Visualizzazione post con etichetta Francis Ford Coppola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Francis Ford Coppola. Mostra tutti i post

lunedì 18 maggio 2009

Ritratti di signori: Gene Hackman

The Conversation (1974) Regia e sceneggiatura di Francis Ford Coppola Con Gene Hackman (Harry Caul), John Cazale (Stan), Allen Garfield (Bernie Moran), Frederic Forrest (Mark), Cindy Williams (Ann), Michael Higgins (Paul), Elizabeth MacRae (Meredith), Teri Garr (Amy), Harrison Ford (Martin Stett), Mark Wheeler, Robert Shields, Phoebe Alexander, Robert Duvall (il direttore) Fotografia: Bill Butler Musica: David Shire e "Sophisticated Lady" (Duke Ellington), "Bill Bailey Won't You Please Come Home","When the Red Red Robin Comes Bob Bob Bobbin' Along", "When I Take My Sugar To Tea", "To Each His Own","Out of Nowhere", "I Remember You","Take Five" (Paul Desmond) (113 minuti) Rating IMDb: 8.1

Solimano

L'investigatore privato Harry Caul (Gene Hackman) ha un grande passione, oltre al suo lavoro: suonare il sassofono mentre ascolta i dischi dei grandi jazzisti che ammira. E' una passione strana, a pensarci bene, come è strano il suo rapporto col lavoro. Più che un investigatore è uno spione che sa usare perfettamente le tecnologie di intercettazione. Uno spione che si basa sull'ascolto e sulla registrazione di ciò che ascolta. I clienti pagano lautamente quando hanno in mano un nastro ignoppugnabile. A quello che facciano i clienti dopo essere entrati in possesso di certe prove, Caul cerca di non pensare: i suoi clienti sono spesso persone peggiori di quelle che deve intercettare.



Caul se ne sta seduto su una panchina. Non conosce quello che è vicino a lui. Di primo acchito, Caul ha l'aria dimessa e riservata di un impiegato che cerca di tenersi su in giacca e cravatta, ma che non può esimersi dall'indossare un ridicolo impermeabile trasparente. A guardarlo bene, questo impiegato non è perso nei suoi pensieri, è molto attento a qualcosa. E qui entra in ballo il mestiere di Caul. Dall'alto di un palazzo quell'uomo non è un killer con il fucile, è un dipendente di Caul che sta usando un potente microfono direzionale. Verso chi? Una coppia, Ann (Cindy Williams) e Mark (Frederick Forrest). Sono loro i due spiati, chi paga è il direttore di una grande azienda (Robert Duvall). Perché sia interessato alla conversazione fra quei due, non è affare di Caul saperlo: intercetta meglio che può e basta.


Caul non è tutto spiate e sassofono, ha una vita privata, con Amy (Terry Garr) la sua amante che tiene nascosta e da cui si nasconde. Sì, non desidera ripondere ad una serie di domande che gli fa Amy sulla sua vita. Sta bene con Amy, ma basta con le domande, che Amy fa perché forse vorrebbe che il loro rapporto divenisse come fra moglie e marito. Curiosamente, si capisce che per Caul il rapporto con Amy non è un rapporto che abbia al centro il desiderio sessuale. Non è questo che esaspera Caul, che di fondo è un solitario che non vorrebbe essere solo, però è un solitario che non vuole essere invaso. Ci gioca anche il mestiere, che ha portato Caul a non fidarsi di nessuno. Tiene segreto il suo indirizzo ed il numero di telefono. Finché, all'ennesima domanda di Amy, c'è la rottura. I due non si vedranno più e nel corso del film Caul apprenderà che se Amy gli faceva certe domande aveva dei motivi precisi: perché, ad esempio, ha assunto una identità anagrafica falsa, non dicendo a Caul quella vera? A forza di non fidarsi, si può finire per fidarsi proprio di quelli di cui non ci si dovrebbe fidare. Ma di questo Caul non si è ancora reso conto.


