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sabato 22 dicembre 2007

Roma nel cinema: C'eravamo tanto amati (2)

Solimano
Gianni (Vittorio Gassman), Antonio (Nino Manfredi) e Nicola (Stefano Satta Flores) hanno fatto insieme la Resistenza e dopo la fine della guerra sono tutti e tre a Roma con pochi soldi in tasca. Dal punto di vista alimentare, tirano avanti a mezze porzioni, dal punto di vista politico sono impegnati tutti e tre a sinistra, ma già sorgono le discussioni fra di loro, perché sono umanamente e culturalmente molto diversi. Poi Gianni torna al Nord per prendere finalmente la laurea, mentre Nicola torna a Nocera Inferiore, si sposa ed ha un figlio. E' un insegnante non di ruolo con una grande passione per il cinema. A Roma rimane Antonio, ausiliario in un ospedale dove conosce Luciana (Stefania Sandrelli), aspirante attrice di teatro e di cinema e fra loro comincia un storia. Però a Roma torna Gianni, che si è laureato in legge e lavora in uno studio legale; Antonio lo presenta a Luciana ed i due si innamorano e cominciano a frequentarsi di nascosto da Antonio. Intanto c'è la campagna elettorale per le elezioni del 1948, e tutti i muri di Roma sono tappezzati di menifesti elettorali. La competizione fra la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista è fortissima.


Nel frattempo Luciana e Gianni hanno deciso di dire tutto ad Antonio, che ci rimane molto male. Naturalmente non si trovano più insieme a mangiare nella stessa trattoria specializzata in mezze porzioni. A Nocera Inferiore, Nicola litiga aspramente con i maggiorenti locali una sera in cui proiettano al cineforum "Ladri di biciclette" di Vittorio De Dica. Indignato, decide di andare a Roma per cercare fortuna nel giornalismo e si mette in contatto con Antonio. Come prima cosa cominciano a discutere di politica, ma sul Lungotevere succede che Nicola, accalorato e distratto, ancora con la valigia in mano, urta un passante a cui immediatamente chiede scusa, e quello gli dà uno spintone. Sarà Antonio a metterlo a posto mentre Nicola si defila.

Antonio e Nicola adesso mangiano insieme nella solita trattoria in cui una sera compare Luciana, che è stata lasciata da Gianni che sposerà Elide (Giovanna Ralli), la figlia del costruttore Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi). Dopo cena, Luciana, Antonio e Nicola vanno insieme a Piazza di Spagna. Antonio è turbato dall'avere ancora incontrato Luciana, di cui continua ad essere innamorato, ma ha molto risentimento verso di lei, e si siede in fondo alla scalinata, mentre Nicola, quasi in cima, fa il suo numero da cinefilo con Luciana, racconmtando come si svolge la scena della scalinata nel film "La corazzata Potemkin" di Eisenstein. Luciana ride all'impazzata, ma in realtà è molto nervosa, e finirà per litigare di brutto con Antonio e andarsene per i fatti suoi, mentre Antonio e Nicola discuteranno come sempre di politica camminando per Via del Corso, dalla scalinata verso Piazza Venezia. Ma Nicola fa il furbo: approfitta del disagio di Luciana per portarsela a letto, cosa che lei fa per disperazione, difatti tenterà il suicidio pochi giorni dopo, e sarà Antonio ad aiutarla, come sempre.


Sono passati molti anni, Gianni non s'è più visto, ma Nicola e d Antonio continuano a vedersi. Antonio ha sposato Luciana ed hanno due figli (Antonio fa da padre anche al bambino che Luciana aveva avuto prima di sposarlo). Nicola, senza più famiglia, sopravvive scrivendo delle recensione sui film come Vice. Ha perso l'occasione della sua vita a Lascia e Raddoppia, a cui si era presentato sulla storia del cinema. Un giorno, Antonio incontra Gianni a Piazza del Popolo e nasce un equivoco perché lo scambia per un parcheggiatore, mentre Gianni, rimasto vedovo, è molto ricco ed ha il pieno controllo dell'impresa del suocero.

