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domenica 29 giugno 2008

Lolita (Adrian Lyne)

Lolita (1997) Regia: Adrian Lyne, Sceneggiatura: Stephen Schiff basata sul romanzo di Vladimir Nabokov, Fotografia: Howard Atherton, Scenografia: John Hutman, Costumi: Judianna Makovsky, Montaggio: Julie Monroe, Musica: Ennio Morricone
Interpreti: Jeremy Irons, Dominique Swain, Melanie Griffith, Frank Langella, Suzanne Shepherd, Keith Reddin, Erin J. Dean, Joan Glover, Pat Pierre Perkins, Ed Grady, Michael Goodwin, Angela Paton, Ben Silverstone, Emma Griffiths, Malin, Ronald Pickup, Michael Culkin, Annabelle Apsion, Don Brady, Trip Hamilton, Michael Dolan, Hallee Hirsh
USA - Francia, 1997, Durata: 2h. 17' Rating IMDb:6.7

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Sollecitata ed incuriosita da un commento lasciato da Francesca (Galassia Libri), mi sono procurata ed ho visto Lolita diretto da Adrian Lyne.

Che dire? Gli attori principali sono tutti bravissimi: Jeremy Irons è un Humbert Humbert addirittura straziante, con il suo amour fou non ricambiato per Lolita. Melanie Griffith (Charlotte Haze, la madre di Lolita) è bella e brava come sempre. Dominique Swain è una Lolita strepitosa.
Ricostruzione ambientale, scenografie, fotografia, costumi, musica (di Ennio Moricone) perfetti.

La versione Lyne di Lolita dura ben 2 ore e 17 minuti ed è fedelissima al romanzo di Nabokov. Apparentemente molto più fedele di quanto lo fosse il film di Kubrick del 1962 e segue il testo capitolo per capitolo. All'inizio c'è, ad esempio, l'episodio dell' Humbert adolescente con Annabel, episodio che sta alle radici della sua predilezione per le ragazzine poco più che impuberi; il personaggio di Quilty occupa, in termini di durata di presenza scenica, lo stesso spazio (e cioè poco) che occupa nel romanzo di Nabokov e soprattutto Lyne non solo non taglia ma dedica molta cura a tutta la parte on the road del romanzo in cui Humbert e Lolita percorrono in macchina, per mesi, tutta l'America da un capo all'altro. Senza meta e alloggiando quasi sempre in motel e alberghi.

Insomma, tutto (quasi) ineccepibile.

E allora? Allora, il film di Lyne non mi ha convinta.

Dmitri Nabokov in una intervista ha dichiarato:
Trovo che la versione di Lyne sia molto più vicina a quello che è lo spirito originale del romanzo di mio padre. Non sono mai stato entusiasta della versione di Kubrick (alla quale collaborò anche Vladimir Nabokov, nda), anche se era un bellissimo film si allontanava troppo dai temi e dalle atmosfere originali del romanzo. Il film di Lyne mi soddisfa pienamente perché spiega il sottofondo psicologico che anima le azioni di Humbert: lui cerca di trovare in tutte le donne che osserva una ragazzina che amò durante l'adolescenza e che morì di tifo pochi giorni dopo il loro primo incontro. Per questo si innamora di Lolita, la sua non è pedofilia come noi possiamo intenderla oggi, ma un bisogno disperato di ritrovare quella parte di sé che gli fu strappata brutalmente dal destino e che in lei trova una sorta di surrogato.

Io invece mi permetto molto umilmente di dire che la Lolita di Lyne è un esempio da manuale di come si possa essere pedissequamente fedeli alla trama di un romanzo ma tradirne invece -- a mio modestissimo parere, si intende --- contenuto e spirito.

Il film -- patinato come una video clip -- è sicuramente confezionato molto bene e piacevole da vedere ma ahimè non basta la bravura degli attori e una fedeltà al testo che sebbene appaia totale è in realtà solo di facciata.

C'è una cosa la cui totale assenza stravolge il romanzo di Nabokov: dov'è infatti la micidiale ironia ed autoironia del monologo di Humbert? Dov'è la satira feroce di Nabokov? L'Humbert di Nabokov è personaggio complesso, è un manipolatore e, almeno all'inizio non è innamorato di Lolita. La sua è attrazione erotica e basta. E' un rapace. L'Humbert di Lynes nelle scene iniziali in casa Haze sembra quasi essere lui il sedotto piuttosto che il seduttore, si innamora subito perdutamente di Lolita e quello che emerge dal film è la drammatica e romanticissima figura di un uomo dal cuore spezzato. Non ci sono sfumature, non ci sono chiaroscuri. Humbert-Irons è un uomo innamorato e basta.

L'Humbert di Nabokov non concede mai sconti a se stesso: sa perfettamente, all'inizio della sua storia con Lolita, che la sua è un'ossessione erotica ed una delle cose che rende interessante e non banale il personaggio è la graduale presa di coscienza, da parte sua, che questa ossessione erotica si va mutando lentamente ma inesorabilmente in amore fino al momento in cui, dopo la fuga di Lolita, si rende conto di "volerle bene" (nel senso più autentico di "volere il suo bene") rendendosi conto infine di tutto il male che le ha fatto. Non dimentichiamo quando, nelle ultime pagine del romanzo, ammette con se stesso di avere "spezzato qualcosa dentro di lei"


Paradossalmente, la visione del film di Lyne mi ha fatto comprendere meglio il film di Kubrick: perchè alcune apparenti infedeltà al testo di Nabokov servono in realtà, a Kubrick, per esprimere con gli strumenti della cinematografia e con i suoi codici linguistici proprio l'ironia, il sarcasmo, il doppio registro del comportamento di Humbert che riesce a fare emergere dalla straordinaria mimica facciale di James Mason. L'Humbert di Mason-Kubrick pronuncia parole che sono contraddette dall'espressione del volto, abbiamo sempre l'impressione di trovarci di fronte ad un doppio livello di comunicazione ed è questo che lo rende interessante. I personaggi del film di Lyne sono invece quello che appaiono. C'è solo un testo, senza alcun sottotesto. C'è la banalizzazione al posto della complessità. L'illustrazione didascalica al posto della espressione artistica tradotta da una forma d'arte (la scrittura) ad un'altra (quella dell'immagine).
La versione di Kubrick, che poteva sembrare troppo libera e piena di tagli riusciva a fare una cosa importantissima: rendere sfuggenti e sottilmente sgradevoli tutti i personaggi della storia, proprio come essi sono nel libro di Nabokov.

