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mercoledì 4 febbraio 2009

Gli animali nel cinema: Tre passi nel delirio (2)

Histoires extraordinaires, episodio diretto da Roger Vadim (1968) Dal racconto "Metzengerstein" di Edgar Allan Poe Sceneggiatura di Roger Vadim, Pascal Cousin Con Jane Fonda, James Robertson Justice, Françoise Prévost, Peter Fonda, Marlène Alexandre, Marie-Ange Aniès, Georges Douking, Philippe Lemaire, Carla Marlier, Serge Marquand, Audoin de Bardot, Anny Duperey Musica: Jean Prodromidès Fotografia: Claude Renoir Durata totale del film: 121 minuti Rating IMDb: 6.5
Solimano
In tutta la prima parte dell'episodio "Metzengerstein" del film Tre passi nel delirio, la Contessa Frederique de Metzengernstein (Jane Fonda) cavalca un cavallo bianco. Frederique conduce al galoppo il cavallo in riva al mare nell'immagine di apertura del post.


Così è quando si aggira per la contea seguita dalla sua piccola corte, contenta di libertinaggi e crudeli allegrie: nel castello è il ghepardo l'animale che esprime il suo carattere, fuori è il cavallo bianco.


Così anche quando va in giro da sola, come si vede in queste due immagini. Frederique ha questa incredibile tenuta nei primi giorni di freddo.

Ma un giorno le cose cambiano: Frederique scende da cavallo vicino ad un ruscello, e rimane con una gamba intrappolata in una tagliola per lupi e volpi. Grida per cercare aiuto.


La libera dalla trappola il Barone Wilhelm Berlifitzing (Peter Fonda). Frederique lo conosce bene, perché è suo cugino, ma i due non si frequentano, le loro vite sono completamente diverse. Wilhelm scambia poche parole con Frederique e se ne va immediatamente sul suo cavallo baio. Ma Frederique è rimasta colpita da quest'uomo così diverso da quelli che ha attorno, e un giorno decide di andare al maniero diroccato del cugino che è molto meno ricco di lei. Nell'immagine ci sono i due cavalli, quello della contessa e quello di Wilhelm.



Wilhelm sta in cima, su un merlo del castello e sta nutrendo un gufo, anche lui ha l'animale di riferimento.


Frederique riesce finalmente ad attrarre l'attenzione del solitario cugino, che scende nel prato, ma resta impassibile anche quando Frederique lo invita al suo castello di delizie. Dice con chiarezza che preferisce starsene per conto suo.
Non l'avesse mai detto! Bisogna stare attenti quando si dice di non ad una cugina che si chiama Frederique de Metzengernstein, e che è infuriata per il no nei denti che le è toccato ricevere.


Infatti pochi giorni dopo prende fuoco la scuderia di Wilhelm, l'incendio è provocato da un servo di Frederique, che forse non voleva far morire Wilhelm, solo spaventarlo e ridurlo a più miti e piacevoli consigli. Fatto sta che Wilhelm muore nell'incendio tentando di salvare i suoi cavalli.
Al castello di Frederique succede un fenomeno stranissimo: nel bell'arazzo con una battaglia ed un cavallo nero in primissimo piano, brucia proprio tutta la figura del cavallo nero. Nell'immagine si vede l'arazzo quando c'era ancora le figura del cavallo. Frederique chiamerà il miglior artigiano che si può trovare per riparare l'arazzo e far ricomparire il cavallo.


Quasi contemporaneamente allo sparimento della raffigurazione del cavallo nell'arazzo, arriva al galoppo al castello di Frederique un cavallo nero, mai visto prima. E' un cavallo quasi indomabile, che si placa solo quando gli si accosta Frederique.


La contessa è affascinata da questo misterioso cavallo nero e decide di cavalcarlo. Torna ad essere contenta, e lascia perdere le sue usuali compagnie, dedicando quasi tutto il suo tempo a cavalcare il cavallo nero.



Qui Frederique e il cavallo nero in riva al mare e Frederique che stringe a sé il cavallo durante un'altra galoppata.


