Der Name der Rose, di Jean-Jacques Annaud (1986) Dal romanzo di Umberto Eco, Sceneggiatura di Andrew Birkin, Gérard Brach, Howard Franklin, Alain Godard Con Sean Connery, Christian Slater, Helmut Qualtinger, Elya Baskin, Michael Londsale, Volker Prechtel, Feodor Chaliapin Jr, William Hickey, Michael Habeck, Urs Althaus, Valentina Vargas, Ron Perlman, Leopoldo Trieste, F. Murray Abraham Musica: James Horner Fotografia: Tonino Delli Colli (130 minuti) Rating IMDb: 7.7
Solimano Ancora oggi, in Italia, molti appartenenti alla
intellighentsia rosicano senza darlo a parere per il successo quasi trentennale de "
Il nome della rosa" di
Umberto Eco. Ne sono convinto da tempo perché ho imparato a leggere fra le righe: ci sono tanti modi di denigrare lodando, e magari fosse come la
dissimulazione onesta di Torquato Accetto (Napoli, 1641) salvando così il Principe e l'
ora pro nobis. Preferirebbero fare come Fantozzi: "Il nome della rosa è una boiata pazzesca!", ma non si può, non è proprio il caso.
Perché rosicano?
Prima di tutto per due motivi oggettivi.
Il primo è il numero di copie vendute o comunque pervenute ai lettori: sembra che siano oltre cinque milioni (solo
la Repubblica ne fece arrivare in edicola un milione!). Vendere tanto è da Stephen King o da Ken Follett, ma un grande intellettuale, suvvia! Sono cose che non si fanno,
per la contraddizion che nol consente.
Il secondo è che "Il nome della rosa" fu un successo internazionale, piacque ancor prima nei paesi anglosassoni che in Italia (e questo dovrebbe far pensare, ma certi pensieri è bene non pensarli).
Il guaio vero è che Umberto Eco non appartiene a nessuna delle tre chiese in cui storicamente è suddivisa l'
intellighentsia italiana: la chiesa crociana, la chiesa gramsciana e la chiesa Chiesa. Ce ne sarebbe una quarta, quella degli avanguardisti, difatti ogni sei mesi c'è una avanguardia nuova da quarant'anni, anzi, da prima (c'erano persino al tempo del fascismo, e divennero in genere accademici, Marinetti in testa). Ma gli avanguardisti italiani, di fondo, sono un fritto misto delle prime tre chiese, in cui prima o poi confluiscono. Nell'attesa, abbaiano senza mordere.

Le tre chiese hanno alcune caratteristiche in comune: la prima è che tutti sono nipotini del
Venerabile Jorge, certamente se trovassero il secondo libro della Poetica di Aristotele lo brucerebbero o più probabilmente direbbero che è un apocrifo. Ridere e far ridere comunque non sta bene. Quando si parla di matematica scantonano, lodano la scienza -che non conoscono- per spregiare la tecnica -che usano, vergognandosene un po'. Nella tecnica c'è molto di buono, e Umberto Eco è quasi l'unico ad avere detto cose importanti sui temi Informatica, Rete e Cultura. Se si entra in una libreria francese o inglese o tedesca, ci si accorge dello stato reale della cultura italiana: le dieci dita delle due mani bastano per contare gli italiani realmente presenti.
"Il nome della rosa" è un grande libro, ma si fanno due considerazioni opposte, entrambe denigratorie: che Umberto Eco si è sporcato le mani scrivendo un romanzo giallo, oppure che Eco avrà una cultura sconfinata, ma gli manca la capacità narrativa. E' quello che succede con i film: i western, i noir, la commedia sentimentale, il musical, il filone politico etc etc , un sistema fatto a scatole che risponde solo all'ansia catalogante di certe biblioteche, a partire da quelle domestiche. Si prova ad organizzare la propria biblioteca, ma si cambia continuamente idea, perché i libri sfuggono dalle categorie come le anguille dalle mani, finché un bel giorno chi ha tre o quattro biblioteche si accorge che la soluzione era lì, a portata di mano: la biblioteca dei libri grossi, quella dei mezzani, quella dei piccoli, e quella degli
altri (fumetti, ricettari, fotografie, lettere d'amore e d'odio, bollette, spese e litigi condominiali eccetera).
Come denominiamo
La Recherche, l'
Ulisse,
L'uomo senza qualità? Romanzi? Ma va! Qui la chiudo e vengo al film di Annaud.