Di tutto questo gli attori -- ripeto, bravissimi -- sono assolutamente incolpevoli. Loro fanno quello che viene imposto loro dal taglio, dalla chiave di lettura della storia decisi dal regista.

Come posso prendermela, ad esempio, con Melanie Griffith, se Lyne le ha fatto impersonare una Charlotte Haze troppo bella, troppo elegante, troppo raffinata, sciocca, si, ma sicuramente non insopportabile e che quindi non ha nulla a che spartire con la grassa e poco attraente Charlotte Haze di Nabokov? Quanti uomini darebbero della "mucca" a questa smagliante Charlotte-Griffith?


E a proposito della morte di Charlotte: approfondimento psicologico del comportamento di Humbert prima e immediatamente dopo la morte della moglie... zero. Ma posso mai prendermela con Jeremy Irons, se il copione prevedeva lo zero? Lui fa (benissimo) quello che gli è stato chiesto di fare.

Stendo un velo pietoso sulla sequenza finale dell'uccisione di Quilty da parte di Humbert: semplicemente disgustosa, inutilmente e stupidamente splatter. Se penso a come l'omicidio di Quilty-Peter Sellers da parte di Humbert-James Mason era stata affrontata e risolta da Kubrick mi viene solo da dire: "Signore e Signori, la classe non è acqua!".

Mi ha incantata invece la Lolita di Dominique Swain. Nella costruzione del suo personaggio Lyne ha dato a mio parere il meglio del film: gli innumerevoli primi piani per Lolita con l'apparecchio ai denti, Lolita imbrattata di rossetto, Lolita che mangia una mela, Lolita piangente e disperata, Lolita esterrefatta ed umiliata quando Humbert le molla uno schiaffo, Lolita e il suo continuo masticar chewing gum... Lolita con gli occhiali, Lolita sciatta e già vecchia a diciassette anni... Dominique Swain riesce ad essere maliziosa, ingenua, seduttiva, dolce ma anche volgare, irritante, insopportabile, tenerissima, rompiscatole... proprio come Lolita. Bravissima.

Ho letto che Lyne ha selezionato più di 2.500 ragazzine e secondo me l'ha proprio trovata, quella giusta. Dominique Swain era una quindicenne studentessa della Malibu High School : apparentemente una ragazzina come tante ma con una freschezza ed un fascino speciali, una vera ninfetta nel senso che questo termine dava Nabokov.

Ho letto anche che per il film Lyne (regista, ricordo, di Nove settimane e mezzo, Proposta Indecente, Attrazione Fatale, Flashdance) si è avvalso dei consigli del figlio di Nabokov, Dmitri. Prendo atto e mi genufletto. Detto questo, il fim continua a sembrarmi corretto ma insipido e descrittivo.

Mi piacerebbe molto leggere pareri di altre persone che oltre ad avere letto il romanzo di Nabokov abbiano anche visto sia la trasposizione cinematografica di Kubrick che quella di Lyne.

martedì 24 giugno 2008

Tutte le mattine del mondo

Tous les matins du monde (Francia,1991), Regia : Alain Corneau, Sceneggiatura : Alain Corneau e Pascal Quignard dal romanzo di quest'ultimo, Dialoghi : Pascal Quignard.
Musiche: Marin Marais (Improvisation sur les folies d'Espagne, L'Arabesque, Le Badinage, La Rêveuse, La Sonnerie de Sainte-Geneviève du Mont de Paris) ; Sainte Colombe (Les Pleurs, Gavone du Tendre, Le Retour) ; Jean-Baptiste Lully (Marche pour la cérémonie des Turcs) ; François Couperin (Leçons de ténèbres : Troisième leçon) ; Jordi Savall (Prélude pour Monsieur Vauquelin, Une jeune fillette, Fantaisie en mi mineur), musiche dirette ed interpretate da Jordi Savall.
Interpreti e personaggi: Jean-Pierre Marielle (Monsieur de Sainte-Colombe), Gérard Depardieu (Marin Marais), Guillaume Depardieu (Marin Marais da giovane), Anne Brochet (Madeleine), Carole Richert (Toinette), Caroline Sihol (Madame de Sainte-Colombe), Michel Bouquet (Lubin Baugin), Jean-Claude Dreyfus (Abate Mathieu), Myriam Boyer (Guignotte), Jean-Marie Poirier : Monsieur de Bures
Direttore della fotografia : Yves Angelo, Scene : Bernard Vézat, Costumi: Corinne Jorry, Montaggio : Marie-Josèphe Yoyotte, Consigliere musicale: Jean-Louis Charbonnier, Produttore: Jean-Louis Livi Produzione : Film Par Film, France ; Dival Films, France ; DD Productions, France et Sédif Productions, France Rating IMDb: 7.5

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Protagonista assoluta di questo forse non facilissimo ma incantevole film tratto dall'omonimo romanzo di Pascal Quignard è la musica, o per meglio dire, due diverse concezioni di quello che è o dovrebbero essere la musica e gli artisti che la interpretano e la compongono.

I due personaggi principali sono figure storiche realmente esistite.
Monsieur de Sainte Colombe fu un musicista francese della seconda metà del XVII secolo, fondatore e -- dicono gli esperti -- maestro insuperato dell'arte della viola da gamba, mentre Marin Marais, che in gioventù fu allievo di Sainte Colombe, nominato nel 1679 «joueur de viole de la musique de la Chambre» nella Musique du roi (il Re Sole) mantenne questa carica per quarantanni cumulandola con una ininterrotta carriera all'Opera.

Monsieur de Sainte-Colombe (Jean-Pierre Marielle)

La narrazione, basata su poche e incerte notizie storiche, è tutta incentrata sul difficile rapporto maestro-allievo intercorso tra Monsieur de Sainte Colombe e il giovane allievo Marin Marais destinato, a differenza del suo maestro --- vissuto e morto nell'ombra --- ad entrare nell'olimpo musicale francese e a conoscere la fama, la gloria e il successo alla corte di Luigi XIV.

