevrotici, psicoanalitici, politici, erotici) sul testo del vecchio Omero. Prokosch è preoccupato per il botteghino e Javal, scrittore di polizieschi, critico cinematografico e sceneggiatore di un film su Maciste lo tranquillizza. Ma appunto, Javal è come Tersite: molte parole sapeva in cuore, ma a caso, vane, non ordinate. Sarà oggetto del disprezzo di tutti, soprattutto di quello di sua moglie Camille (Brigitte Bardot). Il modo di vedere che inserisco in questo post è quello dell'Odissea di Godard/Lang, appunto quelle poche decine di metri di pellicola. Seguo l'ordine cronologico del film, salvo in un caso.



Dapprima compaiono le divinità, in particolare la Pallade Atena, che protegge Odisseo. Apparentemente, nulla di più datato, per le divinità si scelgono statue, non corpi. Ma queste statue si stagliano contro il cielo e guardando con attenzione si nota che nelle orbite oculari compaiono i colori (rosso, azzurro). Ho trovato questa idea felicissima: la parola classico ha tanti significati, fra cui eccellente, perfetto, modello stilistico. Ognuno di questi significati porta ad un risultato: che classico significa anche essere fuori dalle schematizzazioni temporali, quindi un classico è di per sé attuale, senza nessun bisogno dei modernismi di Paul Javal.
In una discussione proprio su questo tema, Lang dice a Javal che Odisseo non era un moderno nevrastenico, ma un essere umano naturale, semplice, ardito, astuto. E' Paul Javal ad essere un moderno nevrastenico e in modo curioso questo lo isola non solo da Lang e da Camille, ma anche dal prepotente e grossolano Prokosch, che lo paga perché gli serve, ma stima molto di più Lang.


Successivamente compare Poseidone, il dio del mare, nemico di Odisseo, e il colore, oltre che sulle orbite, è anche sulle labbra. Il riferimento iconografico è chiarissimo: si tratta della statua in bronzo di Poseidone che fu recuperata in mare al largo di Capo Artemisio nel 1928 e che è attualmente al Museo Archeologico Nazionale di Atene. Non è del tutto certo che rappresenti Poseidone, c'è chi sostiene che si tratti di Zeus. L'opera è databile attorno al 460 a.C. e la inserisco in apertura del post. Chi ha visto questa statua anche solo una volta, non se la scorda.



Compaiono altre immagini, e l'operazione di Godard/Lang appare sempre più chiara: la loro Odissea è classica e contemporanea; il significato permane, pur nella diversità delle forme in cui si annida. La conferma è nella scelta non certo casuale, di presentare prototipi artistici di varie fasi dell'arte greca, dal periodo arcaico al periodo ellenistico. Che il cromatismo fosse presente regolarmente nella architettura e nella scultura greca è noto a tutti, ed è una meraviglia la finezza dei colori nelle statue delle Korai del Museo dell'Acropoli di Atene.

Poi compare lui, Omero, l'unico in cui i colori non compaiono, però sempre contro l'azzurro del cielo. Il regista Fritz Lang dice che "non sono gli dei ad aver creato gli uomini, ma gli uomini che hanno creato gli dei". Adesso toccherà agli uomini... E invece no!


Con un inatteso e benvenuto scarto, compare una bagnante che nuota nuda, ripresa dall'operatore evidentemente amico. Succederà ancora più tardi nel film, quando Camille si tuffa in mare e Tersite-Javal rimane lì, vestito e rattrappito su di sé come gli succede quasi sempre. Javal parla molto, ma col linguaggio del corpo smntisce ciò che dice. Nel film ci sono delle splendide immagini di Capri: Javal compare ai margini, molto in piccolo, completamente estraneo al luogo dove si trova, alle rocce, al cielo, al mare, alla natura.


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Ecco finalmente Penelope ed Odisseo. Giovani, lieti e con l'azzurro attorno agli occhi.


La freccia scoccata da Odisseo uccide Antinòo, come dovuta ritualità, come obbedienza al Fato più che come dramma. Il sangue compare alla luce del sole.


Alla fine del film stanno girando un'altra scena dell'Odissea: Odisseo ha visto finalmente comparire la sua Itaca ed alza le braccia al cielo. Sul set ci sono sia Lang che Javal (in disparte). C'è anche Jean-Luc Godard che fa l'aiuto regista di Fritz Lang (mi sembra giusto).