Sono generalmente contrario al confronto fra opera letteraria e film, ma qui non se ne può fare a meno, perché l'opera letteraria non è un romanzo, è qualcosa d'altro in cui si incontrano religione, politica, linguaggi, morti sospette, roghi di persone, incendi di libri e in cui, sotto spoglie mentite e vere, appare anche il nostro mondo, oltre a quello del medioevo. Bisognava scegliere, e Annaud ha scelto la storia della sparizione per assassinio o per suicidio di un monaco al giorno, mantenendo anche il contrasto fra papato ed impero, da una parte l'inquisizione di
Bernardo Gui, dall'altra la delegazione imperiale, ma soprattutto l'indagine di
Gugliemo da Baskerville. Ho provato una impressione di impoverimento, a parte l'efficacia dei paesaggi, per cui sono state utilizzate diverse
location, e il vigore rappresentativo di certi visi, però spinti al limite della caricatura. La traslazione in politica moderna, con la ribellione all'inquisizione e la morte di Bernardo Gui non fa parte della storia di Eco, è una impropria estensione dei problemi attuali alla storia del medioevo. Non li vedo, quei poveracci, assaltare il corteo di Bernardo Gui, si sarebbero fatti benedire sia da lui che da Michele da Cesena o da Ubertino da Casale. Diatribe complicatissime, salvo capire che la discussione era quella secolare fra Papato ed Impero, più, un secolo prima, la formidabile irruzione di Francesco d'Assisi (altro che poverello!), col tema della povertà nella Chiesa.
Con questo film, il mio problema è stato quello di aspettative mal poste, mi aspettavo quello che amo di più nel libro di Eco: il linguaggio, anzi, i linguaggi, Guglielmo da Baskerville, lo scriptorium luminoso, la torre con la biblioteca, il
finis Africae, le discussioni su Aristotele, specie sul riso, gli scontri fra Guglielmo ed Jorge, gli ultimi seguaci di fra' Dolcino, mentre Annaud segue più la trafila degli omicidi e le ingenuità e le tentazioni non spirituali ma fisiche del giovane monaco Adso. Queste cose ci sono, ne
Il nome della rosa di Eco, magari sono state una delle cause principali del successo, ma il fascino più grande lo trovo nel Medioevo ormai in crisi che non sa come uscirne, e le risposte sarebbero venute non dai conventi e dalle campagne, ma dalle città e dai mercati, nel film quasi del tutto assenti.

Eco, nel suo libro, guarda quel mondo ormai in crisi con occhi lucidamente critici ma ammirati, ed esalta la bellezza (
veritatis splendor) dei codici miniati, mentre nel film, salvo in una scena o due, i libri e i codici compaiono quando bruciano. Soprattutto, non si sente la grandezza di quella civiltà destinata ad essere sconfitta, che però aveva salvato la cultura dell'antichità. Nel film c'è una specie di illuminismo facile ed assolutamente
ante litteram: è vero che Guglielmo in fondo non crede più, ma si muove ed opera come se credesse ancora. Nel film sembra che lo faccia perché tempo prima cedette alle torture dell'Inquisizione, mentre il Guglielmo da Baskerville di Eco sa semplicemente che ci vorranno secoli per cambiare, e compie qualche possibile passo nella giusta direzione.
Così il monastero sembra un mondo più rozzo che colto, dilaniato da odi segreti e meschini, non da contradditorie pulsioni, religiose politiche ed umane, troppo umane. Sean Connery, gradevolissimo, ha un po' un'aria da agente 007 a riposo nonché malconvertito; è uno che, invece della continua intelligenza in azione che si trova nel libro, dice battute acute ma prudenti, specie quando arriva quel diavolaccio che si crede santo di Bernardo Gui.

Però nel film ho trovato un grande pregio: mostra bene il mascheramento accurato della lotta di potere all'interno ed all'esterno del monastero, con i frati che comunque sia cantano assieme le ore del giorno e della notte. Gli interni sono bui, i muri in ombra, il cielo è nuvoloso, per terra c'è la neve. E non ci sono donne, salvo la tentatrice di Adso, comunque presa per strega giovane. Si poteva fare diversamente? In un film credo di no, perché l'oscurità, la durezza del vivere, la selvaticità dei posti -salvo lo scriptorium e la biblioteca nella torre- ci sono anche in Eco, con in più però lo scintillìo delle controversie, le ambizioni con faccia d'umiltà, le lotte pericolose, però a loro modo ingenue su come sarà il Dio del futuro, se sempre uguale a quello che era ormai da secoli o un Dio a cui si è cessato di credere, però continuando a rispettarlo.