Marin Marais (Gérard Depardieu)

Il film si apre su Marin Marais (Gérard Depardieu) che, ormai celebre ed onorato musicista a Versailles, vuole rivelare ai suoi allievi, durante una lezione di musica, tutto ciò che lui deve al suo antico maestro. Tutto il film è un ricordo, un lungo flash back percorso da un sentimento di colpevole nostalgia. In questo lungo prologo --- un piano sequenza che dura più di sette minuti --- la macchina rimane fissa in un primissimo piano che ci mostra un Marais-Depardieu pieno di rughe, un po' imbolsito, triste.

Marais racconta dunque ai suoi allievi il proprio percorso di iniziazione e l'antagonismo che ha visto opporre se stesso --- giovane ambizioso e desideroso di avere successo a Corte --- al vecchio e intransigente musicista Sainte Colombe.

Sainte Colombe, severo giansenista, dopo la morte prematura della moglie, conduce una vita austera di assoluto ritiro nella sua casa di campagna, totalmente dedito alla musica e alla meditazione, assieme alle due giovani figlie Madeleine e Toinette, cui concede come unico centro di attenzione l'educazione nell'arte della viola.

Madeleine (Anne Brochet)

Toinette (Carole Richert)

In giardino si è fatto costruire anche un piccolo capanno di legno nel quale si rinchiude per suonare in totale solitudine rievocando l'amatissima moglie. La sua è la ricerca della perfezione assoluta nella sua arte.

Un paio di volte l'anno, Sainte Colombe e le figlie danno concerti da camera la cui fama arriva sino a Corte. Ad uno di questi assistono alcuni cortigiani di Versailles.

Sainte Colombe riceve pressanti richieste di andare a Corte per esibirsi esclusivamente per il Re. Luigi XIV ha sentito parlare di lui e lo vuole a Versailles.
La risposta di Sainte Colombe? Caccia in malo modo il messaggero del Re scaraventandolo giù per le scale... "La mia vita sono la musica e le mie figlie, i ricordi i miei soli amici".

"Fu allora che un giovanotto di diciassette anni bussò alla sua porta. Ero io" dice Marais ai suoi allievi.
E' infatti a questo punto della storia che entra in scena il giovane Marais (interpretato da Guillaume Depardieu, figlio di Gérard), attratto dalla fama di insuperato maestro di Sainte Colombe.

Per la verità il giovane faceva il cantante, ma ora ha perso la voce e sapendo suonare un po' la viola vorrebbe prendere lezioni dal Maestro per potere fare carriera, possibilmente a Versailles (e questo già indispone Sainte Colombe).

La prima audizione non ha successo "Ho sentito lo strumento. Ma non ho sentito musica" taglia corto Sainte Colombe. Marais riesce comunque a vincere la scontrosità di Sainte Colombe e a farsi accettare come allievo, anche grazie all'intercessione di Madeleine, la figlia maggiore.


Cominciano le lezioni. Come strumentista sembra che Marais non vada poi tanto male, ma il problema è, per Sainte Colombe, che secondo lui "non è musicale". "Lo strumento non è la musica" non fa che ripetergli stizzito e tutte le domande che Marais gli rivolge per conoscere il suo pensiero sull'essenza della musica ricevono risposte sprezzanti o ermetiche. O indirette. Marais deve arrivarci da solo, a capire che cos'è la musica.
Una sera il Maestro lo conduce con se nello studio del pittore Baugin, di cui conserva religiosamente un quadro che rappresenta una natura morta.

Nel suo capanno, isolato dal mondo, Sainte Colombe suona una sua composizione, Les Pleurs ("Le lacrime"), il brano che quando eseguito con profonda verità ed emozione gli consente di reincontrare la moglie, udirne il respiro, e assaporare con lei ancora, come un tempo, cialde e vino rosso. Come quelle del quadro.

Guardando Baugin dipingere Sainte Colombe dice a Marais (che non capisce): "il suo pennello è come l'archetto della mia viola" e poi, rivolgendosi a Baugin: "il segreto della nostra arte è la sorpresa". Niente da fare, Marais continua a non capire. Lui in fondo lo strumento lo sa suonare, che cosa si vuole ancora da lui?

Lubin Baugin (Michel Bouquet)

E così, convinto di essersi già sufficientemente formato, Marais accetta un incarico a corte, scatenando le ire del maestro, che lo scaccia. Marais continua però di nascosto a frequentare la casa del maestro, per incontrarsi con la figlia maggiore, divenuta nel frattempo la sua amante; questa lo conduce in segreto sotto il capanno nel bosco in cui il padre si ritira per comporre e suonare perchè il giovane vuole scoprire a tutti i costi il segreto della sua grandezza. Madeleine fa ancora di più: gli dà lei stessa lezioni e gli trasmette tutti i segreti tecnici e compositivi che il padre le ha trasmesso.
Tornato dopo qualche tempo a trovare Sainte Colombe (che ignora quel che Madeleine ha fatto per il giovane), viene accolto piuttosto bene e tutto sommato il maestro sembra accettare l'unione di Marais con Madeleine.

Dopo breve tempo però, in modo crudo e improvviso, il giovane Marais abbandona Madeleine per inseguire la sua carriera brillante, lasciandola incinta. La ragazza entra allora in una lenta e progressiva spirale di depressione e abbandono che la porta a perdere il figlio.
Marais intanto è ormai ricco e famoso, è il primo musicista di corte del Re Sole.

Marin Marais a Versailles dirige la Marche
pour la cérémonie des Turcs di
Jean Baptiste Lully

Si è sposato con un'altra donna, non vede Madeleine da tanto tempo ma questa, ormai gravemente ammalata e in punto di morte chiede di rivedere per un'ultima volta il suo antico amore. Il suo ultimo desiderio, prima di morire, è che lui suoni un brano che aveva composto per lei.

Segnato da questo incontro, che gli fa capire che "Tous les matins du monde sont sans retour" ("Tutte le mattine del mondo sono senza ritorno"), ormai nella sua piena maturità artistica, Marais, dopo lunghi anni di fama e successo, si renderà conto della vacuità della esperienza artistica di corte, e ritornerà dall'antico maestro per pregarlo di dargli un'ultima lezione, quella che riguarda il segreto reale e più profondo della sapienza arcana di Sainte Colombe.

E Sainte Colombe, finalmente, parla.

