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mercoledì 21 gennaio 2009

Quelle due

The Children's Hour di William Wyler (1961) Dal dramma di Lillian Hellmann, Sceneggiatura di Lillian Hellman, John Michael Hayes Con Audrey Hepburn, Shirley MacLaine, James Garner, Miriam Hopkins, Fay Bainter, Karen Balkin, Veronica Cartwright, Mimi Gibson, Debbie Moldow, William Mims, Sally Brophy, Hope Summers Musica: Alex North Fotografia: Franz Planer (107 minuti) Rating IMDb: 7.6

Giulia sul suo blog Pensare in un'altra luce

Nel 1934 Lillian Helmann scrive "La calunnia" (The Children's Hour), la sua prima piéce teatrale di successo: in questo lavoro condanna il perbenismo borghese affrontando un tema per l'epoca scabroso, l'omosessualità femminile.
Da "La calunnia" il regista William Wyler ricava due film "La calunnia" nel 1936 e "Quelle due" nel 1961 interpretato da Audrey Hepburn e Shirley MacLaine.
Un gruppo numeroso di ragazze corrono in bicicletta, sono le allieve di una scuola privata diretta da due insegnanti Karen e Martha.

Segue la festa con i genitori che salutano le loro figlie che rimarranno nel collegio.
Le due insegnanti sono entusiaste del loro lavoro e fanno progetti per il futuro che sembra promettente. Per la prima volta, infatti, sono riuscite ad avanzare dei soldi.


Mentre Marta riassetta la cucina insieme alla zia Lilly, Karen fa il giro della buona notte nelle camerate, dove le ragazze si preparano a dormire.

Karen è una donna molto dolce, equilibrata, elegante, forte. E’ fidanzata con Joe il dottore del paese che la vuole sposare.
Marta appare più riservata e semplice. La scuola per lei è tutto, non esiste nulla al di fuori di essa. A carico ha la zia Lilly, un’anziana signora capricciosa che una volta faceva l’attrice e che ora viene impegnata dalla nipote a insegnare recitazione alle ragazze.


Tutto normale se non ci fosse una ragazzina viziata e senza scrupoli che vorrebbe tornare a casa con la nonna e per questo inventa mille scuse. Simula mali, intreccia trame a danno delle sue maestre con le compagne. Una bambina problematica che non si arrende di fronte a nulla per ottenere i suoi scopi personali. In particolare non tollera che Karen la scopra e la smascheri nel momento in cui costruisce i suoi castelli di bugie. Non importa se lo fa con dolcezza, lei non vuole rimanere in collegio e questo è l’unica cosa che conta.
Passa, quindi, il suo tempo a spiare gli altri ed in particolare le due insegnanti per coglierle in fallo. Quando non trova nulla, se lo inventa.
Raccoglie indizi, frasi, spezzoni di discorso, monta le sue amiche e presto trova ciò che le serve per uscire per sempre dalla scuola e lo riferisce la zia. La nonna non le dà eccessiva corda. Solo quando la bambina le farà una rivelazione particolare non indugia, ritira la nipote dalla scuola e avverte tutti i genitori. La bambina, infatti, racconta all’orecchio della nonna che “le due” sono “amanti”.


Di qui ha inizio il dramma. La scuola viene chiusa Marta e Karen si trovano davanti al vuoto: le loro vite sono per sempre segnate. La diversità le getta immediatamente ai margini, le sottopone allo scherno e al disprezzo di tutti.

Karen e Marta insieme al dottore (nipote della signora) non si arrendono, affrontano la nonna della bambina bugiarda, la minacciano di denunciarla per diffamazione: la nonna impassibile risponde che la denuncia la spaventa non per se stessa, ma per loro che saranno sotto tutti i riflettori.
Cinque ore fa avevamo una vita tranquilla, ora siamo coperte di fango” conclude amaramente Marta.
Il nipote la invita ad interrogare la bambina meglio, a smascherala. Ma la nonna è sicura che una bambina non possa inventarsi una simula calunnia. Marta risponde: “Si è molto cattivi da vecchi. Si è molto cattivi anche da bambini”.
Il process ci sarà e come previsto dalla nonna della bambina le due verranno condannate per “peccaminosa conocenza sessuale l’una dell’altra”.


