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sabato 9 agosto 2008

Jules Feiffer (1)

Solimano
Nel settembre 1967, praticamente quarant'anni fa, il numero 30 di Linus uscì con un articolo iniziale di Ranieri Carano. Il titolo era "L'escalation di Jules Feiffer". Il disegnatore (e scrittore) era nato il 26 gennaio 1929 -da famiglia ebrea non ricca- e non ebbe successo subito, perché gli editori lo lodavano, ma lo giudicavano invendibile. Il successo giunse nel 1958, con la raccolta "Sick, Sick, Sick", e fu molto rapido, in Italia l'editore Bompiani pubblicò già nel 1962 e nel 1963 due raccolte, con i titoli "Il complesso facile" e "Passionella". Noi conosciamo soprattutto il Feiffer politico e satirico, ma allora, nelle sue storie, c'era un personaggio chiave: Bernard Mergendeiler, e vediamolo un po', Bernard in azione.


A molti verrà subito in mente Woody Allen, ma "Prendi i soldi e scappa" di Allen è del 1971, quindi il personaggio di Feiffer è nato più di dieci anni prima. A parte a cronologia, esiste una notevole differenza: Woody Allen è uno spadaccino che schernisce e si schermisce, Jules Feiffer è un pugile cha affonda i colpi (anche sotto la cintura).
Allora era comune la diffidenza degli intellettuali verso gli autori di fumetti, persino verso Schulz e Kelly. Questa diffidenza crollò con Feiffer, e arrivarono i premi, compreso il Pulitzer. Ho due critiche riguardo Feiffer. La prima, che non è un eccellente disegnatore, anche se è quasi sempre efficace. La seconda, che lo preferisco nella prima parte della carriera, in storie come queste, mentre il filone politico ha finito per stancarmi. Lo trovo troppo assertivo e statico, mentre, pur nelle sue carenze di disegno, Feiffer è bravissimo nell'esprimere il movimento.
Ma è impagabile la freschezza di queste vignette in cui c'è Bernard, che colgono nel vivo degli aspetti che ognuno di noi ha nella propria personalità. Con Feiffer non è possibile esternalizzare come si può fare col Danny Kaye di "Sogni proibiti" o con Woody Allen. E' proprio di noi che sta parlando, per come siamo fatti, e non possiamo chiamarci fuori.
Feiffer è spesso sgradevole, non utilizza la collusione, non ci perdona. Tutta l'intellighentja lodava Feiffer, che ebbe sempre dei problemi ad essere generalmente apprezzato dal grande pubblico. Apprezzarlo era inevitabile, ma è sempre stato un po' fastidioso per tutti, compresi gli intellettuali. Feiffer -fateci caso- non cerca di farci ridere. Ecco un'altra piccola storia.


Bernard è escluso dal potere, ma non se ne fa una ragione, vorrebbe possedere anche lui un po' del potere da cui è escluso, si identifica in altri da sé che ce l'hanno fatta. Feiffer non ci consola col dire che al potere non bisogna dare più peso di quello che meriti. Sembra che l'unica legge sia quella, si può solo esercitare l'arma del grottesco e del sarcasmo, e non cerchiamo di identificarci con Bernard, perché sappiamo che ci somiglia troppo. I suoi ridicoli sogni di conseguimento di potere li abbiamo fatti tutti, dall'adolescenza in poi, fanno parte della nostra natura, non sono un piccolo vizio di ingenuità. Difatti nell'articolo di Ranieri Carano sono riportate alcune frasi di Jules Feiffer, tratte da una conferenza che tenne in una università. Il titolo, molto suggestivo, è "Il sovversivo di corte". Eccone un brano:

"Il lavoro dello scrittore satirico consiste nell'attaccare per liberare gli altri dall'urgenza di attaccare; consiste nel mettere in ridicolo per evitare che una qualsiasi seria situazione possa avere una soluzione seria.
...
In questo senso io e voi siamo tutti estremisti di centro, facciamo parte della squadra, Come uno che per tutta la vita ha desiderato di appartenere a qualche squadra, non me ne lamento affatto. Il giullare di corte è stato sostituito dal sovversivo di corte e non c'è atteggiamento, che chiunque possa assumere ovunque, il quale non finisca per agire, in ultima analisi, a favore del sistema. La satira non è più un commento al nostro modo di vivere. La satira è il nostro modo di vivere".

