Visualizzazione post con etichetta Gesù di Nazareth. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gesù di Nazareth. Mostra tutti i post

domenica 23 marzo 2008

I soggetti nel cinema: Gesù di Nazareth

Vie et passion de Jesus Christ (1905) di Ferdinand Zecca

Roby

Potrei definirmi una cristiana ex-cattolica, o meglio una cattolica pentita. Nel senso che, dopo un'infanzia e un'adolescenza profondamente segnate dall'educazione religiosa impartitami in parrocchia, dove la mamma affidava me e mia sorella alle amorevoli cure di suorine dal piglio soavemente nazista e di catechiste zitelle dedite al terrorismo psicologico in nome del Vangelo, in seguito sono tornata a ragionare con la mia testa, per limitata che sia, e a camminare con le mie gambe, per quanto deboli: e così, cammina cammina, ho ritrovato Gesù Cristo nell'essenzialità del suo insegnamento e nello spirito di fratellanza universale da lui predicato, più che nella sterile osservanza del digiuno del venerdì o nell'impossibile astinenza da quell'istinto primario dell'essere umano senza l'esercizio del quale le chiese si ritroverebbero completamente vuote di fedeli.



Jeffrey Hunter in Il re dei re (1961) di Nicholas Ray



In questo tempo pasquale, al di là delle convinzioni personali e delle usanze di ciascuno, non mi sembra perciò inopportuno dare uno sguardo a come il cinema -soprattutto nell'ultimo mezzo secolo- si è occupato della figura del Cristo, facendone spesso una vera e propria superstar, di nome e di fatto. Per la verità, i primi a realizzare un breve cortometraggio sulla vita di Gesù erano stati già i fratelli Lumiére nel 1898, seguiti nel 1905 da Ferdinand Zecca, regista del lungometraggio da cui è tratto il fotogramma d'apertura. Personaggio di grande spessore e di notevole impatto, il Nazzareno, anche volendone considerare solo l'aspetto umano: un ruolo ideale, dunque, per qualsiasi attore desideroso di misurarsi con qualcosa di superiore, di altro rispetto alla norma, impersonando qualcuno che diffonde concetti ancor oggi rivoluzionari (sia detto al di fuori di ogni retorica) quali l'amore per il prossimo, il valore del dialogo, il perdono per i propri nemici e il rifiuto della violenza.


Enrique Irazoqui in Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pierpaolo Pasolini


I volti di Cristo, sul grande schermo, sono stati tanti e diversi, sebbene -in genere- rispettosi dell'iconografia che prevede per lui capelli lunghi sciolti sulle spalle, baffi e barba più o meno incolta. Curiosa tradizione, mutuata più dall'aspetto degli déi pagani (in particolare di Zeus Olimpio) che dall'acconciatura tipica degli ebrei di quei tempi, in genere ben rasati e sbarbati: ma non voglio certo qui far la parte dell'ateo Odifreddi, andando a cercare il pelo nell'uovo -o meglio- le radici politeiste nel cristianesimo delle origini. Tanto per cominciare, il Jeffrey Hunter del Re dei re mi affascinò da bambina davanti alla TV ancora in bianco e nero, gettandomi in crisi mistica e vagheggiamenti di vita monacale fortunatamente poi rientrati, mentre l'Enrique Irazoqui del Vangelo pasoliniano, visto molto più tardi, mi lasciò a lungo interdetta, lontano com'era dal Cristo-tipo hollywoodiano, assai prestante e tutt'altro che debole nel suo caduco involucro esteriore.


Max Von Sydow in La più grande storia mai raccontata (1965) di George Stevens


Continua a colpirmi molto, a ogni passaggio televisivo, anche il Max Von Sydow della Più grande storia mai raccontata (titolo, a onor del vero, non troppo politically correct per chi professi religioni non cristiane): i suoi tratti irregolari, scavati e ieratici esercitano su di me una sorta di effetto ipnotico, riuscendo a distrarmi dalla ricerca di interpreti arcinoti sparsi qua e là per tutto il film, da John Wayne centurione-sceriffo a Sidney Poitier cireneo, dal cantante Pat Boone tipo angelo del sepolcro alla Veronica pin-up dell'ex-Lolita Carroll Baker.