Frederique è sempre più ossessionata dalle cavalcate, finché una notte non ce la fa più a restare nel castello. La galoppata è ancor più frenetica del solito, ma non è più Frederique a condurre il cavallo, è il cavallo ad andare dove vuole. Cominciano ad apparire delle fiamme in mezzo ai prati ed alle rocce, il cavallo si dirige verso una grande fimma e Frederique non può sottrarsi. Il suo destino è di morire bruciata esattamente come è morto bruciato suo cugino Wilhelm.

Intanto, nel castello, l'artigiano guarda meravigliato l'arazzo che non aveva ancora terminato: è comparsa la testa del cavallo e gli occhi sono rossi come il fuoco.

Nell'episodio "Metzengerstein", Roger Vadim ha trattato non di rado con superficialità e cadute di gusto (specie nella sceneggiatura) un grande tema, che aveva dato esiti indimenticabili nella letteratura e soprattutto nella pittura: quello del romanticismo cosiddetto gotico, che durò diversi anni fra la fine del Settecento ed i primi decenni dell'Ottocento.

John Henry Fuseli

Il quadro di John Henry Fuseli, "L'incubo" (101 127 cm Institute of Arts, Detroit) è giustamente celebre. E' del 1781 e Fuseli lo riprese altre volte. La testa enorme di un cavallo (in questo caso con gli occhi bianchi) compare in penombra nella parte sinistra del quadro.

Eric Rohmer riprende il quadro di Fuseli nello splendido film La Marquise d'O... (1976) che si ispira ad un'opera di Heinrich von Kleist.

Théodore Géricault

Il tema del cavallo agitato, quasi imbizzarrito è spesso presente in Théodore Géricault, generalmente in subordine a rappresentazioni militaresche. Inserisco un particolare di un quadro del 1817 in cui sono i cavalli i protagonisti, con gli uomini che faticano a tenerli a freno. Il quadro è di 45 x 60 cm ed è al Louvre di Parigi.

Eugène Delacroix

L'acquerello di Eugène Delacroix è del 1824 e rappresenta un cavallo bianco impaurito da un fulmine. E' di 24 x 32 cm ed è al Museo di Belle Arti di Budapest.

La chiusura del post spetta (come è giusto) ad un'ottima tiratrice con l'arco: la Contessa Frederique de Metzengernstein (Jane Fonda).

lunedì 2 febbraio 2009

Gli animali nel cinema: Tre passi nel delirio (1)

Histoires extraordinaires, episodio diretto da Roger Vadim (1968)Dal racconto "Metzengerstein" di Edgar Allan Poe Edgar Allan Poe Sceneggiatura di Roger Vadim, Pascal Cousin Con Jane Fonda, James Robertson Justice, Françoise Prévost, Peter Fonda, Marlène Alexandre, Marie-Ange Aniès, Georges Douking, Philippe Lemaire, Carla Marlier, Serge Marquand, Audoin de Bardot, Anny Duperey Musica: Jean Prodromidès Fotografia: Claude Renoir Durata totale del film: 121 minuti Rating IMDb: 6.5
Solimano
Nel film Tre passi nel delirio, l'episodio "Metzengerstein" di Roger Vadim è stato sempre meno apprezzato di "William Wilson" di Louis Malle e soprattutto di "Toby Dammit" di Federico Fellini, ma ha dei meriti dal punto di vista della fantasia visiva, della scelta singolare dei luoghi, dei costumi a volte quasi ridicoli ma anche sorprendenti. Mi fa pensare ad un fumetto coloratissimo più avventuroso che orrifico. E la presenza degli animali corriponde a questa sensazione, difatti mi ci vorranno due post.


Il pappagallo compare spesso, fa parte della piccola corte della contessa Frederique de Metzengerstein (Jane Fonda), difatti, come si vede nell'immagine in apertura di post, il pappagallo assiste al bagno che Frederique, aperta ad ogni esperienza libertina, sta facendo con una sua amica. Sono presenti un ragazzo che fa musica e una servente con i panni. Nelle due immagini qui sopra, si vede il pappagallo su un carro. Frederique si aggira per la contea e si porta dietro il seguito al completo.

Giambattista Tiepolo: Fanciulla con un pappagallo
Ashmolean Museum, Oxford

Una bestia veramente bella, che mi ha richiamato alla memoria i pappagalli dei pittori veneziani, specialmente Giambattista Tiepolo, di cui ne inserisco uno famoso, un pappagallo di un quadro galante. La fanciulla rappresentata ha un'aria meno scatenata di Frederique: sembra quasi ingenua, ma la malizia non può mancare.