Soprattutto il finale di queste parole pronunciate quasi cinquant'anni fa, oggi ha un sapore di profezia che si autodetermina. Ecco una terza storia, su un argomento continuamente negato, e tanto più presente proprio perché continuamente negato: la competizione.



Direi che l'impressione del Feiffer di allora è come se le sue storie fossero uova fresche di giornata. Perché affonda i colpi senza compiacenze ovattanti, né di tipo riduttivo né di tipo moralistico. Ma soprattutto perché, con i discorsi di potere, di competizione, di rappporto interpersonale, in tutti questi anni siamo più andati indietro che avanti: si continua a mentire sapendo di mentire, facendosi credere che la menzogna sia una specie di moderno galateo.

Feiffer, di queste menzogne sistematiche, subì qualche piccola conseguenza. Nel 1971 fece la sceneggiatura di "Conoscenza carnale", un film di cui il regista fu Mike Nichols, che nel 1967 aveva diretto il film "Il laureato", utilizzando altri sceneggiatori.
Ad oggi, il risultato in IMDb è il seguente:

Conoscenza carnale 3210 voti col rating 6.8.
Il laureato 57645 voti col rating 8.2.

Vive la difference, come no: Conoscenza carnale è un bel film vero, Il laureato è un bel film falso. Come diceva -pressapoco- Laing: "Giocano a giocare un gioco. Se gli dico che ho visto il loro gioco, mi puniranno, e continueranno a giocare".

Candice Bergen e Art Garfunkel in "Conoscenza carnale" (1971)

mercoledì 7 novembre 2007

I triangoli nel cinema: Conoscenza carnale

Solimano
All'Amherst College c'è una delle solite piccole feste il cui scopo non è di divertirsi, ma di fare in modo che ragazze e ragazzi si conoscano. Fino a pochi giorni prima vivevano in famiglia in città e paesi piuttosto lontani e si stanno abituando ad una vita ed a rapporti completamente diversi.
Alla festa arriva Susan (Candice Bergen), dal buio della strada. E' decisa ma un po' tesa, perché non conosce nessuno. Entra, passa vicino a diversi gruppetti e da sola va ad appoggiarsi alla parete vicino ad una finestra.

Due ragazzi l'hanno notata, Sandy (Art Garfunkel) e Jonathan (Jack Nicholson). Sandy vorrebbe avvicinarsi a Susan per conoscerla, ma esita, e si decide solo quando Jonathan gli dice che se Sandy non va ci prova lui. A quel punto Sandy va, ma è talmente imbranato che non riesce ad attaccare discorso con una scusa qualsiasi. Quando sta per tornare indietro sentendosi sconfitto, è Susan che gli rivolge la parola.

Sandy e Susan cominciano ad uscire insieme. Lui è timido, ansioso di piacere e bisognoso di appoggio da parte degli altri, ragazze ed amici. E' sessualmente inesperto. Crede nello studio che sta facendo (diverrà medico). Lei viene da una famiglia colta, i suoi sono liberal, lei dice a volte di sentirsi repubblicana, a volte di sentirsi comunista. E' anche lei sessualmente inesperta, frena le goffe avances di Sandy, salvo qualche bacio e qualche toccamento, a lei con Sandy piace di più parlare.

Sandy e Jonathan sono diventati amici perché al college dormono nella stessa camera. Conversano prima di dormire, quasi sempre di ragazze, anzi, più che di ragazze, di cosa hanno fatto o vorrebbero fare con le ragazze. Sandy è sempre stato in difficoltà, perché non ha fatto nulla e non sa bene che cosa vorrebbe fare, ma ora, che esce con Susan, l'argomento ce l'ha, e racconta a Jonathan i suoi progressi con Susan, progressi non di discorsi ma di toccamenti.

Pochi giorni dopo Susan riceve una telefonata. E' Jonathan che desidera conoscerla, e glielo dice in modo molto diretto. Susan, più lusingata che interdetta, acconsente a vederlo in un bar. Quanto Sandy appare voglioso e debole, tanto Jonathan appare voglioso e forte, ed è di forza che Susan sente il bisogno, non di essere di appoggio a un debole, di cui pure apprezza i discorsi.
Jonathan intanto dice a Sandy che ha conosciuto una certa Myrtle di cui gli racconterà tutto, lui intanto gli dica di Susan. Al terzo incontro Jonathan prende Susan, sofferente e consenziente (per lei è la prima volta).