Tutte le mattine del mondo è tante cose. E' un film su un percorso di iniziazione tra due persone che intendono la musica in maniera opposta: l'adolescente ha perso la voce e vede nella viola un sostituto della voce umana e soprattutto un modo per soddisfare le sue ambizioni mondane. Sainte Colombe cerca nella musica una consolazione, il rimedio per un ferita (la morte della moglie) e vuole perfezionare la propria arte all'ombra del potere ufficiale. Lubin Baugin, il pittore giansenista è un artista che, come lui, condivide questa filosofia dell' Arte e questa scelta di vita. Tra l'altro, e detto per inciso, anche Lubin Baugin è una figura storica realmente esistita ed il quadro che Sainte Colombe conserva religiosamente nella sua stanza esiste davvero e si trova a Parigi, al Musée du Louvre. E' intitolato "Le dessert de gaufrettes".

Lubin Baugin: Le dessert de gaufrettes Paris, Musée du Louvre

Il contrasto tra Marais e Sainte Colombe è sottolineato anche visivamente dal loro modo di vestirsi: rosso fuoco il giovane Marais, sempre vestito di nero l'austero Sainte Colombe.

Sainte Colombe simboleggia il valore dell'arte nella sua forma pura, del tutto libera e svincolata da obiettivi mondani e, per ciò stesso, possibile solo nell'ombra e nel rifiuto del mondo. Marin Marais rappresenta, invece, il talento artistico che, quando si lascia sedurre dal successo e dalla mondanità finisce per disperdersi.

L'incontro-scontro tra i due personaggi rappresenta lo scarto tra generazioni, tra un'arte del XVII secolo rivolta al passato e che non ammette una musica che annuncia il futuro, una pratica artistica amatoriale ed una pratica artistica più finalizzata alla carriera. Infine: creare per se o per il pubblico?

Non è un caso che nel film ci siano pochissimi dialoghi. Quasi tutto è affidato al lungo monologo di Marais-Depardieu che detta il ritmo ed il tempo delle immagini e delle sequenze. La voce, in qualche modo, precede le immagini.

Ho potuto vedere il film in originale, e sempre più mi convinco che, almeno per un certo tipo di film, bisogna rinunciare alla comodità del doppiaggio, magari faticare un po' ma ascoltare le voci originali degli attori, magari aitutandosi, se è il caso, con sottotitoli. In questo film, la voce di Depardieu (aspra, limpida, commovente nell'apparente pacatezza di tono, priva di qualsiasi nota melodrammatica) è fondamentale.

L'altra arte che scandisce la narrazione è ovviamente la musica. Quasi tutte le scene hanno un rapporto con la musica, in quasi tutte viene suonata musica, in quasi tutte si parla di musica. Tutti i personaggi principali sanno suonare e ce lo fanno sentire. Nella scena della morte di Madeleine, la musica suonata da Marais tiene il posto delle parole. Perchè forse il segreto della musica è proprio questo: riesce a dire cose che le parole non riescono ad esprimere.

Il regista Alain Corneau si è rivolto, per la parte musicale, a Jordi Savall.

Jordi Savall, catalano, è attualmente il più famoso suonatore di viola e una delle maggiori personalità tra gli esperti della musica antica. In stretta collaborazione con Quignard e Corneau ha scelto nel repertorio barocco i brani musicali del film ed ha riesumato per l'occasione alcuni pezzi rari scritti da Sainte Colombe, fino ad oggi compositore molto poco conosciuto.

Jordi Savall

giovedì 19 giugno 2008

Il cammino della speranza

Il cammino della speranza, 1950, Regia di Pietro Germi, Soggetto Federico Fellini, Pietro Germi, Tullio Pinelli ispirato al romanzo di Nino di Maria "Cuori negli abissi", Sceneggiatura Federico Fellini e Tullio Pinelli
Con Raf Vallone (Saro Cammarata), Elena Varzi (Barbara Spadaro), Saro Urzì (Ciccio Ingaggiatore), Saro Arcidiacono (il ragioniere), Liliana Lattanzi (Rosa), Franco Navarra (Vanni), Mirella Ciotti (Lorenza), Paolo Reale (Brasi), Giuseppe Priolo (Luca) Fotografia Leonida Barboni e Salvatore d'Urso, Musiche di Carlo Rustichelli dirette da Armando Previtali, Scenografia Luigi Ricci
Produzione: Luigi Rovere per Lux Film; distribuzione: Lux; Italia, 1950, 107' Rating IMDb: 7.8

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Si tratta di un film di più di cinquant'anni fa ma che, rivisto oggi, ci ricorda che anche gli italiani sono stati emigranti, e che quello che compiono oggi i disgraziati che arrivano in Italia con mezzi di fortuna (e di sfortuna), affidandosi a scafisti o mediatori cui consegnano tutti i loro averi è un altro "cammino della speranza" che troppo spesso si trasforma in un cammino di di-sperazione.

Il film racconta delle disgrazie e della povertà di un gruppo di minatori siciliani di una zolfara di Favara (provincia di Caltanissetta), del loro tragico esodo verso la Francia e rispecchia drammaticamente la realtà di molte famiglie dell'entroterra siciliano nell'immediato dopoguerra.

Questo film non è certo un capolavoro -- va detto subito -- ed ha molti difetti che risultano difficilmente perdonabili considerando che a firmare sceneggiatura e soggetto ci sono lo stesso Germi e nomi come Federico Fellini e Tullio Pinelli. Ma possiede anche una grande potenza espressiva e -- specialmente all'inizio -- alcune sequenze memorabili.
E poi. Questo film, che da quel che so, nelle intenzioni di Germi avrebbe dovuto intitolarsi Terroni serve per ricordare a tutti noi --- e in questo momento penso soprattutto ai siciliani --- che c'è sempre qualcuno più "a sud" di altri, o che deve soffrire per ottenere un posto dignitoso a questo mondo. E che fino a non molti anni fa, gli italiani (e i siciliani) erano tra questi.
Sarebbe bene non dimenticarcelo mai.

Le donne del paese aspettano i loro uomini
durante l'occupazione della zolfara

La chiusura di una zolfara lascia senza lavoro tutti i minatori del piccolo paese. Il film inizia con le potentissime scene della lotta dei minatori che, disperati, occupano la miniera. Tra di loro c'è anche Saro Cammarata (Raf Vallone).

Saro Cammarata (Raf Vallone)

Ma tutto questo non serve a nulla. I minatori devono arrendersi. La miniera chiude gettando sul lastrico intere famiglie.

