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domenica 16 dicembre 2007

Guerre stellari: Joseph Campbell al cinema (2)

Giuliano
Dopo quelli già inseriti tempo fa, inserisco alcuni altri brani tratti da “Il potere del mito” di Joseph Campbell, ed. Guanda.
Ricordo che il libro è in realtà una conversazione, della quale esiste un filmato, tra Campbell e il giornalista Bill Moyers – che si svolge, guarda caso, allo Skywalker Ranch di George Lucas, in Texas.

(...) Per quanto le tradizioni mitiche differiscano, notava, esse sono concordi nel richiamarci a una consapevolezza più profonda dell'atto stesso del vivere. Il peccato imperdonabile, secondo Campbell, è quello dell'inconsapevolezza, del non essere all'erta, non completamente desti.
Non ho mai incontrato nessuno che sapesse raccontare meglio una storia. Ascoltandolo mentre parlava delle società primitive, venivo trasportato nelle ampie pianure, sotto l'immensa cupola del cielo aperto, o nella foresta più fitta, sotto una volta di alberi, e cominciavo a capire come la voce degli dèi parlasse attraverso il vento e il tuono, e lo spirito di Dio scorresse in ogni ruscello montano, e la terra intera risplendesse come un luogo sacro - il regno della immaginazione mitica. E domandai: «Ora che noi moderni abbiamo spogliato la terra dei suoi misteri e abbiamo fatto - secondo la descrizione di Saul Bellow - 'un ripulisti generale delle credenze', come potremo nutrire la nostra immaginazione? Possono bastare Hollywood e i telefilm?»
Campbell non era pessimista. Credeva nell'esistenza di un «punto di saggezza al di là dei conflitti di illusione e verità attraverso il quale le vite possono essere ricondotte all'unità originaria». Trovare quel punto «è il problema fondamentale del nostro tempo». Nei suoi ultimi anni si era impegnato in una nuova sintesi di scienza e spirito. «Il passaggio da una visione geocentrica a una visione eliocentrica», scrisse dopo il primo sbarco sulla luna, «sembrava aver rimosso l'uomo dal centro, e il centro sembrava così importante». Spiritualmente, comunque, il centro si trova là dove si trova la vista. Stare su una vetta e vedere l'orizzonte. Stare sulla luna e vedere il mondo intero che sorge persino - attraverso la televisione - nel salotto di casa tua. Il risultato è un'espansione senza precedenti dell'orizzonte, una cosa che potrebbe egregiamente servire ai nostri giorni, così come un tempo le antiche mitologie servirono a depurare i canali della percezione e prepararli «alla meraviglia ad un tempo affascinante e terribile di noi stessi e dell'universo».

Sosteneva che non è la scienza ad averci separati dalla divinità o ad aver diminuito la nostra umanità. Al contrario, le nuove scoperte della scienza «ci ricongiungono agli antichi», permettendoci di riconoscere nell'intero universo «un riflesso amplificato e ingrandito della nostra più recondita natura; così che noi diventiamo davvero le sue orecchie, i suoi occhi, il suo pensiero, la sua parola – o, in termini teologici, le orecchie, gli occhi, il pensiero e la Parola di Dio».
L'ultima volta che l'ho visto gli ho chiesto ancora credeva noi come aveva scritto una volta - «che in questo siamo partecipi di uno dei più grandi balzi in avanti dello spirito verso una conoscenza più completa non solo della natura che ci è esterna, ma anche del nostro più profondo, più intimo mistero». Egli ci pensò su un minuto, poi rispose: «Più che mai! » (...)
(pag.18)

