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sabato 1 novembre 2008

La lunga strada azzurra

La lunga strada azzurra, di Gillo Pontecorvo, Maleno Malenotti (1957) Dal racconto "Squarciò" di Franco Solinas, Sceneggiatura di Ennio De Concini, Gillo Pontecorvo, Franco Solinas Con Yves Montand, Alida Valli, Francisco Rabal, Umberto Spadaro, Peter Carsten, Federica Ranchi, Mario Girotti (Terence Hill), Ronaldo Bonacchi, Giancarlo Soblone Musica: Carlo Franci Fotografia: Mario Montuori (103 minuti) Rating IMDb: 6.9
Ottavio
Un recente articolo di Carlo Petrini (quello di Slowfood) sulla pesca illegale che massacra il nostro mare mi ha ricordato il vecchio film di Gillo Pontecorvo che trattava lo stesso argomento. Petrini cita specificamente il film riassumendone la trama per concludere che la pesca illegale, se cinquant’anni fa (il film è del 1957) era un’attività tutto sommato artigianale e geograficamente circoscritta, ora, nel mondo globalizzato ha assunto delle caratteristiche industriali e una diffusione planetaria.
Veniamo al film. Una comunità di pescatori vive in un villaggio sul mare di fronte ad una miriade di isole (il film è girato in Dalmazia). Uno dei pescatori è Squarciò, ambiguo e tormentato protagonista della storia, il quale, unico nella comunità, pesca con gli esplosivi (e quindi distruggendo indiscriminatamente la fauna ittica), ma mantenendo un codice morale di attenzione verso la risorsa comune: non pesca mai nell’arcipelago dove pescano gli altri. In questo modo conserva la solidarietà dei “colleghi buoni”, pur isolato dalla sua scelta illegale e dalle miglia nautiche che mette tra sé e gli altri. La scena cambia quando arriva un nuovo maresciallo guardiacoste che con le sue continue ispezioni in mare rende precaria l’attività illegale di Squarciò.


Questi, in difficoltà finanziarie, viene meno al suo codice morale per il quale era rispettato da tutti e si scontra inevitabilmente con la comunità, con conseguenze anche sulla sua famiglia, finché rimane vittima dello stesso esplosivo, strumento del suo lavoro.
Il film ha diversi lineamenti interessanti.
E’ il primo lungometraggio di Pontecorvo e non è considerato, si può capire, il suo miglior film.


Sorprendente che un regista al primo impegno significativo (prima di allora aveva realizzato solo documentari) abbia potuto disporre di professionisti del calibro di Yves Montand (Squarciò) e Alida Valli (la moglie), che peraltro, a mio parere, non avevano il phisique per il ruolo. Forse è vero quello che ho letto in merito e cioè che gli attori sono stati imposti dalla produzione per motivi di cassetta, mentre Pontecorvo avrebbe preferito attori non professionisti, come ha fatto abbondantemente in seguito (es. La battaglia di Algeri). Pontecorvo evidentemente si era formato nel neorealismo, ma i produttori… avevano altri obiettivi!
(Nel film, nella parte del fidanzato della figlia di Squarciò c’è il giovane attore Mario Girotti, che assumerà in seguito il nome d’arte Terence Hill…)
Il film è stato girato in Dalmazia, come ho detto sopra, sicuramente perché l’ambiente corrispondeva alla sceneggiatura e forse anche perché uno dei coproduttori era l’Ente cinematografico di Stato della Jugoslavia. In effetti la vicenda era stata ricavata da un romanzo di Franco Solinas (autore con Pontecorvo anche della sceneggiatura), a sua volta ricavato da una storia vera svoltasi nell’immediato dopoguerra nell’arcipelago della Maddalena, in Sardegna.


Il vero Squarciò era di origini ponzesi, come la sua famiglia, e la sua vita si è consumata nella “droga” del suo modo di pescare. Durante la seconda guerra mondiale e nel dopoguerra andare a pescare era diventato quasi impossibile; l’andare in mare era motivato solo dalla sopravvivenza.
Il modo più semplice e veloce era pescare con le “bombe”. La materia prima era abbondante: le mine lasciate dai tedeschi lungo le coste per impedire lo sbarco degli alleati venivano disinnescate dagli americani e poi recuperate dai pescatori, a loro rischio e pericolo. Così pure il vario materiale bellico abbandonato dai vari eserciti di passaggio sulla nostra penisola.
Benché questo tipo di pesca fosse proibito le autorità chiudevano un occhio, viste le condizioni di vita di tante popolazioni. Alcuni pescatori, come Squarciò, ne fecero una professione che andò avanti per molto tempo. Dalla Maddalena si spingeva fino in Corsica e spesso ebbe dei guai con la locale Gendarmerie. In ogni caso l’attività si rivelò relativamente redditizia, tant’è che, come si diceva all’epoca, era l’unico pescatore che aveva la “serva” in casa. Finì la sua esistenza come raccontato nel film, e come lui tanti poveracci che cercavano di far sopravvivere in quel modo illegale le proprie famiglie.
Così era la vita allora: il mondo dei pescatori con i mandolini e il fazzoletto al collo (o la bandana) esisteva solo nei film della commedia all’italiana. Certamente più vicino alla realtà erano Visconti, con il suo La terra trema e, nella letteratura, il Verga de I malavoglia.

Sull’argomento ho anche un’esperienza diretta.
Ho vissuto quegli anni in un paese minerario, non lontano dal mare (vedi il post su Il figlio di Bakunin). I minatori avevano delle paghe veramente misere e tiravano avanti con difficoltà. Uno degli espedienti era quello di sfruttare le risorse del mare vicino. Chi non aveva un orticello da coltivare, la domenica, unico giorno libero dal lavoro, si recava al mare a raccogliere, per poi rivendere, le cocciuas (una specie di arsella) nei fondali bassi e sabbiosi, oppure a pescare con le “bombe”. In miniera si usava normalmente la dinamite per frantumare il fronte della vena di minerale facendo così avanzare le gallerie, quindi non era difficile procurarla. Inoltre i minatori usavano le lampade a carburo per illuminare la loro attività nel sottosuolo ed il carburo, a contatto con l’acqua, sviluppa un gas a forte pressione con effetti simili ad un’esplosione. Per i pesci ambedue i sistemi erano micidiali.
Li ricordo ancora: i padri si sistemavano sulla scogliere e lanciavano le “bombe” in acqua. I pesci uccisi venivano a galla per qualche minuto ed i figli dei minatori si tuffavano a raccoglierli.
Non era giusto, ma che alternativa c’era?
Per fortuna la natura, se non continuamente sfruttata, ritrova i suoi equilibri. Lo riscontro ogni volta, una volta all’anno, quando ritorno a pescare in quel mare.


Tornando al film, è stato giudicato dai critici pulito, onesto, civile (quindi non eccezionale). Viene messo in risalto il confronto tra l’individualista-egoista Squarciò ed i pescatori “regolari” che risolvono i problemi del “mercato” formando una cooperativa per assumere una maggior forza contrattuale nei confronti dei grossisti. Squarciò, peraltro, muore “bene” affidando al figlio il messaggio secondo cui sono gli altri pescatori ad essere nel giusto e quindi a seguirne l’esempio.
Ultima notazione: la pellicola è a colori ma ho visto il film in un vecchio passaggio televisivo, quando ancora il mio apparecchio era in bianco e nero. Continuo a pensare che sia meglio così.

sabato 11 ottobre 2008

Sideways - Il vino al cinema

Sideways, di Alexander Payne (2004) Racconto di Rex Pickett, Sceneggiatura di Alexander Payne, Jim Taylor Con Paul Giamatti, Thomas Haden Church, Virginia Madsen, Sandra Oh, Marylouise Burke, Jessica Hecht, Missy Doty, M.C. Gainey, Alysia Reiner, Shake Tukhmanyan, Shaun Duke, Robert Covarrubias, Patrick Gallagher, Stephanie Faracy, Joe Marinelli Musica: Rolfe Kent Fotografia: Phedon Papamichael (126 minuti) Rating IMDb: 7.8
Ottavio
Il maestro Riccardo Muti sostiene che la musica classica si apprezza compiutamente dopo i quarant’anni.
Penso sia vero, almeno a me è successo così.
Dopo aver trascorso anni ad “educare il mio udito” ascoltando musica leggera di varia qualità (per lo più pessima, ma qualche volta gradevole, ancora oggi!) e jazz nelle sue varie fasi (anche qui buono e cattivo), il piacere attraverso il senso dell’udito lo raggiungo quasi esclusivamente con la musica classica (anche qui ho naturalmente la mia hit parade, variabile ovviamente nel tempo).
Lo stesso si potrebbe affermare per il vino. Si arriva a riconoscerne la qualità e a distinguerne ed apprezzare le varietà solo dopo un lungo “tirocinio giovanile” durante il quale si ingurgita di tutto, bevande naturali ed artificiali, dolci ed amare, seguendo la moda del momento e, ancor più, sottostando alla subdola opera di convinzione della pubblicità.

