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sabato 5 gennaio 2008

La scienza e la morte al cinema: Ghiaccio sottile

Alexander Nevsky

Nicola
Serghej Eisenstein, Alexander Nevsky (1938)
Ken Russell, Billion Dollar Brain (1967)
Krzysztof Kieslowski, Il Decalogo 1 (1988)
Atom Egoyan, Il dolce domani (1997)
Carlos Saldanha, L'era glaciale 2 - Il disgelo (2006)

«...cri...i...i...i...icch...»
l'incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
«A riva!» Ognuno guadagnò la riva
disertando la crosta malsicura.
«A riva! A riva!...» Un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva.

(Gozzano, Invernale, rubato a Solimano sul Nonblog di Habanera).

Il ghiaccio, si sa, è infido per chi non lo conosce, e anche per chi lo conosce.
In un Inverno tra i ghiacci, di Verne, un gruppo di esploratori polari si fa ingannare dal fatto che sotto il ghiaccio ci sia uno strato di terra: la terra nasconde un ulteriore strato di ghiaccio e, sotto questo, l'abisso oceanico. Il gruppo finisce alla deriva su un iceberg che va gradualmente rimpicciolendosi.
La crosta di ghiaccio ci sostiene sulla superficie del lago, che possiamo attraversare camminandovi sopra come Cristo, ma è essa stessa lago, stato solido dell'acqua che a profondità maggiore rimane allo stato liquido, e che allo stato liquido tende a tornare. Per camminare in sicurezza sul ghiaccio occorre conoscere la profondità della crosta, l'omogeneità del ghiaccio, la salinità, l'eventuale presenza di correnti più calde o più fredde... Tutte informazioni che l'occhio inesperto, ingannato dalla euclidea piattezza del panorama ("omogeneo e isotropo"), spesso non coglie.
Ai pattinatori e agli escursionisti invernali segnalo il sito Ice safety pieno di utili informazioni e avvertimenti.

Il cinema ha spesso frequentato il tema del ghiaccio cedevole, sottotema visivamente gratificante del più generale argomento "natura matrigna". Non si può che iniziare da Alexander Nevsky e dalla celebre battaglia sul lago Chudskoe ghiacciato, in cui l'esercito di Novgorod, metafora dell'Armata Rossa, sconfigge i Cavalieri Teutonici, metafora di quelli che orgogliosamente se ne pretendevano eredi. Dal punto di vista ideologico-strategico, il ghiaccio che cede sotto le pesanti armature tedesche simboleggia la Grande Russia che si ribella all'invasore, la natura non meno degli uomini. Prima i teutoni, poi i francesi dell'Armée, la stessa fine faranno i nazisti, è la profezia del film, che in effetti si avverò. Eisenstein coglie l'occasione per uno spettacolo grandioso, con i cavalieri che, senza aver potuto realmente combattere, scivolano inesorabilmente tra i lastroni ghiacciati, anonimi come grossi insetti sotto i loro grossi elmi, trascinando con sé, ultimo vestigio, i mantelli crociati.

Alexander Nevsky

Il luogo narrativo ed estetico della battaglia sul ghiaccio è stato in seguito ripreso in forma di citazione e parodia, ma senza un briciolo di pathos, come puro esercizio scolastico. Si veda la scena finale di Billion Dollar Brain, dove a precipitare sotto al ghiaccio è la moderna armata corazzata di una poco credibile Spectre.

Billion Dollar Brain

Molto diverso è il caso del Decalogo 1, "Non avrai altro Dio all'infuori di me", dove il ghiaccio simboleggia l'imperfetta conoscenza del mondo da parte dell'uomo. Uno scienziato polacco e suo figlio hanno un bellissimo rapporto fatto di affetto, educazione e conoscenza. Il padre avvia il figlio alla visione scientifica del mondo; il figlio entusiasticamente apprende, domanda, sperimenta. Il figlio vorrebbe provare i suoi nuovi pattini sul lago ghiacciato del quartiere.

Padre e figlio s'informano sui dati necessari, fanno calcoli sul loro computer e alla fine, forse usando una formula simile a quella usata dall'esercito USA e qui riportata:(lo spessore del ghiaccio in pollici dev'essere almeno quattro volte la radice quadrata del peso espresso in tonnellate), il padre decide che lo spessore del ghiaccio è più che sufficiente. Non fidando del tutto della teoria -si tratta del proprio bambino-, va anche a prendere le misure del ghiaccio direttamente, di nascosto dal figlio. Succede invece, lo sapremo alla fine, che una fabbrica ha scaricato nel lago le acque calde del proprio circuito di raffeddamento: il ghiaccio s'assottiglia vicino al tubo ed è proprio lì che il bambino passa pattinando e annega.

