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martedì 19 gennaio 2010

La nonnetta Sophie


Barbara

Roby ha scritto su Stanze all'aria un bel post riguardante il tema della giovinezza e della vecchiaia così come vengono trattati normalmente nella tradizione delle favole occidentali e leggendolo mi è venuto in mente uno dei miei film d'animazione preferiti, "Il castello errante di Howl" di Hayao Miyazaki.

Miyazaki ha sempre avuto un occhio di riguardo per la vecchiaia nelle sue opere, fin da quelle giovanili, ma è in questo film che riesce ad esprimere in pieno la sua visione.
Quando dico visione non lo faccio a caso, perchè la sceneggiatura del film non è rigorosa, molti sono i punti lasciati in sospeso e il finale è quanto mai approssimativo e veloce. Ma chi ama questo regista sa che c'è da mettersi in cuore soprattutto di vedere, e solo in un secondo momento ragionare. Miyazaki comunica con le immagini, non con gli intrecci, e perciò poco gli importa se, ad esempio, il personaggio dello spaventapasseri ha un epilogo frettoloso, molto probabilmente quando ha deciso di inserirlo aveva in mente la scena dei panni stesi al sole e quella dell'ombrello, due momenti in cui traspare l'entusiasmo di questa strana Testa di Rapa nel rendersi utile. Le spiegazioni ci sono, ma sono secondarie.
Riassumo in breve la trama: Sophie è una ragazza piuttosto seriosa (e un pochino lugubre, diciamola tutta) che vive facendo la cappellaia nel negozio che fu di suo padre. Non ha aspettative e non desidera niente di più, perchè un forte senso del dovere la tiene legata a quello che era il sogno di suo padre.
Una strega cattiva, per dispetto, le lancia una maledizione e la trasforma in vecchia.


Da qui Sophie inizia un lungo viaggio nel tentativo di ritrovare la strega e spezzare l'incantesimo. Si imbatterà nel castello errante di Howl, vivrà parecchie avventure, conoscerà personaggi bizzarri, farà amicizia con lo spaventapasseri Testa di Rapa e troverà anche l'amore.
Il film è bellissimo e abbraccia tanti temi cari all'autore e che già abbiamo visto altre volte nei suoi lavori: l'assoluta e totale condanna per la guerra, l'amore per la natura, la passione per i marchingegni, la ricerca di se stessi.
Ma la genialità stavolta sta proprio nella maledizione di Sophie: la vecchiaia. Solo che per Sophie l'essere diventata una vecchietta paradossalmente diventa un trampolino per poter fare tutte le cose che come giovane non aveva il coraggio di tentare. "Il vantaggio di essere vecchi è che non si ha nulla da perdere" dice, e così intraprende un viaggio, si reca a colloquio in un palazzo reale, si intrufola nel castello errante, si impone a Howl (noto e temibile stregone) e fa mille altre cose con risolutezza e decisione, con coraggio e allegria.


Sophie da vecchia è incontenibile, grintosa, dolce e bella. Sì, bella, perchè dopo un po' che la guardiamo veniamo così trascinati dalla sua tenacia e devozione da dimenticare le sue evidentissime rughe.
Miyazaki è un grande, perchè ci fa chiedere: ma quand'è che era veramente vecchia Sophie? Prima o dopo?

Forse è proprio questo il senso della sua maledizione, quello di mostrarci il vero spetto del suo animo, così è vecchia fintanto che ancora ha paura di se stessa, ma quando riesce a superare i suoi limiti allora sembra tornare giovane. Attenzione però: anche nel momento in cui riuscirà a spezzare l'incantesimo i suoi capelli resteranno bianchi, o come dice Howl "del colore delle stelle", perchè la saggezza raggiunta non è mica una cosa che può passare inosservata.


Segnalo, come sempre, le meravigliose musiche di Joe Hisaishi che stavolta si è scatenato in un valzer forse un tantino ripetitivo, ma tanto bello che va bene anche così. Lo trovate qui.
Qui invece c'è una delle mie scene preferite (purtroppo non sono riuscita a trovarla in italiano, e il doppiaggio è amatoriale), quella in cui Howl mostra a Sophie il suo giardino segreto. Mi fa pensare a questi quadri.