Solo ad un certo punto, più o meno verso gli anni citati, la maturità consente di effettuare scelte più ponderate.
Si acquista la consapevolezza della cultura del vino, se ne conosce la storia (verso la media-tarda età del Bronzo, 1500 anni a.c. circa, si diffonde nel Mediterraneo la coltivazione della vite, originaria dall’area caucaso-anatolica), il suo ruolo nella civiltà agricola, la sua importanza nella vita sociale ed economica e, non ultimo, la cromatica presenza della vite, spesso insieme all’ulivo, nel nostro paesaggio.
E naturalmente, last but not least, il suo ruolo in enogastronomia.
Il cinema ha trattato il vino generalmente nel suo contesto quotidiano. Le pellicole italiane lo vedono associato al mondo popolare (penso soprattutto ai film del dopoguerra), nelle trattorie romane degli artisti squattrinati, sui tavoli di legno sotto le frasche delle osterie di periferia. E’ insomma un componente immancabile della vita del popolo di tutti i giorni.
Nei film stranieri (soprattutto francesi ma anche tedeschi) riflette invece la più raffinata considerazione che possiede in quei paesi. Si assiste per esempio a cene in eleganti ristoranti dove si ordina una bottiglia di Batard-Montrachet 1898 o di Poully Fumée 1924 invece di un litro de quello bbono dei nostri.


Ma è sempre un contorno, un particolare, mai che assuma un ruolo da protagonista! O quasi mai: ricordo vagamente un Segreto di Santa Vittoria (intesa come Santa Vittoria di Alba, Langhe) dove si rappresenta un episodio della seconda guerra mondiale consistente nel fatto che gli abitanti del paese proteggono dalle requisizioni dei tedeschi la loro ricchezza costituita da un numero considerevole di bottiglie d’annata del loro ottimo vino.
Anche in Racconto d’autunno di Rohmer il vino fa da “catalizzatore” nell’incontro tra la matura vedova viticultrice Magali ed un attempato e buon intenditore single in cerca di decorosa sistemazione matrimoniale.
E probabilmente anche in qualche altro…

Dove invece il vino, pur non essendo citato nei titoli di testa o fra gli interpreti, è presente nella sceneggiatura dall’inizio alla fine, è sicuramente in Sideways, un film americano abbastanza recente. Curioso che siano gli americani i primi a celebrarlo, abituati come siamo a considerarli nella letteratura dei bevitori di birra o di bourbon (e di quelle altre schifezze, parere personale s’intende, come la coca cola etc). E’ vero ormai che il vino viene prodotto (e bene!) in tutto il mondo (dall’Australia al Sudafrica al Cile e alla California), ma al di fuori del Mediterraneo la coltivazione della vite sarà iniziata da uno – due secoli. Insomma, i nostri cineasti, pur immersi nella millenaria civiltà di cui dicevo sopra, si sono fatti soffiare l’idea!
Ma torniamo a Sideways.

E’ la storia di una settimana speciale vissuta da due amici fraterni, entrambi di mezza età. Jack è un attore di serial televisivi in procinto di sposarsi, senza troppo entusiasmo. Miles, divorziato da due anni, e scrittore ancora alla ricerca del successo, decide di fargli un regalo speciale: una settimana da trascorrere sulle strade del vino della California, per un piacevole e intenso addio al celibato fra calici di nettare e campi da golf.
Miles, che è anche insegnante, è un appassionato di vini (e un patito del Pinot nero): le sue conoscenze in materia sono tali che potrebbe benissimo sfruttarle in un lavoro (di esperto, consulente etc): invece la sua aspirazione è quella di essere uno scrittore “pubblicato”. Nella settimana in cui si svolge la vicenda attende la decisione di un editore riguardo la pubblicazione di un suo romanzo. Nelle sue intenzioni, il viaggio nelle varie wine valley (Sideways significa “strade laterali”) deve servire anche a dotare di un minimo di cultura enologica l’amico Jack, ragazzone belloccio e piuttosto grezzo, nonostante l’età, e di semplici sentimenti.

Nella prima enoteca che incontrano Miles dà una prima mitica lezione, davanti ad una coppa di vino rosso: per prima cosa si guarda il bicchiere in trasparenza per apprezzarne il colore, poi si affonda tutto il naso nel bicchiere e si aspira profondamente per scoprirne tutti gli aromi, poi si assaggia un sorso tenendolo in bocca quanto basta per sentirne i sapori e in fine si inghiotte per rilevarne il retrogusto. Una scena cult per gli enofili!
Mentre Miles, tra un assaggio e l’altro, ha in testa il destino del suo romanzo, Jack ha il pensiero fisso di combinare qualche amorazzo con le femmine che incontra.
Ebbene, ne incontreranno diverse, nel loro viaggio, e il loro approccio sarà radicalmente diverso: per lo scrittore devono essere rare, come i grandi vini, da apprezzare e da sorseggiare nella loro maturità; per il belloccio divo da soap opera, devono essere “consumate” presto come un vinello leggero e frizzantino.


Ambedue andranno incontro a cocenti delusioni: Miles viene informato dal suo agente che l’editore non pubblicherà il suo libro: per consolarsi, grande scena, si gode il pezzo migliore della sua cantina, una mitica bottiglia di Cheval Blanc del 1961, da solo, in un fast food, versandolo di nascosto in un bicchiere di plastica. E le avventure di Jack si concluderanno in modo tragicomico, tanto da farlo tornare piuttosto pesto dalla promessa sposa.
Insomma questo viaggio alla ricerca del Pinot perfetto sembra un’alcolica metafora che rappresenta l'obbiettivo della felicità sfuggito, nella vita reale, ad entrambi.
Ma Miles conoscerà Maya che, come lui, vive per la gioia di una buona bottiglia.
Maya, in uno dei momenti più intensi del film, dice che il vino è vivo, come ognuno di noi. Nasce, cresce e raggiunge la maturità. In quel momento, ha un gusto fantastico. Non ci si sorprende se Miles se ne innamora, ricambiato. Potenza del buon vino!


venerdì 5 settembre 2008

Il vento fa il suo giro (2)

E l'aura fai son vir, di Giorgio Diritti (2005) Sceneggiatura di Giorgio Diritti e Fredo Valla Con Thierry Toscan, Alessandra Agosti, Dario Anghilante, Giovanni Foresti, Caterino Damiano, Giacomino Allais, Daniele Mattalia, Ines Cavalcanti Musica: Marco Biscarini, Daniele Furlati Fotografia: Roberto Cimatti (110 minuti) Rating IMDb: 8.2
Ottavio
Capita ogni tanto che tra la propria vita e quella della società circostante si formi come un compartimento stagno. Succede per esempio nei periodi di lavoro intenso, quando uno si sogna i problemi anche di notte, o quando si soggiorna all’estero per un tempo significativo (i fatti e misfatti della madrepatria arrivano attutiti) o quando la propria attenzione è dedicata ad un evento o situazione così importante da annullare tutto il resto. In questi casi si perde la cognizione di quello che succede nel mondo e quando si ritorna “consci” si scoprono novità buone e cattive.

