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martedì 21 aprile 2009

I triangoli nel cinema: A doppia mandata (2)

Jean-Paul Belmondo (Laszlo) e Jeanne Valérie (Elisabeth)
in "À double tour" (1959) di Claude Chabrol

À double tour di Claude Chabrol (1959) Racconto di Stanley Ellin, Sceneggiatura di Claude Chabrol e Paul Gégauff Con Madeleine Robinson, Antonella Lualdi, Jean-Paul Belmondo, Jacques Dacqmine, Jeanne Valérie, Bernadette Lafont, André Jocelyn, Mario David, László Szabó Fotografia: Henri Decaë Musica: Paul Misraki, Wolfang Amadeus Mozart "Serenata in si bemolle maggiore KV 361 (Gran Partita)" Hector Berlioz "Romeo et Juliette" (110 minuti) Rating IMDb: 6.7

Solimano

Tutto sembra andare contro le aspettative di Thérèse Marcoux (Madeleine Robinson). Il marito Henry (Jacques Dacqmine) è deciso a rendere pubblica la sua relazione con l'artista Léda (Antonella Lualdi) e sua figlia Elisabeth (Jeanne Valérie), malgrado qualche incertezza, continua ad essere innamorata dell'ungherese Laszlo Kovacs (Jean-Paul Belmondo), un uomo che Thérèse non può vedere, perché è amico di Henri e l'ha spinto a proseguire il rapporto con Léda. Il figlio Richard (André Jocelyn) è perso nel continuo ascolto della musica.


Thérèse vorrebbe che fossero come vuole lei, ma ottiene proprio per questo il risultato esattamente contrario. Troppo autoritaria, fa fatica a farsi ascoltare perfino dalla cameriera Julie (Bernadette Lafont).
Qualche giorno dopo Léda viene trovata uccisa in casa sua: è stata strangolata. Si sospetta del lattaio Roger (Mario David), che era stato visto aggirarsi nei dintorni. Thérèse cerca di fare in modo che sia sospettato anche Laszlo, ma è proprio Laszlo ad intuire quello che è successo.


Il film in fondo non è un thriller. Lo spettatore attento capisce presto chi può essere stato l'assassino. E' un film psicologico, in cui Claude Chabrol sviluppa temi che torneranno negli anni successivi: l'ambiente borghese (spesso alto borghese) in cui pulsioni violente sono mascherate da un formalismo eletto a sistema, il denaro come motore di tutto (sentimenti compresi), l'adulterio come via di fuga dalla noia e dall'ipocrisia, lo scontro fra le aspirazioni ad una vita più libera e le condizioni al contorno che non la consentono, soprattutto le donne, che Chabrol mette al centro: tessitrici di ragnatele invescanti o vittime, magari della stessa ragnatela che hanno costruito.



Laszlo intuisce che l'assassino non può essere stato che Richard, il figlio musicomane, e lo trova in mezzo ai campi, mentre dirige con le mani la musica cha sta ascoltando da un registratore che ha portato con sé (adesso non è più la musica di Mozart, ma il "Romeo et Juliette" di Hector Berlioz).

Raymond nega, i due si affrontano finendo in acqua, e Laszlo costringe Raymond a confessare, arrivano anche la madre Thérèse e la sorella Elisabeth, che ascoltano la confessione.


La confessione di Raymond nel film si svolge come un flash-back sull'assassinio. Dapprima Raymond arriva alla casa di Léda, avendo già in mente cosa vuole fare.


Léda, che ha appena fatto la doccia, è contenta di conoscerlo, sia perché sa che Henri ha dei problemi in famiglia, sia perché Raymond è gentile con lei: dice che la ammira come persona, e che ammira anche le sue opere e la sua casa.


Ma qui è la svolta del film, che lo rendeva (e lo rende) attuale: proprio l'armonia estetica, morale ed intellettuale di Léda è ciò che Raymond non è disposto ad accettare, perché sa di essere brutto fuori e dentro e sa che sua madre Thérèse è come lui, mentre Léda è su un piano ben diverso: per questo deve ucciderla. Il tema dell'invidia aggressiva per la bellezza e per l'armonia da parte di chi se ne sente al di fuori, definitivamente escluso, tornerà altre volte in Chabrol, specie in un film del 1995, La cérémonie (in italiano Il buio nella mente) in cui la causa scatenante è ancora la musica di Mozart. Che la cosiddetta sindrome di Stendhal sia un sinonimo -o un cosmetico- di meccanismi del genere? In giro per i musei si vedono molte facce scontente...