Marta più forte cerca di reagire, Karen crolla e ciò che si era mantenuto celato anche dentro di lei emerge con tutta la sua forza.
Il sospetto infanga tutti i rapporti, anche quello tra Marta e Joe.


Dimmi quello che vuoi sapere” chiede Karen “chiedimelo adesso” e quando lui le chiede se quello che si diceva era vero, lei lo invita ad andare via, a prendersi un po’ di tempo. Sa, però, che questo sospetto sarebbe sempre rimasto fra loro due.
Tutto cambia nella vita di Karen e di Marta, anche le parole sembrano avere tutte un nuovo significato.


E anche quando verrà galla l’inganno, la tresca della bambina non potrà cambiare più nulla. La signora andrà per scusarsi ma ormai il destino è segnato. L’infamia ha toccato menti e cuori.
Karen rimane anche lei sola, ma Marta non riesce ad accettarlo. E dal suo cuore emerge ciò che mai aveva ammesso neanche con se stessa.


Tu eri una cara amica a cui volevo bene : ecco tutto. E non c'è nulla di male in questo. E' più che naturale che io fossi affezionata e te. Ma se ci conosciamo da quando avevamo 17 anni! Io, ho sempre pensato che ... Ma perchè mi stai dicendo tutto questo? Perchè ti voglio bene. Ma certo, ti voglio bene anch'io.



Ma... forse ... ti voglio bene come mi accusano di volertene ... non lo so ... Karen ascoltami ! ... Io ti ho voluto bene come loro dicono! C'è sempre stato qualcosa di strano ... sempre, da quando mi ricordo ... ma non ho mai saputo cosa fosse fino a quando lo scandalo non è scoppiato. Marta, Basta! Smettila, con questi discorsi! Tu hai paura di sentirli, ma io ho anche più paura di te! Non voglio ascoltarti! No! Devi sapere tutto. Devo dirtelo, non posso più tenerlo dentro di me. Sono colpevole! Tu non sei colpevole di niente!

Non ho fatto che ripetermelo. Fin dalla sera che lo sentii dire da quella bambina : sto nel mio letto tutte le notti a pregare che non sia vero, ma ora me ne rendo conto. Esiste! Io non so come, non so perchè ... Ma ti ho amata! Io ti amo. Soffrivo dei tuoi progetti di matrimonio, forse perchè ti desideravo, forse ti ho desiderato per tutti questi anni. Era una cosa a cui non sapevo dare un nome, ma forse è esistita fin da quando ti ho conosciuta. Ma non è la verità. Non c'è una parola di vero. Non ci siamo mai volute bene in quel modo. No ... certamente tu no. Ma chi ti dice che io non l'abbia fatto? Non ho mai provato nulla di simile per altri al di fuori di te. Non ho mai amato un uomo. Non sapevo il perchè, prima. Forse è per questo ... Marta, tu sei stanca, sei esaurita! E' buffo : è tutto confuso. Hai qualcosa dentro di te e non fai niente per capirlo perchè non sai nemmeno che esiste e poi a un tratto, una sera, una ragazzina è offesa e dice una bugia, ed ecco per la prima volta te ne accorgi e dici a te stessa : se ne è accorta, lei l'avrà intuito.

Ma poteva essere qualsiasi altra bugia: cercava una scusa per ... Ma perché questa?! Proprio la bugia con un po’ di verità! Non capisci? Non sopporto il contatto della tua mano! Non sopporto che tu mi guardi in faccia!