Il giorno dopo Jonathan va nella piscina dove è Sandy e si butta in acqua vestito, dicendo che è contento di avercela fatta con Myrtle. Sandy ride, felice per l'amico, ma anche invido, perché lui è più indietro con Susan.
Finisce che Susan va anche con l'insistente e goffo Sandy; di per sé Susan non lo farebbe, ma sente che in un certo senso deve farlo anche con Sandy.

Una sera, tutti e tre vanno insieme a ballare, Sandy continua a non sapere nulla e Myrtle è sparita, chissà dov'è. Susan balla con l'uno o con l'altro e ride spesso, forse troppo.
Jonathan non vuole che Susan vada ancora con Sandy e vorrebbe che lei gli raccontasse le cose e chiudesse. Susan non lo fa, non ama Sandy ma non vuole ferirlo, è presa da Jonathan ma non lo stima.

Una sera, c'è la telefonata risolutiva: ancora una volta Susan non ha parlato a Sandy e per telefono Susan e Jonathan si rimpallano sul chi deve parlare, finché, esaperati entrambi, decidono di non vedersi più. Susan piange sul telefono, Jonathan non so, per me ci patisce anche lui per ragioni diverse e in un modo diverso.
Susan e Sandy si sposeranno e sembra che fra loro tutto vada bene, si pianificheranno persino sulla scelta della camera dove fare l'amore. Jonathan avrà diverse avventure, una collezione quantitativamente ricca.


..........
Sono passati quasi vent'anni. Una sera, Sandy va a trovare Jonathan, che vive solo. Con Sandy c'è Jennifer (Carol Kane), una ragazza giovanissima, Sandy e Susan hanno divorziato.
Jonathan proietta una serie di diapositive riguardanti le donne della sua vita, dalla prima all'ultima. Si è organizzato, a queste cose ci tiene, come al suo mestiere di commercialista. Commenta a viva voce caratteristiche e qualità delle varie donne, una diapositiva dopo l'altra, finché scatta una diapositiva che Jonathan cambia immediatamente ma non tanto che Sandy non si accorga che è una diapositiva di Susan. Sandy rimane sbalordito (non ha mai saputo di Jonathan e Susan) ma non dice nulla. La ragazzina Jennifer piange, non le sono piaciute né le diapositive né i commenti. Sandy si alza, saluta freddamente Jonathan e se ne va con Jennifer. Camminano di notte per la strada.

Il film non lo dice, ma nel prosieguo Sandy e Jonathan torneranno a trovarsi, quei due pensano l'uno di essere meglio dell'altro da sempre. Questo pensiero lo chiamano amicizia. E la ragazzina Jennifer? Spero che smetta di piangere ed apra gli occhi.