Il Decalogo 1

Non vediamo il ghiaccio cedere e il bambino cadere: c'è un buco nel ghiaccio e i sommozzatori che ne cercano il corpo. Quel buco è anche un buco della nostra conoscenza, l'abisso "sotto la crosta".
Il Dio rivale, si capisce, è la scienza, il computer, la fiducia dell'uomo di poter agire in base a previsioni razionali.
Il regista non ci dice, invece, se il Dio unico esista o meno. Certamente molti ci credono, e saranno anche disposti a credere che abbia punito il padre idolatra colpendolo in ciò che ha di più caro, il primogenito (l'unigenito, addirittura).
Alla fine sembra crederci anche il padre, che si ribella e abbatte in un impeto di rabbia e dolore l'altare di una chiesa (causando, il suo dolore o la sua rabbia, o la morte dll'innocente, le lacrime dell'icona di Maria).
Il regista mantiene però il giudizio sospeso. La tragedia potrebbe essere figlia del solo caso, il filo che sfugge all'ordito, il dettaglio fuori posto:

Ignoro se
la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l'innocenza é una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari.
Di me, di te tutto conosco,
tutto ignoro.
(Montale, Ex Voto)

Nel successivo film di Atom Egoyan, la strage degli innocenti che si consuma nel ghiaccio avviene all'inizio della vicenda: un pulman scolastico esce di strada e finisce in un lago. Come nelle altre pellicole del regista canadese, il mistero è tutto umano, sta tutto nelle infinite relazioni, nel loro succedersi nel tempo, nel loro diverso stratificarsi nella memoria. La tragedia costituisce il grumo attorno a cui le relazioni umane si attorcigliano, le domande vengono poste e le risposte non vengono date (ma vengono vissute). L'incidente è puro frutto del caso: non c'è nessun Dio da invocare, nè da maledire; ma solo braccia da abbracciare.

Il dolce domani

Le insidie del ghiaccio e i misteri che sotto di esso si celano sono uno dei leit-motiv, ovviamente, dell'Era glaciale 2 - Il disgelo. Mentre gli animali terricoli sfuggono all'immensa inondazione che sta per sommergere una valle, sotto il ghiaccio vagano alla ricerca di prede due grandi e voraci sauri marini. Il bradipo, la tigre dai denti a sciabola, il mammuth e la loro variegata compagnia si trovano di tanto in tanto a dover attraversare placche di ghiaccio malsicuro e, soprattutto l'acquofoba tigre, a dover misurare la breve distanza che separa -in diversissimi, ma prossimi ecosistemi-l'esser predatore dall'esser preda.

Era glaciale 2 - Il disgelo

lunedì 31 dicembre 2007

La scienza al cinema: Lo scienziato pazzo

Nicola
Lo scienziato pazzo è un topos di tale successo che nell'immaginario collettivo si tratta dell'unica icona universalmente riconosciuta a rappresentare la categoria. Con l'eccezione della figura di Einstein, popolare quasi altrettanto, e quasi quanto la Coca Cola e il leone ruggente della MGM. Tale successo d'immagine si deve in gran parte al cinema, che sul tema dello scienziato pazzo ha prodotto infinite variazioni.
Il prototipo cinematografico della categoria è certamente il primo Frankestein (1931, diretto da James Whale, col mostro impersonato da Boris Karloff e il Dr. Frankestein da Colin Clive), tratto dal romanzo di Mary Shelley attraverso la traduzione teatrale di Peggy Webling. Già in questo film ci sono gli ingredienti fondamentali di un buono scienziato pazzo: 1) si occupa di un problema fondamentale (la creazione della vita da tessuti che ne sono privi, per esempio); 2) in solitudine e senza contatti con altri studiosi; 3) con fondi provenienti perlopiù dalle fortune di famiglia.
Altri temi fondamentali sono il teletrasporto (La Mosca di Kurt Neumann, 1958, più tardi rifatta da Cronenberg); la trasformazione di animali in esseri umani (L'isola del Dr. Moreau, tratto da H.G. Wells, prima riduzione in pellicola nel 1933); un viaggio nella memoria evolutiva che si cela nel nostro corpo (Stati di Allucinazione, di Ken Russel, 1980) e tanti altri.
Spero di non deludere nessuno dicendo che scienziati pazzi di questo tipo non ne esistono. La realtà è molto più inquietante e molto meno appassionante. Pochi ricercatori si occupano di questioni veramente fondamentali e per farlo lavorano in grandi gruppi composti da personale iperspecializzato, con pochi scienziati-manager in posizione dirigente, spesso i soli ad avere piena consapevolezza del progetto. Si tratta di gente in genere poco incline alla sregolatezza.