Ma Gianni non dice ad Antonio come stanno realmente le cose. Gianni, Antonio e Nicola andranno a cena nella solita trattoria, Antonio e Nicola finiranno per discutere come sempre fino a menarsi, finché faranno pace ed andranno di notte di fronte alla scuola dove ci sono i genitori che attendono di poter iscrivere i loro figli. Lì Gianni incontrerà Luciana e capirà che da molti anni lei l'ha scordato e che ama Antonio. Deluso, senza avvertirli, se ne andrà nella notte. Solo che, nella confusione della rissa precedente, c'è stato uno scambio di patenti, quella di Gianni (con l'indirizzo) è in loro possesso ed andranno al mattino per riconsegnargliela. E vedranno dove vive e come vive Gianni.

P.S. Ma la Roma del film di Scola non è solo quella di Trinità dei Monti, di Via del Corso, del Lungotevere, di Piazza del Popolo, dei palazzi e delle chiese del centro storico. E’ la Roma dei quartieri edificati dai palazzinari, dove ogni anno Romolo Catenacci fa la festa all’aperto con la grande magnata della porchetta. La figlia di Romolo, la sua Elide, dice una poesiola per papà suo indossando una pelliccia costosissima, ma in piedi su una cassetta da frutta. Ed è la Roma proletaria in cui si fanno le occupazioni delle scuole per ottenere il posto per i figli. Una Roma in lungo e in largo nello spazio, ma anche nel tempo che trascorre dall’inizio alla fine del film . Sono i film di questo tipo quelli che mi ingolosiscono a proseguire con la vista logica “Roma nel cinema” piuttosto che i tanti film in cui Roma è usata come cartolina turistica. Ettore Scola usa sì Trinità dei Monti, ma di notte, quando non c’è nessuno, e il vero centro dell'episodio in cui c’è la fontana di Trevi è l’ambiente cinematografico quando si girava “La dolce vita”. Prima o poi lo dovranno fare, un bel film documentario mettendo insieme i registi che hanno utilizzato Roma come Germi, Wertmuller e Scola, credo proprio che ne troverò degli altri.

domenica 2 dicembre 2007

Umberto Eco al cinema (6)

Giuliano
Prima dell'invenzione delle videocassette e del videoregistratore, non era possibile prendere appunti al cinema. In sala c'era buio e scrivere era quindi complicato; molte cose non si capivano e non si potevano rivedere; e se ti piaceva una battuta e volevi raccontarla a qualcuno dovevi confidare soltanto sulla tua memoria. Per chi ha meno di vent'anni, dvd e vhs sono oggetti più che normali, ma non è sempre stato così; e su questo piccolo "shock culturale" si è soffermato in varie occasioni Umberto Eco.
L'articolo che segue è del 1992. Oggi abbiamo i dvd e siamo messi ancora meglio; ma per il resto c'è poco da aggiungere a quello che dice il Professore. (So che quasi tutte le "Bustine" di Umberto Eco sono state pubblicate in libro, ma non saprei dire in quale libro preciso si può trovare questa. Io ho conservato il foglio dove era stata stampata, spero che non sia reato...)

Umberto Eco
Per favore, legga meglio quel film
L'espresso 16 febbraio 1992
L’altro giorno uno studente mi chiedeva una bibliografia su analisi precise di vari film. Dopo averlo rinviato a un collega più competente, ho avanzato un sospetto: che da qualche anno è successo qualcosa che ha reso obsoleta una percentuale altissima delle analisi fatte sinora, e che sta iniziando un'era nuova.
Ricordavo una conversazione con Alain Cohen. Se noi vogliamo sapere che cosa la gente ha trovato nella Divina Commedia, leggiamo anche De Sanctis o un commentatore tardo-medievale, i quali (al di là delle diverse prospettive culturali) avevano avuto la nostra stessa opportunità di leggere e rileggere, magari per una settimana di seguito, la stessa terzina.
Gli studiosi di cinema invece (non affronto il caso del teatro, che ha problemi in parte simili e in parte diversi) quasi sempre sono stati costretti a parlare di un "testo" che avevano visto una volta sola, o poche volte, o addirittura (e il caso di certi pionieri della storia del cinema) lo menzionavano per dovere di completezza ma solo per sentito dire. Anche quando lo studioso disponeva di una copia e di una moviola, poteva passare alcune ore su un film, e prendere appunti, e poi a casa scriveva consultando al massimo la sceneggiatura. Ma anche se lo studioso aveva un'ampia cineteca personale, rimaneva un divario drammatico tra lui e i suoi lettori: questi ultimi non potevano avere sott'occhio, mentre leggevano, i testi di cui lo studioso parlava (mentre io posso leggere che cosa De Sanctis diceva di Dante tenendo il testo di Dante a fianco, e controllando le affermazioni del critico passo per passo).
Oggi, con l'apparizione del videoregistratore e delle videocassette, lo studioso scrive di qualcosa che può controllare a casa propria minuto per minuto, il lettore può avere sotto gli occhi il testo che lo studioso ha analizzato, ed entrambi possono percorrere (a ritmo di pulsante) il testo avanti e indietro, fermarsi più e più volte su una sequenza o su una inquadratura. Questo cambia radicalmente il modo di leggere il testo filmico, certamente più di quanto l'invenzione della stampa (mettendo a disposizione di tutti testi facilmente leggibili che ciascuno poteva possedere a un prezzo accessibile) ha cambiato radicalmente il modo di leggere la Bibbia. Ed ecco come una nuova invenzione potrà mutare radicalmente teoria e critica cinematografica, permettendo scoperte, raffronti, analisi minute, e permettendole a una quantità mille e mille volte più estesa di persone intenzionate a un “close reading" del film.