sabato 21 marzo 2009

Ponyo sulla scogliera: il potere dell'innocenza

Gake no ue no Ponyo, di Hayao Miyazaki (2008) Film di animazione Musica: Joe Hisaishi Fotografia: Atsushi Okui Art Direction: Noboru Yoshida Nella versione inglese ci sono fra l'altro le voci di Cate Blanchett, Matt Damon, Cloris Leachman, Liam Neeson, Lily Tomlin (100 minuti) Rating IMDb: 8.1

Barbara

Esce in questi giorni nelle sale italiane "Ponyo sulla scogliera" e questo mi da l'occasione per riflettere su una particolarità delle opere di Miyazaki, e cioè che si possono dividere in due categorie: quelle drammatiche e quelle dell’innocenza.
In entrambi i casi i temi sono gli stessi (il rapporto con la natura sopra tutti, poi l’animismo, la crescita e l’antimilitarismo), ma cambia il respiro.
Nelle opere drammatiche – "Nausica della valle del vento", "La principessa Mononoke", "Il castello errante di Howl"- i protagonisti sono ragazzi che devono affrontare pericoli e prove spesso tragiche; nelle opere dell’innocenza invece si parla di bambini –"Il mio vicino Totoro", "Kiki consegne a domicilio"- e le situazioni di tensione vengono sostituite dal senso di meraviglia e di divertimento. In quest’ottica possiamo considerare "La città incantata" come una perfetta commistione dei due generi. Ponyo fa parte senza dubbio delle opere dell’innocenza.

La prima cosa che voglio dire è che, finalmente, Miyazaki corregge uno dei più grossi difetti che hanno avuto i suoi lavori da Mononoke in poi: in "Ponyo sulla scogliera" è del tutto assente l'animazione digitale, ed era ora.
Ognuno la pensa come vuole, ma per me o si fa tutto in digitale (vedi Pixar & Company)oppure niente, perchè l'introduzione di una scena digitale in un cartone tradizionale spesso e volentieri è fatta con lo scopo di stupire l'occhio e imbambolare la mente.
Il ballo della Bella e la Bestia doveva per forza essere inquadrato dalla prospettiva del lampadario? La morte di Mufasa, rappresentata in quel modo, è davvero più drammatica rispetto alla "sorpassata" morte della mamma di Bambi? Quando pensiamo a Mulan, la prima cosa che ci viene in mente è la carica degli unni?

Miyazaki stesso ha dichiarato che "il disegno tradizionale è più caldo e profondo" e io sono d'accordo con lui. Ed è anche più in linea con lo spirito delle sue opere, aggiungo. Quindi bentornate gomme e matite!

La storia in questione è una rivisitazione della “Sirenetta” di Andersen, mischiata con vari elementi di leggende giapponesi: Ponyo è una pesciolina rossa, figlia della dea del mare e dello stregone umano Fujimoto. La piccolina, desiderosa di avventura, scappa a cavallo di una medusa per scoprire le meraviglie del mondo. Ma nel mondo non c’è granchè di meraviglioso: le spiaggie sono sporche e i porti sembrano delle mezze discariche, i pescherecci praticano la pesca a strascico tanto che la minuscola fuggitiva si ritroverà imprigionata in una bottiglia, rischiando grosso. Sosuke, un bimbo di cinque anni, la salva e subito tra i due nasce un grande affetto ma Fujimoto la trova e la riporta a casa.


Per poter riabbracciare Sosuke, Ponyo si trasforma in una bambina umana ma così facendo sovverte l’ordine delle cose e scatena uno tsunami. La scena dello tsunami è visivamente bellissima, io l’ho guardata sul minuscolo schermo del mio computer e anche così ho percepito l’entusiasmo gioioso di una bimba che trepida per riabbracciare il suo fidanzatino e la potenza della natura scatenata. Credo che sul grande schermo l'energia sarà ancora più prorompente.


Una delle cose tipicamente “alla Miyazaki” è che una volta sommerso dall’acqua il villaggio è molto più bello di prima, popolato da pesci preistorici e navigato dalla barchetta a candela (sì, a candela) dei nostri eroi. I pescherecci sono sospesi come aquiloni, tutto è calmo e magico e non si sente molta nostalgia per le cose come erano. Le persone, che si sono salvate su delle barche, collaborano e si aiutano.