venerdì 3 agosto 2007

Il laureato

The Graduate di Mike Nichols (1967) Racconto di Charles Webb, Sceneggiatura di Calder Willingham, Buck Henry Con Anne Bancroft, Dustin Hoffman, Katharine Ross, Williams Daniels, Murray Hamilton, Elizabeth Wilson, Brian Avery Musica: Paul Simon, Art Garfunkel, Dave Grusin Fotografia: Robert Surtees (105 minuti) Rating IMDb: 8.1
Solimano
Sin dal lontano 1967 ho sempre pensato che la signora Robinson avesse molte ragioni dalla sua parte. Si trova ad avere un marito con cui non ha più nessun rapporto se non per tenere su la facciata del matrimonio. Inoltre è un po' alcoolizzata, fuma moltissimo, non sembra svolgere nessuna attività particolare, visto che la figlia è cresciuta. Sai che noia le giornate, specie se si è ancora belle e sveglie come Anne Bancroft. Si accorge che il figlio del socio del marito ha vent'anni, si è appena diplomato (altro che laureato, Dustin Hoffman è solo diplomato però con ottimi voti) ed è piuttosto imbranato perché dice che non sa cosa fare nell'avvenire, e lei gli offre di risolvere il problema del presente, una soluzione buona per tutti e due. Lui nicchia un po' uffa! perché fa fatica a fare mente locale, ma la signora Robinson è paziente e furba, lo punge sull'orgoglio e il gioco è fatto. Tutto bene, solo che lui uffa! vorrebbe anche parlare di tante cose, e dell'arte, e che cosa lei voleva fare all'università, e dove l'ha fatto la prima volta con quello che è diventato suo marito (su una macchina Ford, orrore!), e soprattutto tira fuori il discorso della figlia della signora Robinson, che adesso tornerà dal college e che quindi lui vorrebbe uscire con la figlia. Beh, d'accordo Katharine Ross (che però è un un ragnetto rispetto a quella che sarebbe stata due anni dopo in Butch Cassidy), ma suvvia, stai andando a letto con la madre, non tirare fuori ragionamenti che non le possono piacere, il mondo è largo, non esiste solo Katharine Ross. Ma soprattutto non parlarne.
E invece Dustin Hoffman si impunta (secondo me perché vuole punire la signora Robinson di averlo sedotto, invece di esserne contento) e nascono le complicazioni. Siccome il regista Nichols è furbissimo, gli spettatori si schierano tutti con la coppia di giovani, che vanno in giro camminando sulla musica di Simon & Garfunkel, musica di una dolcezza esagerata. E finisce, come tutti sanno, con la fuga in autobus dei due (lei in abito bianco perchè stava sposandosi con un altro) e la signora Robinson si trova senza più figlia, col marito che vuole divorziare e con l'odio di milioni di spettatori giovani che se la prendono con lei, forse proiettandole addosso i loro problemi con la madre in casa.
Troppo comodo, prendersela con la signora Robinson, e sembra che la cosa continui, ragazzi e ragazze sui vent'anni continuano a dare voti alti a questo film che di fondo è una favola del tutto incredibile, troppe sono le complicazioni che si susseguono. Non era meglio se Dustin Hoffman si godeva in silenzio il bel rapporto con la signora Robinson, che in fondo molti spettatori maschi giovani e meno giovani gli invidiavano? Tanto, dopo alcuni mesi avrebbe deciso riguardo il suo avvenire, e vivere un ottimo presente è mettersi nella condizione migliore per decidere sul futuro.
Sarebbe partito per un college, e arricchito dalla esperienza non di chiacchiere con la signora Robinson, ne avrebbe trovate quante ne voleva, meglio anche di Katharine Ross. "Ma lui l'ama!" questa è l'obiezione. La risposta è che lui avrebbe dovuto avere il buonsenso di non innamorarsi della figlia della signora Robinson, povera donna. Sei caduto in tentazione? Non fare star male chi ti ha fatto solo del bene, come la signora Robinson. Oppure, cosa che ai tempi d'oggi è possibile, nel 1967 forse no, fai in modo che madre e figlia si mettano d'accordo fra di loro, tu hai solo da guadagnarci. Conclusione: a me ventenne una signora Robinson avrebbe fatto solo bene.