L'intercettazione della conversazione fra Ann e Mark si è svolta al meglio, seguendo i crismi di professionalità di Caul, notoriamente il miglior spione della West Coast. Non rimane che ascoltare il nastro per verificare che non ci siano difetti e poi consegnarlo al cliente. In questo, Caul si fa aiutare da un suo dipendente fidato, Stan (John Cazale). Ma Caul nota nell'intercettazione uno strano rumore, una specie di fruscio, e decide di risentire il nastro usando tecnologie che possano permettere di capire quello che c'è dietro quel rumore o fruscio. Ma non lo fa con Stan, decide di farlo per conto suo. Stan se ne accorge e se ne va indignato. Caul riesce a scoprire questa frase di Mark: "He'd kill us if he had the chance". Quei due sono minacciati, evidentemente. E chi li potrebbe uccidere è proprio il cliente di Caul. Qui scatta il meccanismo morale di Caul, che sa di svolgere un lavoro spesso sordido, ma aspira a non essere sordido come persona. Inoltre non ne parla mai con nessuno, se non in confessione (Caul è credente), ma Caul ha in sé un fortissimo senso di colpa: anni prima, quando operava sulla East Coast, a causa di una sua intercettazione furono barbaramente uccise tre persone.
Caul va nella sede dell'azienda che gli ha commissionato il nastro, vede nell'ascensore Ann, capisce che è la moglie del direttore e trova scuse per non consegnare il nastro, benché Martin Stett (Harrison Ford), che conduce la partita nella ditta, lo solleciti in tutti i modi giungendo a minacciarlo. Caul non consegna il nastro, anche se sa che c'è una valigetta con 15.000 dollari che l'aspetta.


In quei giorni c'è la fiera degli spioni (certamente non la chiameranno così, ma il loro mestiere è quello). Bernie Moran (Allen Garnfield) è il meglio della East Coast. Moran è molto diverso da Caul. Il suo senso morale è pari a zero, in compenso è grande la sua capacità nel rapporto con i clienti. In fondo Caul disprezza Moran, che invece ammira le capacità di intelligenza tecnologica di Caul. Davanti allo stand di Moran una ragazza sveglia e un po' svestita, Meredith (Elisabeth McRae) attira i possibili clienti che fanno come le api attorno al miele. Caul guarda stando un po' discosto, poi va a salutare Stan che immediatamente si è messo a lavorare con Moran.



Ecco i principali spioni che alla sera se ne vanno in macchina verso il laboratorio di Caul, che li ha invitati, probabilmente perché attratto da Meredith. Moran si fa sotto, propone a Caul di lavorare insieme, Caul rifiuta e Moran abbozza con un sorriso mettendogli una bella penna nel taschino, per mostrare che non ce l'ha con lui. Ma nel corso della serata, Moran farà ascoltare a tutti le frasi di Caul intercettate proprio da quella penna, che è un registratore miniaturizzato. A questo punto, Caul li caccia via. Rimane solo con Meredith.



Fra Caul e Meredith si stabilisce un rapporto che non è solo di attrazione, ma di confidenza: ognuno dei due racconta di sé all'altro e staranno bene in quel letticciolo nel magazzino cintato di rete del laboratorio di Caul.



Ma quando Caul si risveglia, Meredith è sparita, ed è sparito il nastro dell'intercettazione, sebbene Caul lo avesse nascosto con cura. Le sorprese non sono finite: quando si presenta alla ditta non lo buttano per le scale ma lo fanno entrare e gli danno la valigetta di soldi. Evidentemente adesso hanno il nastro, e Caul vede che il direttore lo sta ascoltando. Caul se ne va. Che si vuole di più? Ha fatto il lavoro ed ha avuto i soldi.