(...)
B.M. - Quindi i nuovi miti saranno al servizio delle vecchie storie. Vedendo Guerre stellari mi venne in mente un passo di san Paolo: «Io combatto contro forze e poteri del nemico». Perfino nelle caverne del cacciatore dell'età della pietra troviamo scene di lotta contro forze e poteri nemici. La lotta continua anche nei moderni miti tecnologici.
J. C. - L'uomo vorrebbe dominare i poteri che sono al di fuori di lui e non esserne schiavo. Il problema è riuscirci.
B.M. - Alla dodicesima o tredicesima volta che mio figlio andava a vedere “Guerre stellari”, gli ho domandato perché quel film gli piacesse tanto. La sua risposta è stata: «Per lo stesso motivo che ha spinto te a leggere e rileggere l'Antico Testamento». Era entrato in un nuovo mito.
J. C. - In “Guerre stellari” è sicuramente presente una valida prospettiva mitologica. Il film mostra lo stato-macchina e pone la domanda: «Questa macchina sta per schiacciare l'umanità o è pronta a servirla?» L'umanità non viene dalla macchina, ma dal cuore. In Guerre stellari ritrovo il problema del Faust: Mefistofele, l'uomo macchina, può darci ogni cosa, arrivando a determinare anche le nostre aspirazioni. Ma la caratteristica che permette a Faust di salvarsi è che egli non segue le aspirazioni della macchina. Smascherando il padre, Luke Skywalker ne elimina il ruolo-macchina. Il padre era l'uniforme: il potere, il ruolo dello stato.
B.M. - Le macchine ci aiutano a realizzare l'idea di un mondo fatto a nostra immagine, un mondo che dipende dalla nostra volontà.
J. C. - Ma poi arriva il momento in cui la macchina inizia a dominarci. Ho comprato uno splendido computer e posso dire, visto che mi intendo di dèi, che mi ricorda un dio dell'Antico Testamento: esigente e privo di misericordia.
B.M. - I computer mi fanno venire in mente una storia suggestiva sul Presidente Eisenhower.
J. C. - Eísenhower entrò in una stanza piena di computer e pose alle macchine la domanda: «Esiste un Dio?» I computer si misero tutti al lavoro, le luci lampeggiarono, e dopo un po' una voce disse: «Ora c'è».
B.M. - Quindi, di fronte al computer, non possiamo adottare lo stesso atteggiamento del patriarca che disse che tutte le cose parlano di Dio? Ma se non rappresenta una rivelazione speciale, privilegiata, Dio è ovunque, anche nei computer.
J. C. - Hai mai guardato dentro uno di questi computer? È qualcosa di incredibile: un'intera gerarchia di angeli, tutti su quelle piccole lamine. E quei tubicini: un vero miracolo! Il computer mi ha rivelato qualcosa della mitologia. Se comperi un programma di un certo tipo, avrai un insieme di segnali finalizzati al raggiungimento del tuo obiettivo; ma se perdi tempo con i segnali di un altro programma, non combinerai nulla. Con il mito accade la stessa cosa: in una mitologia dove la metafora del mistero è quella del padre, ti troverai di fronte a un gruppo di segnali differenti da quelli che avresti se la metafora del mistero e della saggezza del mondo fosse quella della madre. In entrambi i casi si tratta di metafore appropriate. Di metafore e non di fatti concreti.(...)
(pag.42)

(...)
J. C. - Esistono entrambi i tipi di eroe, quello che sceglie di intraprendere il viaggio e quello che non lo sceglie. Nel primo tipo di avventura, l'eroe si assume la responsabilità e sceglie intenzionalmente di compiere l'impresa. Ad esempio, Atena disse a Telemaco, figlio di Ulisse: «Vai e trova tuo padre». Per il giovane, la ricerca del padre è l'avventura eroica più grande: l’avventura in cui si trova la propria carriera, la propria natura, la propria origine. E la si intraprende intenzionalmente. Oppure c'è la leggenda della dea sumera del cielo, Inanna, che discese nel mondo infero e affrontò la morte per riportare alla vita il suo amato. Poi ci sono le avventure in mezzo alle quali ci si trova, ad esempio quando si è di leva nell'esercito. Non ne avevi intenzione, ma adesso ci sei dentro. Sei passato attraverso la morte e la resurrezione, hai indossato un'uniforme, sei diventato un’altra creatura. Un tipo di eroe che appare spesso nei miti celtici è il principe cacciatore, che ha seguito il richiamo di un cervo fino a un punto della foresta dove non si era mai avventurato prima. Qui l'animale comincia a trasformarsi e diventa la Regina delle Colline del Regno delle Fate o qualcosa del genere. In questo caso si tratta di un'avventura in cui l'eroe non ha idea di cosa gli stia capitando, ma si trova improvvisamente in un mondo trasformato.
B.M. - L'avventuriero che intraprende questo tipo di viaggio è tin eroe in senso mitologico?
J.C. - Sì, perché è sempre pronto a intraprenderlo. In queste storie, l'eroe è pronto per l'avventura che poi compirà. L'avventura è una manifestazione simbolica del suo carattere. Anche il paesaggio e lo scenario in cui si svolge l'azione accompagnano la sua disponibilità.
B.M. - In “Guerre stellari” di George Lucas, Han Solo, che all'inizio è un mercenario, finisce per diventare un eroe, arrivando a salvare Luke Skywalker.
J.C. - Sì, Han Solo compie il gesto eroico di sacrificare se stesso per un altro.
B.M. - Pensi che un eroe nasca dal senso di colpa? Solo si sentiva in colpa perché aveva abbandonato Skywalker?
J. C. - Dipende da quale sistema di idee si ha intenzione di adottare. Han Solo era un tipo molto pratico, un materialista, o per lo meno lo pensava. Ma allo stesso tempo era un essere umano capace di provare compassione, anche se questo non lo sapeva. L'avventura fa emergere una qualità del suo carattere che non sapeva di possedere.
B.M. - Allora in ognuno di noi si nasconde, a nostra insaputa, un eroe?
J.C. - La nostra vita rivela il nostro carattere. Man mano che la vita procede, scopriamo sempre più cose su noi stessi. Per questo è un bene andare alla ricerca di situazioni in grado di far emergere la nostra natura più nobile, piuttosto che la più bassa (...)
(pag.160)

domenica 26 agosto 2007

Guerre Stellari: Joseph Campbell al cinema (1)

