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giovedì 1 maggio 2008

Il lavoro nel cinema: Furore

La preghiera degli Joad

The Grapes of Wrath, di John Ford (1940) Dal romanzo di John Steinbeck, Sceneggiatura di Nunnally Johnson Con Henry Fonda, Jane Darwell, John Carradine, Charley Grapewin, Dorris Bowdon, Russel Simpson, John Qualen, Eddie Quillan, Zeffie Tilbury, Franck Sully, Frank Darien, Darryl Hickman, Shirley Mills, Roger Imhof Fotografia: Gregg Toland Produzione: Darryl F. Zanuck (128 minuti) Rating IMDb: 8.2
Solimano
Io sono cresciuto a pane e John Ford. Ancora oggi, dopo averne viste tante, non riesco ad inquadrarlo. Ma non me ne preoccupo più come invece facevo vent'anni fa, in cui ero giunto ad un discernimento molto intelligente del grano dal loglio, riguardo John Ford. Ogni tanto me li riguardo, i suoi film (alcuni li so quasi a memoria) e vedo John Ford a volte come una delle montagne della sua Monument Valley, a volte come uno dei piccoli attori che nei suoi film fanno caratteri indimenticabili e compaiono per cinque minuti, non di più. E le due cose stanno insieme, inseparabili: la grande epica e il gesto quotidiano, semplice, umano.


I ragazzi Joad riescono perfino a divertirsi

Ford non avrà letto tanti libri, ma due ce li aveva dentro: la Bibbia e Shakespeare (non solo le tragedie, anche le commedie). Due polarità diverse, esattamente come sono due i suoi posti, ognuno al 100%: l'America e l'Irlanda. Perfino nel trombettiere più imbranato e nell'indiano più pennuto trovo qualcosa di irlandese: follia, però di tipo lucido, senso creaturale della vita, intesa come dono grande perché provvisorio, fantasia di tipo concreto, a noia assente: c'è tanto da fare, prima di annoiarsi. Forte senso del peccato, ma solo perché è occasione di perdono amoroso (quindi più Vangelo che Antico Testamento).

Grandma e Grandpa

Una religiosità forte, non da collitorti, col pastore protestante che inaugura la chiesa in My Darling Clementine e poi dice che nella Bibbia non ha mai trovato una parola contro il ballo e allora si balla, ma tutti si fermano ammirati a guardare Wyatt Earp che balla con Clementine Carter (chissà come reagirà Doc Holliday...) e col prete cattolico in The Quiet Man che non vede l'ora che Sean Thorton accetti la scazzottata con Squire 'Red' Will Danaher così finalmente Mary Kate Danaher -che non è più una ragazzina- potrà mettersi l'abito bianco. Non come gli odierni, che sono moralisti sulle generali, furbi ed avidi nei particolari. C'erano anche allora, ma un John Ford li sfotteva.

Il camioncino degli Joad è in panne

Il mio zoccolo duro fordiano è fatto di "Ombre rosse" e di "Il massacro di Fort Apache", quindi sono andato avanti con i western, ignorando "Il traditore", e soprattutto ignorando "Furore", che ho visto solo in anni recenti.

Contrariamente al solito, nelle note tecniche che traggo da IMDb metto anche il nome del produttore, Darryl F. Zanuck, che ha dato una grossa mano. Pagò una somma allora stratosferica (100.000 dollari) a John Steinbeck per i diritti del romanzo The Grapes of Whrath, convinse Henry Fonda ad accettare la parte di Tom Joad raccontandogli una balla clamorosa: che Tyrone Power era interessato a quella parte. Ma Zanuck dovette fare un contratto di otto anni con Fonda, che dal canto suo, una volta convinto, fece una interpretazione che ammaliò lo stesso Steinbeck. Fu mascherato anche il titolo del film, perché si sapeva che sarebbero sorte discussioni di ogni genere, e lo si chiamò per tutta la lavorazione "Highway 66". Zanuck volle mettere il becco su un'altra cosa: come erano veramente i campi migranti in California. Quindi mandò degli investigatori ad indagare: tornarono dicendo che quei campi erano ancora più squallidi e miserabili di come li aveva raccontati Steinbeck. La lavorazione del film durò sette settimane, pochissime dal nostro punto di vista, ma John Ford viaggiava a tre film l'anno.

Ma Joad con la figlia Ruth

John Ford disse all'operatore Gregg Toland che non avrebbe avuto niente di bello da fotografare, il risultato ottenuto, per quanto mi riguarda, è che, siccome non posso mettere troppe immagini, faccio fatica a sceglierle, perché sono tutte belle ed espressive.
Naturalmente il film ebbe le sue traversìe. Non fu proiettato in diversi states (come d'altra parte il libro di Steinbeck non fu presente per molti anni in gran parte delle biblioteche). In Italia arrivò solo agli inizi degli anni cinquanta, e il Centro Cattolico Cinematografico lo etichettò di un "adulti con riserva", che la dice chiara, sulla religiosità degli anni di Pio XII. Dall'altra parte, Stalin lo bandì dall'Unione Sovietica con una motivazione che più staliniana non si può: il film mostrava che in America anche la famiglia più disagiata poteva girare in macchina. In questa situazione, che la commissione McCarhty anni dopo indagasse su Ford e Steinbeck per attività paracomuniste (comunista Ford!) fu solo un atto dovuto.