Eppure, per evitare queste involontarie “perdite di contatto” basterebbe mantenere l’abitudine di frequentare con continuità le sale cinematografiche. La quantità e qualità di nuovi film disponibili ogni anno e una conseguente scelta mirata tra impegno e intrattenimento ci fa capire, meglio, a mio parere, di quello che si riesce ad ottenere dagli altri media, “dove siamo”.
Il cinema, insomma, traccia la storia. Basterebbe una ventina di film, secondo me, per spiegare l’evoluzione (o l’involuzione, a seconda della sfaccettatura considerata) della società italiana nel dopoguerra; un giorno mi divertirò a compilare questa lista.

Ad esempio, se uno volesse esaminare il più rilevante fenomeno sociale degli ultimi 15 – 20 anni, l’immigrazione, e capire gli effetti che ha provocato in Italia (paura del diverso, ansia di sicurezza, ostilità, con punte di razzismo, verso gli “stranieri”) avrebbe ampio materiale di studio. Per citare solo alcuni titoli recenti, La sconosciuta di Tornatore o La giusta distanza di Mazzacurati.
Ma uno mi ha colpito per una particolare coincidenza: benchè uscito nel 2005 l’ho visto al solito cineforum una settimana prima delle ultime elezioni politiche. Dopo aver visto il film il risultato elettorale più eclatante (il successo della Lega Nord) non mi ha sorpreso più di tanto.
Ma andiamo con ordine.
Il film in questione è Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti (che, confesso, non avevo mai sentito nominare). Al di là del tema e del messaggio di fondo, che vedremo, contiene molti lineamenti interessanti. E’ stato girato in Val Maira, una delle valli occitane del Piemonte, in un paese che ha mantenuto la sua antica struttura, benchè degradata per il tempo e per il parziale abbandono; gli attori sono non professionisti (peraltro molto bravi nelle parti dei perfidi e degli invidiosi), eccetto il protagonista e la moglie; i dialoghi tra paesani sono nel dialetto originale, derivato dalla lingua d’Oc (a questo proposito si assiste ad interessanti dialoghi tra il protagonista e l’intellettuale-artista del paese sulla civiltà d’Oc esistente nella Francia meridionale, ma anche nelle valli con essa confinanti del Piemonte, intorno all’anno 1000, e praticamente distrutta nella crociata contro gli Albigesi, eretici catari della Linguadoca. Probabilmente è un riferimento a quanto accadrà nella vicenda raccontata.)

Veniamo ora al film.
Philippe è un ex professore che ha fatto la scelta di vivere secondo natura. E’ diventato un pastore di capre in Francia e, grazie al suo entusiasmo e all’aiuto della famiglia, moglie e tre figli, ricava dalla nuova attività di che vivere decorosamente.
Purtroppo il suo paese viene individuato come sede per una centrale nucleare e allora decide di trasferirsi con tutta la sua famiglia in un paesino di poche anime, sulle montagne piemontesi.
Il paese, pieno di pascoli abbandonati e di testimonianze di antiche pastorizie, gli sembra adatto per esercitare la sua attività. È un paese praticamente spopolato dall'emigrazione verso i centri maggiori e le città, che vive quasi soltanto di seconde case e vacanze estive. Ma i pochi residenti stanziali e quelli pendolari, a partire dal sindaco, proteggono le tradizioni, preservano e custodiscono la specificità come un gioiello.
Philippe dunque si presenta al bar del paese dichiarando agli attoniti avventori di essere interessato all’acquisto di una casa con tutto il necessario per il suo lavoro (stalla per le capre, locale per la preparazione e la stagionatura del formaggio etc).

Da questo momento inizia un percorso di reciproco studio, di confronto-scontro, risolto in una maniera davvero notevole. Con una ricchezza di sfumature e sottigliezze davvero preziosa. Il primo stadio è quello della sorpresa venata di diffidenza. Per i pochi paesani rimasti, usi ormai ad una “tranquilla” rassegnazione e decadenza, la novità rischia di compromettere questo precario equilibrio. Il secondo è quello dell'accoglienza e della collaborazione: tutto il paese si dà da fare per aiutare i nuovi venuti a trovare una sistemazione, a inserirsi. E’ il momento in cui gli abitanti del paese si scuotono dal loro torpore e intravvedono l’opportunità di una nuova vita. Il terzo stadio è quello del crescere sordo e poi dell'esplodere violento di tutte le pulsioni negative: le gelosie, l’ostilità fino alla xenofobia. Sembra quasi che i paesani non accettino il successo di una forma di vita e di economia che avevano abbandonato. Alla fine, inevitabile, l'espulsione dell'intruso, contrassegnata da uccisione di animali, un suicidio in un’atmosfera di abbrutimento generale. Emblematica la frase finale del film, pronunciata dal sindaco del paese, uno dei pochi buoni del film: ”Come ci siamo ridotti!”

Altri (pochi), come Philippe e la moglie, hanno abbandonato fabbrica od ufficio e vita urbana per tornare all’agricoltura o alla pastorizia (ne ho conosciuto qualcuno, che non sopportava l’aria degli stabilimenti petrolchimici), cercando di raggiungere un nuovo equilibrio con le cose del mondo. Certo, se l’ambiente umano non li aiuta è una scommessa persa in partenza.
Che dire? Nel cuore dell’uomo alberga naturalmente la “cattiveria”? Solo nelle grandi calamità (guerre, carestie, povertà) si esprimono buoni sentimenti?

Non entro in particolari dettagli sul film per rispetto verso coloro che non l’hanno ancora visto e che possono ancora farlo (lo consiglio vivamente). E’ un tipico “caso di studio” cinematografico: il film esce nel 2005 ma non trova distributore; esce in poche sale perché il produttore lo vende porta a porta (quasi), dal 2007. A questo punto si sviluppa il passaparola e così la programmazione si estende, non solo limitata ai cineforum. E così diventa appunto un caso: se ne discute, attraverso i media e i vari festival del cinema, non solo tra gli addetti ai lavori, i quali peraltro sono prodighi di riconoscimenti. Sarà che la lingua batte dove il dente duole?
A proposito, sui quotidiani di oggi rilevo che a Milano è ancora in programmazione al cinema Mexico…

martedì 25 marzo 2008

Zelig

Zelig, di Woody Allen (1983) Con Woody Allen, Mia Farrow, John Buckwalter, Marvin Chatinover, Stanley Swerdlow, Paul Nevens, Howard Erskine, Gale Hansen, Michael Jeter, Peter McRobbie, Maeie Louise Wilson, Alice Beardsley, Paula Trueman Musica: Dick Hyman, Ray Henderson Fotografia: Gordon Willis (79 minuti) Rating IMDb: 7.5
Ottavio
Woody Allen è un personaggio che merita spazio in un blog sul cinema ed in effetti vedo cinque post per le sue regie, oltre a numerose citazioni nei commenti ad altri film. Peraltro, essendo un autore piuttosto prolifico, ce n’è sempre qualcuno da aggiungere. Zelig, a mio parere, è uno dei suoi migliori.
Il film racconta la storia bizzarra di Leonard Zelig (Woody Allen), un americano immaginario che sul finire degli anni Venti mette a subbuglio l'opinione pubblica e il mondo della scienza per la sua capacità di trasformarsi, fisicamente e psicologicamente, nella persona con cui viene a contatto. Nella sua smania di essere accettato e amato ha sviluppato la capacità camaleontica di assumere le caratteristiche somatiche, psichiche, lessicali e professionali di qualsiasi interlocutore (diventa nero in mezzo ai neri, un medico in mezzo ai medici e così via).

Mentre l’America si appassiona alle sue metamorfosi e lo porta in trionfo, i medici lo pongono sotto osservazione, ovviamente divisi su diagnosi e prognosi. L'unica che sembra capirci qualcosa è la giovane psichiatra Eudora (Mia Farrow). Sotto ipnosi, Zelig le confessa infatti di voler piacere a tutti, perché questo gli dà sicurezza. Le cure si interrompono quando la sorellastra si fa consegnare Zelig per sfruttarlo come fenomeno da baraccone, ma riprendono dopo che l'uomo, portato lo scompiglio nella loggia di San Pietro accanto a Pio XI, è stato trasferito nella casa di Eudora. Nel corso di sedute filmate di nascosto, Zelig si identifica con la sua dottoressa ma anche confessa di amarla “nonostante sia una pessima cuoca”.
Guarito (cioè trovato il coraggio di avere una propria personalità), e ancora festeggiato come un eroe nazionale, Zelig sposerebbe Eudora se donne di ogni classe e colore non protestassero di essere già state impalmate e rese madri da lui, quanti l'hanno applaudito non gli si voltassero contro e la giustizia non lo perseguitasse. Travolto dalla morale comune, Zelig ha una ricaduta e sparisce di circolazione. Riappare sul podio accanto a Hitler, sfugge alle SS trasformandosi in pilota di aereo, e stabilisce il record della traversata atlantica a testa in giù. Per cui è di nuovo osannato dalle folle americane, perdonato dal presidente, e finalmente può sposare la sua salvatrice.