Di queste mutazioni disciplinari in corso ve ne sono molte. Per esempio, bibliofili e bibliografi conoscono autori di cataloghi "storici" come Brunet o Graesse, che c'impressionano per il fatto che hanno descritto una quantità astronomica di libri introvabili. Però oggi ci si accorge che questi signori si son resi colpevoli di molti errori e incertezze. Essi dei libri descritti ne avevano visti solo una parte, altri li avevano visti una volta sola prendendo appunti su una schedina, di quasi tutti avevano visto solo una o due copie. Ed ecco nascere classici interrogativi, se il libro tale apparisse comunemente fornito della tale appendice, se avesse undici o dodici tavole, se la mitica prima edizione fosse in corsivo o in tondo, e così via. Immaginatevi poi un signore che in trent’anni aveva schedato in condizioni difficili, a matita, centinaia di migliaia di libri, nel momento in cui doveva stendere tutto in bella copia, e poi correggere le bozze di migliaia e migliaia di pagine piene di cifre, abbreviazioni, parole straniere... Come si può pretendere che il risultato fosse sempre esatto?
Invece oggi:
1.ogni schedatura anche manuale viene immediatamente trasferita sul computer, e alla fine si ha già il prodotto pronto per la stampa definitiva;
2. con lo stesso criterio sono fatti centinaia di lussuosi cataloghi antiquariali, corredati di riproduzioni fotografiche di frontespizi, tavole e pagine, così che si possono confrontare descrizioni precise di varie copie ed edizioni;
3. ci si mette in comunicazione col catalogo delle più celebri biblioteche del mondo e si trasferiscono sul proprio computer altre descrizioni di altre copie. In breve, non sono più permesse le inesattezze, le descrizioni diventano sempre più precise e cambia l'intero "stato dell'arte".
Come per il cinema, controllo ed esattezza diventano diritto e dovere di tutti gli interessati, e non solo di pochi studiosi privilegiati. E, come avviene nella storia di tutte le scienze, quando su un certo problema invece che tre persone se ne applicano trecento o tremila, si accrescono le possibilità di nuove scoperte.