Raymond non vorrebbe ripetere la confessione alla polizia, Thérèse sta con lui, ma infine Elisabeth e soprattutto Laszlo lo convincono a costituirsi. Ed Henri, il padre di Raymond, il marito di Thérèse? Nella seconda parte del film quasi sparisce, si vede che era un personaggio che non interessava Chabrol: è un peronaggio troppo semplice.

sabato 18 aprile 2009

I triangoli nel cinema: A doppia mandata (1)

Antonella Lualdi (Léda) in "À double tour" (1959) di Claude Chabrol

À double tour di Claude Chabrol (1959) Racconto di Stanley Ellin, Sceneggiatura di Claude Chabrol e Paul Gégauff Con Madeleine Robinson, Antonella Lualdi, Jean-Paul Belmondo, Jacques Dacqmine, Jeanne Valérie, Bernadette Lafont, André Jocelyn, Mario David, László Szabó Fotografia: Henri Decaë Musica: Paul Misraki, Wolfang Amadeus Mozart "Serenata in si bemolle maggiore KV 361 (Gran Partita)" Hector Berlioz "Romeo et Juliette" (110 minuti) Rating IMDb: 6.7

Solimano

Julie (Bernadette Lafont) è la vivace cameriera nella bellissima villa (con annesso parco) della famiglia Marcoux nei pressi di Aix-en-Provence.



Al mattino, Julie si sporge seminuda dalla finestra: sa che il giardinere (Raymond Pélissier) smetterà di sforbiciare la siepe e la guarderà ad occhi sbarrati: in quel momento Julie gli farà la linguaccia.



A Julie piace di più il lattaio Roger (Mario David). La ragazza sa di piacere e di poter piacere, anche a Laszlo Kovacs (Jean-Paul Belmondo), un ungherese che bazzica per casa. Con lui Julie si capisce senza che ci sia bisogno di parole: Laszlo è un brillante e creativo viveur spesso senza soldi, ma tanto sa che i soldi prima o poi arrivano, in un modo o nell'altro.


Di Laszlo si è innamorata la giovanissima Elisabeth Marcoux (Jeanne Valérie), per questo Laszlo è spesso alla villa. Elisabeth è quasi sempre ingrugnata: Laszlo le vuol bene, ma non è disposto a cambiare personalità. Qui lo vediamo con una statua, ma non perché è uno scultore. Sta semplicemente carezzando il seno marmoreo della fanciulla effigiata, e lo fa di fronte a tutta la famiglia Marcoux (però penso che quella statua sia di gesso...)


Fin qui, sembra un vaudeville, una commedia ironica con un po' di ipocrisia sentimentale (che non si nega a nessuno). Ma non facciamoci ingannare: gravi problemi si annidano nella famiglia Marcoux. Già lo dovevamo supporre dal fatto che il padre di Elisabeth, Henry (Jacques Dacqmine) è diventato amico di Laszlo, il corteggiatore di sua figlia, mentre la madre, Thérèse Marcoux (Madeleine Robinson), proprio non lo può vedere. Ma è il rapporto guasto di Thérèse con Henry il nocciolo della questione, e ci accorgiamo che non è più un film sentimental-turistico (anche se l'habitat dei Marcoux è formidabile, qualche critico malizioso ha detto che è la villa il miglior interprete del film).

Una immagine di gruppo della famiglia Marcoux. Nell'immagine, sulla destra, compare anche il figlio Richard Marcoux (André Jocelyn), che è sempre ai margini, vestito come se fosse un vecchio, non un ragazzo, e che se ne sta spesso chiuso in camera ad ascoltare musica di Mozart, in particolare la Serenata in si bemolle maggiore KV 361 (Gran Partita), una musica meravigliosa per strumenti a fiato. Richard non si contenta di ascoltare, ma con le mani per aria fa come se dirigesse lui la musica che ascolta, come se quella musica fosse sua. Nel gruppo di famiglia, l'unico tranquillo non è della famiglia: è Laszlo che si fa una ottima colazione col tovagliolo al collo sulla camicia di un bel verde squillante.


