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lunedì 7 dicembre 2009

Quattro modi di essere Carmen

Dorothy Dandridge
Solimano

Stasera, alla Scala di Milano, c'è l'attesissima prima della Carmen, quindi immaginatevi il movimento. Ieri, pomeriggio e sera, in ottima compagnia sono stato presente ad una iniziativa intelligente: la proiezione al cinema Gnomo, che è vicinissimo a Sant'Ambrogio, di tre film sulla Carmen. Il film di di Rosi, quello di Saura e quello di Godard (in ordine di proiezione). Qui aggiungo la Carmen Jones di Otto Preminger e scrivo questo post, anche riprendendo e modificando alcuni brani che avevo scritto a suo tempo per i film di Saura e di Preminger. Il film di Preminger (1954) precede di trent'anni gli altri tre film, che hanno date di prima proiezione molto vicine: 6 maggio 1983 per Saura, 11 gennaio 1984 per Godard, 20 settembre 1984 per Rosi.

Carmen Jones di Otto Preminger (1954) Dall'opera "Carmen" di Georges Bizet e dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Oscar Hammerstein II, Harry Kleiner Con Dorothy Dandridge, Harry Belafonte, Joe Adams, Pearl Bailey, Olga James, Brock Peters, Roy Glenn, Nick Stewart, Diahann Carroll Voci: Marilyn Horne, Le Vern Hutcherson, Marvin Hayes Arrangiamenti musicali: Herschel Burke Gilbert, Dimitri Tiomkin Fotografia: Sam Leavitt (105 minuti) Rating IMDb: 7.0

Inesorabilmente, il film Carmen Jones di Otto Preminger appare molto datato, anche se ha alcuni grandi pregi. Sono cambiate cose importanti, dal 1954 del film ed ancor più dal 1943 del musical di Broadway da cui è tratto.
Anzitutto, il rispetto per la musica di Bizet. E' vero che la Carmen di Bizet resiste, malgrado tutto, ma per fortuna la situazione è molto cambiata in questi decenni. Quasi nessuno si sogna più di tradurre il francese del libretto di Meilhac e di Halévy, ma qui non si tratta di traduzione, si tratta di frasi e di parole completamente diverse come significato. Ad esempio, le amiche di Carmen Jones (Dorothy Dandridge) la sollecitano a lasciare il militare Joe (Harry Belafonte) perché il pugile Husky Miller (Joe Adams) le comprerà pellicce e gioielli.

Non è colpa di nessuno, i tempi erano quelli e molti di noi sono cresciuti a base di "è l'amore uno strano augello" e di "presso il bastion di Siviglia". Ormai non si fa da decenni, come è modificato l'approccio ai recitativi. A cantare non sono la Dandridge, Belafonte e Adams, che sono doppiati da Marilyn Horne (aveva 19 anni!), LeVern Hutcherson e Marvin Hayes. Un'altra cosa oggi impensabile.
Non ho niente da dire su una Carmen con tutti gli interpeti afro-americani, neppure sullo spostamento temporale e spaziale, mi sta bene che un torero diventi pugile (due mestieri a rischio...), ma che all'incontro di boxe siano presenti solo spettatori neri aveva un motivo, quello di evitare ogni commistione: il 1954 era presto ed il 1943 lo era ancora di più. E il paese di Carmen così sembra un presepe da zio Tom. C'è un involgarimento del mito , che diventa una piccola storia particolare a fine cruenta, un dramma di gelosia come ancor oggi se ne leggono nei giornali. Mentre Carmen è un archetipo costruito non da Mérimée ma dalla musica prodigiosa di Bizet, che regge persino al pugile che arriva sul macchinone e a tutti i paesani che lo festeggiano (si potrebbe fare anche con Dulcamara, anzi, certamente qualcuno l'ha fatto). In definitiva, di strada ne abbiamo percorsa, sia nell'approfondimento musicale, sia (perché non dirlo?) dal punto di vista della integrazione razziale.