In questo dialogo c’è davvero tutto. E la capacità delle due attrici è straordinaria.
Ci stanno i pensieri di una ragazzina che sente dentro di sé qualcosa che non vuole, non sa riconoscere perché anche se inconsciamente sente che qualcosa è diverso in lei; c’è il tentativo di tenere tutto sotto controllo e di condurre una vita “normale” o meglio “normalmente accettabile”, c’è il dramma della scoperta in una società pronta a stigmatizzare e a mettere all’angolo chi è considerato “peccatore”.

Ma chi definisce i confini tra ciò che si può sentire e cosa no? Tra ciò che si può dire e cosa no? Tra ciò che si può essere e cosa no? Tra chi si può amare?
L’epilogo della storia non sarà a lieto fine. Marta non reggerà. Oltre a soffrire per se stessa, non si perdona di aver rovinato la vita dell’amica.


Karen rimane scossa, turbata, ma pensa che ancora si possa ricominciare, poi si rende conto che qualcosa deve essere successo. Corre, corre, l’amica non risponde butta giù la porta e la vede: una vita si è spezzata per sempre.


Karen seppellisce l’amica e poi con la testa alta ben alta se ne va. Quante vite spezzate sotto questo moralismo gretto, ipocrita, capace di fare così tanto male con la presunzione di essere nel giusto.
Questo potrebbe essere un film drammatico se non fosse terribilmente vero e se non fosse ancora tristemente di attualità.
E se, finalmente, un giorno, nonostante tutto ti accorgi di essere quello che gli altri non accettano che si “sia”, la tua vita diventa un inferno, perché “qualcun altro” l’ha deciso. Diventa un tale inferno che alla vita si sceglie la morte. Così succedeva e così purtroppo a volte succede ancora soprattutto tra i giovani. Chi è prigioniero dei propri pregiudizi, chi vive dentro una gabbia per paura di guardare al di là delle sbarre, a volte fa di tutto per mettere in gabbia gli altri e purtroppo può capitare che ci riesca.


P.S. Qui sotto, una foto dal set del film, con Audrey Hepburn e William Wyler, e una immagine tratta da un poster del film. (s)


venerdì 19 settembre 2008

Un altro finale per... Vacanze romane


Roby

Chi di noi -uscendo dal cinema, mettendo in standby la tv o spegnendo il dvd- non ha pensato almeno una volta: "Sì, vabbe', però... io avrei voluto che finisse in un altro modo"? Magari, che lui tornasse da lei, o che lei gli dicesse chiaro in faccia di andare a quel paese, o che l'altro ricomparisse all'improvviso, rimescolando da capo tutte le carte in tavola.

Ad esempio, tanto per citare un film a caso... ma perchè diavolo Vacanze romane deve finire così, con la definitiva, irrevocabile, inevitabile separazione fra principessa e giornalista??? D'accordo, negli anni '50 non erano possibili altre soluzioni in una love story fra teste coronate e non, a meno di grandi rinunzie (il duca di Windsor docet) : oggi, però, che diamine, abbiamo l'erede al trono di Spagna felicemente coniugato con una brillante conduttrice televisiva assolutamente priva di sangue blu... entrambi i nipotini di Elisabetta II seriamente legati a fanciulle ricche, belle ma non nobili... addirittura il reggente di non ricordo più quale monarchia scandinava sposato con una straordinaria ragazza non solo rigorosamente plebea, ma pure divorziata e già mamma.






























Forse qui il problema è che si tratta di un Cenerentolo, e che uno scalcinato cronista americano a Roma sarebbe poco credibile nel ruolo di real consorte? Ma perdinci, il padre di Audrey/Anya/Smitthy è o non è il sovrano unico e insindacabile del suo microscopico staterello centro-europeo? E ci tiene o no alla salute e alla felicità della sua unica, incantevole figlia? Ebbene, io la vedo così: Anya, lasciato il grande amore della sua vita sulle rive del biondo Tevere, fa ritorno all'avito castello, in nome dei suoi doveri di erede al trono. Ma la forza del sentimento ha la meglio sulla sua fragile fibra, gettandola presto nella più cupa depressione. Il re suo padre, in pena per lei, scopre alfine la causa del male oscuro, e in breve decide il da farsi: poichè il bene della sua creatura viene prima di ogni altra cosa, in quattro e quattr'otto egli modifica la costituzione in vigore, cosicchè la giovane possa sposare chi le pare e piace senza mettere a rischio la stabilità nazionale.