Il rapporto fra Thérèse ed Henri si definisce con una sola parola: odio reciproco. Lui è innamorato di Léda (Antonella Lualdi) una giovane artista che abita da qualche tempo in una piccola casa arredata con molto gusto e non lontana dalla villa dei Marcoux. E' per merito di Léda che Henri e Laszlo sono diventati amici, perché Léda conosceva bene Laszlo. L'odio fra marito è moglie nasce dal fatto che è lei a tenere i cordoni della borsa: Henry vorrebbe andarsene con Léda, ma gli secca perdere tutte le sue agevolezze da ricco borghese. Laszlo incita Henri a decidersi, e allora viene fuori il carattere di Thérèse che non ama Henry, ma non è disposta ad accettare la sconfitta. Quindi usa le armi di ricatto morale e materiale che ha a disposizione.


Finalmente Henry si decide a palesare quello che ormai tutti sanno, cioè il rapporto fra lui e Léda. E i due vanno felicemente in giro per Aix, dove la famiglia Marcoux è ben conosciuta.

A questo punto, a Thérèse rimane da giocare solo l'arma dei figli. Cerca di metterli contro il padre, e quindi anche contro Léda (che i figli non conoscono). Ma Elisabeth, infine, non segue la madre nel discorso, perché è innamorata di Laszlo che appoggia in pieno la scelta di Henry. Rimane la carta del figlio Richard, ed è su di lui che punta Thérèse.
(continua)

sabato 17 novembre 2007

L' inferno

L'Enfer, di Claude Chabrol (1994) Sceneggiatura Claude Chabrol Con Emmanuelle Béart, François Cluzet, Nathalie Cardone, André Wilms, Marc Lavoine, Christiane Minazzoli, Dora Doll, Mario David, Jean-Pierre Cassel, Thomas Chabrol, Noel Simsolo, Yves Verhoeven, Amaya Antolin, Jean-Claude Barbier, Claire De Beaumont Musica: Matthieu Chabrol Fotografia: Bernard Zitzermann (100 minuti) Rating IMDb: 7.0
Laura
"Sono stufo. La lascio. Se non la lascio, prima o poi lo so, le spaccherò la faccia. " Furono queste le parole che un amico del liceo usò per mettermi al corrente che non reggeva più l'esuberante bellezza della sua ragazza. Ci diventava matto, si era convinto che, tempo qualche mese, lei lo avrebbe lasciato per uno migliore di lui. La chiamava a casa nel cuore della notte. Se di giorno ritardava qualche minuto all'appuntamento le faceva il terzo grado. Così la lasciò, anticipando quella mossa che la sua mente in via di corruzione le aveva attribuito. In quella follia, almeno, vi fu un minimo di saggezza: la faccia non gliela spaccò.
La gelosia è davvero una brutta bestia. Si scatena tutta nella testa, invade ogni anfratto dei neuroni, ingabbia qualsiasi pensiero e lo getta nel sospetto più assoluto, senza pietà. E' quello che succede a Paul Prier ( François Cluzet ), giovane proprietario di un grazioso albergo in riva al lago. Sia lui che Nelly, (una moglie bellissima ed estroversa interpretata da Emmanuelle Béart ), sono estremamente disponibili con i loro ospiti. Soprattutto Nelly che col suo carattere frizzante mette sempre tutti a proprio agio come se facessero parte di una grande famiglia. Fare l'albergatore come lo fa Paul significa caricarsi di un notevole stress. Ed è proprio sotto la coperta di questo stato nervoso che trova terreno il sentimento principe di questo film. Paul inizia ad assumere sonniferi e tranquillanti per dormire, per quietarsi, ma nelle ore diurne la sua mente inizia a registrare gli spostamenti della moglie su un'altra lunghezza d'onda. Le parole che dice, i modi che ha con i clienti e le sue assenze per i motivi più ovvi vengono visti sotto una luce nuova. Le gentilezze - ricambiate - che Nelly ha per il meccanico Martineau ( Marc Lavoine ) e il tempo che trascorrono insieme iniziano a tarlare la mente di Paul col sospetto del tradimento. Eppure Nelly è affabile con tutti, comportamenti così li ha sempre avuti.

Ma a Paul non basta, e comincia a imbastire sospetti e prove presunte per quella che si rivelerà essere la sua camicia di forza. La gita al lago di Nelly e Martineau, le diapositive che quei due hanno guardato al buio insieme, le visite che Nelly fa alla madre, o quella bugia sul prezzo di una borsa per Paul non sono più le azioni che sua moglie ha sempre compiuto con normalità ma indizi su cui studiare un piano per smascherarla. Inizia a pedinarla senza alcun esito. Il sospetto volge in ossessione durante la proiezione serale di un filmino girato da uno degli ospiti dell'albergo.

