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sabato 20 ottobre 2007

Le miniere di re Salomone - 2 -


King Solomon's mines, di Compton Bennett e Andrew Marton (1950) Da un romanzo di H. Rider Haggard Con Stewart Granger, Deborah Kerr, Richard Carlson, Hugo Haas, Lowell Gilmore Musica di Mischa Spoliansky Fotografia di Robert Surtees (102 minuti) Rating IMDb 6,8
Roby
Che tenerezza, i vecchi posters cinematografici anni '50! Non esistevano ancora Photoshop, computer graphic, elaborazioni digitali, blink, effetti tridimensionali: tutto era giocato sui colori forti, sul richiamo esercitato dai nomi dei protagonisti, sulla dichiarazione perentoria di contenuti eclatanti. "Il tuono di migliaia di animali selvaggi in fuga nella più spettacolare sequenza mai filmata" dice -pressappoco- la frase di lancio: e la didascalia iniziale tiene a precisare che la pellicola è stata girata interamente in Africa "dal vivo". Come dire che allora non si badava a spese, nè si lesinava sulle lunghe trasferte transcontinentali di intere troupes: visto che, all'epoca, la ricostruzione virtuale di interi scenari esisteva soltanto nelle fantasie febbricitanti di qualche scenografo o direttore della fotografia. E meno male! Perchè altrimenti saremmo stati privati dello spettacolo dei grandi spazi e della splendida natura africana che qui regna incontrastata, cedendo il passo soltanto alla magnifica allure e all'eleganza innata di Deborah Kerr, sophisticated lady in affannosa ricerca del marito scomparso nel continente nero.



Ad accompagnarla nella spedizione è Allan Quatermain, un avventuriero rotto ad ogni esperienza, cui presta il volto ed il fisico aitante uno degli interpreti del più classico cinema d'avventura hollywoodiano, quello Stewart Granger che - pur senza raggiungere mai toni elevatissimi- seppe comunque sempre far onore all'impegno tacitamente preso con il pubblico: farlo divertire, appassionarlo, "tirarlo dentro" alla storia, ventilando in questo l'assunto della successiva Rosa purpurea del Cairo.
Lei, tra elefanti imbizzarriti, coccodrilli affamati, tribù antropofaghe ed altre insidiose peculiarità della savana, non perde mai il suo aplomb scozzese. "Era impagabile (e qui cito doverosamente il collega cinefilo Solimano) vederla passare in mezzo ai coccodrilli ed a tutte le insidie della savana e delle foreste mantenendo intatto lo stile Old England". Ma, lungi dall'apparire per questo fredda e scostante, riscuote invece le simpatie sia del pubblico maschile, conquistato dal suo charme indiscusso, sia di quello femminile, persuaso dalla sua tenace naturalezza che in fondo -volendolo fermamente- anche una debole, fragile donna poteva affrontare e superare con successo gli stessi rischi di un maschio forte e un po' rude.





Durante la lavorazione del film, dicono i pettegolezzi (non ancora denominati gossip) del tempo, fra i due protagonisti ci fu del tenero, malgrado i rispettivi legami matrimoniali. La notizia, con tutto il rispetto per la sensibilità dei coniugi traditi, mi ha provocato un attacco acuto di romantichite bilaterale, nel senso che ne sono stata molto felice per entrambi. Del resto, vorrei vedere voi - e me stessa per prima- lontana da casa per mesi, immersa nei tramonti infuocati e nei profumi intensi dell'Africa misteriosa, tra animali selvaggi che si accoppiano senza pudore, mentre laggiù risuonano i tamburi.... Assolutamente impossibile resistere!!!!
Ed infatti il buon Granger, accecato dalla passione, si presta a soddisfare qualsiasi esigenza della sua incantevole partner anche fuori dal set: come ben testimonia l'immagine che chiude degnamente questo nostalgico, affettuoso, anomalo post.


lunedì 9 aprile 2007

Le miniere di re Salomone

King Solomon's Mines di Compton Bennet e Andrew Marton (1950) Dal romanzo di H. Riderd Haggard Sceneggiatura di Helen Deutsch Con Deborah Kerr, Stewart Granger, Richard Carlson, Hugo Haas Musica di Mischa Spoliansky Fotografia di Robert Surtees (103 minuti) Rating IMDb: 6.8
Giuliano
Trovo in tv un vecchio film e mi fermo a guardarlo. Si tratta di "Le miniere di Re Salomone", girato nel 1950 da Bennett e Marton, con Deborah Kerr e Stewart Granger. E' uno di quei film che fanno curiosità e tenerezza, e che danno anche un po' di calore. E' un mondo (e un modo di narrare) che non esiste più, e che oggi ci appare così ingenuo da non poterci credere. Sembra l'Africa vista da un bambino, ma non da un bambino di oggi; un esotico raccontato e riportato attraverso viaggi e resoconti avventurosi e misteriosi, un'Africa mitica e lontana che era normale sentire raccontare quando io ero bambino, e che adesso non c'è più, sparita a travolta da un'omologazione (oggi si dice: globalizzazione) che ha reso tutto meno magico e molto banale. Questo film, del resto poco memorabile anche se ancora avvincente, racconta la perdita di un'aura, come avrebbe detto Elemire Zolla.

Per quanto ridicoli possano essere quei coccodrilli sui quali cammina distratta Deborah Kerr con i suoi vaporosi (e magnifici) capelli rossi, e che ovviamente vengono subito uccisi a revolverate da Allan Quatermain-Stewart Granger, hanno qualcosa di magnetico al quale è difficile resistere. La stessa cosa accade con un breve percorso laterale, nel quale i nostri baldi esploratori all'andata (ma si tratta solo di un piccolo sentiero nel bosco...) incrociano tigri, leoni, sabbie mobili e formiche assassine, pericoli mostruosi sventati dall'Eroe, e che si dissolvono miracolosamente nella (breve) passeggiata all'inverso che li riporta sani e salvi sul sentiero sicuro in mezzo alla savana. Oltre all'elemento avventuroso, e al ridicolo appena sfiorato (o preso in pieno, fate voi), in questo film ci sono delle vere tribù africane, con tanto di riprese di danze e costumi girati sul posto e che appaiono veri documentari inseriti nel film. Sarebbe interessante sapere cosa rappresentavano davvero queste danze, mi chiedevo; e nel chiedermelo non potevo non pensare che oggi non è più necessario essere Allan Quatermain o Stanley & Livingstone per avere di queste informazioni. Una volta, gli esploratori partivano per mondi lontani e ci portavano i resoconti della vita e dei riti dei Bantu; oggi, più semplicemente, potremmo andare dal nostro vicino di casa africano e chiedere direttamente informazioni a lui: "Scusa, ma per caso ti ricordi di quella danza che faceva tuo nonno, in quell'occasione di festa..."Insomma, brutti tempi per l'etnologia , e anche per gli esploratori e i cacciatori di tesori nascosti.