Questi grandi gruppi, poi, passano buona parte del loro tempo comunicando col mondo esterno: altri scienziati e gruppi di ricerca, politici (gran parte dei fondi viene ancora dai bilanci statali), industriali (notevole il caso delle scienze medico-biologiche). Non appena credono d'avere un asso nella mano, lo annunciano: meglio un annuncio prematuro che arrivare secondi, in un mondo dove la concorrenza è agguerritissima. Poche persone al mondo potrebbero permettersi di finanziare di tasca propria uno di questi gruppi (Bill Gates, Carlos Slim Helu...), e non lo fanno. Quando la scienza confina con la follia, lo fa, come sempre nelle comunità umane, senza intenzione dei singoli: una follia di sistema. Non c'è nulla di strano nelle amniocentesi, ma la precoce (e illegale) determinazione del sesso dei feti porta milioni di coppie cinesi ad abortire selettivamente le femmine, causando una pericolosa deriva demografica. Un fenomeno in cui s'intersecano la moderna diagnostica, la tradizione maschilista di matrice confuciana e la politica demograficamente assennata, almeno a tavolino, che impone alle donne di non avere più d'un figlio. Che non è però cinematograficamente rappresentabile senza violare macroscopicamente tutte e tre le unità aristoteliche (tempo, spazio, azione).
[O no? Si potrebbe realizzare un' "Ultima femmina": film fanta-demografico con orde di maschi che si combattono per generare con lei e altrettanti che, più realisticamente, si danno ai piaceri omosessuali].
Proprio quest'anno cominciamo a vedere come una tecnologia benemerita (motori che vanno ad alcool vegetale) abbia messo in competizione gli esseri umani, consumatori di graminacee, con i SUV, amanti della canna da zucchero, con effetti dirompenti sui prezzi del pane. Anche qui, non c'è uno scienziato pazzo da mettere al rogo, ma solo la tanto lodata "mano invisibile del mercato"che sposta i capitali (e la terra, e il regno vegetale) verso le destinazioni che maggiormente lo retribuiscono.
Lo scienziato pazzo, dunque, ha poco a che vedere con presente e futuro, ma ha tanto a che vedere col passato del nostro immaginario occidentale. Mi piacerebbe essere più colto e fare una storia di questa figura, ma, più modestamente, mi accontenterò di riportare poche suggestioni estemporanee. Lo scienziato pazzo è vicino ai maghi e agli stregoni, più dalle parti di Lucio Apuleio che di Redi e Pasteur. Il timore che in questa figura si esprime è il timore che si ha per i possessori di una sapienza occulta: strano destino per la scienza moderna, che fa della universale comunicabilità e apertura uno dei propri pilastri. Lo scienziato pazzo assomiglia quindi al rabbino espertissimo della Kabbala e alcuni film sugli scienziati pazzi -quelli di serie B specialmente- assomigliano strutturalmente alla propaganda antigiudaica del tempo andato.C'è anche, in questi film, una lontana eco del timore di ciò che separa la vita dalla morte, che qui viene espressa in formato moderno (mentre i vampiri, le case maledette, gli zombi e i fantasmi l'esprimono nella tradizionale versione magica).

venerdì 16 novembre 2007

La scienza al cinema: Morte di un matematico napoletano

Carlo Cecchi (Renato Caccioppoli nel film)