Si capisce dal film che l'operazione fatta col musical del 1943 era furbissima, nel suo genere quasi geniale, con finezze particolari nell'infedeltà generale, che non è di tempi, di spazi o di mestieri, ma di livello drammatico e di altezza e profondità di senso.
Ma in questo contesto inevitabile ci sono due aspetti che fanno uscire il film dalle strettoie dei tempi in cui fu realizzato (ci misero meno di due mesi, oltre tutto!).
Il primo aspetto riguarda il regista: Otto Preminger ha un senso visivo e costruttivo esemplare, le singole scene sono molto più lunghe di quello che costumava allora. Sentimenti, risentimenti, amori, disamori si manifestano con efficacia. Felice l'idea iniziale del self service con i vassoi dove in mezzo ai tavoli cammina Carmen Jones ambita da tutti, che punta subito Joe anche se lo vede seduto con Micaela, pardon con Cindy Lou (Olga James).

Così il viaggio in jeep, con Joe che cerca di pensare solo alla guida mentre Carmen se la spassa seduta dietro con le gambe in alto, poi la tentata fuga di Carmen, fra il treno, la massicciata, poi il bosco, con Joe che non è ancora imbalordito e riesce a riprendere Carmen con la forza (ma il tarlo comincia a lavorare), poi Carmen che fa la serva amorosa, pulendogli dal fango i pantaloni e le scarpe. Si dimentica il fastidio iniziale, e vanno bene anche gli scherani e le donne del gruppo del pugile, fra cui è formidabile Pearl Bailey, più brutta che bella, grande, grossa e trascinante.

E Chicago, con la stamberga dove Joe sta rinchiuso perché altrimenti la Polizia Militare lo prenderebbe e dove Carmen comincia a stufarsi, poi tutta la scena di massa finale con l'incontro di pugilato e con le donne del pugile schierate a fare il tifo vicino al ring. Tutto questo coinvolge e convince, le parole sono da musical furbo ma i volti, i gesti, i movimenti, gli incontri, gli scontri vanno benissimo.
L'altro motivo è Dorothy Dandridge. Non particolarmente bella, deludente nei film degli anni a venire, qui non si poteva immaginare una meglio di lei. Forse il momento migliore è quando vede i paesani attorno al macchinone del pugile. E' da sola col bicchiere in mano sotto la veranda. E si vede il momento (che c'è anche in Bizet) in cui lei guarda il pugile proprio come una Carmen vera deve guardare Escamillo : un amore nuovo che sorge proprio quando l'amore precedente è ancora in pieno fulgore.

Mi verrebbe da dire male di Harry Belafonte, che appare spento. Che farci, quando sono chiusi nella stamberga Carmen non vuole restare in gabbia e l'insofferenza tracima in ogni gesto, anche i gesti di provocazione sessuale, come l'appoggiargli le gambe o mettersi le calze. Una Carmen che si permette persino un gesto affettuoso alla povera Cindy Lou, ma che nel finale sfida il piagnisteo aggressivo di Joe pur avendo letto la morte nelle carte. Alla fine del film, che ho visto con più soddisfazione che con disagio, si desidera riascoltare ancora una volta l'opera di Bizet. Mio nonno suonava nella banda del paese, allora una delle meglio in Italia, dove ogni paese aveva la sua banda; a forza di toreador si convinse a chiamare Carmen mia zia, che però crebbe assai diversa : bionda con gli occhi azzurri, poi otto figli uno in fila all'altro. Ma al suo nome ci teneva, eccome!

Harry Belafonte, Dorothy Dandridge, Joe Adams

Carmen di Carlos Saura (1983) Dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Carlos Saura e Antonio Gades Con Antonio Gades, Laura Del Sol, Cristina Hoyos, Paco de Lucia, Marisol, Juan Antonio Jiménez, José Yepes, Sebastian Moreno Musica: Paco de Lucia, Georges Bizet Fotografia: Teodoro Escamilla (102 minuti) Rating IMDb: 7.4

Ben prima di appassionarmi alla musica, mio nonno, suonatore di piatti nella banda di Sasso Marconi, mi aveva costruito in testa il mito della Carmen. Poi, fui confortato dall’ascolto radiofonico dei concerti Martini & Rossi, mi sembra al lunedì sera. Però certi brani della Carmen ti piacciono da subito e non li abbandoni più. Anni dopo, durante il viaggio di nozze in Andalusia, andai a spettacoli di flamenco a Granada, in seguito imparai ad ascoltare la Carmen in francese (cantata e recitata) e provai a leggere il racconto di Mérimée, che mi piacque poco.