Post Scriptum di Solimano
Ciò di cui scriveva Umberto Eco quindici anni fa si è realizzato nei fatti e le conseguenze, come comprensione e approfondimento dei film, sono ogni giorno più notevoli.
Normalmente, quando si cercano in rete le immagini di un film, c'è una gaussiana molto stretta, nel senso che c'è una ridondanza notevole di poche immagini (in genere da tre a cinque), che si trovano in tanti siti o blog. A queste immagini è in genere affidato il nostro ricordo visivo del film. Ma negli ultimi tempi la reperibilità di immagini (meglio: di fermo-immagini) si è ampliata, e un solo fermo-immagine può darci informazioni più vere sul contenuto del film e sul modo con cui il regista lo ha espresso.
Ho preso un film noto a molti: "C'eravamo tanto amati" (1974) di Ettore Scola ed ho messo qui cinque immagini non consuete, che certamente non appartengono alla gaussiana stretta.
La prima e l'ultima esprimono il passaggio degli anni fra la prima e la seconda parte del film: stessa piazza, stesso madonnaro, ma si passa dal bianco e nero al colore.
La seconda immagine è apparentemente nota: Luciana (Stefania Sandrelli) che assume una postura da attrice di teatro ed Antonio (Nino Manfredi) che cerca di fare la stessa cosa. Solo che Scola aggiunge un'altra idea, di tipo ironico: nella vetrina del negozio, due manichini sembrano i modelli a cui si ispirano Luciana ed Antonio.
La terza immagine racchiude in sé la storia di Nicola (Stefano Satta Flores): ha appena litigato con i maggiorenti di Nocera Inferiore riguardo il giudizio su Ladri di biciclette di Vittorio De Sica, ed è amareggiato ma cocciuto, la moglie è preoccupatissima perché Nicola sta mettendo a repentaglio l'avvenire della famiglia, il bambino durante il film dormiva, le grida lo hanno svegliato e piange.
La quarta immagine definisce il rapporto fra Gianni (Vittorio Gassman) e la moglie Elide (Giovanna Ralli) nel talamo coniugale: lei non legge più I Tre Moschettieri, è passata a Furore di Steinbeck, lui le fa una carezza sotto il mento, lei gli chiede speranzosa se deve togliersi la macchinetta per i denti, e lui -gentile ma diretto- le risponde di tenerla.
Tutto questo significa, per chi scrive sui film, un maggiore impegno, perché non ci si può più impunemente rifugiare nelle genericità, ma anche maggiori opportunità, perché la comprensione può essere più profonda. C'è una singolarità: può darsi che il fermo-immagine giusto fornisca più informazioni utili di un You Tube che contenga dieci minuti del film. Molte delle indagini fatte quando non c'erano possibilità del genere mostrano e sempre più mostreranno la corda: non è un giudizio di valore, è che nelle condizioni al contorno si è verificato non un miglioramento graduale, ma un salto di qualità tecnologico. Non finirà certo qui.

giovedì 15 novembre 2007

Roma nel cinema: C'eravamo tanto amati (1)

Solimano
Inserire la Fontana di Trevi nella vista logica di Roma nel cinema sembrerebbe banale, vista la notorietà e la sicura presenza in tanti film. Certamente la presenza della Fontana di Trevi ne La dolce vita va ricordata e c'è un altro caso che non va trascurato: la Fontana di Trevi in C'eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola , a cui riuscì una operazione genialmente acrobatica, che vedo di raccontare.
Siamo nel 1959. Una sera Antonio (Nino Manfredi), portantino all'ospedale, si trova bloccato con due colleghi sull'ambulanza: non si riesce a passare nella piazza della Fontana di Trevi. Non per il consueto turismo, ma perché stanno girando un film, difatti due attori, un uomo ed una donna, sono dentro alla fontana, molto vicini fra loro. Antonio è incuriosito, e dopo un po' gli sembra di riconoscere di spalle fra la gente una sua amica che non vede da qualche anno: Luciana (Stefania Sandrelli), che fu la sua ragazza per poco tempo nel 1948. Gliela portò via Gianni (Vittorio Gassman), con cui, assieme anche a Nicola (Stefano Satta Flores), Antonio aveva fatto la Resistenza. Gianni poi lasciò Luciana per sposare Elide (Giovanna Ralli), la figlia del famoso costruttore Romolo Catenacci (Aldo Fabrizi).

Antonio è ancora innamorato di Luciana, fin dalla prima volta che la vide in ospedale: lei, a letto, stava leggendo la rivista Scenario, perché avrebbe voluto fare del teatro, poi cercò di fare del cinema. Antonio scende dall'ambulanza e cerca di farsi vedere da Luciana, che sta parlando con un attore ormai famoso, Marcello Mastroianni, che probabilmente reciterà nel film che stanno facendo, magari quello che si è visto nella fontana è la sua controfigura. Luciana, voltandosi casualmente, vede Antonio e lo riconosce, facendogli cenno che dopo si vedranno.