Morte di un matematico napoletano, di Mario Martone (1992) Sceneggiatura di Mario Martone, Fabrizia Ramondino Con Carlo Cecchi, Anna Bonaiuto, Renato Carpentieri, Toni Servillo, Antonio Neiwiller, Licia Maglietta, Fulvia Carotenuto, Roberto De Francesco, Andrea Renzi, Alessandra D'Elia Musica: Michele Campanella Fotografia: Luca Bigazzi (108 minuti) Rating IMDb: 7.0
Nicola
Renato Caccioppoli fu un importante analista matematico, era napoletano, scrisse i suoi lavori più importanti sotto il fascismo e morì suicida per l'oscuro concorrere di cause, ciascuna di per sè chiara a tutti quelli che gli stavano vicino. La sua biografia ha un che di sregolato e ribelle, così come relativamente sregolato e ribelle era lo stile dei suoi articoli.Attorno a lui e alla sua famiglia c'era un'atmosfera romanzesca: sua madre e sua zia erano figlie di Bakunin, spiaggiate a Napoli dopo la morte del leader anarchico. La zia, in particolare, era una chimica: una delle ancora rare presenze femminili nella scienza di fine ottocento (un suo vivido ricordo è in Società Chimica Italiana - Lista di Posta Elettronica).
Attorno agli ultimi giorni del matematico napoletano, Mario Martone imbastì nel 1992 un film bello e italiano, che è il mio pretesto per parlare qui di Caccioppoli.
Martone aveva una materia difficile e piena di trappole, proprio in virtù della sua ricchezza. Facilissimo sarebbe stato cadere nel film-a-schede, come accade a tanti film biografici che affastellano senza congiunzioni nè punteggiatura episodi-chiave-che-non-possono-essere-celati-allo-spettatore (la seconda parte del Malcom X di Spike Lee, per esempio, là dove la prima parte è narrativamente felicissima). Dietro l'angolo era il rischio del polpettone intimistico-sentimentale, soffrendo Caccioppoli per l'abbandono della moglie (bravissima nel ruolo la Bonaiuto) ed essendo purtroppo oggi in voga il facile sentimentalismo che tutto spiega con storie d'amore narrate in stile soap, dalla nona di Beethoven al genio napoleonico. (Più solide sono in genere le biografie cinematografiche femminili).
Forte, in epoca di bassolinismo ascendente e in un regista progressista, poteva essere la tentazione del film pompieristico-comunista, che dall'anarchico Bakunin al Caccioppoli che si fa imprigionare per aver fatto suonare la Marsigliese a un'orchestra, tenendo appena dopo un discorso antifascista (siamo nel 1938), di episodi ne offre a iosa.
Martone riesce invece a schivare tutti questi pericoli e anche quello più insidioso di tutti: il film italiano iper-minimalista dove, per timore d'essere retorici, si finisce col dire nulla e col mostrare nulla, se non un "è successo così, non cercatene una ragione".
Per farlo, doveva trovare un personaggio che fosse all'altezza dell'ingombrante e onnipresente Caccioppoli (strepitosamente interpretato da Carlo Cecchi), i cui movimenti vengono seguiti passo-passo per una settimana.

Caccioppoli al centro, con Don Coronato e gli studenti
Quello alto in fondo è il bidello Gigino Allocca

Questo personaggio è quella veduta della città di Napoli che costituisce lo scheletro del film e che permette agli aneddoti, ai sentimenti, al discorso progressista e persino al minimalismo che non cerca spiegazioni, di svilupparsi armoniosamente.
La Napoli di Martone-Caccioppoli è l'incrocio di una "città ideale" futuribile e di una città più civile del passato. E' la città degli scienziati e degli intellettuali, quella che sa accogliere gli stranieri (le sorelle Bakunin), ma anche ospitare i femminielli. La città della borghesia colta dall'aplomb britannico e del milieu interclassista che all'epoca ruotava attorno al Partito
Comunista (ironie della storia: finita la lotta di classe, si sono ridotti a quasi nulla i luoghi in cui persone di classi diverse s'incontrano). Molto diversa dalle immagini napoletane che Pasolini, pochi anni dopo la morte di Caccioppoli, filmò in un episodio dei suoi Comizi d'Amore.
E' una Napoli pulita, con trattorie in cui -operai e intellettuali insieme- si mangia e si parla di cinema. Una Napoli in cui anche il tradimento, la depressione e la tragedia non hanno nulla a che vedere col caos e col disgusto.
Si tratta, insomma, della città del passato recente descritta da Ermanno Rea in Sogno Napoletano, e assieme quella che all'epoca si andava progettando e sperando sotto il segno di Bassolino: complessa, irrisolta, ma proiettata nel futuro. (Il film costituisce anche, quindici anni dopo, il triste ricordo di una primavera napoletana che non ha avuto gli esiti all'epoca immaginati).

Infine, la matematica. Nel film appare giustamente di straforo, ma sempre corretta, parte anch'essa della città ideale in cui si vivono intensamente, ma con serietà, delle passioni razionali: alcune formule alla lavagna in secondo piano, durante una lezione, e un'uguaglianza che Caccioppoli scrive a un certo punto su un pacchetto di sigarette, appoggiato a un muro. Quell' uguaglianza (una definizione del "funzionale perimetro" dovuta a Caccioppoli) è celebre tra i cultori e gli appassionati (io sono tra questi ultimi) della "teoria geometrica della misura": dell'arte, cioè, di misurare e interpretare volumi e aree di oggetti infinitamente frastagliati, e di lavorare con essi. Questa teoria ebbe due grandi maestri italiani: Renato Caccioppoli e Ennio De Giorgi.
Un'esposizione degli scopi della "teoria del perimetro" rivolta a un pubblico di non specialisti (filosofi e letterati) da parte di De Giorgi, in occasione di una conferenza dedicata a Caccioppoli, si trova all'indirizzo Matematica Uni-Bocconi, assieme a diversi articoli. Vi si reperisce anche un'intervista a Martone, che non ho ancora letto, altrimenti mai avrei scritto questo post. Dal sito della Bocconi vengono le foto che lo illustrano.

Renato Caccioppoli in età matura