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lunedì 6 ottobre 2008

Le onde del destino

Breaking the Waves, di Lars von Trier (1996) Sceneggiatura di Lars von Trier, Peter Asmussen, David Pirie Con Emily Watson, Stellan Skarsgård, Katrin Cartlidge, Jean-Marc Barr, Adrian Rawlins, Jonathan Hackett, Sandra Voe, Udo Kier, Mikkel Gaup, Roef Ragas, Phil McCall, Robert Robertson Musica: "All the Way from Memphis", "Blowin' in the Wind", "Pipe Major Donald Maclean","In a Broken dream", "Cross Eyed Mary", "I Did What I Did for Maria", "Virginia Plain", "A Whiter Shade Of Pale", "Hot Love", "Suzanne", "Love Lies Bleeding", "Goodbye Yellow Brick Road", "Whiskey in the Jar", "Child in Time", "Scotland the Brave", "Barren Rock of Eden","Happy Landing" "Siciliana - Sonata BWV n. 1031" di Johann Sebastian Bach Fotografia: Robby Müller (159 minuti) Rating IMDb: 7.7

Silvia del blog Passaggi Casuali

Il film si snoda attraverso i toni grigi e uggiosi di una Scozia anni ’70, in una piccola comunità che vive secondo le rigide regole della religione calvinista, cupa e triste come gli abiti e le menti dei paesani. Sono sinistri anche i campanili privati delle campane che in quel paese non possono suonare.
La gioia, l’amore, l’allegria non sono contemplati in questo contesto sociale, dove solo gli uomini hanno diritto di parola in chiesa e solo a loro è concesso assistere ai funerali.
Gli stranieri non sono benvoluti poiché possono creare scompiglio in questo equilibrio bigotto e conservatore.
ll film, premiato a Cannes nel 1966 col Gran Premio della Giuria, scandisce la storia della protagonista Bess McNeill in 7 capitoli più epilogo, con certosina attenzione alle sfumature del sentire magnificamente interpretate da una superba Emily Watson agli esordi.
Segnata profondamente dalla morte del fratello, avvenuta sei anni prima, Bess, definita un po' ritardata, vive con la madre e la cognata Dodo alla quale è molto legata. Mossa da una fede assoluta, instaura un rapporto con la figura maschile, attraverso dialoghi col Padre onnipotente, in cui lei stessa, ad alta voce, si esprime a due voci, dando vita a passaggi spesso commoventi ma purtroppo colmi di solitudine. Il dialoghi illuminanti aiutano a comprendere gli stati d'animo della protagonista, dettati dal bisogno di aiuto e di conforto ma che rimarcano ogni volta, quanto questa piccola e fragile donna si senta emarginata. Anche Dorothy, (una bravissima e purtroppo scomparsa Katrin Cartlidge) che le vuole molto bene e che è rimasta in quel luogo col solo scopo di aiutarla, nulla potrà, malgrado gli sforzi, contro la tragicità degli eventi.

La solitudine affettiva e psicologica, la mancanza di calore umano, la perdita dell’unico punto di riferimento maschile della sua vita, determinano l’amore totale assoluto che Bess nutre per suo marito Jan, (Stellan Skarsgard) operaio su una piattaforma petrolifera.


Con Jan, che la ama così com'è, attraverso la legittimità del matrimonio, Bess vive finalmente un amore tutto suo, liberatorio e rivoluzionario, conosce l'intimità, il contatto fisico e la gioia del sesso, con levità e allegria, lontana dalla pesantezza di una educazione materna votata al sacrificio e alla rinuncia. Con suo marito, Bess sente possibile esprimere ogni suo desiderio e pensiero come una bambina, libera da pregiudizi e condizionamenti culturali.
La gioia finisce presto, perchè terminata la breve licenza matrimoniale, Jan deve tornare sulla piattaforma e a nulla servono i pianti e le urla di Bess di fronte ad un mare nordico infuriato e schiumoso. Bess comincia a pregare Dio perchè Jan torni da lei, perchè da sola Bess ammette che non riesce a stare. Così, quando purtroppo Jan subisce un grave incidente sul lavoro, salvandosi per miracolo, ma rimanendo gravemente paralizzato, Bess si adossa tutta la colpa, perchè lo ha voluto a casa con tutte le sue forze e Dio l'ha così accontentata.
Nessuno ha insegnato a Bess a meritarsi la gioia, solo il dolore e il senso di colpa.