Era inevitabile che andassi a vedere il film di Carlos Saura, pur sapendo poco del regista e nulla degli interpreti: mi bastava sapere che stabiliva un collegamento fra flamenco e Carmen.
Il film mi spiazzò per due motivi.
Il primo è che mi aspettavo che la protagonista Laura Del Sol (Carmen)- molto bella - fosse al centro di tutto, e l’inizio del film lo confermava, con Antonio Gades che cerca un nuovo talento per un suo balletto e trova Carmen in cui crede e di cui si innamora. Ma quando cominciavano a ballare, sbucava una che nella storia del film c’entrava poco, meno bella di Carmen, ed era lei la protagonista, finché ballavano.

Di Cristina Hoyos non avevo mai sentito parlare, ma la colpa non era mia: se andate a leggere oggi le recensioni scritte appena dopo l’uscita del film, della Hoyos non parlano, cosa stranissima, perchè non c’era niente da fare, il film era doppio: la storia fra Gades e la Del Sol, e i brani col flamenco, in cui della storia ci si scordava. Un felice difetto di sovrabbondanza.

Il secondo motivo fu che il film stabiliva una differenza nella vita dei ballerini: quando ballano e quando non ballano sembrano persone del tutto diverse. In pochi attimi, le stesse persone che ti hanno conquistato diventano uomini e donne più ottusi che normali, non sembrano neppure le controfigure di quelli che erano tre minuti prima.

Come ebbi la fortuna di accorgermi - non c’era verso - che quando ballavano il centro era Cristina Hoyos, così mi resi conto che la scelta delle due rappresentazioni, una sublime ed una meschina, era frutto della genialità del regista. Così ha da essere, ed è la differenza che ha il flamenco rispetto a quasi ogni altro tipo di danza. Non ha grande importanza la venustà delle donne e degli uomini, neppure una perfetta grazia nei movimenti, il flamenco è una possessione, credo che persino nelle più bieche rappresentazioni per turisti in sandali e calzini corti, permanga questo contagio: non si può ballare il flamenco da burocrati dei colpi di tacco e del batter le mani. Ci metteranno anni ad imparare i passi, i movimenti, ad impostare le voci, a suonare le chitarre, ma in fondo si nasce così e magari si è brutti, pure sciocchi, salvo quando il rito si svolge, che tutto passa e si dimentica.

Cosa significa? Che il flamenco è una scorciatoia, per chi ci nasce portato, verso una delimitata sublimità, un paradiso (o inferno?) che irrompe in quelle vite di per sé forse mediocri. Giungo a dire - forse esagero - che la predisposizione al flamenco potrebbe voler dire la non predisposizione a qualcos’altro di importante. Persino Antonio Gades mi fece quella impressione: esuberante dominatore durante il ballo, diveniva un coreografo da tollerare con ironia quando il ballo era finito.
Questo mi disse Carmen Story, spiazzando le mie aspettative, e cose diverse ma in fondo analoghe mi diedero le esperienze con la grande danza moderna, alcuni degli spettacoli di Maurice Bejart e Pina Bausch: una finezza sbalorditiva che non cancella ma esalta l’animalità primigenia.

Laura Del Sol

Prénom Carmen di Jean-Luc Godard (1983) Sceneggiatura di Anne-Marie Miéville Con Maruschka Detmers, Jacques Bonnaffé, Myriem Roussel, Christophe Odent, Bertrand Liebert, Alain Bastien-Thiry, Hippolyte Girardot, Valérie Dréville, Jacques Villeret, Jacques Prat, Laurent Dangalec, Bruno Pasquier, Michel Strauss, Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Mocky Fotografia: Raoul Coutard, Jean-Bernard Menoud Musica: Tom Waits "Ruby's Arms", Ludwig van Beethoven Quartetti (eseguiti dal quartetto Prat) n. 9 op. 59, n. 10 op. 74, n. 14 op. 131, n. 15 op. 132, n. 16 op. 135 (85 minuti) Rating IMDb: 6.5

