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martedì 3 luglio 2007

Fra Diavolo

The Devil's Brother di Hal Roach (1933) Libretto Eugène Scribe, Adattamento Jeanie Macpherson Con Stan Laurel, Oliver Hardy, Dennis King, Thelma Todd Musica: Daniel Auber Fotografia: Hap Depew, Art Lloyd (90 minuti) Rating IMDb: 7.2
Giuliano
All’origine, “Fra Diavolo” è un’opera lirica (quasi un’operetta) musicata dal francese Daniel Auber (1782-1871, allievo di Cherubini) nel 1830. Racconta la storia del famoso brigante italiano, nativo della Valle d’Itria, ovviamente in forma leggera e romanzata. Non è niente di memorabile, ma ha un paio d’arie piacevoli entrate in repertorio.
Agli inizi del cinema sonoro, negli anni 30 del Novecento, portare le operette al cinema sembrò un’ottima idea; e forse il pubblico apprezzava, all’epoca. Fu così che Stan Laurel e Oliver Hardy si ritrovarono a fare i servitori di Fra Diavolo, nel 1933, sotto la regia del fedele Hal Roach.
Che dire? Quello che sappiamo tutti: che la parte musicale e cantata la si può tranquillamente buttare via, invece le parti dove ci sono Stanlio e Ollio sono da antologia del cinema. I due giganti sono in forma meravigliosa, e in “Fra Diavolo” ci sono alcune delle loro invenzioni più grandi.
L’opera di Auber scompare, in questa grande festa di felicità. Ne rimane ben poca cosa, forse solo il ricordo dell’aria di Fra Diavolo (“Quell’uom dal fiero aspetto...”) e l’aria della serva che si guarda nello specchio e si trova bella, che nella trama ha una sua importanza e che qui viene mantenuta come gag, una trovata che però scompare subito dalla memoria, davanti a tutto quel ben di Dio che ci troviamo davanti.
NB: la scena di Stanlio che travasa il vino viene proseguita in “ The Bohemian Girl”, con esiti altrettanto memorabili. Si tratta dell’adattamento di un’altra operetta, stavolta inglese (di Michael W. Balfe, 1843) dove Stanlio e Ollio sono due zingari che allevano con immenso amore una trovatella che si rivelerà la loro fortuna.

sabato 19 maggio 2007

I figli del deserto

Sons of the Desert di William A. Seiter (1933) Sceneggiatura di Frank Craven, Byron Morgan Con Stan Laurel, Oliver Hardy, Charley Chase, Mae Bush, Dorothy Christy Musica: William Axt, Georg M. Cohan Fotografia: Kennet Peach (68 minuti) Rating IMDb: 7.9
Giuliano
Mi sono consultato un po’ con Solimano e ci siamo detti: ecco una lacuna grave, gravissima: sono passati due mesi e non li abbiamo ancora nominati. Chi si prende Stanlio e Ollio? Il problema - ammesso che sia un problema - è che con Stanlio e Ollio non si riesce a fare un discorso critico. Non c’è niente da dire: gli vogliamo bene, e basta. Provo a pensarci, e trovo solo paroloni d’amore e d’affetto, grandi risate, gags incredibili che non sarebbero mai venute in mente né riuscite ad altri. Si potrebbe fare come capita sempre, basta nominare una scena e si comincia a ridere, anche dopo 70 anni dall’uscita dei loro film più famosi è sempre come la prima volta.
Perché questo film e non un altro? Mah, un motivo non c’è: i film di Stanlio e Ollio sono tutti belli, come si fa a sceglierne uno? Allora mi prendo questo, quello dove Stanlio mangia la frutta di cera, oppure “Fra Diavolo” dove Stanlio fa le magie e Ollio non riesce a ripeterle, oppure “I fanciulli del West”, con Ollio che sprofonda nell’acqua ad ogni passaggio attraverso lo stagno, e Stanlio che si mangia il cappello? Il titolo del film, “I figli del deserto”, indica una specie di setta massonica, quasi una P2 ma piena di simpatici burloni con un buffo cappellino: non ho mai capito bene che fascino avesse e perché i nostri eroi la preferissero ad un viaggio ad Honolulu, ma mi va bene lo stesso - mi va bene tutto quando ci sono di mezzo Laurel & Hardy. E’ forse l’unico film di Stanlio e Ollio ad avere una trama raccontabile, qualcosa che sta in piedi da solo e che non sia un puro pretesto. Altre volte si era provato con le operette inglesi (The Bohemian Girl, di Balfe) o con un’opera lirica dell’800 abbastanza famosa (Fra Diavolo, di Daniel Auber), ma rivedendoli oggi si capisce che le parti davvero invecchiate sono proprio quelle musicali, delle quali si farebbe volentieri a meno. Questo è anche il primo film, a quel che mi risulta, dove la tv ha un ruolo determinante. E’ la tv che trasmette in diretta la festa dei “Figli del Deserto”, e che permette alle mogli di smascherare la bugia raccontata dai mariti: una gag davvero all’avanguardia, vista la data di nascita del film.
Stanlio era inglese e si chiamava Arthur Stanley Jefferson, Ollio era americano e all’anagrafe risulta come Oliver Wendell Hardy. Le biografie riportano che il signor Stanley Jefferson arrivò in America sulla stessa nave dove c’era Charlie Chaplin, in mezzo a tanti altri, povero in canna; dicono anche che Oliver Hardy era un brillante tenore di vaudeville, e che di conseguenza la voce di basso che gli ha dato Alberto Sordi è un falso storico – ma noi italiani non sapremmo immaginarlo con altra voce. Anche la voce di Stanley è falsata: Stan Laurel, nell’originale, ha una voce scura, baritonale, la voce di un uomo forte e adulto. Comunque poi va sempre bene, basta che non si esageri con i falsetti (Elio Zambuto era perfetto, ma la seconda generazione di doppiatori è spesso disastrosa, da questo punto di vista), e soprattutto basta che quando Oliver canta gli si lasci la sua vera voce, perché sapeva cantare per davvero, mica come la caricatura che gli si affibbia:
Honolulu baby, where'd you get those eyes?
And that dark complexion, I just idolize?
Honolulu baby, where'd you get that style?
And the pretty red lips, and that sunny smile?