Le scene spesso mostrano Nelly in tutta la sua allegria, ma la pellicola non è la stessa che scorre davanti agli occhi di Paul. Lui vede abbracci, sguardi sensuali in cui la moglie, truccata vistosamente, si concede a Martineau. La sua immaginazione, supportata dalle risate degli astanti che si stanno divertendo, lo porta a schiaffeggiare la moglie davanti a tutti e a rovinare la festa.

Paul non si ferma alla tresca che ciecamente vede, ma ne confeziona altre. Ci sono due bicchieri vuoti nella stanza del cineamatore? Uno appartiene sicuramente a Nelly. E il braccialetto ritrovato in soffitta? Non c'è dubbio: le sarà caduto dal polso durante un rapporto occasionale con il cameriere. La mente di Paul non si accontenta dei sospetti, ora è più vorace e si alimenta solo di certezze folli. Occorre prendere dei provvedimenti, e mentre l'albergo si spopola velocemente a causa dei suoi scoppi d'ira, Paul giunge al punto di voler sorvegliare Nelly costantemente.

La riempie di sonniferi, la lega al letto. Lui intanto si rade in bagno con un rasoio a serramanico, ma l'immagine che vede allo specchio non è di se stesso intento a farsi la barba, bensì quella di un uxoricidio. Sta succedendo solo nella sua mente? E' già successo? Fuori, c'è un'ambulanza che aspetta. Non si sa per chi dei due sia venuta. Il film termina con la scritta " senza fine ". Forse perché i processi mentali sono in incessante divenire, forse perché la gelosia appartiene al dna del genere umano.
In questo film non c'è amore, non c'è fiducia nell'altro, né speranza o via d'uscita. C'è solo l'evoluzione della gelosia che crea una realtà fittizia, come fa il narratore della Recherche alle prese con Albertine. Si perde memoria dell'idillio avvelenando ogni particolare con congetture e ipotesi insensate, rischiando la paranoia. Tutto diventa soliloquio ossessivo, dove la vittima perde spessore e diventa fantasma ancor prima di essere eliminata fisicamente. Chabrol converte il confine tra verità e menzogna nel dubbio che riesce a instillare nello spettatore. Siamo sicuri che Nelly sia davvero così innocente? E' troppo bella, simpatica, affettuosa, si è portati a pensare che, un po' se la sia cercata. Il vero e il falso, per un istante si confondono. Eppure ci si rifiuta di stare dalla parte di Paul, malato, cattivo, ingiusto. Fa paura considerare che per un attimo ognuno di noi potrebbe comportarsi come lui. Il guaio è che lo si diviene senza accorgersene, perché gli errori vissuti dall'interno, non ci sembrano mai tali. Si diventa gelosi quando qualcosa o qualcuno attenta a ciò che consideriamo nostra proprietà. Purtroppo (o per fortuna) nulla lo è, ricordarlo sempre fa la differenza.

giovedì 8 novembre 2007

Grazie per la cioccolata

Mika (Isabelle Huppert) e André (Jacques Dutronc)

Merci pour le chocolat, di Claude Chabrol (2000) Racconto di Charlotte Armstrong, Sceneggiatura di Claude Chabrol e Caroline Eliacheff Con Isabelle Huppert, Jacques Dutronc, Anna Mouglalis, Rodolphe Pauly, Brigitte Catillon, Michel Robin, Mathieu Simonet Musica: Matthieu Chabrol, Schubert, Chopin, Liszt: "Les Funerailles", Mahler, Debussy, Scriabin Fotografia: Renato Berta Rating IMDb: 6.6
Solimano
La psicologia dei grandi pianisti è particolare, diversa da quella dei violoncellisti e dei violinisti che a loro volta sono diverse fra di loro, salvo naturalmente le eccezioni. Li ho visti, non solo sentiti, in azione per circa dieci anni nella Sala Grande del Conservatorio di Milano quasi tutti i lunedì sera, salvo d'estate. Visti da vicino, perché ero nelle prime file. Sapevo che gli abbonati privilegiati dagli sponsor erano spesso assenti, e cinque minuti prima dell'inizio dei concerti c'era il liberi tutti delle maschere, potevo quindi avanzare di diverse decine di metri (la Sala Grande ha 2000 posti), sedendo a poca distanza dall'esecutore.