Nel 1983 Gian Luigi Rondi diviene direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Decide che la giuria internazionale sia composta da soli autori, secondo l'idea di creare una "mostra degli autori, per gli autori". I membri sono scelti tra i registi emersi negli anni sessanta: il primo di essi è Bernardo Bertolucci, presidente della giuria nel 1983. Il Leone d'Oro lo vince Jean-Luc Godard con Prénom Carmen. Sonori fischi del pubblico durante la premiazione.
Ho ascoltato una intervista a Bernardo Bertolucci, che ricostruisce con disinvoltura e con schiettezza (almeno credo...) quello che successe fra i membri della giuria e con Godard. In sostanza, la decisione di premiare comunque Godard fu presa da quasi tutti i giurati prima di vedere il suo film: appartenevano al milieu del Sessantotto e volevano dare un messaggio forte e chiaro contro il riflusso dei primi anni Ottanta. Solo che esagerarono... quasi tutti i premi sembrava che dovessero andare a Godard, non solo il Leone d'Oro. Da cui discussioni a non finire, in cui Bertolucci cercò di fare in modo che i premi a Godard si riducessero, e ci riuscì, salvo che qualche giurato sessantottesco di tipo komeinista gli tolse il saluto. La giuria era così composta: Bernardo Bertolucci (presidente, Italia), Jack Clayton (Gran Bretagna), Peter Handke (Germania Ovest), Leon Hirszman (Brasile), Marta Meszaros (Ungheria), Nagisa Oshima (Giappone), Cleb Panfilov (URSS), Bob Rafelson (USA), Ousmane Sembène (Senegal), Mrinal Sen (India), Alain Tanner (Svizzera), Agnès Varda (Francia).

Che dire, su Godard, che non sia già stato già detto? La maggioranza non lo può vedere, però una corposa minoranza lo sostiene sempre e comunque. A me, con quasi tutti i film di Godard, accade una cosa strana: ci sono dei momenti in cui lo abbraccerei, il film va avanti... e venti secondi dopo lo strozzerei. Così in particolare con Prénom Carmen, su cui scriverò altri due post, forse tre. Il che significa che qualche ottimo motivo per scrivere ce l'ho.
Qui faccio osservare alcune delle geniali assurdità di Godard. Come si vede dalle note tecniche IMDb, nelle musiche non figura Georges Bizet. Fare un film sulla Carmen senza metterci Bizet... se non sei o sette note fischiettate dell'Habanera. In compenso, a parte un brano di Tom Waits, c'è una forte presenza dei quartetti di Beethoven, in particolare gli ultimi. Non è musica in sottofondo, viene eseguita dal Quartetto Prat durante il film: i quattro membri del Quartetto Prat sono fra gli interpreti.

Guardate le due immagini. L'episodio di Don Josè che porta in prigione Carmen (che ha le mani legate) c'è nell'opera di Bizet, ed ecco come lo rappresenta Godard. Jacques Bonnaffé è un giovane poliziotto ignorante e di famiglia povera, Maruschka Detmers (Carmen X) è la nipote di un famoso regista (lo stesso Godard) ridotto quasi alla paranoia. Carmen approfitta dell'abitazione dello zio e il gruppo terroristico approfitta di un albergo di lusso. Istruiti, con parenti ricchi, rapinano banche per autofinanziarsi, in realtà per eversione fine a se stessa. E' una lotta di classe a rovescio. Mi è venuta in mente la poesia di Pier Paolo Pasolini sui poliziotti e gli studenti.

Ed ecco come viene rappresentata una scena fra le più tragiche del film: una donna delle pulizie che non sa come fare con i due cadaveri distesi e sanguinanti.
La scelta della ventunenne olandese Maruschka Detmers è felicissima. Non si capisce se sappia recitare oppure no, ma una Carmen moderna lo è davvero, inconsapevole eppure tranchant. Mentre ho dei dubbi sul Don José di Jacques Bonnaffé, scelto così da Godard proprio perché voleva un'imbranato che trasmettesse sfiga esistenziale. Non è mai una parte gradevole, quella di Don José.
Eppure Godard è fedelissimo al Mito di Carmen, chiamiamolo così una buona volta, uscendo dagli schemi angusti del racconto di Mérimée. A suo modo, la musica di Beethoven, musica del destino - di amore e morte - che non si può cambiare, è appropriatissima. Infine, l'aspetto visivo raccordato con l'aspetto musicale, con la musica dei quartetti di Beethoven. Cieli ed onde del mare in perenne mutamento. Su questo aspetto, forse il più ammirevole del film, tornerò in futuro.