Nel film sono stati individuati alcuni lineamenti principali: è un apologo sul conformismo, poi una riflessione sul mito del successo e sulla mania, tutta americana (solo americana?), di trasformare in idolo chiunque abbia un particolare talento e poi dimenticarlo con altrettanta velocità. Qualcuno ha visto rappresentato anche lo sforzo d’integrazione degli emigranti Usa.
Allen fa dunque un discorso morale, e critica di costume (il conformismo porta al fascismo, emblematica l’apparizione insieme a Pio XI e a Hitler ), alternando sapientemente satira feroce e benevola presa in giro dei suoi connazionali.
Tre spunti personali su Zelig.
Uno. Uno degli aspetti positivi dell’aver lavorato tanti anni in una multinazionale è stato quello di aver conosciuto un sacco di gente e quindi di tipi umani (dal carrierista senza scrupoli a quelli che “vivono per lavorare”, agli opportunisti etc etc. Naturalmente ho conosciuto anche tante persone equilibrate). Ho visto anche persone che di fronte ad un interlocutore, generalmente gerarchicamente superiore o comunque dotate di maggiore ascendente, ne copiavano gli atteggiamenti esteriori (es. braccia conserte, mani in tasca, mento nella mano etc); il culmine veniva raggiunto con il tentativo di riprodurne le inflessioni dialettali! Dunque gli Zelig esistono anche intorno a noi.
Due. Giovanni Grazzini ha scritto sul Corriere all’epoca (1983) che “ Il capitolo “chicche” non è previsto dalle storie del cinema. Bisognerà provvedere per collocarvi il film di Woody Allen, appunto una ghiottoneria per palati fini: non un grandissimo film, e che nemmeno fa sbellicare, ma d'intelligenza lucida; di fluida vena sarcastica, e di formula originale”. La prima volta che ho sentito il termine “chicca” associato ad un film è stato durante la presentazione di Echo Park (grazioso filmetto con Tom Hulce, il Mozart di Amadeus) da parte del critico del cineforum aziendale. Assunto che il significato, per come l’ho recepito, sia “gioiellino fuori del comune, nel suo genere più unico che raro”, non andrebbe applicato al film di Woody Allen, che altrimenti di “chicche” ne avrebbe collezionato parecchie.
Tre. Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere degli articoli sulla cine-terapia, ovvero sulla cura di alcune malattie attraverso la visione di film appropriati. La si applica in psicanalisi (e qui è quasi scontato: la visione di un film provoca emozioni, può tornare a galla quello che si è cercato di rimuovere) ma anche (forse il meccanismo è lo stesso) nella cura della demenza senile. Più in generale in un film uno può “vedere” sé stesso e la sua, eventuale, patologia, e quindi correggersi.
La visione di Zelig è quindi consigliabile per tanta gente.

Del resto Bergman, che Allen ha eletto a maestro, afferma che non siamo altro che la somma dei libri che abbiamo letto e delle persone che abbiamo incontrato. Siamo, quindi, tutti un po' degli Zelig?

domenica 9 marzo 2008

Sogni proibiti

The Secret Life of Walter Mitty, di Norman Z. McLeod Racconto di James Thurber, Sceneggiatura di Ken Englund, Everett Freeman, Philip Rapp Con Danny Kaye, Virginia Mayo, Boris Karloff, Fay Bainter, Ann Rutheford, Thurston Hall, Gordon Jones, Florence Bates Musica: David Raskin Fotografia: Lee Games (110 minuti) Rating IMDb: 7.2
Ottavio
Sogni. In questi giorni di revisione del mio catalogo dei brani musicali (ormai il computer diventa necessario anche per questo) è un concetto che ricorre spesso, da Schumann a Prokofiev, per non parlare di Mendelssohn o di Liszt.
Anche il cinema ha dedicato ampi spazi all’argomento, sia nei contenuti (ricordo qui di sfuggita L’impiegato di G. Puccini, con Nino Manfredi, film con diverse affinità con quello che intendo trattare nel post) sia addirittura nei titoli: qui si va dal nobile Sogni di Kurosawa al Sogni d’oro di Nanni Moretti. Ma con qualche riflessione se ne potrebbero citare decine...
Come è noto, sogno ha almeno due significati: può riguardare speranza o illusione, oppure, inteso come manifestazione dell’inconscio durante il sonno, viene utilizzato nello studio dell’analisi della psiche. Ancora, si definiscono sogni... ad occhi aperti le creazioni di situazioni immaginarie, normalmente sviluppate per gratificare il proprio io; sono tipiche manifestazioni dell’infanzia (alzi la mano chi non si è mai immedesimato in un eroe o in un’eroina del suo tempo, un avventuriero alla Sandokan o un cow boy del West o un grande calciatore) probabilmente utili per sviluppare la fantasia e per individuare modelli ideali di riferimento. Quando però i sogni ad occhi aperti si fanno da adulti, beh, allora sono fughe dalla realtà che si presenta scomoda, indici di debolezza umana, e ci avviciniamo pericolosamente alla patologia.
E’ quello che succede a Walter Mitty (Danny Kaye) in Sogni proibiti. Walter è un giovane correttore di bozze che evade in avventurosi sogni da una vita dominata da una madre autoritaria (Ann Rutherford, grande caratterista inglese) e da un principale insopportabile (Boris Karloff, non ancora Frankestein!). Nell’ufficio dove lavora, inoltre, c’è anche la bellona e irraggiungibile Virginia Mayo, di cui è inevitabilmente innamorato ma che non lo degna di attenzione, ulteriore causa di depressione. Bistrattato da tutti, Walter ha ormai ripudiato la vita reale, ricca soltanto di difficoltà, di sgradevoli compagnie e di mortificazione, in cambio della vita che sa offrirsi con l’immaginazione, momento per momento. In funzione degli spunti che gli offrono le circostanze immaginerà d’incarnarsi di volta in volta nel grande chirurgo, nell’eroico aviatore, nel coraggioso cow-boy e in altri classici archetipi di Hollywood.

Walter infatti è un assiduo frequentatore delle sale cinematografiche e non può immaginarsi la vita se non negli scenari che ogni sera il cinema gli suggerisce. Così non ha altro conforto che di vedersi vivere, però sotto altre spoglie e in ben altre circostanze che non siano quelle della sua mediocre esistenza. Soltanto in sogno si concede la forza, l’intelligenza, la bellezza e l’audacia che pure sa di possedere.
Intendiamoci, Sogni proibiti è un film comico. E’ stato girato negli Usa nel 1947, a due anni dalla fine della guerra, quando l’America aveva bisogno di allegria e di messaggi positivi. Il film infatti ha un lieto fine, quando si presenterà a Walter una situazione reale di pericolo che riuscirà a risolvere brillantemente, conquistando così la stima e la considerazione di tutti e in particolare l’amore della bellona. E Danny Kaye è un grande attore, un comico che-mi-faceva-ridere. Ma riconsiderando la vicenda sessant’anni dopo, ha più i connotati del dramma (anche se nel dramma ci sono i lati comici). Per questo considero pericolose quelle realtà virtuali che pare sia possibile creare nel mondo di Internet secondo i propri desideri e le proprie preferenze, senza vincolo alcuno. La mente continuerà a saper discernere tra mondo reale e mondo virtuale?
Però, come rifiutare una vita di cui si può regolare il corso?