L'occupazione della miniera

Donne e bambini all'ingresso della miniera

Ma ecco che in paese arriva un tale, un certo Ciccio Ingaggiatore (Saro Urzì) che li esorta a partire, ad andare in Francia, dove il lavoro c'è per tutti --- uomini, donne e bambini ---, è ben pagato e dove volendo potranno anche diventare benestanti. La sua descrizione delle meraviglie che troveranno in Francia è come il Paese di Bengodi.

Ciccio Ingaggiatore (Saro Urzì)

La disperazione in paese è tale da indurre molti ad ascoltare la proposta di Ingaggiatore che promette – ovviamente dietro adeguato compenso – di farli emigrare clandestinamente. Certo, la paura è grande, sanno che dovranno nascondersi come delinquenti perchè saranno emigranti clandestini; c'è poi la paura dell'ignoto perchè nessuno prima di allora si è spinto fuori dal loro paese Favara. Per tutti l'Italia oltre lo stretto di Messina è il misterioso "continente" e la Calabria è già "l'estero".

Ma sentono di non avere alternative. E così, per poter racimolare i soldi richiesti da Ingaggiatore vendono tutte le loro povere cose, i mobili, i corredi di nozze, tutto. Si privano dei pochi, sacrificati risparmi e li consegnano a Ciccio, pronti a partire verso il nord con le famiglie.

"Tutto sarà meglio di quello che abbiamo adesso" dice Saro, dando voce al pensiero di tutti.
Prima in corriera e poi in treno comincia così il lungo e fortunoso viaggio del gruppo attraverso l'Italia.

Tra gli emigranti ci sono Saro che, vedovo, parte con i suoi tre bambini che non sa a chi lasciare e Barbara (Elena Varzi) , legata al pregiudicato Vanni, il quale all'ultimo momento si unisce al gruppo. C'è anche un vecchio ragioniere (Saro Arcidiacono) con il suo cagnolino ("sono solo, che cosa ci faccio qui se tutti voi partite?"). Lavorava negli uffici della miniera. La sua chiusura ha rovinato anche lui.

Rosa (Liliana Lattanzi) e Luca (Giuseppe Priolo)

Ci sono Rosa (Liliana Lattanzi) e Luca (Giuseppe Priolo), giovani fidanzati che si sposano la sera prima di partire e trascorrono in treno la loro prima notte di nozze ("Me la immaginavo diversa, la nostra prima notte" dice amaramente Luca alla sua giovane moglie). Ci sono vecchi, donne anziane e bambini.

Durante una lunga sosta alla Stazione Termini di Roma Ingaggiatore si rivela per quello che è: un imbroglione che cerca di fuggire lasciando i poveri disoccupati in balia di se stessi, ma viene fermato da Vanni (Franco Navarro), il violento del gruppo. Ingaggiatore però riesce egualmente a sparire e gli emigranti, scoperti dalla polizia, vengono rispediti al loro paese in Sicilia con un foglio di via obbligatorio. La loro disperazione però è tale -- hanno venduto tutto, non hanno più nulla e nulla ormai hanno da perdere che --- Saro il primo --- decidono di sfidare la legge e di continuare con ogni mezzo di fortuna il viaggio verso la Francia.

In Emilia vengono ingaggiati per il raccolto in una masseria. Il fattore è gentile con loro, la paga promessa è buona. Per la prima volta da quando sono partiti dalla Sicilia si sentono bene accolti, possono lavorare, far qualche soldo per poter continuare il viaggio per la Francia.

Non sanno però che è in corso uno sciopero generale, che il fattore ha assunto loro al posto degli scioperanti e quando i braccianti del luogo vengono a saperlo li aggrediscono urlando "crumiri!" e quando Saro cerca di spiegare che loro non sapevano nulla, che sono "forestieri", zolfatari che vengono dalla Sicilia la gente li apostrofa con ancora maggiore veemenza

"Zolfatari, capite? In Sicilia, li vanno a prendere! Tornate al vostro paese! Tornatevene da dove siete venuti, andate in Sicilia!"

La situazione precipita, c'è un vero e proprio scontro che nemmeno la polizia riesce a sedare. Michelina, la figlia di Saro viene ferita alla testa da un sasso.

Insomma, uno degli innumerevoli esempi di guerra tra poveri.

Costretti a partire dal precipitare degli eventi, si allontanano lasciando Saro con la figlia inferma e con Barbara. Dopo una serie di traversie, il gruppo riesce a ricomporsi alla frontiera, dove però giunge anche Vanni che, geloso del legame nato tra Barbara e Saro, affronta il rivale in un duello rusticano sulla neve.


Scampati ad una terribile tempesta di neve gli emigranti riescono a superare la frontiera. Sono stremati, ma adesso la giornata è bellissima e il sole splende. E soprattutto... sono in Francia! Finalmente!

Qui però vengono fermati dai finanzieri francesi e dagli Alpini italiani.

In una lunga scena in cui tutti sono immobili ed in silenzio finanzieri ed emigranti si fronteggiano, ben consapevoli che da quel momento dipende il futuro di quegli uomini, donne, bambini e il vanificarsi di tutti i sacrifici, di tutte le sofferenze sopportate per arrivare fin lì.

Barbara (Elena Varzi) e Saro (Raf Vallone)

E sono proprio i bambini, con la loro presenza ed i loro sguardi a determinare la svolta.


Il francese chiede: "da dove venite?" e quando Saro risponde "dalla Sicilia" il finanziere guarda di nuovo i bambini, sta ancora un attimo in silenzio e poi si rivolge ai suoi dicendo: "Allons...". Guardie francesi ed Alpini italiani se ne vanno scivolando via veloci sugli sci.

La scena finale tra la neve è davvero bella e gestita con grande abilità da Germi, nonostante il molto poco credibile comportamento delle guardie di confine. Poi purtroppo però Germi rovina tutto con l'inserimento di una voce fuori campo (la sua) sull'inquadratura finale dei personaggi che scendono verso il fondovalle perchè fa precipitare la conclusione in una intollerabile melassa moralistica. Questo "pistolotto" finale inserito da Germi nonostante il parere contrario di Fellini e Pinelli è un vero scivolone in una retorica che nel resto del film, invece, non è presente:

Lungo i confini troverete sempre i soldati, soldati dell'una e dell'altra parte, con diverse uniformi e diverso linguaggio, ma quassù, dove la solitudine è grande, gli uomini sono meno soli e certamente più vicini che nelle vie e nei caffè delle nostre città dove la gente si urta e si mescola senza guardarsi in faccia... Perché i confini sono tracciati sulle carte, ma sulla terra come Dio la fece, per quanto si percorrano i mari, per quanto si cerchi e si frughi lungo il corso dei fiumi e lungo il crinale delle montagne, non ci sono confini, su questa terra.