E invece no. Caul sa l'albergo, la stanza, il giorno, l'ora del prossimo rendez-vous fra Ann e Mark. L'ha imparato dal nastro. Solo che adesso il nastro l'ha sentito anche il direttore, che è il marito di Ann. Quei due stanno rischiando la vita e Caul usa le sue abilità tecniche e mentali per riuscire a sapere e se possibile intervenire. Installa microfoni nella stanza attigua, che è riuscito a farsi dare, ascolta alla parete. Sente (o sogna di sentire...) grida ed urla, amplificate dalla apparecchiatura. Poi, silenzio. Riesce ad entrare nella stanza accanto. Non c'è nessuno, tutto è a posto. Ma Caul vuol essere sicuro e le prova tutte: quando agisce sullo sciacquone, un rigurgito di acqua insanguinata trabocca dal water.

Caul è per strada, e vede che in una macchina direzionale è seduta Ann. Sbalordito, legge nel giornale che il direttore è morto in un incidente stradale e che adesso il controllo dell'azienda è della moglie Ann. Finalmente Caul capisce: Ann e Mark l'hanno giocato, si sono serviti della sua intercettazione per costruire la trappola per il marito di Ann. Come l'altra volta, Caul ha partecipato ad un delitto. Sa che non può fare niente, perché adesso è lui ad essere spiato ed intercettato. Smonta tutta la casa per trovare dove hanno nascosto le spie, ma squilla il telefono. Non c'è nessuna voce, ma solo la musica del sassofono di Caul che si sovrappone alla musica del disco jazz: gli stanno facendo sapere che lo stanno spiando. Niente da fare, Caul non trova la spia, e si siede a suonare il sassofono nella sua casa che ha inutilmente semidistrutto. Ogni tanto il telefono squilla, Caul non risponde più.



Gene Hackman, all'anagrafe Eugene Allen Hackman nasce a San Bernardino (California) il 30 gennaio 1930. I suoi genitori divorziarono nel 1943. Hackman entrò sedicenne nei marines e svolse compiti di radio-operatore per tre anni. Poi frequentò l'università dell'Illinois e decise di fare l'attore quando aveva già 26 anni. Recitò in teatro (anche nei musical) ed in TV, generalmente in seconde parti.
Il vero successo nel cinema iniziò nel 1967, ancora con una parte minore: Buck, il fratello di Clyde Barrow in "Bonnie and Clyde" di Artur Penn. Poi di film ne ha fatti tanti, in ruoli maggiori e minori, non solo drammatici ma anche umoristici.
Di lui dicono che il suo ruolo è quello del cattivo. Smentisco risolutamente: il suo ruolo non sarà quello del cavaliere senza macchia e senza paura, ma neppure quello del cattivo. Possiamo metterci d'accordo nel fatto che le sue parti che si ricordano di più sono quelle in cui fa il cavaliere con macchia ma senza paura? Pochi ci hanno fatto caso, ma va benissimo anche in certi ruoli amorosi, di amori non sdolcinati, non lagnosi, ma schietti e a volte non fortunati. In tal caso il cavaliere con macchia e senza paura, si ritira senza rompere e senza sospirare se non con se stesso, e la donzella poi si pente e pensa: "Non era meglio lui, invece della patata lessa che mi ritrovo per casa?"
Ma se c'è un ruolo per cui sarà sempre ricordato, è proprio quello de La conversazione, un grande film che non invecchia, che Francis Ford Coppola inserì tra un Padrino e l'altro e che fu subito riconosciuto: vinse la Palma d'Oro al festival di Cannes del 1974.
Ho avuto delle incertezze, nella scelta delle immagini che chiudono il post. Non volevo allargarmi a dismisura e ho scelto questi film. Ma ce ne sarebbero degli altri, eh sì!