Maruschka Detmers

Carmen di Francesco Rosi (1984) Racconto di Prosper Mérimée, Libretto di Henri Meilhac & Ludovic Halévy, Adattamento di Francesco Rosi e Tonino Guerra Con Julia Migenes (Carmen), Placido Domingo (Don José), Ruggero Raimondi (Escamillo), Faith Esham (Micaëla), François Le Roux (Moralès), John-Paul Bogart (Zuñiga), Susan Daniel (Mercédès), Lillian Watson (Frasquita), Jean-Philippe Lafont (Dancaïre), Gérard Garino (Remendado), Julien Guiomar (Lillas Pastia), Cristina Hoyos (Danzatrice), Antonio Jiménez (Danzatore) Fotografia: Pasqualino De Santis, Costumi: Enrico Job (152 minuti) Rating IMDb: 7.6

Julia Migenes

Il film di Francesco Rosi l'ho visto ieri sera allo Gnomo per la prima volta. Avevo delle prevenzioni che sono state completamente smentite. Questo film è una meraviglia.
Non ha nessun sapore di accademia, come quasi sempre succede salvo eccezioni (Bergman, Losey) con le opere filmate.

Si fa presto a dire che è bella l'ambientazione in una Spagna solare, ma non si dice tutto. E' una Spagna solare e polverosa, sordida e superba. D'accordo, Siviglia, Ronda, Carmona sono luoghi splendidi ma come dimenticare i luoghi montagnardi dei contrabbandieri, delle carte di morte, del duello con la navaja di Escamillo e Don José? Con i tre contrabbandieri che partono a cavallo con dietro ciascuna delle tre donne, Carmen, Frasquita e Mercedes, che provvederanno a distrarre i doganieri.
Con una Micaëla (Faith Esham) finalmente credibile. Non la solita gnesa o sciochetta intrega (come dicono a Parma) ma coraggiosa seppur timida e fedele al suo amato Don José.
Con gli animali sempre in primo piano, i tanti cavalli e il toro elevato a protagonista, come segno nero e rosso di destino furibondo. Insanguinato dal banderillero e dal picador, come d'uso (niente da fare per il torero, se il toro non lo conciano male prima), ma con gli occhi affocati d'odio e vivissimi in primo piano.

Dopo aver visto le bellezze della Dandridge, della Del Sol, della Detmers, che sarà mai la cantante brava ma non famosa Julia Migenes, che vista in primissimo piano parrebbe quasi bruttarella? E' una Carmen credibilissima come modi, sguardi d'amore (soprattutto d'odio), movenze, erotismo consapevole, sfacciato, dominante. Anche quando si inginocchia per i colpi mortali di Don José. Con un Escamillo che non può esisterne un altro più credibile dell'attore Ruggero Raimondi (si sa la sua grandezza come cantante).

Solo Placido Domingo è impacciato, goffo, quando si muove. Da fermo lo soccorre la postura e la voce, forse allora al massimo. Ma l'essere goffo è un po' il mestiere di Don José.
Francesco Rosi è riuscito a trovare un libro con le incisioni che il giovane Gustave Doré aveva fatto per il libro "Viaggio in Ispagna" del barone Charles Devillier, e l'ha inserite nei titoli di testa. In rete quasi non ci sono, ne ho trovata qualcuna che ancora non mi soddisfa, se ne trovo di migliori le metterò in un post ad hoc. Scelta felice, il racconto di Mérimée si svolge in quegli anni, Goya come richiamo andava bene per il lusso protervo dei potenti di palazzo e di corte, non per strade e taverne.

Mi toccherà procurarmi il DVD perché vorrei scrivere qualche post con immagini più puntuali sulle situazioni. Fra quelle che inserisco qui, trovo coerenti anche alcune foto di set in bianco e nero. Ma l'immagine che in assoluto dà più il tono del film, è quella di Carmen che con lo spechietto manda la luce negli occhi di Escamillo che canta a voce spiegata. E' una luce che acceca o che fa vedere meglio?

mercoledì 9 settembre 2009

La musica nel cinema: Parole, parole, parole

Pierre Arditi, Agnès Jaoui, André Dussolier,
Sabine Azéma, Lambert Wilson, Jean-Pierre Bacri

On connaît la chanson di Alain Resnais (1997) Sceneggiatura di Jean-Pierre Bacri, Agnès Jaoui Con Pierre Arditi (Claude), Sabine Azéma (Odile Lalande), Jean-Pierre Bacri (Nicolas), André Dussollier (Simon), Agnès Jaoui (Camille Lalande), Lambert Wilson (Marc Duveyrier), Jane Birkin (Jane), Jean-Paul Roussillon, Nelly Borgeaud Fotografia: Renato Berta Musica: Bruno Fontaine e i nomi delle canzoni li inserisco nel post (120 minuti) Rating IMDb: 7.1