Mika e André si scambiano gli anelli

Non credete ai puristi. Guardare l'esecutore aggiunge, non toglie, se il brano lo si conosce bene. Come sono i pianisti? Gentilmente egoisti, più che egocentrici: debbono essere serviti in tutto, in modo da poter continuare a starsene nel loro Limbo (non Paradiso, Limbo). Si sciolgono solo con certi bis, allora diventano persone con cui si potrebbe parlare. I violoncellisti stabiliscono una empatia a volte persino allegra col pubblico ed i violinisti sono necessariamente narcisi, in tanti modi diversi. Il piccolo dettaglio che i violoncellisti suonino da seduti ed i violinisti in piedi è coerente col loro atteggiamento.
Il pianista André Polonski (Jacques Dutronc) è esattamente così: si sposa per la seconda volta con Marie-Claire Muller detta Mika (Isabelle Huppert) perché così i problemi delle persone normali non li avrà. Mika è ricca, ha ereditato dal padre una fabbrica di cioccolato, ed è una perfetta organizzatrice della vita nella loro villa di Losanna. Inoltre, ha un rapporto di buona dominanza con il figliastro Guillaume (Rudolph Pauly), la madre Lisbeth è morta da dieci anni in un incidente di macchina.

Jeanne suona "Les Funerailles", André la consiglia

Ma in casa loro irrompe Jeanne Pollet (Anne Mouglalis) che ha due motivi per farsi ascoltare: è nata lo stesso giorno di Guillaume e ci fu uno scambio di culle, causato da una infermiera distratta perché i due cognomi cominciano per "Pol", poi la cosa rientrò, e tutti sono d'accordo che è Guillaume il figlio di André, ma Jeanne questa storia l'ha imparata il giorno prima, e la curiosità è tanta perché anche lei è pianista.
André, che nel primo giorno di vita l'ha tenuta in braccio come figlia sua per qualche ora, esce dal suo Limbo e decide di aiutarla per il concorso di Budapest, perché Jeanne suona benissimo, seppure con qualche difetto derivante da maestri inadeguati. Mika fa buon viso, ma non la prende bene, perché vorrebbe conservare il pieno controllo attorno ad André. In più ci si mette che Jeanne si accorge che Mika fa cadere apposta il thermos con la cioccolata che di solito prepara per Guillaume. Così il suo ragazzo, analista chimico, si trova ad esaminare il golf di Jeanne, dalla ragazza volutamente sporcato con la cioccolata. Risulta che nella cioccolata c'è un preparato che fa dormire. E Lisbeth morì in macchina scendendo per strade strette verso la farmacia, si dice per un colpo di sonno. Il piatto del film è quindi in tavola: una storia non chiara di dieci anni fa che si raccorda con la storia che sta succedendo adesso. C'è quindi una componente thriller, e non è per caso che fra le tre videocassette regalate durante il film ce ne sia una di Hitchcock (le altre due sono di Lang e di Renoir).

Mika di fronte al ritratto di Lisbeth

Nel film si sono altre due componenti.
La prima é l'ambientazione altoborghese, nei modi in cui si svolgono le relazioni: cortesia fredda, totale dissimulazione, è evidente che pensano una cosa e ne dicono un'altra. Maestra in quest'arte è Mika, che ne ha fatto un sistema di vita in casa e nella presidenza della società del cioccolato. Nella sua capacità marmorea di dire solo quello che decide di dire e di tenersi il resto, si insinua ogni tanto la crepa dell'insulto rivolto al collaboratore del padre appena uscito dal suo ufficio, insulto detto a segretaria presente. Ma anche la diciottenne Jeanne non scherza. La battaglia è duplice: fra i personaggi Mika e Jeanne e fra le attrici Huppert e Mouglalis. Fra le attrici prevale la Huppert, anche se confido che non si faccia rinchiudere nella gabbia dei personaggi neri, che sa fare benissimo. Fra i personaggi non dico chi prevale, chi vedrà il film lo saprà.