Adesso è impegnata a parlare con Mastroianni, e c'è uno che si dà da fare per lei, difatti troverà il modo di presentarla al regista del film, che si sta avvicinando, e di cui parlano tutti, è il ben noto Federico Fellini, che dopo aver conosciuto Luciana dirà "Caruccia" a Mastroianni, poi parleranno fra loro a bassa voce, ridacchiando. Seduta sul bordo della fontana c'è una bionda, la controfigura della notissima Anita Ekberg, che anche lei prende parte al film. Poi a Fellini presentano un tipo alto, con l'aria da militare, difatti è un colonnello che gli dice: "Sono lieto di conoscere il famoso regista Rossellini", e Fellini si guarda attorno cercando di non ridere, i colonnelli nel 1959 tocca reggerli anche quando dicono castronerie.

Più tardi, con l'ambulanza ancora bloccata, Antonio riesce a parlare con Luciana, seduta proprio appoggiata al travertino della fontana. Lei gli offre una tortina fritta presa dalla borsa cibarie del film in cui ha una particina e gli chiede se lavora ancora in ospedale. Antonio risponde: "Sì, però mi hanno retrocesso da infermiere a portantino perché ho menato una monaca, ma l'ho fatto per ragioni politiche". Antonio le chiede chi è quel tizio che ha visto darsi da fare per lei, Luciana è imbarazzata, e dice: "Ah, Rinaldo. E' il nostro capogruppo". Chissà cosa vuol dire capogruppo..., pensa Antonio, poi vede di combinare con Luciana per vedersi la sera dopo. Luciana dice di sì, sembra contenta, e beve a lunghi sorsi da una bibita, lo fa a collo, senza bicchiere, si vede proprio che non diventerà una diva.

Però arriva il capogruppo Rinaldo, e senza neppure salutare Antonio dice a Luciana che ha combinato un appuntamento per la sera dopo con gente che conta. Luciana sta per dire ad Antonio di rimandare, ma Antonio si attizza con Rinaldo, dicendo: "la signorina è impegnata con me". Dalle parole agli spintoni, dagli spintoni alle botte, e Antonio ha la peggio, finisce che, tutto insanguinato e svenuto, è trasportato dalla ambulanza a sirene spiegate. Quando si risveglia, chiede al collega: "Ma Luciana, ha detto qualcosa?" "Ha detto che non ti vuole più vedere." E Antonio: "Sì, ma con che tono l'ha detto?"

P.S. Alla acrobazia di Scola dettero una mano generosa Federico Fellini e Marcello Mastroianni, e fecero bene, perché C'eravamo tanto amati è un film che che resta nella testa e nel cuore di tante persone, me compreso. Vorrei riparlarne, prima o poi.

domenica 2 settembre 2007

Riusciranno i nostri eroi...