Orso d'argento a Berlino, Il cammino della speranza, odissea di un gruppo di disperati e dramma dell'emigrazione viene un anno dopo In nome della legge che era una storia di mafia e inizia da una miniera chiusa, da una presa di coscienza che induce ad abbandonare la terra natale per cercare di realizzare altrove il diritto al lavoro e alla dignità. Le note malinconiche di Vitti 'na crozza, che si ascoltano già mentre scorrono i titoli di testa e, suonate alla chitarra e cantate da uno degli emigranti in vari momenti della storia danno al film un tono di ballata popolare, di un racconto di conta-storie. C'è chi ha definito, tutto questo, neorealismo epico ed io sono abbastanza d'accordo.

Gli zolfatari tentano la dolorosa via dell'emigrazione perchè viene meno la speranza nella lotta (la chiusura della miniera nonostante tutti i giorni di occupazione) e perchè non vedono una possibilità di riscatto sociale attraverso l'impegno politico: Ciccio Ingaggiatore convince i minatori disoccupati a lasciare la propria terra mentre nella piazza del paese si svolge un comizio politico in cui l'oratore parla di fronte a poche persone perplesse. Miseria e rassegnazione, dunque, sono alla base della sofferta e disperata decisione.

Nel film ci sono molti elementi che ricordano la coralità della narrativa di Verga, per esempio il senso del fato incombente; il personaggio della donna perduta compagna del bandito, il duello rusticano tra Saro e Vanni sono motivi ricorrenti del repertorio dei conta-storie e della tradizione folcloristica così come le canzoni dialettali che gli emigranti cantano in treno e i balli collettivi sull'aia della masseria.

C'è un gusto figurativo di grande cura formale ed una fotografia magnifica soprattutto nella prima parte, nelle sequenze dell'occupazione della miniera e dei preparativi del viaggio.
Tutti i personaggi del gruppo di emigranti sono benissimo caratterizzati, hanno una loro precisa personalità, non hanno nulla di macchiettistico (pericolo in questi casi sempre in agguato) e i due protagonisti Elena Varzi ma soprattutto Raf Vallone perfettamente in ruolo.

Certo, tra le cose poco credibili del film c'è sicuramente il fatto che un minatore siciliano semianalfabeta come Saro si esprime sempre in un italiano perfetto e con una dizione impeccabile e questo fa un po' sorridere. Ma a Raf Vallone, attore che pur non essendo grandissimo ho sempre apprezzato molto glielo perdono, suvvia.
Per quanto mi riguarda trovo Il cammino della speranza un film eccellente nella prima metà (diciamo fino all'arrivo del treno alla Stazione Termini) e molto discontinuo nella seconda parte ma nonostante tutto è un film che riesce ad emozionarmi sempre anche nelle sue parti meno riuscite.

domenica 15 giugno 2008

Sole ingannatore

Sergei Petrovich Kotov (Nikita Mikhalkov)

Outomlionnye solntsem/Burnt by the sun/ Soleil trompeur, 1994, Regia Nikita Mikhalkov, Soggetto di Nikita Mikhalkov, Sceneggiatura Nikita Mikhalkov, Rustam Ibragimbekov, Fotografia Vilen Kaluta (colore), Costumi Natalya Ivanova, Musica Eduard Artemie, Montaggio Enzo Meniconi
Interpreti e personaggi principali: Oleg Menshikov (Dmitri), Nikita Mikhalkov (Col. Sergei Petrovich Kotov), Ingeborga Dapkunaite (Marousia), Nadezhda Mihkalkova (Nadya), André Oumansky (Philippe), Vyacheslav Tikhonov (Vsevolod)
Produzione Nikita Michalkov e Jerome Sydoux DURATA 125' Rating IMDb: 7.9

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Unione Sovietica, 1936.
Il colonnello Sergei Kotov (Nikita Mikhalkov) è un eroe militare della Rivoluzione bolscevica.
Si trova in campagna, dove sta trascorrendo l'estate nella sua dacia assieme alla sua giovane ed incantevole moglie Marousia (Ingeborga Dapkounaite) e la loro figlia di sei anni Nadia (Nadezhda Mihkalkova) con cui c'è un bellissimo rapporto di affetto reciproco.

Marousia (Ingeborga Dapkounaite)

Nadia (Nadezhda Mihkalkova)

Ci sono poi i numerosi componenti della famiglia e tanti amici. I parenti di Marousia sono una famiglia colta, prima della rivoluzione appartenevano all'alta borghesia. La loro è una vita felice e tranquilla anche se, a parte Kotov, tutti sono decisamente nostalgici della vita che conducevano prima dell'avvento dei bolscevichi. Spesso, in casa, risuonano arie italiane di opere liriche di Leoncavallo e Puccini che la madre e la nonna di Marousia avevano imparato ad amare frequentando i teatri prima della Rivoluzione.

Il colonnello Kotov trascorre questi giorni di vacanza in famiglia rilassato e di buon umore. Sa di essere molto amato, temuto e rispettato da tutti coloro che lo circondano, e non solo dai familiari. E' anche punto di riferimento per i contadini dei dintorni, che ricorrono a lui quando ci sono problemi con le Autorità.


Kotov ama molto la Patria di cui parla spesso e sempre con la "P" maiuscola ed è profondamente devoto alla causa Sovietica. Tra gli oggetti che ha più cari c'è una fotografia che lo ritrae assieme ad uno Stalin sorridente; questa foto, Kotov la porta sempre con sé.

Kotov, mentre in una splendida domenica di sole rema su una barchetta assieme a sua figlia, le dice che anche lei deve amare "la Madre Patria" e che l'ascesa del potere dei Soviet porterà alla fine del capitalismo.

A trovare la famiglia arriva Dmitri (Oleg Menshikov), un giovane che una decina di anni prima era stato un sottoposto di Kotov (che dice di considerare suo eroe e maestro) ed era stato innamorato di Marousia. Era poi sparito in circostanze misteriose non dando più alcuna notizia di se.