Jeanne (Anna Mouglalis) al pianoforte

La seconda componente è la musica. In pochi film la musica è così inerente alla trama. André spiega e corregge Jeanne mentre suona, poi suona lui, poi suonano entrambi sui due pianoforti a gran coda disposti in modo che i due esecutori si possano vedere in faccia. Un brano viene quasi dissezionato nel film con discussioni fra André e Jeanne, si tratta de Les Funerailles di Liszt (l'esecuzione è di Claudio Arrau) il brano è il motivo conduttore del film, non come musica di sottofondo, ma mentre lo si esegue. Oltre a Liszt son presenti Schubert, Chopin, Mahler, Debussy e Scriabin, cosa di cui IMDb si è scordato, parlando solo di Liszt. Proprio Les Funerailles ed il cambiamento del brano da sola marcia funebre a qualcosa d'altro, costituisce una diretta metafora di quello che succede nel film. La cosa più curiosa è che André, con tutta la tensione che si accumula, continua ad aggirarsi nel film come se quello che è veramente importante fosse il come suonare perfettamente le ultime tre note del brano di Liszt, non per incapacità di Jacques Dutronc ma perché un grande pianista non può essere che così. Dimenticavo però un'altra cosa importante per André: avere la sua pillola di sonnifero tutte le sere. Ma questo col film c'entra...

Mika nella scena finale del film

martedì 16 ottobre 2007

Il buio nella mente (2)

La Cérémonie di Claude Chabrol (1995) Racconto di Ruth Rendell, Sceneggiatura di Claude Chabrol, Caroline Eliacheff Con Isabelle Huppert, Sandrine Bonnaire, Jen-Pierre Cassel, Jacqueline Bisset, Virginie Ledoyen, Valentin Merlet, Julien Rochefort, Dominique Frot, Jean-François Perrier Musica: Matthieu Chabrol Fotografia: Bernard Zitzermann (112 minuti) Rating IMDb: 7.5
Laura
Ho appena finito di vedere questo bellissimo film e sono pienamente d'accordo con l'intero post che ho letto qui. Vorrei solo aggiungere poche osservazioni su dettagli che ancora adesso mi tengono in ostaggio e che, perdonate, mi faranno scrivere (e di questo mi scuso in anticipo.) C'è un colpo sparato dalla Bonnaire ai bei libri rilegati sugli scaffali. Sophie è analfabeta, questa condizione l'ha portata a sentirsi una minorata, a giocare e a pensare sempre in anticipo per non farsi scoprire così ignorante. I rapporti con gli altri rimangono mutilati (neppure alla sua amica del cuore confessa la sua lacuna.) Quando la cosa viene scoperta da Melinda, Sophie agisce subito col ricatto sulla presunta gravidanza della ragazza respingendo quella forma di aiuto che forse le pare elemosina o l'ennesimo abito liso da dare ai poveri. Allo stesso tempo io credo che proprio nello sparo destinato ai libri ci sia comunque una rivendicazione, un messaggio personale di Sophie del tipo "io non sono come voi, non VOGLIO essere come voi". Quindi spara a morte su tutto quel mondo che non è il suo con la stessa facilità con cui eliminò quello del padre (la sofferenza, la vecchiaia, i cattivi odori...) Jeanne è il suo doppio. " La Posta" è stata buona con lei, dopo quel brutto fatto della sua figlioletta, l'ha ripresa a lavorare trasferendola in un altro ufficio. Eppure Jeanne, sebbene sembri più scaltra di Sophie non riesce proprio ad inserirsi. Tutto le va stretto. Il suo è un urlo continuo, nelle risatine, nei gesti scattosi, nei comportamenti rivoltosi e a tratti infantili. In verità, m'aspettavo che Jeanne sparasse un colpo al Don Giovanni di Mozart (alla televisione) tanto stride insopportabile nella scena di sangue. Invece no. Jeanne sembra aver oltrepassato la fase del disagio provato da Sophie, Jeanne odia lucidamente e basta ciò che non può essere né avere. Jeanne non spara sui simboli, tuttalpiù se ne appropria. Poteva portarsi via uno dei televisori che non possiede ma forse per praticità, sceglie un altro trofeo. Purtroppo quello sbagliato. Le classi sociali esistono, potentemente. Si rivelano in tutta la loro chiarezza quando il rapporto con L'altro accorcia la propria distanza. Gli status sociali passano in seconda fila. In prima, combattono sempre quelli mentali.