Ma Joad con il figlio Tom

Il tema del film, più che il lavoro, è l'assenza del lavoro: la famiglia contadina Joad si mette in viaggio dall'Oklahoma alla California perché scacciata dalla casa dove ha sempre vissuto dal vento che ha inaridito il suolo e dalle banche che possiedono i terrreni ed useranno i trattori. Gli Joad partono perché hanno visto dei volantini che dicono che in California c'è lavoro.
Ma i volantini non dicono il vero, in California arrivano in tanti, che finiscono in una specie di inferno in terra: i campi migranti. Durante il viaggio muoiono i nonni, Grandpa (Charley Grapewin) e Grandma (Zeffie Tilbury) e viene ucciso da un poliziotto anche Casy (John Carradine) un ex pastore protestante che si è aggregato agli Joad. Tom Joad (Henry Fonda) che era reduce da anni di prigione, uccide il poliziotto e deve fuggire.
Il vero centro del film è Ma Joad (Jane Darwell), la mamma di Tom, quella che soffre di più ma che dalla continua sofferenza trova la forza per azioni positive. Dice, nelle famose parole che chiudono il film: "Siamo vivi. Siamo il popolo, la gente, che sopravvive a tutto. Nessuno può distruggerci. Nessuno può fermarci. Noi andiamo sempre avanti".

La California, finalmente!

Nel film appare chiaro l'orientamento di Zanuck a favore del New Deal di Roosevelt, che si diede da fare perché l'Amministrazione Centrale intervenisse contro lo squallore e le prevaricazioni nei campi migranti, istituendo dei campi con personale scelto dal Ministero dell'Agricultura.

Le scene nei campi migranti abbandonati a sé mi hanno fatto riflettere. Appare evidente in queste scene l'impunità di chi entra senza controlllo, spesso poliziotti locali che possono permettersi di tutto.
Poco tempo fa è uscita una serie di articoli sul quotidiano la Repubblica riguardo quello che successe alla caserma di Bolzaneto: nomi, cognomi, fatti di violenza sui fermati. Quegli articoli fanno pensare molto male, anche perché molti di quelli che praticarono quelle violenze o in qualche modo le tollerarono (come alcuni medici) sono ancora al loro posto, qualcuno sarà stato anche promosso.


Gli Joad qualcosa mangiano, molti ragazzi non hanno mangiato

Ricordo bene quei giorni di Genova, in cui Fini stava in prefettura, pur non essendo ministro degli interni, e c'era dietro un codazzo di provenienti da quella parte politica, fresca dell'acqua di Fiuggi. L'impressione è che, se a Bolzaneto successero quei fatti ripugnanti -si trattò di vere e proprie torture- ci fosse in chi le praticò o le autorizzò la certezza che non ci sarebbe stata nessuna riprovazione, perché è vero che a qualcuno può accadere di eccedere, al caldo di una situazione difficile, ma quando l'eccesso diventa sistematico siamo su un piano diverso e pericoloso.
Non mi impressiono più di tanto dei recenti risultati elettorali, anche perché mi sono ben presenti gli errori gravi dello schieramento che ho votato. Ma occorre essere molto attenti perché certi segni mostrano che c'è chi dice di essere cambiato, ma non è cambiato affatto.
Credo che oggi, Primo Maggio, sia opportuno avere le idee molto chiare.

Ed ecco il testo inglese della frase di Ma Joad che chiude il film:
"Rich fellas come up an' they die, an' their kids ain't no good an' they die out. But we keep a'comin'. We're the people that live. They can't wipe us out; they can't lick us. We'll go on forever, Pa, 'cause we're the people".