venerdì 6 luglio 2007

Una donna in carriera

Working girl, di Mike Nichols (1988) Sceneggiatura di Kevin Wade Con Melanie Griffith, Harrison Ford, Sigourney Weaver, Alec Baldwin, Joan Cusack, Olimpia Dukakis Fotografia di Michael Ballhaus Colonna sonora: "Let the river run" di Carly Simon, "I'm so excited" delle Pointer Sisters, "The lady in red" di Chris De Burgh ecc. ecc. (115 minuti) RatingIMDb 6,5
Roby
Questo è uno dei due film preferiti di mia suocera (l'altro -e non a caso- è Pretty woman): ciò deporrebbe a suo (del film) sfavore, se fra me e la madre di mio marito i rapporti non fossero buoni... ma visto che andiamo molto d'accordo, Una donna in carriera tutto sommato non mi dispiace. Intendiamoci, non siamo certo nell'olimpo della celluloide! Un paio d'ore di svago, però, sono assicurate: e fra un sorriso e l'altro, magari, ci scappa pure qualche considerazione un po' più profonda. Ad esempio, malgrado lo abbia visto almeno sei volte, non sarei assolutamente in grado di spiegare che razza di "work" svolga esattamente Tess, la "girl" del titolo, nè tantomeno in cosa consista la genialità dell'idea che le viene subdolamente rubata dalla sua perfida "capo". Sicuramente si tratta di borsa, di azioni, di broker (???), di scalate alla conquista di solide aziende e di sgomitate per assicurarsi un posto al sole: ossia, nella fattispecie, un ufficio vero tutto per sè, con la segretaria fuori dalla porta pronta a servirti il caffè (eufemismo indicante quella specie di brodo nero che gli americani versano in abbondanza da strane caraffe panciute). Come si inserisca in tutto ciò la figura (per altro gradevolissima all'occhio femminile) di Harrison Ford/Jack rimane per me un mistero. Fatto sta che lui e Tess combinano un affare stratosferico con un magnate della finanza, smascherando con gran soddisfazione del pubblico la "capo" Sigourney Weaver/Katherine, costretta infine ad uscire di scena, lei ed il suo "culo secco". Sembrerebbe quasi un film "femminista", con il successo finale di Tess che arriva a realizzarsi in pieno sul piano professionale e personale: ed in effetti, è così che lo interpreta mia suocera. Ma, a ben guardare, se la nostra working girl riesce a sfondare è grazie all'intervento del deus-ex-machina-maschio Jack, il quale magnanimemente si abbassa al suo livello e poi se la porta a letto (con tanto tanto sentimento, però!), mentre Katherine, che bene o male invece si è fatta da sola la sua posizione di prestigio, viene infamata come ipocrita approfittatrice; per non parlare di altre figurine femminili ridicolizzate al limite della caricatura, come Joan Cusack (l'amica di Tess) o la sposa isterica nella scena della festa di nozze. I personaggi maschili, invece -persino Alec Baldwin, l'ex fidanzato "adultero" di Tess- hanno quasi tutti una caratterizzazione fondalmentalmente positiva: ad eccezione -e meno male!- dell'agente di borsa erotomane che tenta di sedurre Tess nella sua lussuosa Limousine. Però, anche lei, che diamine, cosa pretende??? Con quei capelli biondi, quegli occhioni sgranati e quelle curve mozzafiato gli uomini non possono proprio prenderla sul serio!!! Tutto ciò tra pettinature vertiginosamente cotonate e abiti da donna oggi assolutamente inguardabili -mostruose quelle spalle imbottite da giocatore di football!- con le Twin towers del World Trade Center che si stagliano ancora belle solide all'orizzonte, nel sottofondo musicale di Carly Simon e delle Pointer Sisters. Mia suocera, soddisfatta, sospira sognante: "Che bel film!" mentre ripone in perfetto ordine mezza dozzina di camicie stirate e inamidate a regola d'arte: questo sì, che è lavoro "da donne"!