P.S. Questo scritto è nato ieri come commento al mio post con lo stesso titolo, a me e Giuliano è piaciuto e qui lo inseriamo oggi come post. Grazie Laura. (s)

giovedì 2 agosto 2007

Il buio nella mente

La Cérémonie di Claude Chabrol (1995) Racconto di Ruth Rendell, Sceneggiatura di Claude Chabrol, Caroline Eliacheff Con Isabelle Huppert, Sandrine Bonnaire, Jen-Pierre Cassel, Jacqueline Bisset, Virginie Ledoyen, Valentin Merlet, Julien Rochefort, Dominique Frot, Jean-François Perrier Musica: Matthieu Chabrol Fotografia: Bernard Zitzermann (112 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
Sposati da poco, abitavamo ad Udine. Io ero in giro in macchina dalla mattina alla sera a Trieste, a Padova, a Verona, a volte anche a Milano. Mia moglie aveva l'insegnamento in una scuola media vicino a San Daniele del Friuli. Così, ci occorreva una donna ad ore che venisse quasi tutti i giorni.
Si presentò una giovane sui venticinque anni. Era una Piccola Sorella di Charles de Foucault, e ce ne sarebbe da dire, qui può bastare che vivono in piccoli gruppi sparsi per il mondo ed assumono come condizione di vita la più povera e spregiata del posto dove stanno. Il gruppo di Udine viveva in una roulotte nell'accampamento degli zingari. Io avevo (ed ho) alta stima per quest'Ordine, una mia amica di Parma si era fatta Piccola Sorella poco dopo essersi laureata. Cosa piuttosto comune in quell'Ordine, a scolarità molto alta.
Quella che venne da noi aveva studiato Lingue Orientali alla Sorbona ed aveva ottenuto che gli zingari parlassero con loro la propria lingua, non quella che usavano con i gagi (i non zingari). Faceva i lavori bene, gentile e di poche parole. Mia moglie, un pomeriggio, preparò un te e la invito a prenderlo insieme. Gentile ma ferma, la Piccola Sorella disse: "No, la ringrazio. Non lo farebbe con un'altra donna di servizio, quindi non lo faccia con me". Alla sera, mia moglie me ne parlò, e ci ragionammo. La conclusione fu che quel giorno avevamo imparato una cosa importante.
Le classi sociali esistono, eccome se esistono, anche se si fa di tutto per nasconderle e per negarle, e lo splendido e terribile film di Chabrol - di cui ho già raccontato la trama- va visto anche per questo motivo: è una azione di verità. Ne hanno discusso molto, e ci sono tre interpretazioni.
La prima è che il film è un perfetto noir: all'origine ci sono i delitti precedenti di Jeanne e Sophie e la pulsione di commetterne ancora, insieme. La mia opinione è che il film è anche questo.
La seconda è che un film marxista, che Chabrol, ben fermo in una sua strada personale (ho letto che questo è il suo quantatereesimo film), persegue alla faccia di tante mode che passano di cottura nel giro di sei mesi. Io non sono mai stato marxista, ma dubito un po' di questa interpretazione: Chabrol, se veramente l'avesse voluto, avrebbe costruito il film con una coerenza filosofica diversa.
La terza è che Chabrol vuole esprimere una situazione tanto diffusa quanto rimossa: quella della invidia sociale. Ed io mi associo a questa terza interpretazione, di fronte allo storcere il naso di tanti, che non ne vogliono sentir parlare, perché, se c'è l'invidia, ci sono gli invidiosi e non è bello. L'invidia non è un peccato capitale, è un dato etologico che va gestito, non negato.
Le aziende lo sanno benissimo e ci giocano da sempre, col mettere i tabelloni delle promozioni (basterebbe l'organigramma che puoi vedere sul PC), ma il tazebao non lo rimuovono, serve che i dipendenti leggano, pensino, soffrano, decidano il da farsi. Nei gruppi, regolarmente c'è la lepre e lo sfigato: la lepre sempre più lepre e lo sfigato sempre più sfigato.
La generalità delle persone cade in questa trappola, che le mette l'una contro l'altra e che oggi è ben mascherata dal fatto che certe attività sono svolte da extracomunitari: le badanti, le pulitrici, i manovali, gli edili, gli stallieri, che hanno dei problemi a monte, quello della sopravvivenza, quello dello status symbol non ce l'hanno ancora.
E' quindi del tutto sbagliato il falso democraticismo della famiglia Lelievre verso Jeanne e Sophie, ferisce di più che uno scarno tu lavori ed io ti pago, che ha il pregio della verità. Si vedono in azione, queste menzogne inani, nella raccolta degli abiti smessi: le due donne lo smascherano subito come un lecca-lecca, una presa in giro, il prete è il primo a saperlo, ma non sa che fare: si metterebbe in urto con i clienti della sua parrocchia-azienda, chi glielo fa fare?
I giornali non parlano di queste cose, e la colpa non è dei giornalisti ma nostra: giriamo pagina subito appena vediamo che c'è un articolo su questi problemi. Preferiamo lo sport, la politica, la cronaca, anche la cultura, ma perché leggere certe cose che saranno vere, ma sono anche così sgradevoli? Salvo nel caso di un delitto, che per tre giorni il colpevole è sicuramente un extra-comunitario, e al quarto giorno magari si scopre che è l'inquilino del terzo piano. Lode sia ad Huppert e a Bonnaire, splendide attrici e donne belle volutamente imbruttite, perché qui non ci sono fiabe consolatorie: qui la musica di Mozart dà fastidio perché è uno status symbol della famiglia Lelievre.