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? di Ettore Scola (1968) Sceneggiatura di Agenore Incrocci, Furio Scarpelli, Ettore Scola Con Alberto Sordi, Nino Manfredi, Bernard Blier, Erika Blanc, Franca Bettoia, Giuliana Lojodice, Manuel Zarzo, José Maria Mendoza, Roberto De Simone (130 minuti) Musica: Armando Trovajoli Fotografia: Claudio Cirillo Rating IMDb: 7.7
Giuliano
Un “Cuore di tenebra” alla rovescia, un “Apocalypse now” dove invece di trovare Marlon Brando pallido, nell’ombra, tormentato, nel cuore dell’Africa appare invece Nino Manfredi in gran forma, sorridente e abbronzato, in pieno sole, un po’ preoccupato per i casini che ha lasciato in giro, ma tutto sommato felice.
Disincantato e un po’ sfottente, Nino Manfredi, alias Titino, è il cuore di questo film. Non proprio un “cuore di tenebra” come in Joseph Conrad, ma qualcosa che inquieta c’è.
Titino è il cognato di Alberto Sordi, editore benestante, ed è scomparso misteriosamente in Africa da mesi, forse da anni. La cognata di Sordi piange sempre, non ha più sue notizie, che fare? Spinto dalla moglie, ma ancora più dalla curiosità di andare a vedere quelle terre che racconta nelle enciclopedie a dispense e nei libri che lo hanno reso ricco, l’editore Sordi parte per l’Africa misteriosa (negli anni ’60 l’Africa era ancora misteriosa). Nel partire, si porta dietro il suo ragioniere, ed è così che nasce una delle coppie più strampalate della storia del cinema. Il ragioniere, piccolo pelato e grassottello, è l’attore francese Bernard Blier: quanto di più inadatto all’Africa si possa immaginare, eppure funziona. Questa strana coppia, che ricorda molto il cartone animato di Yoghi e Bubu, riuscirà davvero a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa, ed è un risultato ben oltre le aspettative – ma con finale a sorpresa, che non svelo perché magari siete rimasti gli unici a non averlo mai visto.
Un film lungo, prolisso, scombinato, eccessivo, casinista: ma non poteva essere diversamente (non è un soggetto che si può risolvere in un’ora e venti) e alla fine è un bel film, con un messaggio valido, dove Alberto Sordi non è un eroe negativo come tante altre volte (come sempre, a meno che non lo prendano per mano Comencini, Risi e Scola). E’ uno dei miei film preferiti, l’ho visto da bambino e mi è sempre piaciuto per questo suo mix di casino “alla Sordi” e di film d’impegno, di avventura e di vacanza fatta a Rimini in sandali in agosto, e di chissà quant’altre cose ancora.
Il bello è che quando fu girato questo film non solo non c’era ancora “Apocalypse now”, ma Francis Ford Coppola non aveva nemmeno incominciato a fare film...
Tra le scene memorabili: Nino Manfredi che fa lo sciamano, con l’apposito costume, serissimo e compreso nella parte; Blier e Sordi che fanno un’epica scazzottata con lo schiavista portoghese («Che cosa ha detto?» «Ha detto: “petasso de cornudo”.» « E che vor dì? Lei lo sa, ragioniere, che vor dì?» « Petasso no, ma cornudo sì.») ; la litania finale degli africani piangenti verso Nino Manfredi, che lo invitano a restare (Titì-nuncé-lassà!), a quel che risulta invenzione totale di quella sagoma di Manfredi, non presente in origine nella sceneggiatura.

lunedì 20 agosto 2007

Le coppie nel cinema: Una giornata particolare

Solimano
Il rapporto fra Antonietta (Sophia Loren) e Gabriele (Marcello Mastroianni) comincia e finisce in un giorno solo: il 6 maggio 1938, il giorno in cui Mussolini e Hitler si incontrano a Roma. Vivono entrambi in un grande condominio di quelli allora moderni, composti da diverse costruzioni alte che danno tutte su un cortile. All'ingresso c'è la portineria, che è una funzione di servizio, ma anche di controllo. La portinaia (Françoise Berd) tiene la radio condominiale al massimo volume in modo che tutti sentano la cronaca della radiosa giornata, fatta con voce scandita da Guido Notari. Di prima mattina il condominio - come tutta Roma - era in agitazione, tutti ad indossare divise, a raggrupparsi con bandiere e gagliardetti, ma adesso, se non fosse per la vociona di Notari, ci sarebbe un gran silenzio: praticamente tutti sono andati alla manifestazione, tranne la portinaia - occorre che qualcuno vigili - e pochi altri, fra cui Antonietta e Gabriele.
Antonietta, e siamo ancora di mattina, è stanca, ma ci è abituata: i lavori, sei figli da accudire fra grandi e piccoli, il marito Emanuele (John Vernon), che è il padrone di casa, in quanto unico percettore di reddito: fa l'usciere in un ministero. Ha una gabbia sul davanzale in cui tiene un merlo che vola via, ma si posa pochi metri in là su un altro davanzale. Antonietta si tranquillizza e va a suonare il campanello di quell'appartamento; non sa chi ci abita. Le apre Gabriele, che in quella mattina era messo peggio di Antonietta, perché l'hanno licenziato dall'Eiar, che era un ottimo lavoro, anche se Gabriele non ha la voce tonante di Notari; inoltre sa che in giornata lo verrà a prendere la polizia per scortarlo al confino in Sardegna. Il motivo non è politico, ma privato, perché Gabriele è omosessuale ed all'Eiar gente così non ci deve essere, e va punita con provvedimenti amministrativi, tipo il confino. Così li si allontana dagli amici, cosa che fa soffrire Gabriele, lo si capisce da una telefonata.
Gabriele non è fascista per cultura e per modi, ma il suo è un caso umano, non politico, è un problema di sopravvivenza, difatti, quando suona Antonietta sta pensando se non sia il caso di farla finita perché è solo, e sa che sempre più lo sarà in futuro. Il fatto stesso che una persona abbia bisogno del suo aiuto per recuparare un merlo e che glielo chieda per favore, lo predispone a favore: già è gentile di suo, lo è ancora di più visto il momento. Antonietta apprezza, si trova di fronte ad una persona a cui non è abituata, sempre alle prese fra le richieste dei figli e gli ordini privi di garbo del marito. Però finisce lì, anche perché Gabriele le dà del lei invece del voi regolamentare.

