Visualizzazione post con etichetta Blake Edwards. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Blake Edwards. Mostra tutti i post

venerdì 6 febbraio 2009

Le coppie nel cinema: Hollywood Party

Claudine Longet nel film Hollywood Party (1968)

The Party, di Blake Edwards (1968) Sceneggiatura di Blake Edwards, Tom e Frank Waldman Con Peter Sellers, Claudine Longet, Steve Franken, Kathe Green, Sharron Kimberly, Gavin MacLeod, Fay McKenzie, J. Edward McKinley, Denny Miller Musica: Henry Mancini "Nothing To Lose" cantata da Claudine Longet Fotografia: Lucien Ballard (99 minuti) Rating IMDb: 7.4
Solimano
Stasera ad Hollywood c'è un party nella bella villa di un boss di una Major cinematografica, Fred Clutterbuck (J. Edward McKinley). Arriva Michele Monet (Claudine Longet), una giovane cantante ed attrice francese. E' accompagnata dal produttore C. S. Divot (Gavin MacLeod), che ha ottenuto l'invito al party anche per lei e le ha promesso un provino cinematografico in settimana.


Sulla sinistra c'è Hrundi V. Bakshi (Peter Sellers), un aspirante attore indiano che è stato invitato alla festa per un equivoco, ma lui non lo sa. Non conosce nessuno, cerca di socializzare a destra e a manca e sorride spesso, con un'aria di vera gentilezza. Michele lo guarda incuriosita dai suoi modi goffi e gentili. Divot ha l'aria tronfia di chi è sicuro di sé perché conosce tutti, si darà da fare per far conoscere la sua protetta su cui ha delle aspettative. Non si occupa assolutamente di Hrundi V. Bakshi perché ha capito che è uno che non conta, anche se ha una faccia che non gli giunge nuova, ma non ricorda dove l'ha visto prima.




A Divot capita un piccolo fatto sgradevole: mentre è in toilette per aggiustarsi il parrucchino (cerca di non far sapere che lo porta), compare la faccia di Bakshi, che per ciò stesso gli diviene antipatico. Però procede per la sua strada e fa in modo che Michele conosca il padrone di casa, Fred Clutterbuck. Intanto, Michele e Bakshi si sono conosciuti ed hanno simpatizzato.


Michele non voleva cantare durante il party ma Divot ha insistito perché cantasse una canzone accompagnandosi con la chitarra. Tutti gli ospiti stanno guardando Michele che ha appena cominciato. Dall'altra parte rispetto agli ospiti arriva quasi di corsa Bakshi, che ha l'aria molto sorpresa, passava di lì per un suo urgente problema personale.




MIchele nota subito che è arrivato Bakshi, e gli sorride, anche Bakshi sorride e decide che è il caso di fermarsi. Ma il problema personale lo ambascia: prima ha cercato affannosamente una toilette ma da una parte ha trovato Divot ed il suo parrucchino, da un altra un uomo da solo in mutande rosse, da un'altra dei fumatori chiacchieroni. E adesso è lì, la situazione peggiora momento per momento e questo comporta un po' di agitazione corporea. Non si capisce bene che cosa pensi Michele di tutto questo.



Succedono una serie di fatti che riassumo brevemente. Alla fine della canzone, Bakshi trova finalmente la toilette. Senza nessuna sua colpa, per sola sfortuna, commette alcune azioni che non hanno buon esito: il quadro di Chagall appeso sopra il water piomba in acqua, lo sciacquone non blocca l'uscita dell'acqua, Bakshi cerca di rimediare con rotoli di carta igienica, il water è intasato, l'acqua fuoriesce nel corridoio e Bakshi esce dalla finestra per non farsi cogliere in flagrante, solo che cade in piscina e non sa nuotare. Lo salva Michele, che viene poi assalita ancora con il vestito bagnato da Divot, che fortunatamente perde il parrucchino, Michele scoppia a ridere e la mala azione di Divot non va a buon fine. Adesso Michele, che ha visto sfumare la possibilità del provino, piange, e Bakshi, rivestito con l'accappatoio rosso del padrone di casa Fred Clutterbuck, decide di tirarla su di morale. Bakshi ha anche un fiore giallo in mano.