Inizia il calvario. Per un diabolico meccanismo che vuole ogni essere immanorato onnipotente, Bess si convince che la sua fede e il suo amore porteranno alla guarigione il marito. Questo è il punto focale della storia. L'amore è una follia che fa commettere e giustifica ogni cosa? Dov'è il confine tra il bene e il male? L'uomo può essere depravato e al contempo puro come un angelo? La dedizione agli altri e la fede assoluta alla fine ricompensano?


Poichè l'aspetto fisico e sessuale nella vicenda ha molta importanza, è su questo aspetto che avverrà la catarsi. Jan ormai completamente paralizzato, chiede a Bess di avere rapporti con altri uomini così da raccontarglielo e sentirsi attraverso il ricordo e la fantasia ancora vivo. Una facile metafora della vita legata al sesso, che dai più è stata letta come depravazione ma che io preferisco definire una forma d'amore diversa. Bess avrebbe potuto innamorarsi ancora, in previsione di una vita passata accanto ad un uomo immobile, che comunque fallisce un disperato tentativo di suicidio. Il fatto è che qui Bess è sì una donna molto innamorata e disposta a tutto, ma pure una mente fragile e non capace di accogliere le richieste di Jan con obiettività ed equilibrio, in più frastornata dal continuo subdolo senso di colpa che guida ogni sua azione.

Inizia una serie di goffi tentativi di approccio ad altri uomini, in cui il senso di ribrezzo e di sacrificio cominciano a ben delinearsi coinvolgendo lo spettattore: la visita a casa del Dottor Richardson, psichiatra, che cerca con lei un dialogo, invano, e la sconvolgente scena sul pulman della masturbazione al signore seduto in fondo. Vomita appena scesa, ma Jan, incredibile, migliora. Memorabili i mezzi sorrisi di profonda soddisfazione di Bess, quando apprende del miglioramento del marito.
Sempre più convinta che la fede in Dio e il suo amore per Jan, che ricorda il sacrifico di Cristo in croce, sia efficace, Bess diventa una prostituta, derisa e cacciata dalla madre e dalla comunità, (la madre che non apre la porta mentre lei la implora di aprire e il parroco del paese che non la soccorre malgrado sia in terra svenuta).
Jan, per contro, consigliato dal Dr. Richardson e da Dodo, imbottito di medicinali ma lucido, decide di smettere ogni terapia, consapevole della sua fine e firma non senza fatica, il consenso affinchè la moglie venga ricoverata in ospedale e finalmente curata.

Bess, ignara di tutto, viene fermata dai poliziotti prima di arrivare alla camera di Jan e caricata su un furgone, dal quale riesce però a fuggire.
Con le ultime forze rimaste, decide un estremo tentativo andando in pasto ad un manipolo di truci e violenti marinai dai quali era riuscita a fuggire una volta precedente.
Bess giunge in ospedale in fin di vita. La madre, vedendo la figlia in quelle condizioni , la perdona e prega perchè Dio la possa salvare e a quel punto Bess, che convince Dodo infermiera nello stesso ospedale, a farle vedere il marito immobile che pare morto, dice Ho paura che sia sbagliato tutto. E su questo atroce dubbio esala l'ultimo respiro, tra le urla strazianti della cognata e lo sguardo vuoto di sua madre.