Tutto risolto, dunque? Beh, sì: forse.

Resta da vedere se a Gregory/Joe Bradley/Peck andrà a genio fare il non-principe consorte, confinandosi in un reame da operetta, dopo aver detto addio alle tiepide serate romane, passate a giocare a pocker con gli amici, godendo di quel ponentino più malandrino che mai ...

Ma questo -come si potrebbe dire- è ancora un altro finale.

mercoledì 13 febbraio 2008

La moda nel cinema: Vacanze romane

Roby
Il primo post -come il primo amore- non si scorda mai. Il mio primo post su questo blog era dedicato a Vacanze romane: potevo dimenticarmene, in occasione del centesimo? Del resto, il film in questione è una tale miniera di spunti, di suggestioni e di links che sicuramente vi attingerò ancora, e ancora e ancora...

Le foto del provino di Audrey Hepburn per la parte della principessa in vacanza la mostrano con un abito non esattamente uguale a quello indossato effettivamente nel film: nel provino la camicetta è più attillata, probabilmente realizzata in jersey o maglia a nido d'ape, ed anche i bottoni sono diversi. Qui, poi, Audrey porta ancora i capelli lunghi, legati in uno chignon, e alle orecchie brillano orecchini di perle, che stonano un po' (e che difatti vengono poi eliminati).

Collier, diadema e decorazioni varie, invece, stanno benissimo insieme al vestito di gran gala che la principessa Anya sfoggia -con un portamento davvero regale- al ballo della sua ambasciata a Roma: il modello fa oggi bella mostra di sè al Metropolitan Museum of Art, ad imperitura testimonianza di uno stile al di là del tempo, del luogo e della moda stessa.






















Eppure, la classe innata della nobile rampolla (e dell'attrice che la interpreta) traspare chiaramente anche dalle mises più semplici, come il castigato completo gonna e camicetta a maniche lunghe -abbottonata fino al collo- che ella sceglie per immergersi nell'avventura della notte capitolina. Sfido io che Gregory Peck, scorgendola addormentata vicino al Teatro di Marcello, stenti a crederla una ragazza di malaffare, così fine com'è!







E quando le offrirà il suo pigiama, prima di sistemarla per la notte sul divano di casa sua, sembra quasi già sapere che -anche con quello- apparirà deliziosa, tenera eppure femminile, semplice ma elegante per natura.



La mattina dopo, un giretto per il quartiere attorno alla fontana di Trevi è d'obbligo, come pure uno sguardo alle vetrine. Ed ecco, il negozio di un parrucchiere attira l'attenzione di Anya, desiderosa di dare alla sua vita una svolta, cominciando col cambiare pettinatura: la lunga chioma un po' ingombrante diventa un caschetto sbarazzino, le maniche della camicetta si arrotolano sopra il gomito, il colletto si sbottona e un foulard sbarazzino completa l'opera, insieme ad un paio di espadrillas comprate al mercato, che vanno a sostituire le seriose ed anonime scarpe a tacco medio.



Così trasformata, è addirittura affascinante, e Gregory/Joe Bradley non deve faticare troppo a fingersi sorpreso di rivederla, sulla scalinata di Trinità dei Monti: quanti ne ha visti, in vita sua, di "bocconcini" tanto irresistibili? Ancora non vuole ammetterlo, neppure con sè stesso, ma probabilmente ne è già cotto, anche se architetta con l'amico fotografo uno scoop sensazionale: l'intervista "rubata" alla famosa principessa, ritratta in atteggiamenti compromettenti assai lontani dall'etichetta di corte.