"Bonnie and Clyde" (1967) di Arthur Penn

"French Connection" (1972) di William Friedkin

"Scarecrow" (1973) di Jerry Schatzberg

"Zandy's Bride" (1974) di Jan Troell

"Frankestein Junior" (1975) di Mel Brooks

"Lucky Lady" (1975) di Stanley Donen

"Mississippi Burning" (1988) di Alan Parker

"Class Action" (1991) di Michael Apted

"The Firm" (1993) di Sydney Pollack

"Heist" (2001) di David Mamet

"The Royal Tenenbaum" (2002) di Wes Anderson

"Welcome to Mooseport" (2004) di Donald Petrie

lunedì 12 novembre 2007

Un'altra giovinezza

Youth Without Youth, di Francis Ford Coppola (2007) Da un racconto di Mircea Eliade, Sceneggiatura di Francis Ford Coppola Con Tim Roth, Alexandra Maria Lara, Bruno Ganz, André Hennicke, Marcel Iures, Adrian Pintea, Alexandra Pirici, Zoltan Butuc, Adriana Titieni Musica: Osvaldo Golijov, Fotografia: Mihai Malamaire Jr. (124 minuti) Rating IMDb: 8.1
Giuliano
Prima di tutto, è un bel film: Coppola è in gran forma, è l’uomo che ci ha dato “Apocalypse Now” e “Il padrino”, non si è certo dimenticato il mestiere e questo è un film da grande schermo, non una storietta come tante. Come seconda cosa, questo è un film che raccomando agli amanti del paranormale, e di tutte quelle storie che parlano dell’aldilà: la seconda parte è tutta dedicata al tema, ed è roba seria, una storia d’amore commovente e spettacolare. Come terzo motivo per vedere il film, metterei d’istinto Bruno Ganz, un attore che vedo sempre molto volentieri e per il quale (non credo di essere l’unico) nutro un vero e proprio affetto. Qui è un serissimo dottore, il medico che si prende cura del protagonista all’inizio del film, e che lo aiuta molto. Si potrebbe aggiungere ancora qualcosa sulla meraviglia delle immagini: Coppola tira fuori dal cappello del mago, per fare solo un piccolo esempio, un meraviglioso colore da anni ’50 per l’episodio indiano, sembra quasi un filmato d’epoca, un film vero e non una ricostruzione. E poco dopo l’inizio c’è una sequenza di buio totale. Buio al cinema: da quanto tempo non mi capitava? Il buio è una delle cose più antitelevisive che si possano immaginare, ma al cinema rende benissimo, ed è di grande effetto.

A questo punto, messe le cose in chiaro e tirate le orecchie ai critici distratti (non gliene faccio una colpa, andare al cinema quando non si ha voglia dev’essere terribile, soprattutto per la signora Tornabuoni), posso passare al tema vero del film, e cioè il romanzo di Mircea Eliade che tratta del ringiovanimento improvviso di un uomo di settant’anni. Il film è costruito come un thriller, con grande attenzione alla ricostruzione storica: dal 1938, con i nazisti interessatissimi al caso (i rapporti tra il nazismo e il paranormale sono ben accertati, e quindi la situazione è più che verosimile ), fino a metà anni ’50, a Malta, ormai a guerra finita e dopo Hiroshima.
Ha molte analogie con il racconto di Borges “Il miracolo segreto” (in “Finzioni”), dove il tempo si ferma davanti al condannato a morte nell’attimo in cui il plotone d’esecuzione sta per sparare: il tempo si ferma solo per lui, per un attimo, permettendogli di portare a termine il suo poema.
Mircea Eliade, rumeno, 1907-1986, è stato un grande storico delle religioni. Non pensiate che nel film si dicano delle cose a caso come capita di solito: è un piccolo corso di storia delle religioni, e di uomini che conoscono cinese, sanscrito, ebraico, aramaico, sumero e babilonese ne esistono veramente. ( Claudio Abbado in un’intervista ricordava suo nonno, che ogni anno per tenere in esercizio la memoria imparava una nuova lingua, possibilmente antica.)

Ho letto poco di Eliade, ho letto invece molto del suo amico e collega Elemire Zolla negli anni passati (una passione nata intorno ai miei trent’anni: se vi piacciono questi temi, di Zolla vi consiglio soprattutto “Aure” e “Archetipi”, due libri scritti meravigliosamente). Eliade si diverte a mettere nel suo romanzo due persone vere: Giuseppe Tucci e il suo assistente Blasi. Giuseppe Tucci, romano, 1894-1984, è stato uno dei massimi orientalisti mondiali. Ha lasciato molti libri, e di lui parla molto anche Fosco Maraini, che fu suo assistente e fotografo in viaggi avventurosi in Nepal, Tibet, Himalaya e India.