Dmitri (Oleg Menshikov)

Dmitri è bello, allegro, disponibile, scherza volentieri con tutti, conquista subito la simpatia della famiglia intera ed in particolare della piccola Nadia, che cerca sempre la sua compagnia e lo chiama "zio Mitya". Dmitri è stato molto tempo in Francia, conosce perfettamente il francese e diverte tutti suonando al pianoforte can can francese e valzer viennesi ed incanta la piccola Nadia insegnandole a ballare il tip tap.

Proprio nello stesso giorno, si svolge nei dintorni della dacia di Kotov una esercitazione-dimostrazione di allarme in cui viene simulato l'attacco dei "nemici capitalisti dei Soviet" e tutti vengono invitati ad indossare le maschere antigas. Anche la famiglia e gli amici di Kotov e lo stesso Dmitri partecipano. Una folta delegazione di "Piccoli Pionieri Rossi" rende formale omaggio -- con tanto di discorsi e bandiere -- al colonnello Kotov, "Grande Eroe della Rivoluzione".

Ma intanto noi cominciamo a capire che Dmitri non è quello che appare. Mentre Kotov e famiglia continuano a volergli bene e fidarsi di lui, noi spettatori scopriamo presto che Dimitri adesso lavora per la famigerata NKVD, la polizia segreta di Stalin, e ben presto diventa evidente che è tornato con una missione da compiere. Ha ordini segreti di arrestare il marito di Marousia. In qualche modo questa è anche una sua vendetta, dal momento che la ragione per la quale aveva dovuto lasciare la sua fidanzata Marousia era stata proprio perché lo stesso Kotov, suo superiore, lo aveva spedito all'estero in missione perchè Dmitri era ben qualificato all'impegno, dal momento che parlava varie lingue.

In una delle scene chiave del film Dmitri informa Kotov che fra due ore arriverà una macchina con degli agenti dell'NKVD per arrestarlo e quando Kotov -- forte della sua consapevolezza di essere sinceramente comunista e fedele alla patria -- gli urla "ma chi oserà mai toccare me, un eroe della Rivoluzione?" Dmitri gli vomita addosso tutto il suo rancore (alla base del quale c'è anche un forte senso di inferiorità e di senso di colpa per l'azione abbietta che sta per compiere) urlandogli a sua volta: "quando fra cinque o sei giorni nuoterai nella tua merda vedrai che confesserai tutto quello che vogliamo, che fin dal 1920 sei una spia dei tedeschi e dal 1923 anche dei Giapponesi, che sei un terrorista, che stai tramando per assassinare Stalin... E se anche dovessi resistere alle torture e non firmerai, dovrai pur ricordarti che hai anche una moglie ed una figlia...".

Il colonnello Kotov, amareggiato ma certo della propria innocenza accetta di andare con Dmitri ma ottiene che alla famiglia non venga detto nulla del suo arresto. La piccola Nadia, ignara, è felice di aiutare papà ad indossare la sua bella divisa. Lui ne è sempre così tanto fiero...

Kotov, salutato gioiosamente ed affettuosamente dalla moglie, dalla figlia Nadia e da tutta la famiglia che pensa semplicemente che il colonnello vada a Mosca solo per poche ore e "per motivi di lavoro" viene portato via a bordo di un' automobile nera.

Kotov ancora non pensa di essere seriamente in pericolo ma quando, dopo aver minacciato di telefonare lui stesso al suo amico Stalin, viene picchiato selvaggiamente, la faccia ridotta ad un ammasso di carne sanguinolenta (vi risparmio le immagini) ed immobilizzato, ed un involontario testimone dei fatti viene ucciso, si rende conto del baratro infernale in cui è precipitato. Lui e forse anche la sua famiglia.

Mentre gli agenti del NKVD "si occupano" di Kotov e lo immobilizzano Dmitri, che ha ucciso con un colpo di pistola il povero testimone involontario fa il gesto di saluto ad un enorme ritratto di Stalin portato in volo da un pallone.

Kotov, finito nell'inferno delle purghe staliniane verrà giustiziato ma il rimorso non abbandonerà mai più Dmitri.

Una didascalia ci informa che Marousia, la piccola Nadia ed altri familiari saranno arrestati ed internati in un gulag; Marousia vi perderà la vita, Nadia ne uscirà duramente provata. La riabilitazione ufficiale arriverà per tutti, ma solo postuma, molti anni dopo la loro morte.

Sole ingannatore ha ottenuto il secondo premio della giuria al Festival di Cannes dove è stato premiato nell'edizione originale di 152 minuti e l'Oscar 1994 per il miglior film straniero.

Il titolo originale del film è Utomlennoe solntse che significa L'ultima domenica e deriva da quello di un tango degli anni trenta composto da Jerzy Petersburski e che mentre scorrono i titoli di testa vediamo danzare da una donna e da un uomo in divisa mentre una bambina li sta a guardare canticchiando a bassa voce in una scena caratterizzata da colori cupi e da una nebbia che avvolge tutto.

Se si considera che la storia del film di Mikhalkov si svolge tutta durante una domenica, si comprende che la scelta di questa musica e di questo titolo non solo non è casuale, ma merita un approfondimento. Si tratta infatti di un tango che diventò popolarissimo in USA, dove venne cantato, tra l'altro, da Billie Holiday.

Ma in Europa, e soprattutto in Polonia, "Ultima domenica" ebbe un terribile destino perchè durante la seconda guerra mondiale veniva spesso suonato nei lager nazisti mentre gli ebrei venivano mandati alle camere a gas. E' un peccato, secondo me, che il titolo originale del film non sia stato mantenuto. In inglese il titolo è diventato Burnt by the sun ("Bruciati dal sole") e mi sembra che almeno renda molto più comprensibile di quanto faccia quello italiano Sole ingannatore (che si rifà alla traduzione francese Soleil trompeur) la scritta che riempie lo schermo al termine della pellicola e che ci informa che "Il film è dedicato a tutti coloro che sono stati bruciati dal sole della Rivoluzione".

Il film è ambientato infatti, come abbiamo visto, a metà degli anni trenta, all'inizio delle grandi purghe staliniane, quando milioni di persone nell'allora Unione Sovietica venivano soppresse o private di ogni loro più elementare diritto di libertà ed etichettate come nemici del popolo durante una campagna scatenata da un improvviso giro di vite esercitato dal regime di Stalin.