venerdì 27 luglio 2007

Le coppie nel cinema: Il buio della mente

Solimano
Siamo nel 1995. Nei pressi di Saint Malo, Sophie (Sandrine Bonnaire) viene assunta come domestica da Catherine Lelievre (Jacqueline Bisset). In breve tempo si fa rispettare da tutta la famiglia per lo scrupolo con cui svolge il suo lavoro, anche se la trovano strana, perché non parla quasi mai. Sophie conosce casualmente Jeanne (Isabelle Huppert) che è impiegata alle poste nel paese. Prima diventano amiche, poi quasi inseparabili. Solo che l'amicizia non è ben vista da Georges Lelievre (Jeanne-Pierre Casssel), che ha il sospetto che Jeanne apra le lettere prima di consegnarle. I due figli dei Lelievre, Melinda (Virginie Ledoyen) e Gilles (Valentin Merlet) cercano di evitare questo tipo di discussioni, ma Jeanne è una che prende le cose di punta, e provoca ogni volta che uno dei Lelievre entra nell'ufficio postale.
Sophie e Jeanne cercano di socializzare nel paese, aiutano persino il prete (Jean-François Perier) quando si tratta di distribuire abiti usati, ma Jeanne, che si accorge che gli abiti usati sono praticamente degli stracci, li butta all'aria ridendo e sfottendo: basta anche con la parrocchia. I Lelievre cominciano ad esssere meno contenti di Sophie perché qualche volta le hanno lasciato in cucina un biglietto col riepilogo delle cose da fare e lei si è comportata come se non ci fosse: la mettono alle strette, e Sophie dice che ci vede poco, non c'è problema, le rispondono, andiamo insieme dall'oculista per gli occhiali. La verità è che Sophie è analfabeta e non vuole che si sappia perché teme di perdere il lavoro.
C'è anche un'altra verità, che le due amiche scoprono, e che rafforza la loro amicizia: Sophie a suo tempo è stata accusata di infanticidio e Jeanne di parricidio, però se la sono cavata; è strano che siano diventate così amiche prima di saperlo, forse è una cosa che sentivano dentro. La situazione in casa Lelievre si inasprisce, finché decidono di licenziare Sophie.
Quella sera, Jeanne la viene a trovare di nascosto, per consolarla e per trovare il modo di vedersi ancora in futuro. Mentre sono in cucina, sentono che al piano di sotto suonano della musica che a loro non piace (è il Don Giovanni di Mozart, trasmesso per televisione). I Lelievre lo hanno già fatto altre volte: si mettono tutti seduti nello stesso divano ad ascoltare quella maledetta musica, e sono anche contenti, mentre loro due rischiano di essere ridotte alla disperazione. Bisogna fare qualcosa, non si può lasciargliela passare: Sophie e Jeanne si alzano, caricano a pallettoni due fucili da caccia del signor Lelievre, escono dalla cucina, scendono giù per le scale, e di fronte ai Lelievre sparano, e li uccidono tutti e quattro. E non lo fanno di completa sorpresa, vogliono che i Lelievre si rendano conto che stanno per morire.
Poi si mettono d'accordo di dove trovarsi, e Jeanne parte con la macchina (è l'unica che guida), per provvedere a portarsi dietro un po' di roba. Ma appena uscita dal parcheggio va a sbattere contro la macchina del prete e muore sul colpo. E' partito il registratore su cui avevano registrato tutto: si sente la musica di Mozart, poi le voci e gli spari, poi ancora la musica senza più voci di persone. Sophie la ricovereranno in un manicomio criminale.
P.S. Il titolo francese del film è La cérémonie.