Su Repubblica ho trovato l’incipit del romanzo: leggete bene la descrizione. Questo non è un fulmine, è qualcosa di diverso:
Solo quando udì la campana della cattedrale della Mitropolie si ricordò che era la notte di Pasqua. E all'improvviso la pioggia, quella pioggia che l'aveva accolto quando era uscito dalla stazione e che minacciava di diventare torrenziale, gli parve anomala. Procedeva a passo svelto, al riparo dell'ombrello, le spalle curve, lo sguardo a terra, cercando di scansare i rivoli d'acqua. Senza rendersene conto si mise a correre, tenendo l'ombrello vicino al petto, come uno scudo. Ma dopo una ventina di metri dovette fermarsi al semaforo rosso. Aspettava nervoso, saltellando, alzandosi sulle punte dei piedi, cambiando continuamente posto, guardando costernato le pozzanghere che coprivano buona parte del boulevard. L’occhio rosso si spense, e un attimo dopo un’esplosione di luce bianca, incandescente, lo scosse con violenza e lo accecò. Si sentì come se un ciclone infuocato si fosse incomprensibilmente scatenato proprio alla sommità della sua testa e lo stesse risucchiando.
«È caduto un fulmine vicino» si disse battendo penosamente gli occhi nel tentativo di scollare le palpebre. Non capiva perché stringesse con tanta forza il manico dell'ombrello. La pioggia lo percuoteva furiosa, da ogni parte, e tuttavia non sentiva niente.
Allora udì di nuovo la campana della Mitropolie, e quelle di tutte le altre chiese e, vicinissimo a lui, il suono di un'altra, solitaria, disperata. «Che spavento!» pensò, e prese a tremare. «È a causa dell'acqua» realizzò alcuni istanti più tardi accorgendosi di giacere steso per terra, nella pozza accanto al ciglio del marciapiede. «Il freddo mi è entrato fin nelle ossa...».
«Ho visto quando il fulmine lo ha colpito» sentì una voce affannosa, una voce d'uomo spaventato. «Non so se è ancora vivo. Stavo guardando giusto in quella direzione, era sotto il semaforo e l'ho visto prendere fuoco dalla testa ai piedi, e, nello stesso istante, il suo ombrello, il suo cappello e i suoi vestiti hanno cominciato a bruciare. Se non fosse stato per la pioggia, sarebbe arso come una torcia...non so se è ancora vivo» ripeté. «E anche se è vivo, che cosa ne dobbiamo fare?». Era una voce lontana, stanca e, gli parve, amara. «Chissà di quale colpa si sarà macchiato se Dio l'ha folgorato nella notte di Pasqua, e proprio dietro la chiesa!» e dopo una pausa aggiunse: «Vediamo che cosa ne pensa il medico di turno». (...)
(Mircea Eliade, Un’altra giovinezza, editore Rizzoli)

Non è un fulmine, dicevo: è un fuoco che non consuma. E’ qualcosa di simile al fuoco dionisiaco, o al roveto ardente, o – se proprio si vuole esagerare – al Paracleto. Ma qui non siamo in ambito propriamente cristiano, è Shiva che si chiama in causa, anche nel corso del film. Shiva ha due volti: distruttore violento, ma anche creatore e ricostruttore. I due volti non sono in contraddizione tra di loro, esistono contemporaneamente. Shiva appare spesso rappresentato col volto come bruciato, fumante.
Ma qui mi fermo, l’argomento è troppo difficile per me, e poi il film è nuovo ed è ancora nelle sale; non vorrei raccontarne troppo per non togliere il piacere di vederlo (si tratta di un vero divertimento, un film così inventivo non lo vedevo da molto tempo, forse dal matematico di “A beautiful mind”, che ha dei tratti simili però era molto meno limpido di questa visione del vecchio maestro Coppola). Metto solo ancora una parola per il protagonista Tim Roth e per Alexandra Maria Lara, un’attrice molto giovane e molto brava della quale spero di sentire ancora parlare a lungo.