I prevaricatori nel campo migranti

giovedì 9 agosto 2007

Le coppie nel cinema: Ombre rosse

Solimano
Dallas (Claire Trevor) e The Ringo Kid (John Wayne) si vedono di faccia per la prima volta quel giorno sulla diligenza per Lordsburg, ma sanno già l'uno dell'altro, lei certamente, perché un mestiere come il suo è l'ideale per tenersi informati, ma credo anche lui, che non è uno zotico figlio dei campi, è uno che è stato in galera per la prima volta a diciassette anni, ed a cui i tre fratelli Plummer hanno ucciso il padre ed il fratello.
Dallas va a Lordsburg perché è stata scacciata dalle signore della Lega per la Moralità, che la seguono pimpanti mentre cammina verso la diligenza, scortata da un uomo con la stella. Le signore hanno ottenuto quello che volevano, ma il corteo incontra Doc Boone (Thomas Mitchell), anche lui scacciato in quanto è un alcoolizzato che non paga i conti né di casa né del bar. Doc Boone prende sottobraccio Dallas e sfotte le signore, la ragazza si rianima e mostra un po' di gamba (calze a righe orizzontali) salendo sulla diligenza, qualcuno fa un fischio ammirativo, e lei si volge in fondo amara, ma anche un po' compiaciuta.
Ringo è evaso di prigione e va a Lordsburg perché deve andare a Lordsburg, lo deve al padre ed al fratello che non ci sono più. Ferma la diligenza e Marshal Curly Wilcox (George Bancroft) lo arresta e lo fa sedere disarmato sul fondo, gli altri occupano tutti i sedili.
A parte Doc Boone, che però è preso con Samuel Peakock (Donald Meek), che sembra un reverendo ma commercia in liquori, gli altri trattano male Dallas, nel senso che si comportano come se non esistesse.
In particolare Hatfield (John Carradine) che ha l'aria di un gentiluomo ma è giocatore presumibilmente baro, non perde occasione per essere gentile con Lucy Mallory (Louise Platt), che è la giovane moglie di un ufficiale e che è incinta. Lucy gradisce e anche lei ignora la presenza di Dallas.
A Ringo questo non sta bene e per tre volte stupisce tutti rivolgendosi direttamente a Dallas e facendolo con molto rispetto: non userà le parole alate di Hatfield, ma si avverte in lui la schiettezza, non l'esibizione. Dallas ne è sorpresa - non ci è abituata - e lo guarda con interesse, però lucidamente sa la situazione sua e di lui, e le reputa irrimediabili entrambe.
Così sarà anche a tavola durante una sosta: Ringo fa sedere Dallas accanto a sé e le mette il cibo nel piatto, Hatfield reagisce facendo spostare Lucy dall'altra parte del tavolo, e Lucy accetta volentieri.
Situazione bloccata, dunque. Ci pensa il bambino, anzi, la bambina di Lucy che nasce in quella notte di sosta, e in prima linea per farla nascere ed accudirla ci sono due persone: Doc Boone, rimesso in sesto da tanto caffé e da colpi d'acqua fredda in faccia, e Dallas, che veglierà mentre la giovane mamma dorme sfinita. Lucy se ne accorge, e impara che Dallas la sta aiutando e che va rispettata, si è visto quello che vale veramente. Ad Hatfield tocca abbozzare, non può più giocarsela trattando bene l'una e male l'altra.
Alla mattina presto Ringo e Dallas parlano in cucina, davanti al macinino del caffé. Lui dice di una piccola fattoria appena di là del confine messicano dove sarebbe bello vivere insieme, lei messa alle strette reagisce: "ma tu la sai la mia storia?" e lui la stende col suo "so quel che mi serve sapere".
E il problema di Dallas cambia, non è più quello di amarlo ed esserne amata, è di salvargli la vita, perché sa che a Lordsburg sarebbe uno contro tre. Organizzata - è una sa vivere - ruba una carabina e un cavallo per farlo fuggire e si getta addosso a Curly per bloccarlo, ma non serve: Ringo ha visto sulle colline il fumo degli Apaches.
Poi il film prosegue e si sa come. Ma Dallas, forte come è divenuta, sentirà a Lordsburg Lucy distesa chiederle se ha bisogno di qualcosa, e non risponderà se non mettendole addosso il suo giaccone, suo di lei, Dallas. Infine, saranno quei briganti di Doc Boone e di Curly a far partire il calesse tirando sassi ai cavalli - povere bestie, e Dallas e Ringo presumo siano arrivati ad una piccola fattoria poco al di là del confine messicano. I due briganti, finiti i sassi, ridono fra di loro, e Curly offre un bicchiere a Doc Boone, che risponde: "Just one". E' sulla buona strada pure lui, qui si convertono tutti.