In una immagine precedente (che metto in chiusura del post), che ha sullo sfondo i Faraglioni, sembra quasi che Odisseo minacci e sfidi Javal, che evidentemente non capisce, fa l'indifferente. Analogamente, quando sono all'interno della villa, di fronte alla vista del mare, Javal si ritrae, mentre Prokosch ha un atteggimento come se volesse togliere la grande vetrata che si frappone fra lui e il mare. E il disprezzo verso Javal, non è solo quello di Camille, di Prokosch, di Francesca, di Lang, ma è quello di Godard, che in Javal, raffigura l'intellettuale ambizioso che fa discorsi intelligenti, ma che per il successo è disposto a tutto. Quindi, è sordo di fronte alla bellezza.

domenica 1 giugno 2008

I caratteri nel cinema: Paul Javal

Paul Javal (Michel Piccoli) in Le Mépris (1963)
di Jean-Luc Godard

Le Mépris di Jean-Luc Godard (1963) Romanzo di Alberto Moravia, Sceneggiatura di Jean-Luc Godard Con Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance, Giorgia Moll, Fritz Lang Musica: Georges Delerue, Piero Piccioni (nella versione italiana) Fotografia: Raoul Coutard (103 minuti 82 in Italia) Rating IMDb: 7.7
Solimano
A Roma Paul Javal (Michel Piccoli), in una mattina estiva del 1963, ha un appuntamento importante col produttore Jeremy Prokosch (Jack Palance). C'è la possibilità di collaborare alla sceneggiatura di un film sull'Odissea. Il regista à il famoso Fritz Lang (Fritz Lang). L'appuntamento è in uno studio di Cinecittà, e Paul si accorda con la moglie Camille (Brigitte Bardot) perché lei lo aspetti all'uscita.

Di fronte allo studio, Paul si incontra con Prokosch, che è accompagnato dalla segretaria tuttofare Francesca Vanini (Giorgia Moll). Paul ha scritto alcuni romanzi polizieschi di relativo successo, e ama portare un cappello nero fumando in continuazione. Prokosch è interessato a Paul perché ha scritto sceneggiature di film commerciali (tipo Totò e Maciste) e pensa di aver bisogno di uno come Paul per evitare che il film sia un flop al botteghino. Prokosch sa inoltre che Paul ha bisogno di soldi e che ha sposato una bella donna.


In una saletta assistono alla proiezione di alcune scene del film, presente anche Lang, riguardo cui Prokosch è diviso: lo ammira, ma teme che non badi ai gusti del pubblico. Fritz Lang ne ha visti tanti, di produttori come Prokosch, quindi tiene la posizione ma non si oppone all'assunzione di Paul. Prokosch decide rapidamente, e firma sulla schiena di Francesca un assegno a Paul di 10.000 (diecimila) dollari. La scritta sotto lo schermo è la seguente: IL CINEMA E' UN'INVENZIONE SENZA AVVENIRE - LOUIS LUMIERE.



All'uscita dallo studio, trovano Camille. Prokosch ne rimane colpito; molto diretto come sempre, li invita a bere qualcosa nella sua casa di Roma. Apre la portiera della macchina per far salire Camille, Paul dice che verrà in taxi, Camille dice a Paul che preferisce viaggiare in taxi con lui, ma Paul le risponde: "Vai pure con Prokosch". Camille sale nell'auto; è molto sorpresa e guarda male Paul.
Continuerà a stare sulle sue anche nel giardino della casa di Prokosch, a cui Paul arriva con mezz'ora di ritardo, adducendo scuse varie, come uno scontro fra taxi. Camille preferisce stare da sola a guardare un libro sulla pittura degli antichi romani. Paul le chiede come mai ha cambiato di umore, Francesca e Fritz Lang non dicono nulla, perché non hanno bisogno di spiegazioni. Prokosch, a suo perfetto agio, li invita tutti per il giorno dopo sul set del film sull'Odissea -che viene girato a Capri - e dice chiaramente che vorrebbe che ci fossero sia Paul che Camille. Rimangono intesi che si accorderanno per telefono.