Solimano

Nella immagine di apertura compaiono tutti gli attori importanti, però mi piacerebbe che ci fosse anche Jane Birkin, che ha una parte piccola ma significativa.
All'inizio del film si capisce subito l'aria che tira, e vedremo come.
Così diceva Alain Resnais, il regista:

"Sono poi partito dall'idea che la canzone di varietà svolge un ruolo importante nel nostro immaginario. Le canzoni ci accompagnano durante tutta la vita, ci permettono di prendere coscienza del tempo che passa.
...
Nelle interpretazioni della Piaf o di Trenet, i sentimenti sono a volte descritti con maggior precisione che in un romanzo intelligente e di buon gusto. Questo riguarda anche quella che si potrebbe chimare una esperienza vissuta: nella vita quotidiana mi è capitato di utilizzare, senza rendermene conto, parole di qualche canzone, e questo fenomeno mi intrigava
".



Il generale Von Choltitz (Götz Burger), in piedi, sta telefonando a Berlino. Si sente una voce fosca e gracchiante. E' evidentemente Hitler che dice a Von Choltitz di bruciare Parigi. Il generale sbianca, mette giù il telefono, poi muove le labbra e... si sente la voce di Josephine Baker che canta J'ai deux amours, mon pays et Paris:

J'ai deux amours
Mon pays et Paris
Par eux toujours
Mon cœur est ravi
Ma savane est belle
Mais à quoi bon le nier
Ce qui m'ensorcelle
C'est Paris, Paris tout entier
Le voir un jour
C'est mon rêve joli
J'ai deux amours
Mon pays et Paris

E tutto il film va avanti in questo modo, con effetti stranianti/divertenti/commoventi.

Ecco i titoli delle canzoni (non tutte), inserisco solo il nome di chi le canta:

"Vertige de l'amour" Alain Bashung
"Nathalie" Gilbert Bécaud
"Résiste" France Gall
"Ce n'est rien" Julien Clerc
"J'aime les filles" Jacques Dutronc
"J'veux pas que tu t'en ailles" Michel Jonasz
"Je suis malade" Serge Lama
"Le blues du blanc" Eddy Mitchell
"J'ai deux amours" Josephine Baker
"Je ne suis pas bien portant" Gaston Ouvrard
"Sous les jupes des filles" Alain Souchon
"Je suis venu te dire que je m'en vais" Serge Gainsbourg
"Paroles, Paroles" Dalida, Alain Delon
"Et moi, dans mon coin" Charles Aznavour
"Quoi" Jane Birkin


Così, quando Nicolas (Jean-Pierre Bacri) va a cena a casa di Claude (Pierre Arditi) e di Odile (Sabine Azéma) e Nicolas e Odile parlano in salotto, mentre Claude li guarda dalla cucina, parte Et Moi Dans Mon Coin:

Lui il t'observe
Du coin de l'œil
Toi tu t'énerves
Dans ton fauteuil
Lui te caresse
Du fond des yeux
Toi tu te laisses
Prendre à son jeu

Et moi dans mon coin
Si je ne dis rien
Je remarque toutes choses
Et moi dans mon coin
Je ronge mon frein
En voyant venir la fin

Il bello è che Nicolas e Odile non stanno per niente amoreggiando, ma parlando del più e del meno. Nella seconda immagine lei gli è così vicina perché Nicolas si sta sentendo male.

Il film spiazza felicemente lo spettatore, il massimo dell'autoironia lo raggiunge il personaggio Marc Duveyrier (Lambert Wilson), che canta "J'aime les filles". Lambert Wilson è noto per la sua omosessualità dichiarata.