sabato 4 agosto 2007

I caratteri nel cinema: Clementine Carter

Solimano
Quando Clementine Carter (Cathy Downs) arriva con la diligenza a Tombstone, a riceverla non c'è l'uomo che cerca, il suo fidanzato (o ex?) Doc Holiday (Victor Mature), ma casualmente la vede il nuovo sceriffo Wyatt Earp (Henry Fonda), che rimane subito colpito da lei. E' un arrivo inaspettato, sono ben diverse le donne che arrivano lì a Tombstone. Con gentilezza un po' goffa, ma non debole, Wyatt le scarica le valigie dalla diligenza e gliele porta su per le scale dell'albergo. Intanto ha imparato che Clementine cerca Doc, che in quel momento è fuori, e le mostra la camera di Doc, a cui Clementine, pur contegnosa, è molto interessata. Così vede che il diploma di laurea in Medicina di Doc è appeso in bella vista, ma appena sotto, sul buffet, c'è una bottiglia di wisky. E' da tempo che Clementine è alla ricerca di Doc, è stata in paesi ed in ranch sperduti, ma non ha perso il suo aspetto da cittadina di buona famiglia. Non è timida, ma riservata, ed ha imparato a cavarsela anche in situazioni difficili. Qui a Tombstone si trova a fronteggiare tre persone.
Doc innanzitutto, che non si aspettava il suo arrivo e ne sarà molto turbato. La tratta con durezza mista a rispetto: vuole che se ne vada di lì al più presto possibile. La presenza di Clementine è una accusa verso la sua degradazione: è un alcoolizzato, un pistolero, un gestore di saloon, non è più, almeno all'esterno, il medico colto e delicato che Clementine amava. Doc è anche malato, tossisce e sputa sangue, ed è forse questo che spinge Clementine a restare, dentro capisce che Doc ne avrà per poco.
Poi c'è Chihuahua (Linda Darnell), l'attuale amante di Doc, che capisce subito la situazione: è vero che Doc dice a Clementine di andarsene, ma è anche vero che la sua presenza la cancella quasi completamente dalla frequentazione di Doc, che la maltratta e giunge al punto da tirarle con sprezzo un sacchetto di pepite d'oro quando parte per una delle sue furiose scorribande per la prateria. Chihuahua è nemica di Clementine, ma si trova ad essere messa in riga con durezza dalla terza persona, Wyatt Earp, che è a suo modo preso di Clementine (difatti Doc se ne accorge subito e ne è anche a suo modo geloso). Wyatt avrà il suo momento magico con Clementine al momento del ballo per l'inaugurazione dei lavori per la chiesa del paese. Fianco a fianco, passeranno lunghi secondi prima che Wyatt si decida ad invitarla a ballare. Lei è quello che si aspetta, chiaramente, ma è orgogliosa, non glielo può fare capire più di tanto. Poi però ballano - sorpresa, lo sceriffo balla benissimo! Clementine è divisa, rispetto a Wyatt: lo apprezza, ma sa che non appartiene al suo giro, quello a cui apparteneva Doc.
Poi la situazione non permetterà che ci siano più queste cose lievi: morirà Chiuhauha, benché operata da Doc dopo essere stata ferita da uno dei fratelli Clanton. Soprattutto morirà Doc, nel duello finale in cui i Clanton saranno sterminati.
E Clementine decide: non tornerà ad est, resterà lì a Tombstone, ed aprirà una scuola, di cui c'è bisogno ancor più che della chiesa. Wyatt, con Morgan (Ward Bond), il fratello superstite, sta partendo per andare dai genitori che stanno in California. Però si ferma a salutarla per la strada, e come al solito fra loro, ogni parola è circondata da un silenzio di rispetto. Poi sale a cavallo per andarsene, però si volta e le dice: "Ma lo sa che è un bel nome, Clementina?" Chissà cosa avrà voluto dire, Clementine se lo sta chiedendo ancora. O no? E' tardi per saperlo, ma Clementine avrà sicuramente fatto bene, come maestra.

martedì 10 luglio 2007

Sfida infernale (2)