Una lunga gimkana in Vespa tra autobus, bancarelle di frutta rovesciate e malcapitati pedoni si conclude al commissariato, dove Audrey -pur "sporcata" dal trucco per apparire impolverata e in disordine- è sempre più bella. Qui il film cade un tantino nel pittoresco, facendoci credere che Anya e Joe la passino liscia sostenendo che correvano per andare a sposarsi -scusa, questa, plausibilissima, secondo regista e sceneggiatori, nel paese dell'amore, della pizza e del mandolino- ma la grazia di Audrey è tale che chiudiamo un occhio e andiamo avanti, sperando che alla fine il matrimonio ci sia veramente.



Ma no, non è possibile: sarebbe troppo bello, troppo irreale, per anni in cui Grace di Monaco era ancora di là da venire... E allora, dopo una fuggevole parentesi in una balera sul Tevere ed un bagno estemporaneo nel biondo fiume, Anya cambia di nuovo abito e acconciatura, pettinandosi con la riga da un lato e indossando -in modo impeccabile- una vestaglia di Joe: il quale, ammirato, le dice: "Non c'è dubbio, il mio guardaroba vi dona!". Si sorridono, ma dietro un velo di lacrime, perchè sanno di doversi separare per sempre.

Il destino, tuttavia, è benevolo, e concede loro di rivedersi un'ultima volta, durante la conferenza stampa che la principessa concede alla stampa accreditata prima della sua definitiva partenza dalla capitale. L'abito scelto per l'occasione è uno di quelli che non si dimenticano: io me ne sono innamorata a prima vista, girocollo di perle con pietre preziose e cappellino compreso, sognando di possedere una silhouette abbastanza slanciata per poterlo indossare senza far saltare tutte le cuciture.


Una pia illusione, per me; una certezza, per Audrey. La quale, tuttavia, vestita così appare d'improvviso più matura, più consapevole, più triste: le compare persino qualche ruga, ai lati del viso, e il suo sguardo ha perso la spensieratezza di poche ore prima, quando, accaldata e felice, gustava un gelato in Piazza di Spagna, sfrecciava in motoretta per via del Corso, visitava ammirata il Colosseo ed infine, titubante, infilava la sua manina di deliziosa bugiarda nell'inquietante e tenebrosa Bocca della Verità.