Il secondo animale è ancor più sorprendente: non è un grosso gatto ( lo si capirà meglio dalle immagini successive). Non sono sicuro al 100%, ma credo che si tratti di un ghepardo, che evidentemente Frederique ha importato da un paese lontano, come facevano nel Quattrocento anche in Italia. Non so se Vadim ci abbia pensato (qualcuno ci può aver pensato al posto suo), ma il ghepardo, la lince, il leopardo fanno venire in mente la lonza di Dante, che era il simbolo della Lussuria, difatti il ghepardo non ha l'aria asettica, sulle sue, come il pappagallo. E' sempre presente nelle scene di libertinaggio all'interno del castello, sia nel salone che nei corridoi merlati.


Ecco due esempi. In quel 1968 Jane Fonda girò due film, questo e Barbarella (sempre con la regia di Roger Vadim): a volte sembra che si sia portata i costumi da un film all'altro, forse le contesse di fine medioevo, anche quelle libertine, non vestivano in questo modo, apprezzabile da noi moderni.


Il ghepardo qui è in primo piano sulla destra, lo si vede poco perché è in penombra. Nella sala grande del castello si sta svolgendo una delle feste col solito programma, basta osservare cosa succede in secondo piano. In questo caso Frederique, vicino al camino, sovrintende al buon andamento, fa la padrona di casa, ma non sempre è così.


Due scene nei corridoi del castello. Frederique ha cambiato ancora abbigliamento: tanto corta è la gonna quanto sono lunghe le piume del cappello bianco. In questo caso il ghepardo è alla catena.


Inserisco due riferimenti pittorici del Quattrocento.
Il primo è il Pisanello, con il disegno dell'Albertina di Vienna, che rappresenta la Lussuria. Ma nel disegno compare un coniglio, perché il coniglio aveva un doppio significato: a volte Fecondità a volte Lussuria. Questa rappresentazione della Lussuria fa un po' pensare alla parte di Jane Fonda in questo film. Inserisco anche il noto disegno del ghepardo, attribuito al Pisanello ed oggi al Louvre.
Il secondo riferimento è a un particolare della Adorazione dei Magi che Benozzo Gozzoli dipinse attorno al 1460 nella cappella del Palazzo Medici Riccardi, che era la residenza privata dei Medici. L'architetto Michelozzo di Bartolomeo aveva ultimato il palazzo nel 1449 e fu proprio Cosimo de' Medici a dare la commissione a Benozzo Gozzoli, che rappresentò, fra l'altro, i cortei dei tre Re Magi. In uno di questi cortei c'è un giovinetto a cavallo che ha a fianco un ghepardo. Inoltre, guardando in basso a destra nel particolare che inserisco a sinistra, si vede che c'è un altro ghepardo, o comunque un grosso felino, con colori diversi e con diversità anche nella distribuzione delle macchie nella pelliccia. Qualcuno asserisce che nel giovane è raffigurato Giuliano de' Medici.
Consiglio di ampliare l'immagine per potere osservare meglio i molti dettagli in cui Benozzo era maestro. Inserisco inoltre qui sotto una immagine che permette di vedere il solo ghepardo. Il modo di disegnare e di dipingere l'animale indica con chiarezza che Benozzo non dipingeva a memoria o per sentito dire ma che un ghepardo a Firenze c'era veramente.

Grandi felini compaiono anche nella pittura del Cinquecento e di inizio Seicento, ma per un motivo diverso: non sono più inseriti in composizioni in qualche modo religiose, anche se le Adorazioni dei Magi nascevano spesso per motivi più laici che profani, cioè la rappresentazione della potenza della famiglia committente.
In questi due casi si tratta della rappresentazione del mito di Bacco e Arianna. La mitologia dice che Bacco, tornando dalla conquista dell'India, guidava un corteo trionfale in cui il suo cocchio era trainato da pantere. Nel quadro di Tiziano, che rappresenta Bacco che si precipita su Arianna, i felini sono due leopardi, mentre nell'affresco di Annibale Carracci, che rappresenta proprio il trionfo di Bacco e Arianna, i felini sono due tigri (che probabilmente il pittore non aveva mai visto).