My Darling Clementine di John Ford (1946) Dal libro di Stuart N. Lake, Sceneggiatura di Sam Hellman, Samuel G. Engel, Winston Miller Con Henry Fonda, Victore Mature, Linda Darnell, Cathy Downs, Walter Brennan, Tim Holt, Ward Bond, Alan Mowbray, John Ireland Musica: Cyril J. Mockridge, David Buttolph Fotografia: Joseph MacDonald (97 minuti) Rating IMDb: 8.0
Lodes
Ford con questo film (1946) conclude un percorso iniziato con Ombre rosse (1939). Un percorso per portare il Western alla fase della propria maturità. Il western fino ad allora era stato la rappresentazione spettacolare dello scontro tra buoni e cattivi, di inseguimenti, di indiani ululanti: insomma il western era congeniale alle immagini in movimento che tanto affascinavano i nostri nonni. I film si basavano, appunto, su elementi molto semplici, il bene il male, il buono e il cattivo: Tom Mix fu l’eroe che interpretò meglio queste storie fatte di scazzottate, di cavalcate, di inseguimenti. John Ford reinvesta il western, lo fa diventare adulto, introduce personaggi che hanno una psicologia, che sono portatori di tormenti, di ricerche esistenziali ed umane. L’azione non viene meno: in questo film non mancano certo gli elementi avventurosi classici del western, ma appunto Ford mette in gioco gli individui. Individui alla ricerca della loro esistenza dentro una ricerca più grande che riguarda l’America. Wyatt Earp, Doc Holiday non sono altro che due facce della stessa medaglia. C’è nella figura di Doc una continuità con la prostituta Dallas di Ombre rosse. Entrambi sono segnati da un destino che non lascia spazi. Anche se la loro sorte sarà diversa, entrambi rappresentano la tragicità della propria esistenza: una segnata dal “mestiere” e, quindi, dalla emarginazione a cui nemmeno Ringo riuscirà a porre rimedio per cui saranno costretti ad andarsene, l’altra segnata sì dalla malattia, ma prima ancora dallo scontro con un mondo (l’est) che rifiuta chi va fuori degli schemi. Entrambe troveranno nel selvaggio west una loro legittimazione ed è attraverso questi personaggi che Ford ci racconta di una frontiera che ha un rapporto conflittuale con la borghese america dell’est. Da un lato sono quelli che scoprono nuovi territori, che cercano nuovi spazi e nuove opportunità, che si sentono avanguardie di una nazione che crede nel proprio destino, che portano l’ordine, la legge, dall’altro sono quelli che fuggono dalla società complessa dell’est. Cercano gli ultimi scampoli di una stagione che la modernizzazione travolgerà entro breve. Non stupisce dunque che Doc Holiday declami i versi dell’Amleto. C’è in questo atto tutto l’amore/ odio verso il “proprio mondo” da cui sa di non poter fuggire: sarà sempre –anche ad un tavolo da gioco o brutalizzando Chihuahua –un uomo di cultura, un uomo che sa vedere anche la piccolezza del proprio mondo. Ma sia Doc che Earp non sfuggono al loro destino: Earp fa ciò che deve in nome della legge, Doc fa ciò che deve in nome della sua coerenza verso ciò che è stato: ribelle ma dalla parte della giustizia, non poteva essere diversamente. Dunque un film che scava dentro i personaggi, che apre il western alla “cultura”. Non solo un film d’avventura, ma il western come terreno dove sondare le inquietudini, dove ragionare del destino del paese, dove interrogarsi sulla evoluzione di una società che sta entrando nella storia da protagonista. Tutto questo fa grande John Ford. Poi ci sono i “quadri” all’interno dei quali Ford racchiude delle vere e proprie chicche: Solimano ha già ricordato la famosa frase del barista, ma come dimenticare i fratelli di Earp? Come dimenticare la scena del ballo? E come dimenticare il clima rarefatto della domenica in cui Earp tutto tirato a lucido si dondola sulla sedia? Insomma assolutamente geniale. Da ultimo un cenno a Walter Brennan che qui interpreta il ruolo del cattivo Clanton. La storia professionale di Brennan va in senso esattamente opposto, ma qui Ford gli da possibilità di dimostrare le sue grandi capacità di attore e lui sarà un grande cattivo, assolutamente nel ruolo.


lunedì 9 luglio 2007

Sfida infernale (1)

My Darling Clementine di John Ford (1946) Dal libro di Stuart N. Lake, Sceneggiatura di Sam Hellman, Samuel G. Engel, Winston Miller Con Henry Fonda, Victore Mature, Linda Darnell, Cathy Downs, Walter Brennan, Tim Holt, Ward Bond, Alan Mowbray, John Ireland Musica: Cyril J. Mockridge, David Buttolph Fotografia: Joseph MacDonald (97 minuti) Rating IMDb: 8.0
Solimano
Qualche ora fa mi sono riguardato, dopo tanti anni, My Darling Clementine (io preferisco chiamarlo così). Wyatt Earp (Henry Fonda), a differenza di Doc Holiday (Victor Mature), con le donne può essere timido. Non con tutte, difatti maltratta Chihuahua (Linda Darnell) quando fa la spia mentre lui gioca a poker. Però con Clementine Carter (Cathy Downs) Wyatt un po' ingessato lo è, sempre forte, ma evidentemente preso. A Clementine questo piace, difatti ho l'impressione che, dopo avere inseguito Doc per villaggi e ranch, le piacerebbe fermarsi, e non è che si sia stufata di Doc, ma lui la tratta troppo male. Vedere un uomo come Wyatt così gentile con lei le dà respiro, dopo tanta strada che mi ha fatto venire in mente il viaggio di Bianca Pellegrini da un castello all'altro alla ricerca dell'amato Pier Maria Rossi nell'affresco di Torrechiara. Fra una sparatoria e l'altra, Wyatt ha a che fare, oltre che con Clementine, col barbiere (ma fra le due cose secondo me c'è un collegamento), poi chiede al barista se è mai stato innamorato e il barista dà l'immortale risposta: "No, ho fatto il barista per tutta la vita". Wyatt e Clementine ballano anche insieme, al ballo di inaugurazione dei lavori per la chiesa, e c'è un'altra frase immortale: "Ho letto tutta la Bibbia, ma non ci ho trovato una frase contro il ballo". L'attore Granville Thorndyke (Alan Mowbray) è un po' gaglioffo: intanto non si ricorda tutto il monologo "Essere o non essere", e meno male che Doc, che è uno colto, gli dà una mano, lui sì che è un vero shakespeariano, poi quando parte saluta con troppo calore un po' di ragazze leggere (secondo me c'è stato qualcosa), non paga il conto dell'albergo ed al vecchietto che l'ha aiutato, quello col berretto tipo guerra di secessione, invece di dare la mancia gli dice alcuni versi, sempre di Shakespeare chiamandolo "giovane principe". Doc e Chihuahua diventano tutti e due bellissimi nel momento terribile, lui che deve operarla e lei che deve subire senza anestesia, attorno ci sono gli altri, compresi Wyatt e Clementine che assistono ammirati a quella disperata sublimità. Doc si scorda anche la tosse, in quel momento, ed è un uomo felice quando sembra che l'operazione sia andata bene, ma la ragazza muore e lui sceglie di dare una mano agli Earp contro i Clanton. La tosse gli tornerà e gli costerà la vita. Ci sono anche i musicisti nel saloon divisi fra paura delle pallottole e una gran voglia di suonare. Clementine, quando è finito tutto, decide di non andarsene ma di restare a Tombstone per aprire una scuola, mentre Wyatt le dà un bacio sulla guancia e non dice se tornerà oppure no, lascia aperta la questione. Sono già più di sessant'anni che si continua a discutere: Wyatt è tornato oppure no? Io li vedrei bene insieme, lui forte-timido, lei donna che sa sicuramente amare, di una grazia decisa. Prima di andarsene, Wyatt si volta vero di lei e dice la frase più immortale di tutte: "Ma lo sa che è un bel nome, Clementina?".
Per il resto ho rivisto quello che per me è il miglior western che sia stato fatto e ci sento tre arie, quella della prateria, quella del saloon e quella di Shakespeare, credo che Ford lo venerasse. I tanti ricordi che avevo li ho visti tradotti in visione uno via l'altro, uno attaccato all'altro, My Darling Clementine è un film asciutto, in cui tutto succede in tempi brevi, ma senza fretta, come in una tragedia classica quale è.