Giuliano

Guerre Stellari: Joseph Campbell al cinema
da “Il potere del mito” di Joseph Campbell, ed. Guanda

Joseph Campbell (1904-1987) è stato uno dei maggiori storici delle religioni. Un’enciclopedia vivente, come molti altri della sua generazione, capace di saltare senza problemi dal cristianesimo all’induismo, dallo zoroastrismo allo shinto, e via dicendo –passando per le religioni animiste e ovviamente comprendendo astronomia, archeologia, papirologia, psicoanalisi, glottologia...
E quindi le sue opere sono molto impegnative, anche se lo stile è molto colloquiale. E’ una piccola osservazione, l’unica che mi sento di fare prima di passare all’argomento del giorno, che è “Guerre Stellari”: Campbell non è facile, per capire bene quello che segue bisognerebbe leggere il libro da cui è tratto. Detto questo, non resta che augurarvi buon divertimento, perché Campbell sa anche essere divertente, come tutti i vecchi professori (quelli bravi, intendo).

Il libro è in realtà una conversazione, della quale esiste un filmato, tra Campbell e il giornalista Bill Moyers – che si svolge, guarda caso, allo Skywalker Ranch di George Lucas, in Texas.
Il primo estratto viene dalla prefazione di Bill Moyers, e inizia da un commento di Campbell sui funerali di John F. Kennedy: il mito dell’Eroe, per l’appunto, e cosa ne resta ai nostri giorni.