Paul e Camille sono nella loro casa, che hanno comprato da poco, ma non ancora pagato. Prima vivevano in una pensione. Camille ha ventotto anni e quando ha conosciuto Paul faceva la dattilografa. Paul le chiede insistentemente che motivo ha per avercela con lui, Camille risponde solo che da ora in poi dormirà sul divano, non più in camera da letto. Paul cerca di fare la pace a modo suo, ma Camille preferisce farsi un bagno, leggendosi un libro su Fritz Lang, personaggio che l'ha molto colpita. Paul ha una reazione strana, le strappa il libro dalle mani e lo getta via. Come si irrita quando Camille fra le sue cose trova la tessera del Partito Comunista, a cui Paul dice di essersi iscritto due mesi prima.
Telefona la madre di Camille e risponde Paul, che cerca di dire che Camille è fuori, ma sua moglie se ne accorge e risponde alla madre chiudendo la porta della camera. Paul ascolta da dietro la porta e Camille sa che lui è là dietro ad ascoltare. Sull'invito a Capri di Prokosch, Paul dice che deve essere Camille a decidere se venire o meno, poi torna spesso sul discorso che è bello avere finalmente una casa loro e che forse riusciranno a pagarla senza difficoltà. Ma il discorso gira sempre attorno al fatto che Camille è cambiata verso Paul, finché, esasperata, Camille dice che deve essere lui a dirsi da solo il motivo; alla domanda di Paul su che cosa prova per lui, lei gli dice che prova disprezzo. Riguardo a Capri, gli dice che ha capito che lui ci tiene che vada anche lei, quindi ci andrà.

A Capri, Paul e Camille giungono sul set del film. Successivamente Prokosch decide di andare col motoscafo alla villa. Camille vorrebbe fermarsi sul set con Paul, ma Paul la spinge ad andare con Prokosch, Francesca e Fritz Lang. Camille sale infuriata sul motoscafo di Prokosch.



Successivamente Paul ha un ripensamento: lo vediamo aggirarsi nella villa di Prokosch chiamando ad alta voce Camille. Finché sale sul tetto della villa e vede che ci sono Camille e Prokosch in un vano finestra. Ma sporgendosi, Camille lo vede, e decide di baciare Prokosch sapendo che Paul la vede.

Tutti i cinque personaggi sono riuniti nel grande soggiorno della villa di Prokosch. Gli atteggiamenti sono diversi. Fritz Lang è il più tranquillo: "Il faut souffrir", dice ad un certo punto, come se dicesse non una cosa triste, ma solo scontata. Anche Francesca è disinvolta. Prima ha pianto, forse perché Prokosch è duro sul lavoro o forse perché è un po' gelosa, ma ora non più. Camille sta seduta immobile senza dire una parola.
Prokosch e Paul sono vicini alla grande vetrata che dà sul mare, in atteggiamenti ben diversi: Prokosch in piedi, rivolto al mare come se volesse togliere la vetrata, Paul invece seduto, volgendo le spalle al mare e stando rannicchiato (lo fa quasi sempre).
Tutti hanno capito come è Paul, e lo trattano con compassione sprezzante. Paul ogni tanto parla e dice cose intelligenti, perché prima pensa alla finalità che vuole raggiungere poi sceglie cosa dire. Ma è questo che lo frega, quasiasi cosa dica suona falsa: si è ficcato nella tagliola che ha costruito.
Dice che Ulisse è stato lontano da Itaca non per caso, ma perché voleva star lontano da Penelope, e solo quando ha deciso di tornare si è posto il problema di cosa fare con i Proci; è un modo curioso di autoassolversi con Omero.
Fritz Lang ribatte che l'Odissea è un libro che c'è per sempre, occorre solo prenderne atto, e che Ulisse non era un moderno nevrastenico, ma un essere umano semplice, ardito, astuto.


Canille esce dal soggiorno per salire sul tetto della villa, a prendere il sole nuda. Paul la raggiunge e le parla, dicendole che l'ama ancora, come e più di prima, e che non capisce perché lei lo disprezzi. Camille si mette la vestaglia gialla, scendono per le scale. Si siedono a parlare su un gradino ma il discorso è sempre quello, Camille lo chiude dicendo che ha deciso di tornare a Roma in serata e che Prokosch le darà un passaggio sulla sua macchina. Poi si toglie la vestaglia e nuota nuda nel mare.


Camille e Prokosch viaggiano verso Roma, e conversano allegramente. Camille, quando Prokosch le chiede che lavoro facesse prima, gli dice che faceva la dattilografa, e glielo dice come fosse la cosa più naturale del mondo. Difatti Prokosch lo trova molto naturale e divertente. Camille, prima di partire, ha scritto una lettera di addio a Paul, una lettera gentile. Camille ha amato molto Paul fino a qualche giorno prima. Poi ha visto com'è, e non si può amare chi si disprezza.
Il viaggio per Roma è quasi finito, debbono fare benzina. Nel rimettersi in strada, finiscono incastrati fra un camion e il rimorchio e muoiono entrambi.

Sul set vicino a Capri, Fritz Lang sta continuando la lavorazione del film tratto dall'Odissea di Omero. E' una scena importante: quella in cui Ulisse vede finalmente Itaca, dopo tanti anni. Prova gioia, per questo alza le braccia al cielo di fronte al mare. Nella mano destra ha la spada.