giovedì 7 febbraio 2008

Baciami stupido

Kiss Me, Stupid di Billy Wilder (1964) Commedia di Anna Bonacci, Sceneggiatura di I.A.L.Diamond, Billy Wilder Con Dean Martin, Kim Novak, Ray Walston, Felicia Farr, Cliff Osmond, Barbara Pepper, Skip Ward, Doro Merande, Bobo Lewis Musica: André Previn, Fotografia: Joseph LaShelle (125 minuti) Rating IMDb: 7.0
Ottavio
Mi piacciono le sorprese al cinema. Mi piacciono talmente che nel cineforum che frequento abitualmente cerco di ignorare, per quanto possibile, le recensioni dei film in programma. Non sempre è possibile perché di film si parla diffusamente nei media, specie durante i festival oppure nei periodi di grande afflusso, come per le festività. Il bello dei cineforum, però, è che vengono inseriti nel programma anche (nel mio il numero è piuttosto consistente) film non troppo “chiaccherati”, il che mi permette, la sera della proiezione, di provare un’attesa curiosa ed eccitata. (Debbo, a questo proposito, chiedere venia al curatore del programma che diligentemente mi manda per posta elettronica la recensione del prossimo film in proiezione: il relativo messaggio viene impietosamente cancellato, per evitare tentazioni!).
A proposito di sorprese, uno vede un titolo, il nome del regista e degli interpreti ed ha capito tutto. Beh, non sempre!
Per esempio… verso la fine degli anni ’60 ero impegnato con i miei studi universitari. Probabilmente dopo una giornata passata sui libri ho pensato di svagarmi andando al cinema. Viste le condizioni l’ideale sarebbe stato un film leggero, di intrattenimento, e così la scelta cadde su Baciami stupido. La scorsa del cartellone, a parte la banalità del titolo, dava piene garanzie: Billy Wilder il regista, Dean Martin e Kim Novak gli interpreti principali. Mi preparai a vedere una brillante commediola holliwoodiana.

Nel film Dean Martin è un cantante famoso, in viaggio attraverso l’America per una tournée. Durante il viaggio è costretto a fermarsi in una cittadina di provincia per un guasto all’auto. Qui conosce un compositore di canzoni che lo ospita interessatamente, con la speranza che Dean inserisca nel repertorio le sue canzoni, permettendogli così di raggiungere il successo. Il compositore (Ray Walston), che gira con un ritratto di Beethoven stampato sulla maglietta, sa che Dean ha fama di tombeur de femme e spinge l’ospitalità (e convenienza) a procurargliene una.

Comincia col far passare una prostituta (Kim Novak) per sua moglie, dopo aver allontanato con una scusa la moglie vera, con l’intenzione di buttargliela tra le braccia. Il gioco si rompe perché Dean fa troppo sfacciatamente il galletto e allora Ray, in un sussulto di dignità (!?) lo caccia di casa: ottiene così una notte d’amore con Kim (sempre statua di ghiaccio, ma che statua!), commossa per essere stata trattata da Ray come una vera moglie.

Ma non finisce qui! Dean si reca verso una roulotte per passare la notte, e qui incontra la vera moglie di Ray (Felicia Farr) che ha il colpo di fulmine per il suo idolo: altra notte d’amore! Il film termina con gli abitanti della cittadina, compresi i protagonisti del film, che guardano alla televisione Dean che canta una canzone di Ray. Sono tutti contenti! E Felicia guarda enigmaticamente il marito e gli dice: “Baciami, stupido”.

Al termine della proiezione rimasi di princisbecco: ma come, l’America puritana che lascia passare due adulteri, una commedia senza lieto fine? E gli attori, uno sciupafemmine (il Dean Martin che avevo visto fino allora in coppia comica con Jerry Lewis) e l’altra una prostituta (una Kim Novak già misteriosa protagonista di Una donna che visse due volte). Ma dove sono finiti gli eroi positivi?
Mah, la conclusione fu che forse Billy Wilder si era ricordato di essere nato a Vienna, la città col primato degli adultéri, e si era stufato dell’ipocrita perbenismo (i classici vizi privati/pubbliche virtù) della società americana, e si era deciso di darne un ritratto tanto graffiante quanto veritiero.

Il film mi rimase comunque impresso, tanto che qualche anno dopo, in occasione di un passaggio televisivo, lo registrai. In quell’operazione misi tanta cura che finii sbeffeggiato da moglie e figlia quando seppero che avevo registrato un film intitolato Baciami stupido! Mi rifeci qualche anno dopo quando un giornale pubblicò che un famoso regista lo aveva classificato tra i primi dieci film in assoluto.

Nella preparazione alla scrittura di questo post ho scoperto due “chicche” interessanti. La prima è che il film è tratto da una commedia di Anna Bonacci ( L'ora della fantasia del 1944). Chi era costei?
La commedia era già stata portata sullo schermo in Moglie per una notte (1952), una delle cose migliori dell’ultimo Camerini.
La seconda è che la National Legion of Decency all’epoca (volevo ben dire!) è saltata addosso al regista per il doppio adulterio che viene consumato nel film, tanto che a uso delle sale americane è stata girata una scena sostitutiva: la brava moglie non si concede al cantante e l’intera vicenda perde ogni significato. Ah, questi americani!
Ehi! Ma noi all’epoca non avevamo una Commissione di Censura?

giovedì 10 gennaio 2008

Il fuorilegge

This Gun for Hire, di Frank Tuttle (1942) Dal romanzo "A Gun for Sale" di Graham Greene, Sceneggiatura di Albert Maltz, W.R.Burnett Con Veronika Lake, Robert Preston, Alan Ladd, Tully Marshall, Marc Lawrence, Olin Howland, Patricia Farr Musica: David Buttolph Fotografia: John F.Seitz (80 minuti) Rating IMDb: 7.7
Ottavio
Si può scrivere di un film senza conoscerlo? Impresa piuttosto dura, direi (ma qualche volta i critici sono accusati di aver scritto una recensione senza aver visto il film, specie se la recensione è una stroncatura!). Ancora, può un film suscitare emozioni e stimolare l’immaginazione senza averlo visto? Altrettanto dura, penso, però…
In un paese minerario della Sardegna, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, c’era un cinema. Era uno dei pochi passatempi per i minatori, i quali peraltro, essendo allora la settimana lavorativa di 48 ore, non avevano molto tempo per svagarsi. E allora la domenica, che fosse in programma I fioretti di San Francesco o Totò sceicco o uno dei film di Alberto Sordi, allora all’inizio della sua luminosa carriera, o, udite udite, Femmine folli di von Stroheim, il locale si riempiva di adulti e ragazzini fino all’ultimo sedile. Una specie di Cinema Paradiso in sedicesimo.
Le pareti della sala erano tappezzate di grandi locandine-manifesti su cui, durante le pause della proiezione, lo sguardo si posava per distrarsi. Ebbene, una di queste era particolarmente intrigante, e rappresentava in primo piano una languida Veronica Lake, con i lunghi capelli lisci e biondi; più indietro nella prospettiva c’era poi la tenebrosa figura di Alan Ladd, con classici cappello e trench alla Marlowe. Era la locandina de Il fuorilegge, banale traduzione di This gun for hire, titolo originale del film, quasi uguale al titolo del romanzo di Graham Greene da cui era stato tratto.
Quel manifesto, che ho osservato per anni, faceva intuire (nella mente di un bambino di 8 – 10 anni) un mondo misterioso fatto di spie, banditi, poliziotti e bellissime donne avventurose: non so dire quanto ci ho ricamato sopra: naturalmente in trame sempre inventate.
(Ahimé non sono riuscito a trovare “quel” manifesto in Internet: l’immagine all’inizio del post è solo la copertina del DVD oggi disponibile con il film e non rende quanto l’originale).
La trama vera l’ho scoperta più tardi.
Una grande industria americana fabbrica gas tossici e ne vende i segreti al Giappone. Il suo proprietario Brewster incarica, attraverso un losco intermediario, Gates, un ex dipendente, Raven (A. Ladd), killer solitario e nevrotico, di eliminare un uomo e la sua segretaria, in possesso di carte molto compromettenti. A missione compiuta , i mandanti decidono di disfarsi di lui e, dopo averlo pagato con banconote che risultano rubate lo denunciano alla polizia per furto.