Alla fine Ponyo e Sosuke dovranno affrontare una prova, altrimenti la bambina si trasformerà in schiuma di mare (per non parlare del fatto che il mondo verrà spazzato via, una postilla da niente).
Ma all’amore puro e totale dei bambini può mettere paura una prova?
Sosuke deve accettare Ponyo pur conoscendo le sue origini, ma lui le voleva già bene quando era un pesciolino, figurarsi adesso che è una deliziosa bimba dalla testa scapigliata! Questa non è una vera prova, forse potrebbe esserlo per un adulto ma per lui è solo un dato di fatto.
Ponyo deve rinunciare ai suoi poteri magici, ma tanto lei i poteri magici li aveva usati solo per stare insieme a Sosuke, non aveva mai chiesto nient' altro.
Tranne forse una bella scorpacciata di prosciutto.

La musica di Joe Hisaishi è qui

domenica 15 marzo 2009

Nausica nella valle del vento: I titoli di testa

Kaze no tani no Naushika (Nausica nella valle del vento) di Hayao Miyazaki (1984) Musica: Joe Hisaishi Fotografia: Mark Henley (versione inglese), Hideshi Kyonen (116 minuti) Rating IMDb: 8.1

Barbara

Mi piacerebbe dedicare una serie di interventi al mio regista preferito, Hayao Miyazaki. Ma mi sono resa conto che non si può capire fino in fondo la poesia dei suoi lavori se non si include nel discorso anche Joe Hisaishi.

Joe Hisaishi è un compositore, una specie di Ennio Morricone giapponese per intenderci. Le sue musiche hanno accompagnato tutti i lavori di Miyazaki a partire dal 1984, anno in cui firmò la colonna sonora di “Nausica nella valle del vento”.
Ci sarebbe moltissimo da dire su questo film, ma non vorrei annoiarvi con il mio entusiasmo, e mi limiterò a parlare dei titoli di testa.
Se è vero che il cinema è l’arte di raccontare una storia per immagini, allora nel minuto e mezzo di apertura Miyazaki dà vita a cinema puro.

Dopo un brevissimo preambolo che poco ci interessa veniamo a scoprire che la nostra storia si svolge nel futuro, fra mille anni, che l’umanità è quasi del tutto sterminata e che i pochi superstiti rimasti devono ripararsi dalle scorie velenose della giungla tossica.
Ma che cos’è questa giungla tossica? Come si è formata? Come mai la società che conosciamo si è estinta?


Ecco che partono i titoli di testa, accompagnati dalle meravigliose note di Hisaishi e un arazzo si dispiega di fronte ai nostri occhi (un altro arazzo, con una profezia molto importante, lo ritroveremo poi nel corso del film) e i suoi ricami ci raccontano la storia dell’umanità in quei mille anni mancanti.
Vedremo prima una città bella e popolosa, segno di una civiltà che prospera, poi i suoi abitanti che costruiscono dei Golem.


Nel ricamo successivo i Guerrieri Invincibili sputano fuoco contro le città distruggendole, e i semi di questa distruzione si spandono nell’aria, dando vita ad una giungla e agli insetti terrificanti che la abitano.
Gli arazzi sono disegnati a tinte pastello, l’unica scena animata che interrompe questa carrellata è quella dei giganti che distruggono le città. C’è un duplice motivo a questa alternanza: da una parte si tratta di un'autocitazione ( gli appassionati si ricorderanno della sigla iniziale di Conan, cartone a puntate del 1978, altro grande capolavoro del maestro, quando gli aeroplani "Gigante" facevano la stessa cosa), dall’altra è come se l’autore non volesse addolcire la drammaticità dell’evento con un qualsiasi tipo di grazia. Miyazaki ha sempre avuto a cuore la tematica dell’uso della tecnologia e del rapporto con la natura, argomento questo che meriterebbe ben altro approfondimento. Basti dire che dopo gli anni ottanta la paura per la catastrofe si è attenuata, ma si è inasprita la consapevolezza dell’impossibilità per una soluzione definitiva (guardate “La principessa Mononoke” per crederci).




(l'aeroplano "Gigante" in Conan ragazzo del futuro)

Torniamo al nostro arazzo: dopo averci mostrato la distruzione assistiamo alla ricomparsa della vita dalle macerie. Purtroppo sono macerie avvelenate dall'inquinamento e dalle armi nucleari che le hanno disintegrate, e dalle loro polveri nascerà quella stessa foresta micidiale che i pochi sopravvissuti devono tenere distante, per non morire soffocati nei miasmi o uccisi dagli enormi insetti mutanti che la abitano.