L'epilogo.
Il Consiglio decide che Bess ha diritto alla sepoltura ma non al funerale in quanto prostituta e come tale è maledetta per l'eternità.. Jan cammina con una stampella, si è ripreso quasi del tutto, per miracolo, tanto è vero che decide di trafugare il cadavere della moglie per portarlo sulla piattaforma, così aiutato dai suoi compagni di lavoro sostituisce con sacchi di sabbia il corpo di Bess e lo carica sulla nave che lo porta a nord. Durante la notte, dopo una preghiera dei presenti e i baci disperati del marito, Bess viene fatta scivolare in mare. Il lungo silenzio e l'impatto con l'acqua che ne segue ci strappano per sempre dalla nostra adorata eroina. Alla mattina, Jan viene svegliato dal collega che lo incita a salire in coperta. Verificato che il radar non segnala nessuna presenza in cielo, una volta aperta la porta, si sentono suonare campane a festa, due enormi campane. Tutti rimangono sbigottiti, Jan, commosso, ringrazia in silenzio la moglie.

E’ un film impegnativo, sotto molti punti di vista, non ultimo le inquadrature con la telecamera a mano che il regista ama in modo particolare e che rendono le riprese più realistiche ma più faticose a seguirsi nelle scene in movimento. Il risultato è un “vortice” visivo certamente voluto ad ulteriore rappresentazione di un mulinare di sentimenti e sensazioni che il film suscita.
Perché non lascia indifferenti Le onde del destino.
Comunque la si pensi.

martedì 13 novembre 2007

Il grande capo

Directoren for det hele, di Lars Von Trier (2006) Con Jens Albinus, Peter Gantzler, Ridrik Thor Fridriksson, Iben Hjejle, Henrik Prip, Mia Lyhne, Casper Christensen Film Editing: Molly Marlene Stensgard (99 minuti) Rating IMDb: 6.8
Ottavio
Ho sempre considerato questo blog come un contenitore di opinioni su film in qualche modo rimasti impressi nella memoria. Dunque ho implicitamente escluso quelli di visione attuale, convinto come sono che il tempo unito alla riflessione ne darà una giusta, benché soggettiva, valutazione.
Ma come ogni regola, ahimè, anche qui introduco un’eccezione, e forse non sarà l’ultima.
Ho visto qualche settimana fa, nel ciclo del cineforum che sto frequentando, Il grande capo di Lars von Trier. E’ il primo film del regista danese che vedo, finora avevo soltanto letto le critiche ai suoi precedenti film: si associa a von Trier la “crudeltà sadica di rivelare il marcio nel nostro mondo” oltre
all’utilizzo di una evoluta tecnica cinematografica per la realizzazione di film “dogmaticamente postmoderni”. Il discorso andrebbe lontano e mi fermo qui.