Raven si rende presto conto di avere denaro che scotta e, benché costretto a fuggire, decide di vendicarsi. Nella sua fuga incontra casualmente Ellen (V. Lake), ufficialmente cantante in un night, in verità agente del controspionaggio e fidanzata di un poliziotto. Ellen, che lavora in un locale di Gates, è stata incaricata di indagare su di lui, sospettato di spionaggio a favore del Giappone. Durante l’incontro con Raven, in treno, la ragazza si commuove dinanzi a questa figura di uomo sfortunato e gli fa sentire per la prima volta un po’ di umanità. Ritenuta sua complice perché in sua compagnia, lo segue nella fuga. Ben presto scoprono di avere nemici in comune.
Inseguiti in una fabbrica deserta e in uno scalo ferroviario, i due giungono a un patto: lei lo aiuterà a mettersi in salvo se lui costringerà Gates e l'industriale Brewster a confessare la fornitura di armi chimiche al nemico. Introducendosi nella sede della compagnia durante una prova con le maschere antigas, Raven arriva fino all'ufficio del presidente e riesce a strappargli una confessione, prima di uccidere lui e Gates e restare ferito mortalmente in un successivo scontro a fuoco con la polizia.

Qualche decennio dopo le mie fantasticherie sul manifesto, infatti, la nostra TV ha offerto un buon remake del film con il giusto titolo Una pistola in vendita e interpretato da Ilaria Occhini e Corrado Pani. Ho potuto così rivisitare Il fuorilegge così come impostato da Graham Greene, con gli interpreti “originali” e senza varianti fantasiose.
Per la verità il film, rispetto al romanzo, ha subito alcune modifiche, imposte dal momento: nel 1942 la guerra col Giappone era già in corso (nel romanzo è solo una minaccia) e quindi era necessario mobilitare il senso patriottico degli spettatori. Così una cantante di night diventa agente segreta e un criminale si sacrifica per salvare il suo paese.
Malgrado questi aspetti di propaganda il film è un buon noir, o meglio, intuisco che lo sia. Ha tutti gli ingredienti per esserlo, una trama avvincente, un eroe dal passato tempestoso ma che si redime, dei cinici profittatori senza scrupoli, una donna fatale e, dulcis in fundo, girato in bianco e nero.
Il successo di questo film permise alla coppia Lake – Ladd di interpretare altri film di successo negli anni ’40, sempre sul filone noir. Evidentemente il clima dell’epoca era particolarmente adatto al tema, e Hollywood produceva in sintonia con l’umore del pubblico. Inevitabilmente col tempo il genere si è diradato.
L’ultimo noir con tutti i crismi che ho visto (escludo naturalmente quelli con pellicola a colori) è stato L’uomo che non c’era dei fratelli Coen, 2001. Peccato che fosse una parodia!

Alan Ladd, Veronica Lake, Robert Preston

lunedì 24 dicembre 2007

Alexandre... un uomo felice

Alexandre le bienheureux, di Yves Robert (1968) Sceneggiatura di Yves Robert, Pierre Lévi-Corti Con Philippe Noiret, Françoise Brion, Marlène Jobert, Paul Le Person, Tsilla Chelton, Léonce Corne, Pierre Richard Musica: Vladimir Cosma Fotografia: René Mathelin (100 minuti) Rating IMDb: 7.6
Ottavio
Come è noto, ogni nuova invenzione o scoperta non è buona o cattiva in sé, ma dipende dall’uso che se ne fa. Basti pensare all’energia atomica. O, a livello della nostra vita quotidiana, al telefono cellulare.
Per fare un esempio, da quando questo attrezzo è entrato nell’uso comune (ammetto che non se ne può più fare a meno) non riesco più a ripararmi dietro la mia incompetenza negli acquisti al mercato o al supermarket, e quindi scansare le relative corvée. Cioè, ora, col fido cellulare al seguito, mi reco al supermarket, osservo e riferisco, come un buon carabiniere, alla moglie remota, ed aspetto le disposizioni. Il tutto attraverso il diabolico dispositivo.
Qualcosa del genere succedeva al buon Alexandre (il grande Philippe Noiret) nel vecchio (1968) film Alexandre le bienheureux di Yves Robert. Ma andiamo con ordine.
Alexandre è un piccolo proprietario terriero della campagna francese che conduce la sua attività di agricoltore agli ordini (proprio!) di una moglie manager (Franςoise Brion) soprannominata “la Grande”.
La donna non lo aiuta ma gli pianifica in dettaglio l’attività in modo insopportabile, sicché Alexandre trascorre l’intera giornata al lavoro nei campi. Lo stress raggiunge il picco più alto quando la moglie scopre che con le radio ricetrasmittenti riesce a “guidare” anche da lontano le operazioni. E così assistiamo alla scena in cui Alexandre, sdraiato presso un covone di paglia per tirare il fiato in una pausa del lavoro, viene bruscamente aggredito dal gracchiare della radio che gli intima di raccogliere le zucche del Lussemburgo (ecco il riferimento alle righe iniziali). Insomma, una brutta faccenda.

Fortunatamente le pene del nostro coltivatore stacanovista cessano improvvisamente il giorno in cui la moglie muore in un incidente d’auto tornando da un funerale. Ora finalmente Alexandre, dopo anni di schiavitù, può tirare il fiato, alzarsi quando gli pare, andare a pesca invece di lavorare, riscopre insomma i piaceri dell’ozio. Sono memorabili le scene in cui Alexandre costruisce un sistema di corde e carrucole che collegano la sua camera da letto alla cantina, da cui può prelevare i salumi e mangiarseli direttamente a letto.

Questa vita beata potrebbe continuare indefinitamente, ma la radicale metamorfosi preoccupa la gente del villaggio: quella pigrizia conclamata rischia di essere un esempio deplorevole per l’intero villaggio, di conseguenza i compaesani si mobilitano per tentare di restituire ad Alexandre il gusto del lavoro: gli rapiscono il cane Kalì, gli tendono trappole... ma inutilmente, Alexandre è troppo felice della nuova vita.
Forse, pensano i compaesani, ci vuole un nuovo matrimonio per rimetterlo al lavoro come aveva fatto “la Grande”! Mandano allora in avanscoperta la bella droghiera Agata (Marlène Jobert) che si offre di sposare il ricco agricoltore in disarmo. Con la pazienza e le dovute moine la bella Agata fa breccia nel cuore di Alexandre, che infine si dispone ad accettare il nuovo passo.
Alexandre non deve essere però del tutto convinto perché all’ultimo momento, in chiesa davanti all’altare, se la dà a gambe inseguito dalla promessa sposa che lo chiama disperatamente. La scena è semplicemente mondiale: alla fatidica domanda “Vuoi tu sposare la qui presente…” Alexandre viene colto dal dubbio, in un lungo silenzio sempre più imbarazzante. Si scuote perché Agata comincia a schioccare le dita per sollecitarlo a rispondere, e allora prorompe in un “No, Noooooooooo…” e corre via.
Alexandre è definitivamente libero e “felice”.
Forse il film non è “politicamente corretto”, come hanno scritto alcuni, ma io l’ho trovato “ una deliziosa favola sulla pigrizia ambientata in una provincia francese raccontata con affetto” come Kezich.
Aveva tutto per piacermi, la vita in campagna, i personaggi del paesello, i cibi genuini; insomma, la nostalgia per il bel tempo antico.
Più in generale, l’esercizio di questo blog mi rammenta spesso film come questo, buoni prodotti artigianali (ma questo ha la chicca della presenza di Noiret). Un contributo che posso dare, come riconoscimento del buon tempo che mi hanno fatto trascorrere, è di toglierli dal dimenticatoio e raccontarli.