Adesso è il momento della speranza: vediamo comparire una donna alata.
L’arazzo sfuma, inizia l'animazione ed eccola, la nostra ragazza angelo che non ha le ali, ma un aliante affusolato con cui può sorvolare la giungla velenosa ad altezze sicure.
La leggerezza con cui si libra non è casuale, molti negli anni hanno definito la “lievità” come il tratto caratteristico del disegno (ma non dei temi) di Miyazaki.
Ed è vero. Questo autore cura il dettaglio del disegno fin nei minimi particolari.
Nelle serie animate, di solito, per contenere i costi, si ricorre a diversi trucchetti che riducono la quantità delle tavole necessarie: primi piani fissi con solo le labbra che si muovono, panoramiche, personaggi che si spostano su sfondi fissi ecc. Ma fin da quando ha avuto abbastanza voce in capitolo con le produzioni a cui si appoggiava (verso la metà degli anni settanta) Miyazaki ha sempre respinto questo modo di lavorare e Nausica, con le sue due ore, porta con se una quantità di disegni, sfondi e animazioni come poche se ne erano viste negli anni ottanta.


La ragazza vola leggera sopra i resti dell’antica tragedia, ma indossa una maschera antigas, perché ancora lei ne paga le conseguenze.
E così inizia la nostra storia…


P.S. Il filmato con la musica di Hisaishi lo trovate qui.

martedì 23 settembre 2008

La città incantata

Sen to Chihiro no kamikakushi, di Hayao Miyazaki (2001) Condirettore Kirk Wise (versione inglese) Sceneggiatura di Hayao Miyazaki, Cindy Davis Hewitt (versione inglese) Film di animazione Musica: Joe Hisaishi Fotografia: Atsushi Okui Editing: Takeshi Seyama Art Direction: Yôji Takeshige (125 minuti) Rating IMDb: 8.5

Giulia sul suo blog Pensare in un'altra luce

Ho sempre amato i cartoni animati, è una passione che ha resistito negli anni, ma sono rimasta letteralmente rapita dalla bravura di Miyazaki, un regista giapponese e dal suo film La città incantata, un lungometraggio adatto anche agli adulti, forse più che ai bambini, un viaggio nella fiaba, in un mondo fantastico di grande inventiva e spessore.

E’ un film carico di quell'atmosfera magica che ha sempre caratterizzato i lavori di questo regista. Davanti agli occhi degli spettatori prendono vita gli Spiriti tipici della tradizione Shintoista, religione del Giappone che prevede l'adorazione dei kami, un termine che si può tradurre come spiriti naturali o semplicemente presenze spirituali. Alcuni kami sono locali e possono essere considerati come gli spiriti guardiani di un luogo particolare, ma altri possono rappresentare uno specifico oggetto o un evento naturale, che associa ad ogni oggetto uno Spirito protettore.

Protagonista del film è Chihiro, una ragazzina di dieci anni, timida, scontrosa e anche un po’ capricciosa. Chihiro viaggia in macchina assieme ai suoi genitori. Accovacciata sul sedile posteriore, guarda il mondo che scorre fuori dal finestrino.

È di malumore perché stanno cambiando casa e lei dovrà cambiare amici e abitudini e come tutti i bambini ha paura del cambiamento.
Sbagliano, però, strada e si ritrovano di fronte a un tunnel che sembra senza uscita. Chihiro ha paura, si ritrae, ma i genitori la convincono a seguirli. Dall’altra parte trovano una fantastica città abbandonata ed entrano in un ristorante ricco di ogni sorta di cibo su cui si buttano a pesce i genitori. La bambina però diffida e, arrabbiata con i genitori, si tiene lontana.


In pochi minuti vedrà i suoi genitori trasformarsi in maiali. È la sorte che tocca a tutti gli umani in questa città abitata da antiche divinità e creature magiche, governate dalla malvagia strega Yubaba.

La città incantata punisce la fame degli adulti, che tutto divorano e consumano, per trasformarli nell'animale più simile a loro: il maiale che è anche il totem di Miyazaki. Al regista piace disegnarsi come un porcello assorto e sereno, ma pur sempre un porcello tra porcelli. Mostrare la miseria del maiale da ingrasso è un'elegante metafora che non risparmia nessuno, nemmeno il suo creatore.

Intanto la città col venir della sera si anima: sono gli spiriti che attraversano il mare che circonda la città, per bagnarsi nelle acque di un vecchio edificio termale di cui è proprietaria la malvagia strega Yubaba e al cui calore provvede Kamaji, l’uomo delle caldaie.