giovedì 5 luglio 2007

Il lavoro nel cinema: Ombre rosse

Thomas Mitchell in Ombre rosse
Solimano
Al dottor Boone (Thomas Mitchell) tocca cambiare città. Deve andarsene da Tonto, nel Texas, perché ha perso ormai quasi tutti i clienti, ed è in pessimi rapporti con la padrona di casa. Di per sé, sarebbe un bravo medico, ma ha il vizio del bere. Stamattina parte con la diligenza ed andrà a Lordsburg, per rifarsi la carriera e magari anche la vita. Porta sottobraccio anche l'insegna dell'ambulatorio, ma il suo bagaglio è pochissimo. Sulla diligenza ci sono Dallas (Claire Trevor) una prostituta scacciata dalle signore della città, un banchiere antipatico, un gentiluomo (John Carradine) elegante e pieno di stile ma che ha il vizio del gioco, che è quasi peggio di quello del dottore. C'è anche la moglie giovane di un ufficiale (Louise Platt), incinta all'ottavo mese di gravidanza; si aggiungerà un bandito, Ringo Kid (John Wayne), che lo sceriffo farà sedere con i passeggeri della diligenza. E c'è un timido commesso viaggiatore di liquori di cui il dottor Boone approfitta, svuotando diverse bottigliette-campione. Alla moglie dell'ufficiale ed al gentiluomo in disarmo il comportamento del dottore dà fastidio, anche perché, a forza di svuotare i campioni, è ormai totalmente ubriaco. I passeggeri sono anche infastiditi dal fatto che viaggi con loro Dallas, solo il bandito è gentile con lei. Tutti sono preoccupati perché la diligenza deve attraversare il territorio degli Apache di Geronimo, che stanno ribellandosi, ma ogni passeggero ha un suo motivo ben preciso per viaggiare quel giorno da Tonto a Lordsburg . Finalmente arrivano ad un ranch sperduto per il cambio dei cavalli, ed è lì che la moglie del capitano si sente male: sono cominciate le doglie. Tutti si agitano, non sanno che fare, ci sarebbe bisogno di un dottore, ma quale dottore è quello sbronzo di Boone. Il gentiluomo glielo dice con disprezzo e Boone fa: "Caffé". Gliene portano, ne vuole ancora perché è l'unico modo per tirarsi su, vuole rimettersi in piedi e fare il suo lavoro. Aiutato da Dallas, ci riuscirà e fuori sentiranno la prima voce del bambino appena nato. Poi la storia va avanti e si sa come finisce il film. Non so cosa ha fatto dopo il dottor Boone, vorrei che avesse riaperto l'ambulatorio bevendo un po' meno, non è un vizio che si toglie in due e due quattro, però Boone ha un buon mestiere per le mani e lo sa fare.

mercoledì 27 giugno 2007

Ennio Flaiano al cinema

Solimano
Il 27 gennaio 1940 usciva su Cine Illustrato una recensione di Ennio Flaiano su Ombre rosse; l'ho trovata sul sito Mymovies e qui di seguito la riporto. E' una recensione a caldo, e si sente:

"Nel cinema americano la tradizione del western non accenna a spegnersi: anzi non perde occasione per affermarsi sempre viva e brillante. Con gli ultimi tempi, quella attenzione – diciamo affettuosa e primitiva – verso i ricordi della storia nazionale, che si trovava in tutti i film a carattere avventuroso, si è nobilitata da un gusto nuovo, che scava in profondità.
Pur rispettando la buona retorica dell’aria aperta, si sono aggiunte ai film recenti, delle intenzioni più sostanziose. Chiamiamole pure letterarie se non c’è altro affettivo che indichi quel contributo di sale dato alle storie e se così vanno indicate le prospettive profonde che queste acquistano, prospettive che una volta non toccavano un tal genere di cinematografo e entravano soltanto nel giuoco dei romanzieri.
Romanzo, senza dubbio, con tutti i suoi caratteri di ricerca psicologica e letteraria, può dirsi Ombre rosse, il nuovo film di John Ford. Eccoci davanti a un film in cui l’ombra di de Maupassant si sposa a quella di un Murnau (per parlare di trapassati) o, meglio, a un film in cui allo stile di uno Stephen Roberts si aggiunte quello di un Vidor. Sposalizio felice, diciamolo subito: tanto felice che vien voglia di togliersi il cappello.Naturalmente per Ombre rosse si è ricordato I cavalieri del Texas, Buffalo Bill eccetera: forse col desiderio di fissare il film nei limiti dell’evocativo avventuroso. Per conto nostro i nomi da fare sono ben più grossi. Si può cominciare con il narratore francese già citato, de Maupassant, del quale «rivediamo» in Ombre rosse la più tipica delle figure. Boule de suif la donna di facili costumi, che è disprezzata dai compagni di viaggio e che salva poi tutti col suo sacrificio; e si potrebbe finire col citare Anderson (quello di Solitudine) e persino Wilder, se si tien conto che in Ombre rosse la ricerca più sentita dal regista è quella che si svolge intorno alle sei persone che viaggiano nella carrozza di posta. Una ricerca che indaga nel loro passato, nei «fatti umani».
Su una diligenza che fa servizio tra due località del West americano s’imbarcano: 1) la moglie di un ufficiale dell’esercito; 2) una donna che la lega della morale dichiara «indesiderabile»; 3) un dottore ubriacone, scacciato dalla padrona di casa; 4) un commesso viaggiatore in liquori (che subito diventa docile vittima del n. 2); 5) un gentiluomo rovinato dal giuoco.
Durante il viaggio saliranno anche un cassiere che fugge con la cassa e un giovane evaso dal carcere, che si arrende alla scorta armata della diligenza.
La corriera inizia il suo viaggio nel deserto, in un’atmosfera di pericolo imminente, poiché una tribù di indiani si è ribellata.
La prima parte del viaggio è dedicata alla conoscenza di questi personaggi, li vediamo come sono, alcuni impariamo ad amarli, altri a tenerli in sospetto. Un tenero amore, frattanto, s’intreccia tra la donna «indesiderabile» e il giovane evaso. Ma costui ha un dovere da compiere: vendicarsi degli assassini di suo padre, gli stessi che con una falsa testimonianza l’hanno fatto mettere in prigione.
Questo giovane dagli occhi azzurri, dalla bocca chiusa e secca, alto e lento, vi piacerà subito: c’è qualcosa di indefinito nella sua persona, che sembra spinta da un piccolo destino da tragedia verso la sua avventura.
Ma intanto le cose di complicano. La moglie dell’ufficiale mette alla luce una bambina, curata proprio da quel dottore sulla cui abilità nessuno avrebbe puntato un soldo: e notizie sempre più gravi giungono ai viaggiatori circa l’attività degli indiani.
La situazione precipita con l’inseguimento della carrozza da parte di questi ribelli. È l’andante mosso del film, una travolgente cavalcata che si chiude con la vittoria dei nostri.Come se nulla fosse successo, il film, dopo questa precipitosa parentesi (che in altri tempi avrebbe segnato la fine dell’avventura) riprende il suo racconto. I viaggiatori vanno ancora osservati. Uno soltanto è morto, il gentiluomo rovinato, quello che era salito in carrozza per un atto di galante donchisciottismo, per difendere in caso d’attacco degli indiani la moglie dell’ufficiale. Gli altri avranno ognuno la sua sorte.Coraggiosa conclusione questa di John Ford. Il giovane evaso, ammazzerà i tre avversari, la donna di facili costumi si sposerà (è facile immaginare con chi), il bravo dottore seguiterà a ubriacarsi. Finalmente un lieto fine che non delude. Se il giovane avesse rinunciato ad ammazzare i suoi rivali o se il dottore avesse deciso di esser sobrio in avvenire il pubblico dal canto suo avrebbe staccato le poltrone in segno di protesta.
Per la prima volta in un film americano non si lasciano a Dio le cure della vendetta morale. Ognuno fa quel che può, se la cava come gli detta il cuore. Ed è questa «intonazione» la più giusta, la più apprezzabile del film.Non ci stancheremmo di parlar bene di queste Ombre rosse, anche perché arrivano dopo tante ombre pallide ed evanescenti, ombre di filmetti, di commediole, di rifriggiture. È un film di quelli che si rivedono; John Ford è il regista di Il traditore e di La pattuglia perduta, due film precisi e allucinanti. Ma è anche il regista di un vecchio westem, Il cavallo d’acciaio. Chi ricorda questo «colosso» del ’24, in cui per la prima volta appariva George O’ Brien? Lo spettatore non più giovane confronti i due film, osservi come il nuovo è una perfezione dell’antico, come certe audacie di quello si sono conservate e accresciute nel frattempo.
Una parola sulla fotografia che è perfetta, tenuta secondo il costume di Ford a contrasti di luce e ombre e sempre campeggiante su passaggi straordinari, lunari. Il fotografo è Bert Glennon; il montaggio di Walter Reynolds. È il soggetto di Ernest Haycox.
Parlerò degli attori? Ce ne sarà bisogno? Sono John Wayne (l’evaso), Claire Trevor (la mondana), John Carradine, Louise Platt. E, nuova conoscenza, Thomas Mitchell, il buon dottore ubriacone, un personaggio i cui cari sorrisi e l’aria affettuosa non si dimenticano subito".