E' dunque un'opera di grande denuncia delle purghe staliniane e le vicende che narra sono vere e documentate. I gulag stalinisti erano pieni di comunisti convinti e fedeli servitori del regime dei Soviet che furono gettati lì a marcire e a morire dopo aver loro estorto con torture di ogni tipo assurde confessioni di tradimento o di attentatori alla persona di Stalin. Il Kotov di Mikhalkov è uno di questi.
Il "sole" che inganna e brucia e che è metaforicamente rappresentato nel finale in una enorme immagine che campeggia sui prati è il sole che ha bruciato e disatteso le speranze di tutti, di chi ha creduto in esso e lo ha aiutato e di chi lo ha temuto come un nemico. Perchè tutti i personaggi del film avranno l'esistenza distrutta.
Sole ingannatore è uno dei più significativi prodotti cinematografici della nuova era postsovietica iniziata nel 1991 (anno della disgregazione dell'Urss), diretto da uno dei maggiori registi del periodo sovietico (e anche uno dei più conosciuti ed apprezzati in occidente), che tenta di rivisitare uno dei periodi più cupi della storia nazionale, finalmente libero da quelle forme di (auto) censura. Una stagione di cinematografia particolarmente critica nei confronti dello stalinismo si era, del resto, già manifestata in Urss nei primi anni di Krusciov. Ne avevo parlato a proposito di Quando volano le cicogne di Mikhail Kalatozov del 1957.

La dimensione storica del film -- la cui azione drammatica, come ho già detto, è concentrata tutta nell'arco temporale di una domenica estiva -- s'innesta su di un'ambientazione ricca di liriche suggestioni paesaggistiche. L'immensa pianura russa è rappresentata con colori rasserenanti ed immersa nell'indolenza estiva, l'atmosfera è ricca di riferimenti cechoviani che si colgono nell' impostazione teatrale e letteraria di buona parte delle sequenze e dei dialoghi ma anche nella ironica ed affettuosa partecipazione, in chiave crepuscolare, alla malinconica deriva esistenziale dei suoi personaggi.

Si avvertono risonanze cechoviane anche nella struggente dolcezza nostalgica: la famiglia allargata, la dacia, l'isba, l'ansa del fiume, la foresta di betulle; si avvertono nel rimpianto di un passato in cui "a San Pietroburgo si cantava Puccini e si evocava il can-can, mentre i servi parlavano in francese"

Il personaggio di Dmitri è sicuramente quello più controverso e interessante. La sua ambiguità e doppiezza è metaforicamente rappresentata da Mikhalkov nella sequenza in cui diverte la famiglia suonando il can can al pianoforte continuando ad indossare, per scherzo, la lugubre maschera antigas dell'esercitazione.

Dmitri (Oleg Menshikov), Marousia (Ingeborga Dapkunaite)
e Nadia (Nadezhda Mihkalkova)

I suoi sentimenti nei confronti di Kotov sono molto ambivalenti: lo odia perchè dieci anni prima, inviandolo all'estero e sposando Marousia lo ha strappato alla sua terra ed all'amore della sua vita ma si capisce anche che allo stesso tempo lo ammira e lo stima e che il suo affetto per Nadia e gli altri membri della famiglia è sincero. Perchè allora Dmitri compie un'azione che provocherà la tragedia non soltanto di Kotov ma della famiglia intera? A me sembra che nel personaggio di Dmitri Mikhalkov concentri due temi fondamentali: il primo sta nel fatto che nel corso di eventi storici così enormi ed apocalittici come furono gli anni delle persecuzioni staliniste è sempre difficilissimo individuare e tenere separate le motivazioni private (gelosie, rancori e vendette personali) dalle motivazioni politiche più "ufficiali". Il secondo tema forte del film consiste a mio parere nella eterna domanda della "possibilità di scelta". Poteva Dmitri disobbedire agli ordini dei suoi superiori dell' NKVD e rifiutarsi di compiere un'azione che lui stesso sa essere abbietta? Il tema è manifestamente esplicitato dalla battuta di Kotov il quale -- ancora ignaro di ciò che l'attende --- chiacchierando con Marousia dice "Tutti hanno una possibilità di scelta. Esiste sempre un'alternativa".

Non sono mancate al film critiche di eccesso di compiacimento calligrafico e di uno stile di recitazione a tratti manierato ed enfatico. Può darsi che alcuni momenti possano apparire forse un po' troppo "melodrammatici". Però mentre guardavo il film pensavo che le stesse osservazioni furono fatte dai critici occidentali a Quando volano le cicogne e che molto spesso, quando si parla di film russi, viene fuori questo tipo di appunto. La cosa mi sembra talmente ricorrente che ad un certo punto ho cominciato a chiedermi: e se questa enfasi, questa accentuazione degli aspetti emotivi e sentimentali non fosse la caratteristica/difetto di un singolo film o di questo o quell'altro regista russo, e se fosse invece una caratteristica peculiare del modo di esprimersi dei russi più in generale? E se noi vedessimo come un difetto un qualcosa che riteniamo negativo solo perchè non corrisponde ai nostri canoni estetici di occidentali? Il discorso è aperto e mi viene in mente anche a proposito di altre cinematografie, quella hindi, ad esempio. Ma non voglio divagare.

Qualche notazione a proposito degli interpreti: sono tutti bravissimi, ma io ho trovato assolutamente straordinaria la piccola Nadezhda Mihkalkova (Nadia, la figlia di Kotov). E' praticamente sempre in scena e regge magnificamente una recitazione che non è fatta di sola presenza. Nadezhda recita da grande attrice, da vera "figlia d'arte". Si, perchè nella vita reale Nadezhda è figlia di Nikita Mikhalkov e nipote di Sergei Mikhalkov e Andrei Konchalovsky.

Sempre a proposito degli interpreti, una curiosità: nel ruolo di Vsevolod, il suocero di Kotov, troviamo questo signore. Lo riconoscete?

E' Vyacheslav Tikhonov, che nel Guerra e Pace di Sergei Bondarchuk era l'affascinante interprete del principe Andrej Bolkonsky. Il tempo passa per tutti.

Ed infine: Mikhalkov sta girando il sequel di questo film. Perchè?

"Giro Il sole ingannatore 2" dice " perché la II Guerra Mondiale non l'ha vinta solo il soldato Ryan".