(...) Ho pensato a questa descrizione anche quando un'amica chiese a uno dei miei colleghi a proposito della nostra collaborazione con Campbell: «Perché avete bisogno della mitologia?» Ella condivideva l'opinione comune oggi che «tutti questi dèi greci e roba del genere» siano irrilevanti per la condizione umana. Quel che non sapeva - quel che i più non sanno - è che i resti di tutta questa «roba» coprono le pareti del nostro sistema interiore di credenze come i cocci del vasellame rotto in un sito archeologico. Ma, dato che siamo creature viventi, in tutta quella «roba» c'è molta energia. E i rituali la evocano. Prendete la posizione dei giudici nella nostra società, una posizione che Campbell ha visto in termini mitologici e non sociologici. Se si trattasse di un ruolo come gli altri, il giudice potrebbe indossare in tribunale un semplice abito grigio, invece della toga nera da magistrato. La legge, invece, per mantenere la sua autorità al di là della coercizione, ha bisogno che il potere del giudice sia ritualizzato, mitologizzato. E questo, notava Campbell, vale per molte delle cose della vita di oggi, dalla religione e dalla guerra all'amore e alla morte.
Mentre camminavo, andando al lavoro una mattina dopo la morte di Campbell, mi fermai davanti alla vetrina di un videoclub dei dintorni che faceva scorrere su un televisore scene da “Guerre stellari” di George Lucas. Rimasi lì, ripensando a quando Campbell e io avevamo visto insieme la pellicola al ranch di Lucas, lo «Skywalker». Lucas e Campbell erano diventati buoni amici dopo che il regista, riconoscendo il suo debito verso il lavoro di Campbell, aveva invitato lo studioso a vedere la trilogia di Guerre stellari. Campbell si divertì molto ritrovando gli antichi temi e motivi della mitologia che venivano proiettati sul grande schermo in immagini di grande modernità. Proprio durante quella visita, avendo ancora una volta esultato per le imprese e gli eroismi di Luke Skywalker, Joe si animò sempre più parlando di come Lucas avesse «dato il più nuovo e più potente impulso» alla classica storia dell'eroe.
«E quale sarebbe?» gli chiesi.
«È ciò che Goethe aveva detto nel Faust, ma che Lucas ha espresso in una lingua moderna – il messaggio, cioè, che la tecnologia non potrà salvarci. I nostri computer, i nostri strumenti, le nostre macchine, non sono sufficienti. Dobbiamo ancora affidarci alla nostra intuizione, al nostro vero essere.»
«E questo non è un affronto alla ragione?» dissi. «Se le cose stanno così, non stiamo forse fuggendo dalla ragione?»
«Ma non è questa la missione dell'eroe. Non si tratta di negare la ragione. Al contrario, con il superamento delle passioni oscure, l'eroe simboleggia la nostra capacità di controllo sulla selvaggia irrazionalità che è noi.»
Campbell aveva lamentato in altre occasioni la nostra incapacità «di ammettere all'interno di noi stessi la febbre divorante e lasciva» che pure è endemica nella natura umana. Ora, egli stava descrivendo il viaggio dell'eroe, non come un singolo atto di coraggio ma come un'intera vita vissuta nell'autodisvelamento, «e Luke Skywalker non fu mai tanto razionale come quando scoprì in se stesso le risorse necessarie ad affrontare il proprio destino.»
Paradossalmente, per Campbell la fine del viaggio dell'eroe non coincide con la sua glorificazione. «Non ci si deve identificare», disse in una delle sue conferenze, «con nessuna delle figure o dei poteri di cui abbiamo esperienza. Lo yogi indiano, che lotta per la sua liberazione, si identifica con la Luce e non ritorna indietro. Ma nessuno che desideri mettersi al servizio degli altri permetterebbe a se stesso una simile scappatoia. Lo scopo ultimo della ricerca non dev’essere né la liberazione, né un’estasi egoistica, ma la sapienza e la potenza necessarie a servire gli altri.»
Una delle molte differenze tra la persona celebre e l’eroe, aggiungeva, è che il primo vive solo per se stesso, mentre l’altro agisce per redimere la società. (...)
(pag.13)
(...) Per quanto le tradizioni mitiche differiscano, notava, esse sono concordi nel richiamarci a una consapevolezza più profonda dell'atto stesso del vivere. Il peccato imperdonabile, secondo Campbell, è quello dell'inconsapevolezza, del non essere all'erta, non completamente desti.
Non ho mai incontrato nessuno che sapesse raccontare meglio una storia. Ascoltandolo mentre parlava delle società primitive, venivo trasportato nelle ampie pianure, sotto l'immensa cupola del cielo aperto, o nella foresta più fitta, sotto una volta di alberi, e cominciavo a capire come la voce degli dèi parlasse attraverso il vento e il tuono, e lo spirito di Dio scorresse in ogni ruscello montano, e la terra intera risplendesse come un luogo sacro - il regno della immaginazione mitica. E domandai: «Ora che noi moderni abbiamo spogliato la terra dei suoi misteri e abbiamo fatto - secondo la descrizione di Saul Bellow - 'un ripulisti generale delle credenze', come potremo nutrire la nostra immaginazione? Possono bastare Hollywood e i telefilm?»
Campbell non era pessimista. Credeva nell'esistenza di un «punto di saggezza al di là dei conflitti di illusione e verità attraverso il quale le vite possono essere ricondotte all'unità originaria». Trovare quel punto «è il problema fondamentale del nostro tempo». Nei suoi ultimi anni si era impegnato in una nuova sintesi di scienza e spirito. «Il passaggio da una visione geocentrica a una visione eliocentrica», scrisse dopo il primo sbarco sulla luna, «sembrava aver rimosso l'uomo dal centro, e il centro sembrava così importante. Spiritualmente, comunque, il centro si trova là dove si trova la vista. Stare su una vetta e vedere l'orizzonte. Stare sulla luna e vedere il mondo intero che sorge persino - attraverso la televisione - nel salotto di casa tua. Il risultato è un'espansione senza precedenti dell'orizzonte, una cosa che potrebbe egregiamente servire ai nostri giorni, così come un tempo le antiche mitologie servirono a depurare i canali della percezione e prepararli «alla meraviglia ad un tempo affascinante e terribile di noi stessi e dell'universo».
Sosteneva che non è la scienza ad averci separati dalla divinità o ad aver diminuito la nostra umanità. Al contrario, le nuove scoperte della scienza «ci ricongiungono agli antichi», permettendoci di riconoscere nell'intero universo «un riflesso amplificato e ingrandito della nostra più recondita natura; così che noi diventiamo davvero le sue orecchie, i suoi occhi, il suo pensiero, la sua parola – o, in termini teologici, le orecchie, gli occhi, il pensiero e la Parola di Dio».
L'ultima volta che l'ho visto gli ho chiesto ancora credeva noi come aveva scritto una volta - «che in questo siamo partecipi di uno dei più grandi balzi in avanti dello spirito verso una conoscenza più completa non solo della natura che ci è esterna, ma anche del nostro più profondo, più intimo mistero». Egli ci pensò su un minuto, poi rispose: «Più che mai! » (...)
(pag.18)