Oltre al fiore giallo, Bakshi ha a disposizione la sua gentilezza e il suo sorriso, inoltre utilizza due frasi che sono poi divenute celebri, e sono queste:
"Wisdom is the province of the aged, but the heart of a child is pure."
"Thirty days have September, October, June and February, all the rest have 29, except my brother who got six months."
Come si vede nelle immagini, la terapia funziona, Michele sorride, arriva Divot che li trova insieme e fa una scenata, ma non gli badano più di tanto. Poi, insieme, Michele e Bakshi, vanno da un ragazzino di casa a farsi dare una maglietta ed un paio di pantaloni per Michele. Bakshi si sente a suo agio con l'accappatoio rosso.



Ed il party, che prima era un po' ingessato, diventa divertente, arriva persino un giovane elefante indiano tutto dipinto a disegni e slogan. Però a Bakshi non sta bene che l'animale simbolo del suo paese sia trattato in quel modo, e tutti, con scope e spazzoloni, si mettono a lavare l'elefante usando un detersivo forse troppo schiumogeno.



E quindi, la festa dura sino al mattino. La casa è semidistrutta, ma a parte i padroni di casa e Divot tutti si sono divertiti, soprattutto Michele e Bakshi.


Michele, per tornare a casa non può contare sull'auto di Divot, e Bakshi, gentile come sempre, le offre un passaggio sulla sua triruote azzurra.


Di fronte alla casa di Michele c'è un dialogo relativo a chi terrà il cappello da cow boy, se sarà Michele o sarà Hrundi V. Bakshi e qui lo trascrivo, per chi non se lo ricorda:

Michele: Oh, here's your hat.
Hrundi: Oh, look... you keep it.
Michele: But you may need it.
Hrundi: No, I'd like you to keep it.
Michele: All right. If you think that you should want it or need it sometimes...
Hrundi: Well, if I need it... I could always come, perhaps, and pick it up.
Michele: That would be very nice.
Hrundi: When would you be available for me to pick up my hat?
Michele: Well... (laughs shyly)
Michele: maybe next week.
Hrundi: I'll come and get it then.
Michele: OK.
Hrundi: For I'd love to have my hat back.
Michele: Goodbye.
Hrundi: Bye bye.

Dopo aver salutato Michele (che vedrà fra qualche giorno, ci si può scommettere) Hrundi sale sulla triruote azzurra e scoppiettante, e sull'immagine dell'auto di Bakshi che si allontana finisce il film... che non mi stanco di rivedere...


lunedì 1 settembre 2008

Colazione da Tiffany (2)

Breakfast at Tiffany's di Blake Edwards (1961) Dal racconto di Truman Capote, Sceneggiatura di George Axelrode Con Audrey Hepburn, George Peppard, Patricia Neal, Buddy Ebsen, Martin Balsam, José Luis de Villalonga, Johm McGiver, Mickey Rooney Musica: Henry Mancini Fotografia: Franz Planer, Philip H.Lathrop (115 minuti) Rating IMDb: 7.8

Giulia sul suo blog Pensare in un'altra luce

Passo per essere una persona seria... Lo sono, non posso negarlo. Ma questo non vuol dire che non amo ridere, essere ironica (quando ci riesco) e soprattutto autoironica (per prevenire gli altri), e soprattutto mi piace scherzare. Sono stata e ahimè ancora sono, un’inguaribile romantica. Forse da ragazza ho visto troppe commedie americane e mi è capitato di sognare il mio futuro sulla trama di quei film. Mia madre me lo diceva sempre: “smettila di guardare quelle sciocchezze"... ma io...

Vi avevo già parlato in un altro post di Audrey Hepburn, una delle attrici che più ho amato e seguito. Tra i suoi film uno dei miei preferiti è stato l’indimenticabile “Colazione da Tiffany”. Non so quante volte l’ho rivisto... E’ grave?

Mi piaceva Holly: era bella, voleva sembrare sofisticata, anche un po’ cinica. Diceva di voler sposare solo qualcuno che fosse molto ricco e per questo passava da una festa ad un’altra.
Tiffany & co., una gioielleria di New York nella quale "pare che nulla di male possa mai accaderti", era la sua meta preferita: estratti croissant e bibita dal sacchetto, osservava la vetrina mentre consumava la sua colazione.