Bernard Verley in La via lattea (1968) di Luis Bunuel

Nell'onirico La Via Lattea di Bunuel, invece -confuso ricordo di un cineforum del periodo liceale- il Gesù di Bernard Verley mi scandalizzò oltre ogni dire, dedito com'è alle risate in compagnia e alle abbondanti libagioni, pronunciando battute quali, ad esempio "Io non sono venuto a portare la pace ma la spada, e a mettere disaccordo fra padre e figlio", da me ritenute allora una blasfema invenzione del regista: salvo poi scoprire -decenni più tardi- la loro presenza nero su bianco nel Vangelo di Matteo.


Ted Neely in Jesus Christ Superstar (1973) di Norman Jewison

Jesus Christ Superstar, poco dopo, fu un'esperienza indimenticabile, dove colori, immagini, suoni e musica si fondevano in un tripudio di entusiasmo rivoluzionario, appena venato dal brivido proibito del rapporto sentimentale fra il Gesù di Ted Neely e la Maddalena di Yvonne Elliman. Dan Brown, all'epoca, era un bambino di 9 anni che probabilmente giocava beato con il Lego, ancora ignaro di Sacro Femminino, Santo Graal e piramidi rovesciate sotto il museo del Louvre...


Robert Powell in Gesù di Nazareth (1977) di Franco Zeffirelli

Estenuante nella perfezione stilistica, limato fino alla leziosità nell'impostazione di ogni più piccolo gesto, lucidato a festa nella confezione finale, il Gesù di Zeffirelli col volto di Robert Powell mi lasciò, al primo impatto televisivo, del tutto sfinita, sazia di immagini dorate e di recitazione ispirata proprio come accade di sentirsi, alla fine del tradizionale pranzo di Pasqua, dopo aver inghiottito a fatica l'ultima fetta di colomba.


Willem Dafoe in L'ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese


Non posso, al contrario, dare alcun giudizio personale sulle più recenti e più discusse interpretazioni cristologiche -quelle di Willem Dafoe in L'ultima tentazione di Cristo e di Jim Caviezel in The Passion - per il semplice motivo che non ho visto nessuno dei due film. Ma, mentre mi rammarico di aver perso il primo, diretto da Scorsese, perchè indotta in errore da una pubblicità negativa di stampo clericale, sono invece lietissima nonchè quasi orgogliosa di affermare che nessuna forza terrena o sovrumana potrà mai indurmi ad assistere allo spettacolo, degno dei Pubblici Macelli, messo in scena nel 2004 da Mel Gibson. Tale convinzione si è in me rafforzata dopo la lettura di alcune edificanti notizie sulla realizzazione del film, secondo cui il regista avrebbe seguito la Messa ogni mattina, prima di recarsi sul set, restando inginocchiato per tutto il tempo; sarebbero poi sue le mani che si vedono in primo piano conficcare -con metodica precisione- i chiodi nelle mani del Crocifisso, come testimoniato da alcune foto trovate in rete che qui vi risparmio.



Jim Caviezel in The Passion (2004) di Mel Gibson

Mi pare già abbastanza grandguignolesca la visione del gibsoniano Gesù ridotto a maschera sanguinolenta, tanto da arrossare il legno della croce che faticosamente sorregge, lungo il doloroso percorso cui fanno da sfondo gli scabri, essenziali sassi di Matera. Gli stessi che avevano assistito, 40 anni prima, alla rappresentazione del medesimo soggetto, ad opera però della sensibilità di un poeta, e non della solerzia squartatrice di un norcino professionista.

Mi spiace di non aver reperito nel web immagini adeguate del Messia di Rossellini, impersonato da Pier Maria Rossi, che avrebbe ben figurato in questa carrellata: accontentatevi quindi di quel che ha passato il convento e... correte a tavola, che l'uovo di cioccolata è quasi finito!!!!