giovedì 21 giugno 2007

Chi ha paura di Virginia Woolf

Who's Afraid of Virginia Woolf di Mike Nichols (1966) Commedia di Edward Albee, Sceneggiatura di Ernest Lehman Con Elizabeth Taylor, Richard Burton, George Segal, Sandy Dennis Musica: Alex North Fotografia: Haskell Wexler (131 minuti) Rating IMDb: 8.0
Solimano
Quella mattina, al corso Capi, il responsabile del corso entrò in aula - eravamo in venti, la class size giusta - con un libro sospetto. Riconoscevo infatti l’editore dal tipo della copertina, e quel libro aveva la copertina arancione delle edizioni Ubaldini-Astrolabio, libri che io etichettavo come adatti ai mezzi matti. La casa editrice ne aveva poi un’altra serie con la copertina azzurra, che ritenevo adatti ai matti totali e irrecuperabili. E comunque anche la copertina arancione mi faceva specie, ad un corso Capi della grande multinazionale, un corso sulla comunicazione interpersonale. Quel libro era “La Pragmatica della Comunicazione Umana” scritto da Watzlawick, Beavin, Jackson, cioè dalla scuola di Palo Alto, California, che mise i piedi nel piatto delle scuole psicanalitiche e psicodinamiche allora imperanti.
Quel libro, che distribuirono ad ognuno di noi alla fine del corso, ce l’ho ancora, un po’ sinistrato e pieno di segnacci di evidenziazioni (segnacci arancioni eh… eh…); è qui accanto a me mentre scrivo e l’ho aperto a caso un momento fa: c’è una vignetta in cui si vede un editore seduto comodo di fronte ad uno scrittore seduto scomodo, e l’editore dice: “You sure write good!” Non sforzatevi, o si capisce subito, altrimenti non c’è niente da fare. Non mi dilungo, riporto soltanto una riga e mezzo che dice una cosa chiara: la comunicazione è considerata come un rapporto qualitativamente differente dalle proprietà degli individui che l'attuano. Anche qui, niente spaventi, o si capisce o no. Se un padre assiste all’ennesimo litigio fra moglie e figlia, forse dice la sua meglio se ad un certo punto si alza serio, va dalla figlia, le dà un euro e torna a sedersi stando zitto. Oppure, se è lui a litigare con la figlia, si accorge – non ci aveva mai badato – che la figlia se ne va indignata in camera sua sbattendo la porta, difatti non riesce a chiuderla adagio, perché ha voglia di dire al padre che loro due dormono in camere separate, e ha trovato il modo comunicativo per dirglielo.
Fine degli esempi, vengo al film, perché, dopo la mattutina spiega sul libro, al pomeriggio ci fecero vedere il film e ci mettemmo quattro ore. Il film è già lungo di suo, ma ogni tanto lo fermavano perché discutessimo su quello che veramente Albee ci stesse dicendo, attraverso Mike Nichols, Elizabeth Taylor, Richard Burton e gli altri due. Se avete visto una volta questo film, comprendete che è ben diverso il modo di Albee da quello - ad esempio - di Tennessee Williams e di Elia Kazan, scrittori e registi geniali, ma anche grandi inquinatori. Mentre Chi ha paura di Virginia Woolf a parte che è il massimo in assoluto che abbia mai fatto quel prodigio - per pochi anni – di Elizabeth Taylor , ci lascia alla fine non oppressi, non intorcinati in problematiche irresolubili, ma belli freschi come dopo una doccia, consigliabile in questi giorni di primo caldo vivo. Perché, infine, se te la prendi con la persona non cavi un ragno dal buco, se ti accorgi che la comunicazione è disturbata metacomunichi, comunichi sulla comunicazione, dicendo ad esempio: “Lo so che non ti piaccio, ascolta solo la cosa che ti dico”, all’altro - o altra – può darsi pure che cominci a piacergli, con un discorso così diretto. In rete uso di frequente le modalità che ho appreso. E’ divertente, nel mondo dei blogger così apparentemente disinvolti ma così cautelosi, nella realtà quotidiana. Certo, si rischia di perdere dei vecchi amici, perché si è fuori dalle strettoie dell’aggressivo vittimismo tipico delle amicizie passate di cottura, ma il mondo è largo, esistono gli amici - e le amiche – nuovi/nuove, e poi dategli tempo, prima o poi i vecchi si svegliano e si danno una regolata.
Di che parla “Chi ha paura di Virginia Woolf”? Sono due coppie, quella più vecchia (Taylor e Burton) fa la scena di fronte a quelle più giovane (Segal/Dennis). Quello che conta è il modo, basato sulla folie à deux, ma sembra che dopo tanti discorsi di pragmatica, di analisi transazionale, e mettiamoci pure il signor Laing, i recensori filmici non si siano ancora accorti del perché questo film costituì una rottura del piagnisteo irrefrenabile e colpevolizzante a 360 gradi che fino a quel 1966 avevano imperversato in lungo e in largo, provocando commozione e lacrime, ma lasciando, alla fine della commedia o del romanzo o del film la situazione esattamente al punto in cui era alla prima pagina o inquadratura. Molto rumore per nulla, e forse esagero, ma non tanto. Ma se non mi credete, gustatevi pure il testo di quel cervello scintillante di Albee, la regia piena di vigore e di finezza di Nichols, e la meraviglia degli attori, in primis Elizabeth: si imbruttisce, è ingrassata, beve come una spugna (beve davvero, secondo me) e rimani lì, come Richard Burton (che beve anche lui) che non sa se ringraziare o maledire il cielo di quello che gli è capitato. Dopo, se volete, tornate pure a quel furbacchione di Tennessee Williams, ma deve stare attento, adesso i suoi trucchi li conoscete, non solo a teatro o al cinema ma anche in due piccoli argomenti del vostro quotidiano: l’amore e il lavoro, non roba teorica, roba molto pratica a cui può darsi che teniate.