Ma quello che mi attraeva più di lei era la sua svagatezza, la sua indifferenza ed ingenuità nei confronti di quello che gli succedeva intorno. E lo capivamo subito che era una donna che nascondeva la sua insicurezza e fragilità, un passato difficile da cui voleva assolutamente uscire. Abitava in un pratico appartamento con un gatto senza nome, dormiva con i tappi per le orecchie, chiamava i taxi con un fischio e vestiva scintillanti capi alla moda; poco le interessano gli altri e forse poco le interessava anche la sua quotidiana routine.

Al gatto non aveva dato un nome: “Lui è buono, vero Gatto? Su, vieni qua, povero amore, povero amore senza nome... ma io penso che non ho il diritto di dargli un nome... perché in fondo noi due non ci apparteniamo, è stato un incontro casuale. E poi non voglio possedere niente, finché non avrò trovato un posto che mi vada a genio... non so ancora dove sarà, ma so com'è”.

E’ proprio questo che me la faceva sentire vicina. Anch’io non sapevo cosa volevo, certamente non il “posto” a cui mi destinavano gli altri. Mi rifugiavo allora nei sogni, fantasticavo e forse questo mi faceva apparire a molti un po’ “strana”.

Mi sembrava che la vita andasse proprio come canta Holly sul suo davanzale: andava navigata ad esplorata in lungo e in largo con il nostro proprio stile: “c'é cosi tanto mondo da vedere” e forse le cose belle che mi portavo dentro avrebbero potuto raggiungere qualcuno che, come il Paul del film, non solo le avrebbe capite, ma anche apprezzate.

Paul va ad abitare nello stesso palazzo. Si conoscono, diventano amici e con lui Holly trova i momenti più genuini e più veri della sua vita. Per un momento sembra davvero se stessa. Una ragazza allegra e spensierata, fuori da ogni convenzione e clichè. I due passeggiano per New York, vanno da Tiffany e si fanno mostrare anelli costosi, ma hanno solo 10 dollari e otterranno un’incisione sul retro di un anello di poco conto.


Ma la vita riprende con le sue sorprese. Il passato ripiomba su Holly.

Una donna già di una certa età viene a trovare Paul e i due sono presi di nuovo nelle loro trappole.

Ma sappiamo che nelle favole ci sono gli antagonisti che impediscono il lieto fine e guardiamo il film aspettando gli sviluppi, i momenti tristi che arrivano.

Paul ormai sa di amarla e glielo dice, ma lei risponde: “Non permetterò a nessuno di mettermi in gabbia”, e Paul: “Non voglio metterti in gabbia, io voglio amarti”. Ma Holly: “È la stessa cosa”.

Io in fondo sentivo che in parte Holly aveva ragione, perché sono stata sempre uno spirito libero, ma volevo credere nelle parole di Paul: che esistesse un amore che non fosse una prigione.


Holly, però, decide di sposare un ricco pretendente brasiliano, cerca di entrare nei panni della moglie perfetta e Paul la sta a guardare, non la molla e le resta vicino. (Esistono uomini così? Io credo di sì. Bisogna non lasciarseli scappare).

Ma la scena memorabile è quella finale. Di per sé sarebbe un po’ melensa, sdolcinata, ma la Hepburg la recita con una tale intensità e bravura che ancora adesso se la rivedo mi commuovo. E’ grave?


Lui è in taxi con lei... Di nuovo lei lo respinge, e libera il suo gatto in una giornata di pioggia torrenziale. Lui scende e le dice: "Perchè non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa..."

Lei rimane sull’auto, piange, poi fa fermare il taxista e accompagnate dalle dolci note di "Moon river" scende...

Cerca disperatamente il suo gatto...

E finalmente il finale tanto atteso:


E' inutile dire che ho sempre sognato di essere baciata sotto la pioggia, ma non mi è mai capitato... almeno che io ricordi.

"Colazione da Tiffany" è più di un film e in esso Audrey Hepburn è più di un'attrice. Insieme fanno moda e tendenza, così come di tendenza erano i magnifici abiti ideati appositamente per Audrey dal celebre stilista Hubert de Givenchy : le locandine del '61 certo non peccarono di superbia quando inneggiarono a un film che sarebbe stato "eternamente chic". E ancora Audrey Hepburn, in una delle più famose e celebrate interpretazioni della storia del cinema.