giovedì 18 ottobre 2007

Vacanze romane - 2 -


Roman Holiday di William Wyler (1953) Racconto di Dalton Trumbo Sceneggiatura di Ian McLellan Hunter Con Audrey Hepburn, Gregory Peck, Eddie Albert, Paolo Carlini, Paola Borboni, Maurizio Arena Musica: Georges Auric, Victor Young Fotografia: Henri Alekan, Franz Planer (118 minuti) Rating IMDb: 8.0
Roby
Un pomeriggio uggioso, un leggero mal di testa, un senso di malessere diffuso... come ritrovare il buonumore perduto? Il suggerimento viene da quell'angioletto di mia figlia: "Mamma, ti metto il DVD di Vacanze Romane!". Ed ecco che, dopo un bel po' di tempo, rivedo per intero uno dei miei film preferiti: e siccome lo conosco praticamente a memoria, ne approfitto -guardandolo la decimillesima volta- per rifletterci su, paragonando il passato al presente, la società del 1953 a quella del 2000 e dintorni.
Cominciamo dalla rigida etichetta di corte cui la povera principessa Anna deve sottomettersi, sciroppandosi sfilate infinite, balli noiosissimi con cavalieri ultrasettantenni, conferenze soporifere e così via, fino alla comprensibile crisi di nervi che la porta a fuggire, nella tiepida notte romana, alla ricerca di un po' di libertà. Non discuto che le ragioni di stato impongano ancora a nobili e regnanti alcuni fondamentali doveri di rappresentanza e di diplomazia: ma dubito molto che -oggi come oggi- ad un rampollo reale manchi l'occasione di spassarsela alla grande, come testimoniano le numerose foto di William ed Henry di Windsor sorpresi a notte fonda nei locali più alla moda, in compagnia delle fidanzate di turno, per non parlare delle passate intemperanze di Carolina e Stephanie di Monaco, imitate in ciò dai rispettivi, innumerevoli figliuoli di varia paternità.
Ma anche a non voler parlare di altezze reali, fermandosi più terra terra alla morale dell'epoca, negli anni '50 era motivo di grave disapprovazione, per una fanciulla grosso modo ventenne, farsi sorprendere a fumare, a bere alcoolici, a ballare con sconosciuti in locali alla buona. Essere colta a farsi la doccia nel bagno di un uomo che non fosse il padre, il fratello o il marito era poi addirittura scandaloso: per questo la reazione della portiera Paola Borboni che rimbrotta a dovere l'imbarazzatissima Audrey Hepburn (per altro ben nascosta dall'ampio telo di spugna) ora ci fa sorridere, con aria di leggero compatimento, mentre gli spettatori contemporanei ridevano ma insieme arrossivano, eccitati dalla sottintesa malizia della scenetta.
E neppure una corsa spericolata in Vespa, sia pure contromano, ci sembra più così deprecabile: anzi, ci meraviglieremmo se una ragazza di quell'età non sapesse andare a tutta birra in motorino, facendo lo slalom nel traffico (oggi caotico, allora assolutamente idilliaco). Dire una bugìa, poi, ormai non è considerato "peccato" neppure dai corsi di catechismo parrocchiale: e la vecchia bocca della verità, a S. Maria in Cosmedin, si è rassegnata da tempo a restare a digiuno. Molta più cautela va osservata, ai giorni nostri, nell'arrischiarsi a fare un tuffo nel Tevere (come del resto nell'Arno e nella maggior parte degli altri grandi fiumi cittadini), perchè le conseguenze potrebbero andare ben al di là di un semplice raffreddore. E detto per inciso, resta un mistero come i vestiti zuppi d'acqua riescano, nei film hollywoodiani, ad asciugarsi nello spazio di poche ore, se non di pochi minuti, senza l'ausilio di stufe, phon o termosifoni bollenti.
Si tratta senz'altro di una specie di "licenza poetica", utile a creare giusto quel breve intervallo necessario ai protagonisti per capire che si amano, per scambiarsi un bacio "finto" (le labbra di lui sul mento di lei, in ossequio alla censura dell'epoca) ed infine per separarsi definitivamente, divisi -ahimè- dalla ragion di Stato. Lo Stato del 1953, si capisce: perchè in quello del 2007 gli eredi al trono possono frequentare, fidanzarsi e sposare chi vogliono, o quasi, oltre a mettere al mondo figli fuori dal matrimonio senza eccessivi problemi (l'incolore ma fecondo Alberto di Monaco insegna).
Invece, in quell'estate di quasi 55 anni fa, Anna e Joe Bradley trovano del tutto naturale, benchè doloroso, dirsi addio per sempre, così come doveva ritenerlo il pubblico in sala. Il brillante giornalista, accecato dall'amore, rinuncia persino al colpo grosso che darebbe una svolta alla sua carriera, ossia la "piccante" intervista carpita alla principessa sbarazzina. Tutto si risolve in una tenera stretta di mano, durante la conferenza stampa che chiude la visita in Italia della giovane sangue-blu. La quale, trasportando tutta la vicenda al XXI secolo, probabilmente sarebbe ben lieta di essere d'aiuto al suo beneamato, concedendogli, oltre alle proprie grazie, l'esclusiva delle sue memorie in mondovisione. E -mentre parte la musica dei titoli di coda, con le ormai immancabili immagini del backstage- vivrebbero tutti felici e contenti.
PS: A Vacanze romane avevo già dedicato un post, il primo per me su questo blog, il 13 aprile scorso. E non è escluso che ne scriva un terzo...