venerdì 14 dicembre 2007

La moglie del soldato

The Crying Game, di Neil Jordan (1992) Con Forest Whitaker, Miranda Richardson, Stephen Rea, Adrian Dunbar, Breffni McKenna, Joe Savino, Birdy Sweeney, Jaye Davidson, Andrée Bernard, Jim Broadbent, Ralph Brown Musica: Anne Dudley, "The Crying Game" cantata da Boy George Fotografia: Ian Wilson (112 minuti) Rating IMDb:7,2
Ottavio
Le recenti dichiarazioni dell’attuale presidente della Camera (“Questo centrosinistra ha fallito…” etc etc) mi hanno fatto venire in mente, alla luce di noti precedenti, l’apologo della rana e dello scorpione. (In verità non è capitato solo a me, visto che sono comparsi analoghi riferimenti sulla stampa, e, buon ultimo, nel Blog dell’altra sera su RaiTre).
L'apologo è notissimo ma lo citerò in breve: parla dello scorpione che, non sapendo nuotare, convince una rana a traghettarlo al di là di un ruscello. A metà del guado, senza motivo, la punge a morte. Alla rana, stupefatta, resta giusto il tempo di chiedergli perché mai abbia fatto una cosa tanto dissennata. Ora morirà egli stesso, annegato. E lui risponde: «Non posso farci niente, è la mia natura».
L’avevo sentito per la prima volta in occasione della visione del film La moglie del soldato di Neil Jordan, e ne ero rimasto colpito, così come per l’intero film, che peraltro mette in dubbio la conclusione dell’apologo.
Qualche tempo dopo mi era capitato di raccontarlo ad una parente fervente cattolica (quasi integralista), che ne era rimasta sconvolta (e lo credo bene, ma io sorpreso dalla sua reazione!).
Nel film l’apologo viene raccontato da Jody, soldato inglese di colore fatto prigioniero da un gruppo dell’Ira, al suo carceriere Fergus. Jody è stato rapito per essere oggetto di scambio con un boss dell’Ira, prigioniero degli inglesi. Fergus è un duro militante convinto di agire per una giusta causa e in questo ambito il prigioniero è un nemico. Nonostante le premesse, col passare dei giorni, tra i due si instaura un rapporto più umano (Fergus imbocca Jody perché il giovane soldato ha le mani legate dietro la schiena, gli parla, fino ad arrivare, per pietà, a togliergli anche il cappuccio).
Ma Jody sa che gli Inglesi non accetteranno mai lo scambio e dunque è consapevole del suo destino (da qui il racconto a Fergus dell’apologo); consegna perciò a Fergus una foto della sua ragazza chiedendogli di averne cura. Arriva, inesorabile, l'ordine di procedere all'esecuzione del soldato: e toccherà proprio a Fergus dover premere il grilletto. Fergus conduce Jody in un bosco per ucciderlo ma ha un attimo di esitazione e il prigioniero, in un disperato tentativo di fuga, finisce travolto da un blindato dei suoi commilitoni.

Ora è Fergus a dover fuggire, dagli inglesi e dai suoi compagni. Nella sua nuova vita clandestina un ricordo lo ossessiona, quello del volto di Dil, la ragazza di Jody. Per esaudire il desiderio del soldato, spinto dall’impulso di far vivere almeno l’amore di Jody, l'ex terrorista cerca ora quella donna. La troverà, a Londra, e ne resterà affascinato. Comincerà a frequentarla e se ne innamorerà profondamente: il legame che si crea è talmente forte da resistere anche alla sconvolgente scoperta che Dil è un transessuale.

Intanto, però, i suoi ex compagni non lo hanno dimenticato: si sono messi sulle sue tracce e, rintracciatolo, gli impongono di ritornare nel "giro". Lo coinvolgono in un difficile attentato, che fallisce. Fergus si salva ma non i suoi compagni; viene ritenuto causa del fallimento e una superstite della banda lo cercherà per eliminarlo, ma sarà salvato da Dil che ucciderà la terrorista. Fergus si dichiarerà responsabile dell’omicidio e verrà incarcerato.
La moglie del soldato ha un happy end: nell'ultima inquadratura, nel parlatorio di una prigione, l'obiettivo parte da un dialogo serrato, dolce e "innamorato" tra Fergus e Dil. Poi arretra, il campo si allarga: una moltitudine di uomini e di donne sta facendo come loro.
Dunque, parafrasando Totò, siamo uomini o scorpioni? Mah, direi che ci sono gli uomini e gli scorpioni.
Fergus non è uno scorpione. Nella prima parte del film, dopo aver scelto di guardare in faccia il suo prigioniero, gli si manifesta il mondo dell’individualità di Jody. Jody è un uomo che ormai conosce, anche se appartiene ad un mondo diverso, quel mondo che egli ha comunque collaborato a distruggere, in nome del fanatismo: dunque, tenta di mantenerne in vita almeno una parte, quella dell'amore di Jody per Dil.
Nel trovarla, seconda parte, rimargina la ferita per la morte di Jody; ma per rimarginarla deve superare un ostacolo d'ordine morale e di comportamento o di fisiologia in cui l'intero suo essere è messo a repentaglio: lui se ne è innamorato ma Dil non è una donna: ma ormai i lacci di un duraturo legame sono stretti saldamente e non si possono più sciogliere.
E gli altri?
L’esistenza ci mette di fronte a delle situazioni sorprendenti e la reazione dei nostri sentimenti può essere davvero imprevedibile; qualunque sia, ad essa non possiamo sottrarci. E’ questa la nostra natura.
Ma nella natura degli uomini c'è anche l'amore, non solo l'odio. Nella natura di pochi? Le ultime fasi del film fanno pensare che Neil Jordan propenda (o speri) per un’ipotesi più ottimista. Vogliamo sperare che valga anche nelle nostre vicende nazionali?

sabato 1 dicembre 2007

Sostiene Pereira

Sostiene Pereira, di Roberto Faenza (1996) Dal romanzo di Antonio Tabucchi, Sceneggiatura di Roberto Faenza, Sergio Vecchio Con Marcello Mastroianni, Joaquim de Almeida, Daniel Auteuil, Stefano Dionisi, Nicoletta Braschi, Marthe Keller Musica: Ennio Morricone Fotografia: Blasco Giurato (104 minuti) Rating IMDb: 7.5
Ottavio
Il bello della mia età (65 suonati, come si suol dire) è che, avendone viste e sentite tante, ogni nuova esperienza ne richiama inevitabilmente altre del passato. Più prosaicamente, in questo periodo sto leggendo “L’anno della morte di Ricardo Reis” di Saramago che tratta del ritorno a Lisbona dal Brasile di un medico e poeta portoghese alla ricerca di sé stesso (o di un motivo per vivere, che è lo stesso). Nelle peregrinazioni del dottor Reis per i quartieri e le strade di Lisbona ritrovo le lunghe passeggiate di una breve vacanza alla fine di febbraio di diversi anni fa, il fascino dei quartieri come il Rossio (col numero incredibile di librerie) o l’Alfama, le splendide viste sul Tago dai vari altos, e quei particolari che fanno unica Lisbona rispetto alle altre capitali europee, come i lustrascarpe o i venditori di caldarroste (le castagne sono arrostite nella brace mista a cenere, come si usa, o si usava, nelle case contadine del nostro sud, e nell’aria si propaga un caratteristico odore di fumo). Oppure per la sorprendente sede del partito comunista portoghese (un imponente palazzo nella più importante arteria di Lisbona, l’Avenida da Liberdade).