Aggiungo però un’altra considerazione, prima di parlare de Il grande capo, che riguarda un altro film danese visto qualche anno fa, L’eredità di Per Fly: forse è solo una coincidenza, ma anche in questo film si rivela un grande pessimismo sulla natura dell’uomo e sulla perdita di umanità di fronte alla forza delle circostanze. La Danimarca è un piccolo paese d’Europa che non fa molta notizia e penso si conosca poco, a parte qualche turistico week end a Copenhagen; per decenni, come le altre nazioni nordiche, ha governato la socialdemocrazia assicurando un elevato benessere sociale. Da una diecina d’anni questo sistema è entrato in crisi (forse perché economicamente insostenibile?): di fronte ai fenomeni del nostro tempo (immigrazione, globalizzazione) il popolo danese si affida a coalizioni di centrodestra. Paure, incertezze sul futuro? Certo, se i film captano ed esprimono un’atmosfera realmente esistente vuol dire che si va verso una disgregazione sociale. Sarà meglio seguire con attenzione le vicende della piccola nazione! Ma forse per von Trier e Fly la Danimarca è tutto il nostro mondo.
Torniamo al film.
II proprietario di un'azienda di software danese si inventa l'esistenza di un "grande capo", utilissimo da essere gettato in pasto ai dipendenti come il responsabile delle decisioni meno popolari. Egli “soggiorna” costantemente in America e “comunica” con l’azienda via telefono o posta elettronica. II problema nasce quando il proprietario decide di vendere l’azienda e il compratore, un uomo d’affari islandese, vuole assolutamente negoziare con "il grande capo" in persona. Il proprietario è quindi obbligato ad assumere un attore teatrale per interpretarne la parte. Il quale attore, momentaneamente disoccupato, ha una personale fissazione per un ipotetico autore teatrale italiano dell’800, Gambini, ed una sua commedia di cui recita il “monologo dello spazzacamino in una città senza camini”. Il proprietario, un vero filibustiere che vuol vendere l’azienda sapendo che tutti i dipendenti saranno licenziati, informa col contagocce l’attore sulle passate attività del “grande capo”, esponendolo così a situazioni di grande imbarazzo, soprattutto quando il "grande capo" inizia a fare conoscenza e interagire con i dipendenti dell'azienda. Si assiste così, tra disagio e ilarità, a dialoghi tra realtà ed assurdo, che fanno grande, a mio parere, il film.
Le scene si svolgono tutte tra i muri dell’azienda, in uffici impersonali e squallide salette riunioni munite di flip chart (lavagne di carta) ben note all’autore per gli anni trascorsi in una multinazionale dell’informatica. Il montaggio del film è stato realizzato, secondo le dichiarazioni di von Trier, al computer (entro certi limiti, dico io). In effetti la sequenza di certe scene sembra occasionale.

Proprietario, attore e dipendenti avrebbero tutti bisogno di uno psicanalista. L’unica persona “normale” del film è il rude compratore islandese, sia pure tra gli insulti sanguinosi che rivolge ai danesi per i 400 anni di dominazione (anche questa è una vicenda un po’ lontana dalle nostre conoscenze storiche e quindi si assiste con una certa sorpresa alle intemperanze verbali tra danesi e islandesi. Ora gli islandesi si sono affrancati e anche per rivalsa acquistano immobili ed aziende in Danimarca, dice von Trier in un’intervista).
Al termine di questa commedia degli equivoci si riesce a organizzare la riunione con tutti i protagonisti, proprietario, attore, compratore e dipendenti, nella quale si deciderà definitivamente se l’azienda sarà o no ceduta. Dapprima il “grande capo”, che nel frattempo ha trovato un buon feeling con i dipendenti, sembra convincere il proprietario a rinunciare alla vendita salvando così i posti di lavoro, ma, di fronte all’esclamazione del compratore “Queste situazione è più assurda di una commedia di Gambini!” si rovescia la situazione: lo stolido compratore dimostra una grande cultura, Gambini è conosciuto anche in Islanda, e così via. Decide così, avendone la delega, di porre la firma sull’atto di vendita.
Il premio per l’attore sarà quello di poter finalmente recitare il suo monologo preferito, l’opera di Gambini “Lo spazzacamino nella città senza camini”, mentre i dipendenti dell’azienda, rassegnati, raccolgono le loro cose e se ne vanno.
Commedia degli equivoci, dicevo, e quindi si ride molto durante la proiezione. Alla fine ci si alza piacevolmente soddisfatti. Più tardi, senza l’effetto delle scene e delle azioni, si comincia a riconoscere che anche in questa circostanza il regista ha voluto mostrare che “c’è del marcio in Danimarca”.
C’è il profitto che calpesta qualsiasi relazione, l’ambiguità e la menzogna nei rapporti di lavoro, la mancanza di solidarietà tra dipendenti e di reattività contro gli abusi della proprietà, e infine il bisogno di autoaffermazione (nell’attore – grande capo) che annulla ogni concetto di giustizia. E anche l’incapacità degli esseri umani di riconoscere sinceramente e razionalmente di essere (ormai, nella nostra società occidentale) degli individualisti accettandone le (anche scomode) conseguenze.
Insomma, l’etica è una parola cancellata dal vocabolario.