mercoledì 23 maggio 2007

Sentieri selvaggi

The Searchers di John Ford (1956) Sceneggiatura di Alan Le May, Frank S. Nugent Con John Wayne, Jeffrey Hunter, Natalie Wood, Vera Miles, Ward Bond Musica: Max Steiner Fotografia: Winton C. Hoch (119 minuti) Rating IMDb: 8.0

Lodes
Ho amato questo film fin dalla prima volta che lo vidi. Non un semplice western, con gli indiani, con i cow boy che si contendono il territorio e che vedrà il popolo rosso soccombere. E’ un capolavoro che va oltre il genere western. Ford qui dà veramente il meglio di se stesso. E, utilizzando tutti gli ingredienti classici del western, ci racconta della “search”. Una ricerca che è vecchia quanto il mondo e che nel film è affidata a Ethan Edwars (John Wayne). Ancora una volta un uomo solitario che torna dopo aver combattuto nella guerra di secessione e dopo un lungo ed ignoto peregrinare. Ma qui non siamo di fronte al giustiziere solitario che errante raddrizza i torti e compie giustizia. Ethan è un uomo della sua terra, ma che guarda sempre verso l’orizzonte. Sente il peso di appartenere a quella terra che non gli lascia spazio, se non quello di combattere un nemico crudele che rapisce le donne. L’odio monta dentro di lui. Odio per quell’indiano (Scout) che lo ha costretto ad abbandonare la sua strada verso nuovi orizzonti. Allora la “search” diventa un intrico dentro il quale Ethan rischia di perdersi fino ad arrivare a voler uccidere la nipote (ormai donna) rapita da Scout. Ma Ford con un colpo di genio risolve la questione e in una inquadratura mitica sveglia i veri sentimenti di Ethan che alzata la ragazza al cielo quasi a simboleggiare il prossimo sacrificio la accoglie tra le sue braccia e le dice “andiamo a casa”. Sono state tante le accuse a Ford di razzismo, in realtà non c’è accusa più sbagliata, Ford ci descrive il tormento di Ethan e di un intero popolo che in mezzo a mille contraddizioni ha saputo esprimere anche grandi valori civili e sociali. Sarebbero tante le scene di cui si potrebbe parlare a lungo. Non mi sottraggo nemmeno io a richiamare l’inquadratura iniziale e quella finale. Semplicemente geniale nella sua poesia. Ancora oggi a distanza di tanti anni nel rivederle sento un brivido di emozione. In entrambe c’è tutto il mito del west, ci sono i grandi spazi, ci sono orizzonti lontani, c’è la storia che si apre si chiude si ripete in un susseguirsi di generazioni. Come dimenticare poi la scena della lettura della lettera che Martin invia alla fidanzata a cui non ha mai detto nulla del suo amore. Un disegno perfetto che dice tutto di quel mondo legato alla terra, che ne narra le piccole abitudini, le consuetudini: semplicemente magistrale. Il western dunque ancora una volta è il paradigma di una “search” dentro l’uomo, dentro un mondo che resiste alle mutazioni che provengano dall’est. Una “search” del proprio senso e del proprio destino. Non è più sufficiente scoprire nuove terre, dissodarle, strapparle agli indiani, Ethan cercherà ancora e se ne andrà verso la luce della prateria e la porta della casa e dell’oggi si chiude dietro di lui.
P.S. Diverse immagini si possono trovare qui:
http://www.dvdbeaver.com/film/DVDReviews8/the-searchers.htm