Chihiro, spaventata, si mette a correre con tutte le sue forze mentre la sera sembra caderle addosso, la città inizia ad animarsi ma non sono persone normali a popolarla, sono spiriti. Allora cerca una via di fuga e si rende conto che qualcosa sta capitando anche a lei: sta pian piano diventando invisibile.

La sua salvezza è l'incontro con Mastro Haku, apparentemente un ragazzo della sua età, che, facendole mangiare una bacca, frutto di quel mondo parallelo, le fa recuperare le forze e fa si che lei non sparisca per sempre. Lui le spiega che l'unico modo per evitare di essere catturata dagli uomini di Yubaba è quello di trovarsi un lavoro all'interno delle terme. Per stipulare il contratto di lavoro, Chihiro viene privata del suo nome, e viene chiamata Sen.
Haku sarà suo amico solo di nascosto, perché ufficialmente è il braccio destro della maga Yubaba.


Rassicurata dalla presenza di Huku, Chirico vedrà la città popolarsi sempre più di strani personaggi, ma non ne avrà più paura.
Lo scarto tra adulti e bambini è evidente proprio nel loro porsi nei confronti del sovrannaturale. I genitori di Chihiro non vedono i fantasmi, non li riconoscono perché sono i prodotti (bulimici) di una società che prevede solo “una realtà dei fatti”, una sola dimensione sensoriale, una sola faccia degli oggetti. La bambina, contrariamente a quel che farebbe un adulto, non mette in discussione il mondo perchè, concepisce la possibilità di una moltiplicazione dei punti di vista, delle realtà, delle dimensioni.

La vicenda si svolge in un centro termale ai margini di un parco giochi in disuso, una perfetta metafora della società contemporanea, per l’edonismo e la ricerca del benessere personale che la pervade e per la stratificazione gerarchica del potere che, di fatto, la rende un regime dispotico truccato da casa di piacere.

Qui Chihiro intraprende un’esperienza iniziatica per ritrovare la sua identità e la sua famiglia, venendo a contatto con strane creature che sembrano uscite da un incubo. Chihiro/Sen dovrà affrontare diverse prove per spezzare l’incantesimo che ha trasformato i suoi genitori in maiali.
Miyazaki, privandola anche dei genitori e, quindi, del condizionamento esercitato dalle loro aspettative e mediazioni, la mette di fronte la possibilità di maturare liberamente cercando in se stessa le risorse per affrontare le difficoltà.

"Ho deciso di fare qualcosa che attirasse le bambine - dice il regista - Qualcosa al quale potessero pensare e fare riferimento quando immaginano il loro futuro ed i loro rapporti con la società. In un mondo in cui sono iperprotetti, dove non possono giocare a meno di non fare parte di un club ristretto con regole rigide ed inflessibili, i bambini si stanno consumando. Chihiro soffre della stessa sindrome".

Una chiave del racconto sta proprio nella privazione del nome della fanciulla. Ognuno di noi ha bisogno di essere riconosciuto come qualcuno ed è necessario avere un nome per farlo. Chihiro è stata privata del nome, ma questo non le vieterà di raggiungere il suo scopo. Quella bimba con le sue qualità imparerà a capire, ad adeguarsi e convivere con una nuova realtà e solo così potrà maturare. Un nome può anche diventare una trappola, può impedirci di trasmettere agli altri quello che realmente siamo, perché troppo legati a quello che gli altri ci impongono di essere.

Nel palazzo di Yubaba, Chihiro impara che sono la disponibilità e la sincerità le strade dell'amicizia, e che il diritto all'esistenza è qualcosa che va guadagnato e difeso prima di tutto con il lavoro e non dimenticando il proprio nome, la consapevolezza, cioè, delle proprie origini. Si matura se si conserva la memoria del luogo da cui veniamo e se ci si dà da fare senza aspettare che siano sempre gli altri a dirci cosa.

Chi le renderà difficile il suo compito è la malvagia strega Yubaba per cui lavora,padrona delle terme.



All'interno delle terme incontriamo una quantità di spiriti e dei, in buona parte appartenenti all'olimpo shintoista, attraverso i quali Miyazaki esplica la sua critica al mondo contemporaneo.

In particolare colpiscono Okusare-Sama, l'orrendo blob di fango dal quale Chihiro riesce a liberare lo spirito del fiume: la quantità di rifiuti ammassati nei corsi d'acqua sono frutto del legame perduto tra l'uomo e la natura, tra la vita e le sue fonti.