mercoledì 23 maggio 2007

Conoscenza carnale

Carnal Knowledge di Mike Nichols (1971) Commedia e sceneggiatura di Jules Feiffer Con Jack Nicholson, Candice Bergen, Art Garfunkel, Ann Margret, Rita Moreno, Cynrhia O'Neal, Carol Kane Fotografia: Giuseppe Rotunno (98 minuti) Rating IMDb: 6.8
Solimano
I numeri, come i fatti, hanno la testa dura. Mike Nichols diresse Il laureato nel 1967 e Conoscenza carnale nel 1971. Ad oggi, in IMDb Il laureato è stato votato da oltre 43.000 persone, con un rating di 8.1, Conoscenza carnale da circa 2.500 persone con un rating di 6.8. Né si può dire che Conoscenza carnale fosse un film privo di appeal divistico: Jack Nicholson, Candice Bergen, Ann Margret e Art Garfunkel, Rita Moreno, Cinthia O’Neal… Inoltre, la sceneggiatura è del grande Jules Feiffer (in fondo, il vero autore del film), ma è proprio questo il felice guaio, a mio avviso. Il punto è che Jules Feiffer dice cose che danno fastidio non perché sono false ma perché la gente non vuole che si dicano. E continua a non volerlo, basta vedere come votano quelli della fascia fra 18 e 29 anni: proprio come quelli più vecchi di loro. Ne Il laureato la trasgressione è punita, in Conoscenza carnale la trasgressione si fa sistema. D’accordo, Jonathan (Jack Nicholson) è indifendibile, ma io ci ho provato a perorare la causa di Sandy (Art Garfunkel), di Susan (Candice Bergen), persino di Bonnie (Ann Margret) ma non c’è niente da fare. Sandy non è il bravo ragazzo timido e ingenuo che credevo, è uno che non sa tenersi le cose, quindi racconta al pericoloso Jonathan le sue tentate prodezze sessuali, se quella sera ha toccato Susan qui o là, cosa gli ha fatto lei. Questa non è timidezza, è pornografia morale, che giustamente viene punita dal desiderio vincente di Jonathan istigato proprio da Sandy. E la liberal Susan, così piena di buoni principi, si fa violentare consenziente da Jonathan, di cui in tutto il film non ha nessuna stima: è il poter giocare su due tavoli mentendo su entrambi che le dà piacere, difatti, dopo essere stata con Jonathan non fa la cosa più semplice del mondo, dire a Sandy: “Fra noi è finita, sto con Jonathan adesso”, no, va malamente anche con Sandy. Bobbie non è la ragazza allegra per generosità sessuale, è una che i suoi conti ha cercato di farseli prima di Jonathan e durante Jonathan, e in fondo vince, spolpandolo con gli alimenti.
Non c’è sesso allegro, in Conoscenza carnale, ci sono delle voglie repentine a rischio di defaillance (Jonathan) o a rischio di sbadiglio (Sandy e Susan da sposati). E' come un timbrare il cartellino: in fabbriche diverse o nella stessa sempre cartellino è.
Una libertà senza liberazione, una libertà obbligata. Persino Cindy (Cynthia O’Neal) è meglio di loro, perché schietta nel cinismo e nella dominanza. Jennifer (Karol Kane), la diciottenne che piagnucola alla fine, quando Jonathan mostra il catalogo delle sue donne, poteva scegliersi un Pigmalione che non fosse Sandy, che è pedante anche nei vizi.
L’agnizione finale, quando fra le donne delle diapositive compare Susan, è una agnizione per modo di dire: Sandy non poteva non sapere, gli secca solo che la cosa esca così, in un catalogo. Certamente il rapporto fra i due proseguirà, saranno sempre come i ladri di Pisa, affratellati dal pensare entrambi di essere meglio l’uno dell’altro, gran consolazione. Ne Il laureato Nichols aveva dato tutte le colpe ad Ann Bancroft , ed il pubblico unanime aveva sospirato di sollievo. Ma qui non è così, meglio dare un voto basso a Conoscenza carnale, anzi, meglio non votarlo addirittura: dire tu non esisti è peggio di dire tu sei cattivo, si sa. Io lo rivedo volentieri, questo film. E’ una delle opportunità di periodica lubrificazione dei sentimenti: decidere di buttare via l’olio vecchio, e spendere un po’ per l’olio nuovo. Il testo teatrale di Jules Feiffer che fu all’origine del film è stato rappresentato in teatro solo vent’anni dopo senza mai ottenere un grande successo, come era inevitabile.