Non solo. Il libro di Saramago è ambientato nella metà degli anni ’30, in Portogallo vige la dittatura di Salazar, con i classici caratteri dei vari fascismi all’epoca ampiamente diffusi in Europa, mentre in Spagna sta per scoppiare la guerra civile, prologo del secondo conflitto mondiale. E’ lo stesso contesto storico, oltreché ambientale, di “Sostiene Pereira”, il bel romanzo di Antonio Tabucchi da cui Roberto Faenza ha tratto l’omonimo film.
Il dottor Pereira, interpretato nel film da un ottimo Marcello Mastroianni, è un vecchio giornalista che trascina stancamente la sua vecchiaia. Dopo trent’anni in cui si è occupato di cronaca nera, rimasto vedovo e solo, compila la pagina culturale del giornale, traducendo i grandi romanzieri francesi dell’ottocento, unico interesse che lo stimoli. E’ assolutamente disinteressato alle vicende politiche del suo Paese e la sua giornata costellata di eventi abitudinari: si sposta da casa alla redazione e viceversa, prende i pasti fuori casa nel solito ristorante dove immancabilmente mangia omelette alle erbe aromatiche e beve limonata con troppo zucchero.
Ma questo noioso tran-tran quotidiano viene bruscamente interrotto dalla conoscenza di un giovane italiano, Monteiro Rossi, e della sua fidanzata Marta, dei rivoluzionari che combattono le dittature fasciste, che lo coinvolgono, suo malgrado, nelle loro attività clandestine. Pereira assume Monteiro Rossi nella sua redazione, fornendogli inconsapevolmente una copertura per le sue attività. L’atteggiamento “cospirativo” di Monteiro e Marta irrita Pereira, che vede sconvolto il suo ritmo di vita, ma non può evitare di subirne il fascino. Lentamente Pereira si sveglia dal torpore e comincia a capire la triste realtà del suo Paese, anche attraverso i colloqui con il dottor Cardoso, un medico dello stabilimento termale dove si reca per un periodo di cure.
La situazione precipita quando una squadra della polizia politica irrompe nell’appartamento di Pereira dove si trova anche Monteiro Rossi e percuote quest’ultimo a morte. Il dramma a cui assiste dà lo spunto a Pereira di prendere finalmente coscienza e di compiere il primo atto di ribellione della sua vita: con uno stratagemma, aggirando la censura con l’aiuto del dottor Cardoso, riesce a far pubblicare nel suo giornale la cronaca dell’omicidio, rendendo così evidente all’opinione pubblica il vero volto della dittatura salazariana. E subito dopo parte per Parigi, una delle ultime oasi di libertà in Europa.
Fin qui il film, e il libro. Per ogni film tratto da un libro, specie se di successo, si verifica lo scontato dibattito: meglio il film o il libro? Mah, qui conta molto la preferenza personale. In genere durante la lettura uno si immagina già situazioni e personaggi che difficilmente ritrova nel film, anche se mi pare di poter dire che in questo caso sceneggiatura e regia sono stati molto fedeli al romanzo.
Alcuni critici hanno “preferito” il film perché gli ha evitato il continuo intercalare “sostiene Pereira” nella lettura del libro: confesso che a me non ha dato alcun fastidio, forse perché ero più interessato alle vicende che allo stile del racconto. A proposito di stile, consiglierei ai critici di cui sopra di esercitarsi con quello di Saramago, e poi vediamo.
Il film è ben diretto (Roberto Faenza è un regista non meno valido di altri colleghi italiani, da Muccino a Luchetti, basti pensare allo splendido Jona che visse nella balena, ma immeritatamente meno “celebrato”), bene interpretato (opinione personale, naturalmente) da un ottimo cast, ben “musicato” (Morricone) e, come detto, fedele al romanzo. Il suo insegnamento è valido in ogni tempo e in ogni luogo: come riconoscere un regime dittatoriale che non s'instaura con colpi di Stato ma s'insinua sotto l'apparenza della normalità, come identificare certi meccanismi autoritari di cui i cittadini distratti possono non accorgersi e un'autocensura peggiore della censura, come accettare le responsabilità che ognuno porta nella perdita della libertà.
Contrariamente a Ricardo Reis, che muore a simboleggiare il destino della grande civiltà europea che sta per soccombere nella morsa nazifascista, Pereira ritrova una ragione per vivere proprio per reagire allo stesso destino che in quegli anni sembrava ineluttabile.

lunedì 19 novembre 2007

Monsieur Verdoux

Monsieur Verdoux, di Charles Chaplin (1947) Idea di Orson Welles, Sceneggiatura di Charles Chaplin Con Charles Chaplin, Mady Correl, Allison Roddan, Robert Lewis, Audrey Betz, Martha Raye, Ada May, Isobel Elsom, Marjorie Bennett Musica: Charles Chaplin Fotografia: Roland Totheroh, Curt Courant (124 minuti) Rating IMDb: 7.6
Ottavio
Un articolo comparso recentemente su Repubblica mi ha ricordato Monsieur Verdoux. Lo spunto dell’articolo era una lettera che Pietro Ingrao aveva scritto a Goffredo Bettini contenente alcune riflessioni sulla pena di morte e nel quale si faceva cenno a tale film. Dopo aver letto l’articolo ho cercato nel blog i riferimenti a Charlie Chaplin e i risultati sono stati magri… C’è il post de Il monello (Nicola) e alcuni riferimenti in due post su Il lavoro nel cinema (Giuliano) e in Les enfants du Paradis (Solimano): un po’ poco per la statura del personaggio. Forse perché i “colleghi”, come me, preferiscono richiamare film e personaggi che ci hanno comunque colpito, nel bene e nel male, ma che tendono ad entrare nel dimenticatoio. I capolavori e i grandi artisti non corrono questo rischio e quindi si tralasciano. E’ il destino che poteva capitare a Monsieur Verdoux, se non ci fossero stati due eventi completamente diversi ma correlati: la pubblicazione della lettera, appunto, e la votazione sulla moratoria della pena di morte all’assemblea generale dell’ONU. Solo una coincidenza.
La trama del film.
Negli anni '30, dopo la grande depressione economica, Verdoux perde il lavoro di bancario e tutti i risparmi investiti. Reagisce decidendo di diventare un artigiano del delitto. Messa in salvo la famiglia in un angolo sperduto della Francia, Verdoux diventa un rubacuori che fa innamorare le ricche signore sole, le sposa e le ammazza ereditandone le sostanze.

Ma la sua cinica scelta di sopravvivenza non annulla il suo carattere e i suoi sentimenti: la gentilezza per i suoi simili, la cura per i fiori, l'affetto per i familiari, la pietà per la ragazza cui risparmia la vita. E’ cioè un artigiano troppo umano per i tempi in cui vive. Dopo qualche anno (e dodici omicidi) Verdoux scopre che la vittima che ha graziato vive con un fabbricante di armi, uno che prospera sui crimini “all’ingrosso” con la coscienza tranquilla, in pace con la giustizia e la società. Verdoux rinuncia allora al suo lavoro di uccisore di donne sole e si consegna alla polizia. Nel processo, da accusato diventa però accusatore, e la società lo condanna a morte per esorcizzare il proprio senso di colpa.
Il film è del 1947 ed è il primo della sua lunga carriera in cui non interpreta il ruolo del buffo e patetico omino, che peraltro mette in evidenza le storture della società (capitalistica) americana. Anche nel precedente Il grande dittatore aveva interpretato Hitler come Charlot. Ma Il grande dittatore è del 1940, la guerra era solo all’inizio e non si sapeva come sarebbe stata condotta e conclusa. Nel 1947 era tutto più chiaro (i milioni di morti, la Shoa, l’atomica etc) e non si poteva più rappresentare la realtà attraverso la lente del buffone. Charlie Chaplin si espone, per così dire, in prima persona ed esprime il suo messaggio in modo lucido ed esplicito:
(al termine del film, in piedi, in attesa della condanna, rivolto ai giudici)
“Signori, l’accusa è stata piuttosto parca di complimenti, ma ha ammesso che ho cervello. La ringrazio, signore, ha ragione, e per 35 anni l’ho usato in maniera onesta. Dopodiché non è tornato più utile a nessuno e io ho dovuto cercarmi una nuova attività. Carnefice? Credevo che il mondo li incoraggiasse i carnefici. Non costruisce forse armi con l’unico scopo di commettere carneficine? Non ha fatto forse saltare in mille pezzi bambini e donne ignare, con precisione persino scientifica? In confronto io, come carnefice sono un dilettante…”
Si può capire il “fastidio” dei vari complessi militar-industriali, che si preparavano ad una nuova guerra, “fredda”. Penso che con questo film Chaplin si sia alienato definitivamente il mondo politico-economico americano, che già lo aveva in sospetto per le sue denunce sull’organizzazione del lavoro (Tempi moderni) e per la sua disinvolta condotta morale nella vita privata.
Come si sa, Chaplin fu costretto a trasferirsi in Europa, ma ebbe modo di rincarare la dose con Un re a New York, del 1957, una dura denuncia del maccartismo, seconda ed ultima occasione, se ricordo bene, in cui non interpreta Charlot. Ma questo è un altro film.
Verdoux, attendendo l'esecuzione della sentenza, al giornalista che sentenzia: "La felicità non è fatta per gli uomini", risponde: "Chi lo sa. Nessuno l'ha vista... gli uomini hanno bisogno d'amore". L'amore è dunque l'unica salvezza in una società che prospera sul crimine legalizzato, sul delitto orribile della guerra.