Antonietta torna in casa, ma è Gabriele a farsi vivo, di compagnia ha bisogno come del pane, in un giorno così difficile. Le porta "I tre moschettieri" di Dumas perchè lo legga, Antonietta rimane sorpresa, e credendo di fargli un piacere, gli mostra un suo diario con le fotografie e con i motti del Duce. Si potrebbe dire che Antonietta è fascista: certo che lo è, ma di tipo diverso dalla portinaia spiona a libro paga perché tutto si svolga come vogliono quelli che stanno sopra: una così, veramente fascista, una roba come il diario di Antonietta non si sognerebbe mai di farla, è una roba gratis, e la portinaia non crede alle robe gratis. Però Gabriele non la vede così, e ironizza sul diario, le foto e i motti. Lo fa leggermente, ma Antonietta se ne accorge, e ci si aggiunge che la portinaia sparla di Gabriele dicendo che è un sovversivo.
Quindi cala il freddo, ma le due solitudini hanno troppo bisogno l'una dell'altra, e si ritrovano a stendere i panni sul terrazzo in cima al condominio. Antonietta è quella che fa il passo di abbracciarlo, il confronto con quell'animalone che si trova in casa è troppo a favore di Gabriele, che si ribella e le dice in faccia che è pederasta, prendendosi uno schiaffo.
Ma Antonietta, in poco tempo, ha scoperto cose che non sapeva: la gentilezza, la finezza, anche la bellezza, perché Gabriele è bello, anche lei lo era, e si ricorda come piaceva agli uomini. E' quasi un suo puntiglio quello di prendersi Gabriele e ci riesce, anche se lui la prima cosa che le dice dopo è: "Sì, ma questo non cambia niente". Tutto, ha cambiato. Cosa è mai il sesso di dieci minuti rispetto al fatto che i due si sono conosciuti per come sono fatti dentro, ed hanno saputo volersi bene pur senza avere nessun futuro davanti? E' che tutti e due credevano di essere a terra, ma hanno scoperto che anche nella situazione più amara c'è la possibilità di voler bene, e quella - ancora più difficile da ammettere - di essere voluti bene. Ma non c'è bisogno di scambiarsi parole, di ricamarci su, tanto il tempo ormai è scaduto.
Stanno tornando tutti dalla radiosa giornata, Gabriele torna nel suo appartamento ad attendere gli eventi ed a fare la valigia. Antonietta lo vedrà andar via dopo un po' con due poliziotti in borghese. In casa sua c'è un gran chiasso fra i figli e il marito, che si sente il Duce di casa, benevolo però, tanto da dire ad Antonietta che per festeggiare a notte faranno il settimo figlio. Antonietta dovrebbe essere contenta, le altre radiose giornate Emanuele per festeggiare andava in casino vantandosene, ma non è contenta, senza però darlo a vedere. Andrà in camera dal Duce di casa, ma un po' più tardi del solito: prima ha voluto leggersi qualche pagina de "I tre moschettieri" lasciatole da Gabriele. Credo che continuerà a leggerlo, quel libro così tosto le piacerà di più che accudire il diario del Duce.

P.S. Ho imparato tre cose che non sapevo, durante la ricerca di informazioni sul film.
La prima è che nel 1938 le donne impiegate nella pubblica amministrazione non potevano essere più del 5% del totale degli impiegati.
La seconda è che la tassa sul celibato non era uno scherzo: veniva trattenuto un quarto dello stipendio.
La terza è che fu in discussione in quegli anni una legge ad hoc per punire la pederastìa. Non se ne fece niente perché si preferì adottare provvedimenti amministrativi (per comportamenti socialmente pericolosi et similia) equivalenti a quelli che ci sarebbero stati nella legge. Il motivo fu che la pederastìa in Italia non doveva esistere, quindi non esisteva.