Tiziano: Bacco e Arianna (part) 1520-22 National Gallery, Londra

Annibale Carracci: Trionfo di Bacco e Arianna (part) 1597-1602
Galleria Farnese, Roma

La contessa Frederique de Metzengerstein, pur così libertina e crudele, al suo ghepardo è veramente affezionata, come si vede nell'immagine di chiusura del post.

venerdì 4 maggio 2007

Toby Dammit

Toby Dammit di Federico Fellini (1968) Sceneggiatura di Bernardino Zapponi (da Poe) Con Terence Stamp, Salvo Randone, Anne Tonietti, Marina Yaru, Antonia Pietrosi, Polidor, Marisa Traversi, Milena Vukotic, Aleardo Ward Musica: Nino Rota Fotografia: Giuseppe Rotunno (37 minuti) Rating IMDb: 6.4 (ma il rating riguarda il film Tre passi nel delirio, in cui ci sono anche gli episodi di Malle e di Vadim)
Solimano
Poiché sono uno Spettatore, non conosco gente dell'ambiente del cinema: Produttori, Registi, Attori, Critici. Però mi è successo di vedere in azione due celebri registi. In azione nel senso che li ho visti tutti e due mentre mangiavano, più azione di così c'è solo il respirare. Uno è Bernardo Bertolucci, e l'ho raccontato in una Novelletta degli Odori, l'altro è Federico Fellini. Camminavo nel corridoio di una carrozza di prima classe mentre il treno correva, e in uno scompartimento pieno c'era Fellini con uno di quei sacchetti cibarie che da tempo non vedo più. Aveva estratto un pollo arrosto e se lo stava sgagnando con appetito vero. L'impressione, forse per il gesto, fu quella di un bell'uomo tranquillo con i piedi per terra, una impressione gradevole: niente di sognante, di poetico, di felliniano. Amo tutti i 37 minuti che dura Toby Dammit, perché ci trovo il Fellini che preferisco. A forza di girarci attorno, ci si dimentica che le sue visioni non sono acquerelli della domenica, sono come affreschi, sculture, musiche a piena orchestra. Poi, come facevano i grandi pittori, c'è il gusto per il particolare curioso, per la sorpresa, anche per la strizzata d'occhio alla ci intendiamo noi due! Aveva l'ansia di piacere - ce l'abbiamo tutti - solo che era diviso: piacere a se stesso o piacere agli altri? In Toby Dammit decise di piacere a se stesso, al se stesso forte. Che non vuol dire sicurezza di sé, ottimismo, progetto, vuol dire forza, come in Goya, che credo Fellini comprendesse ed amasse.
Un attore americano giovane e molto noto viene a Roma perché deve interpretare il primo western cattolico. Gli fanno festa tutti: monsignori, gente del cinema, anche donne, ma Toby Dammit è sempre sbronzo - difatti avrebbe dovuto essere Peter O' Toole, ma anche Terence Stamp non si tirava indietro col bere. Ha continue visioni affascinanti e tragiche, compresa una strana bambina che gioca con una palla, truccata da donna fatta. Toby maltratta tutti, è insofferente, manda in vacca premiazioni, interviste, feste. Si placa solo quando gli danno una Ferrari, che ama persino più della bottiglia, abbandona tutti e corre come il matto che è per le strade dei Castelli sgommando, accelerando, frenando di botto. Finché arriva ad un ponte crollato. Non si può andare di là, ma Toby non rinuncia, prende spazio spostandosi indietro. L'idea la capiamo, attraversare lo spazio profittando della velocità della Ferrari per poi proseguire la sua corsa alla faccia del ponte crollato. Accelera, la macchina va fortissimo, solo che non ha visto che c'è un robusto filo di ferro all'inizio del ponte. Il filo decapita Toby e vediamo nello spazio sotto il ponte la bambina che stringe a sé la sua testa. O ci gioca? Quello che voleva dirci, Fellini ce lo dice, in un modo talmente chiaro che non è traducibile in parole: è il Fellini che decide di profittare dei 37 minuti per piacere a se stesso, il Fellini potente.