Tangos, l'exil de Gardel, regia e sceneggiatura di Fernando Ezequiel Solanas (1985) Con Marie Laforêt, Miguel Ángel Solá, Philippe Léotard, Lautaro Murua, Ana Maria Picchio, Marina Vlady, Georges Wilson Musica: José Luis Castiñeira de Dios, Astor Piazzolla Fernando Ezequiel Solanas Fotografia: Félix Monti (119 minuti) Rating IMDb: 7.7Giulia sul suo blog Pensare in un'altra luce
Questo è l’inizio di "Tangos – L’esilio di Gardel", un "musical", diretto dal regista argentino Fernando E. Solanas. Numeri musicali si succedono uno dopo l’altro e si intrecciano con la storia. E' un'antologia di tango: una ventina di straordinari ballerini, la grande orchestra di Osvaldo Pugliese, le musiche originali di Astor Piazzolla, canzoni vecchie e nuove e la voce di Carlos Gardel: "è la nostra voce e la nostra parola, - dicono di lui gli argentini - stretta dall'angoscia, intirizzita dal dolore... non c'è un solo uomo o una sola donna capace di trasmettere come lui una nostalgia, una pena, un amore, un'indignazione". Gardel è la voce di chi vive nell'esilio, di quelli che vivono all'estero e di quelli esiliati in patria.
E' un film sull'esilio, quindi, un film doloroso e drammatico, ma a tratti ironico. Non a caso al tango, che canta la nostalgia senza speranza, mescola la milonga, che sa essere grottesca, pungente, satirica. Come il tango, è anche profondamente erotica.
Il film vuole ricordare la dittatura militare argentina tra il 1976 e il 1983 che fu particolarmente dura: non si possono dimenticare gli squadroni militari che sequestravano gli oppositori politici, li torturavano e li uccidevano, che migliaia sono stati i morti e decina di migliaia i desaparecidos.
Ma "Tangos" è, anche, un film che s'interroga su se stesso, sul cinema, sull'arte.
"Niente creatività senza rischi", dice un personaggio. I suoi rischi, Solanas se li è assunti con audacia, ma anche con una matura padronanza dei mezzi espressivi. E il regista non manca di evidenziare nella storia i contrasti fra la razionale concezione francese dello "spettacolo" e della rappresentazione e quella sensitiva e improvvisata degli argentini.
La poetica di Juan Uno è tutta racchiusa in una labirintica valigetta: ritagli, scarabocchi, appunti presi sui pezzi di carta più folli, dai tovaglioli alla carta igienica. "Gettare dalla finestra i canoni estetici,- egli dice - mischiare i generi, rischiare la bruttezza per trovare la bellezza. La perfezione è morte, viva la vita. Juan Uno è così. Scrive senza logica...". Ma Pierre, da bravo europeo, la logica la pretende: "Juan, senza finale diventa una cazzata!". Su questa dialettica vive Tangos: a Solanas non interessa la perfezione, e in Tangos persegue con coraggio una miscela tra un cinema puro, classico, e una struttura il più possibile aperta, a schidionata.
E nei suoi film Solanas ha un intento chiaro:
"l'emotività del pubblico deve essere sollecitata in modo tale da provocare non l'identificazione passiva con le vicende e i personaggi presentati, ma la riflessione critica su di essi; a tal fine la struttura del racconto cinematografico viene continuamente frantumata, svelata, sconvolta, messa in discussione, negata, al fine di penetrare dentro la struttura stessa, dentro le convenzioni e così comprenderle a fondo, capirle, superarle".
E davvero questo film ci mette in questa dimensione. Richiede impegno nel seguirlo, nell’interpretarlo. Pone domande, lascia in sospeso le risposte. Ci immedesimiamo e ci perdiamo, seguiamo una scena e ci ritroviamo in un'altra...
E’ un film molto argentino e sugli argentini, ma che coinvolge tutti e interroga tutti: chi siamo noi, chi sono quelli che per un motivo o per l’altro sono costretti a scappare dal loro mondo, quale rapporto ci può essere con loro? Chi sono i responsabili dello “spaesamento” di tante persone? Come mantenere viva, là dove c'è, la democrazia, come mantenere viva la parola "libertà", attribuirle il giusto significato?E, infine, che faranno tutti coloro che, come Maria, non appartengono più nè ad un mondo nè ad un altro? Problemi di grande attualità.