Rafforza il messaggio la presenza di Kaonashi, la divinità "senza volto" inventata da Miyazaki stesso per rappresentare il Giappone contemporaneo, che illude attraverso la ricchezza per fagocitare chi raccoglie le sue illusioni. Kaonashi, incapace di controllare la propria ingordigia, è il contraltare dei genitori di Chihiro che, catturati dall'immediato, non si preoccupano di capire dove si trovano, né dove li porterà il misterioso parco dei divertimenti.

Kaonashi si farà poi conquistare dalla bambina e con lei andrà a casa di Zeniba in un treno che attraversa il mare.


L’appetito di Kaonashi è insaziabile e troverà appagamento quando egli si ritroverà a casa di Zeniba, circondato da puro affetto: Kaonashi prende il tè, ma dopo metà fetta di torta si accorge di essere sazio, e lascia l’avanzo sul tavolo.

C’è poi il figlio di Yubaba, un gigantesco bebé che vive segregato in una stanza per paura delle contaminazioni, e che verrà mutato in un topolino che Chihiro porterà sulla sua spalla come una mascotte.


Con lei il bambino-topo riscoprirà il mondo e la gioia della libertà...

C’è Haku, ora ragazzo, ora drago volante e un tempo anche lui spirito di un fiume prosciugato per lasciar spazio a palazzi e costruzioni che sempre affiancherà la ragazza.


Miyazaki racconta semplicemente una storia. La fantasia stessa diventa un'arma vincente. Agli orrori del mondo, agli spiriti maligni che ci circondano, si può rispondere solo conoscendoli a fondo, guardandoli bene negli occhi, e una volta ammaliati e sedotti, decostruirli, fuggire, mutar terreno di scontro.

La bambina si troverà spesso sola a dover prendere decisioni o a pensare con nostalgia al mondo da cui proviene.

Che si tratti di una corsa a perdifiato o di un volo, l'apice delle storie del maestro giapponese mostra sempre il protagonista sospeso tra i cinque elementi ed aperto alla percezione di ciascuno di essi. Il processo di crescita di Chihiro inizia attraversando il tunnel ed immergendosi in un prato verde, continua con una corsa inarrestabile verso il basso, verso le cantine di Kamaji, regno del fuoco,


per iniziare una lenta risalita verso il cielo. Passerà per difficoltà e pericoli da superare che affronterà, anche se a volte con timore.

E tutto culminerà nel volo col drago. Isolata dal mondo e sospesa tra acqua, cielo e terra, Chihiro scopre qui la circolarità del mondo, l'eterno tornare di ogni anima proprio del buddismo e la verità che si cela dietro i nomi.

Nel film assistiamo ad una continua mutazione grazie ad una forma del racconto che si trova in costante movimento, seguendo da vicino la cangiante identità dei personaggi che lo abitano. L'imprevedibilità è quindi il risultato di questa continua trasformazione. Assistere a questo film vuol dire avere la sensazione di un racconto in divenire, quasi casuale, senza alcuna traccia prestabilita. Il cambiamento più grosso sarà certamente quello della protagonista. Un cambiamento profondo a livello interiore. Dal suo viaggio all'interno delle terme per gli spiriti la piccola Chihiro emerge come figura forte, capace di lasciarsi alle spalle quelle che frenavano la sua crescita e la sua maturazione.

E grazie alla bambina anche il drago/stregone riesce finalmente a rammentarsi il proprio vero nome: è il primo passo per liberarsi da un incantesimo che lo imprigiona ai voleri della strega Yubaba. Chirico saluterà il suo amico con la promessa un giorno di riincontrarsi e correrà, salutata da tutti gli amici, a liberare i suoi genitori.


"Ho deciso di fare qualcosa che attirasse le bambine. Qualcosa al quale potessero pensare e fare riferimento quando immaginano il loro futuro ed i loro rapporti con la società. In un mondo in cui sono iperprotetti, dove non possono giocare a meno di non fare parte di un club ristretto con regole rigide ed inflessibili, i bambini si stanno consumando. Chihiro soffre della stessa sindrome".
I bambini hanno bisogno di cimentarsi e non è un caso se il regista ha scelto proprio una bambina. Il dito è puntato contro gli adulti della nostra società, simbolo fra tutti proprio la strega Yubaba che accumula ricchezza con rara ingordigia per proteggere un figlio che invece di svilupparsi resta neonato per sempre, crescendo solo in volume e profondità della voce.