Anche la regola che gli attori cantano con la voce di un altro viene violata. Jane (Jane Birkin), sta parlando con l'inaffidabile marito Nicolas, che non si decide a fare in modo che lei ed i figli vengano ad abitare a Parigi, e parte la canzone Quoi. Cantata da chi? Da Jane Birkin:

Quoi
d'notre amour fou n'resterait que des cendres
moi
j'aim'rais qu'la terr's'arrête pour descendre
toi
tu m'dis qu tu n'vaux pas la cord'pour te pendre
c't à laisser ou à prendre- joie
et douleur c'est ce que l'amour engendre
sois
au-mois conscient que mon cœur peut se fendre
soit
dit en passant j'ai beaucoup à apprendre
si j'ai bien su te comprendre- amour cruel
comme un duel
dos à dos et sans merci
tu as le choix des armes
ou celui des larmes
penses-y
penses-y
et conçois que c'est à la mort à la vie

Altro bel caso. La canzone Je Suis Venu Te Dire Que M'en Vais compare due volte. In entrambi i casi il personaggio in gioco è Claude, che la canta (si fa per dire, chi canta è Serge Gainsbourg) in momenti diversi del film: prima all'amante scendendo dalla macchina, poi alla moglie Odile durante il ricevimento finale:

Je suis venu te dire que je m'en vais
Et tes larmes n'y pourront rien changer
Comme dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venu te dire que je m'en vais

Je suis venu te dire que je m'en vais
Tes sanglots longs n'y pourront rien changer
Comme dit si bien Verlaine au vent mauvais
Je suis venu te dire que je m'en vais

Tu t'souviens des jours anciens et tu pleures
Tu soffoques, tu blèmis à prèsent qu'à sonnè l'heure
Des adieux à jamais (ouais)
Je suis au regret de te dire que je m'en vais
Je t'aimais, oui, mais...


Simon, quando s'innamora in biblioteca di Camille canta Nathalie (Bécaud), quando vorrebbe essere un granatiere canta Vertige de l'amour (Bashung):

Mes circuits sont niqués
Puis y a un truc qui fait masse
L'courant peut plus passer
Non mais t'as vu c'qui passe
J'veux l'feuilleton à la place
Vertige de l'amour

Così Nicola Dusi su Segno Cinema maggio-giugno 1998.

"Ora la scelta di Resnais è più radicale: invece di usare le canzoni per mettere in rilievo l'immaginario dei personaggi (anche se talvolta accade), esse sono introdotte nel contesto quotidiano della conversazione come se non vi fosse nulla di strano, mentre si assiste all'irrompere di un nuovo (ed esilarante) livello di finzione. E attraverso le parole in musica, con la loro apertura all'affetto oltre che alla 'rimemorazione', passa una comunicazione molto più densa di qualsiasi dialogo della stessa durata. Per una scelta legata alla 'verosimiglianza' non vi sono mai canzoni intere, ma solo i refrain o i versi più noti. Questi si associano in modo da valorizzare il contenuto della scena come fossero barlumi di un pensiero o di un'emozione, oppure entrano in conflitto con le azioni manifeste sfidando la credibilità stessa del personaggio, fino a demolire, con la nuova evidenza, il senso immediato degli eventi. Le parole, i toni e i timbri delle canzoni, infatti, portano alla superficie l'implicito, per quanto camuffato sia dalle figure del mondo".

Il momento che trovo più esilarante del film, è tanto più esilarante perché in partenza è drammatico, con Camille che scende le scale tormentata dalla depressione e si trova di fronte "I cavalieri contadini dell'anno mille sul lago di Palabru", l'oggetto della sua tesi di laurea che per lei è diventato un tormentone perché a nessuno importa nulla di un tema del genere. Ma... ma... Camille se li trova proprio di fronte, i cavalieri contadini dell'anno mille sul lago di Palabru, sono lì, in fondo alla scala del ristorante. Toh, chi l'avrebbe mai detto?

Ringrazio Habanera che gentilmente mi ha fornito i testi delle canzoni. C'è una meravigliosa canzone di cui nel film si sentono solo i primi due versi e non ho l'immagine corrispondente. Ad Habanera piace ed è ragion sufficiente per metterla: Avec le temps di Leo Ferré.

Avec le temps...
Avec le temps, va, tout s'en va
On oublie le visage et l'on oublie la voix
Le cœur, quand ça bat plus, c'est pas la peine d'aller
Chercher plus loin, faut laisser faire et c'est très bien

Avec le temps...
Avec le temps, va, tout s'en va
L'autre qu'on adorait, qu'on cherchait sous la pluie
L'autre qu'on devinait au détour d'un regard
Entre les mots, entre les lignes et sous le fard
D'un serment maquillé qui s'en va faire sa nuit
Avec le temps tout s'évanouit

Avec le temps...
Avec le temps, va, tout s'en va
Même les plus chouettes souv'nirs ça t'as une de ces gueules
A la gal'rie j'farfouille dans les rayons d'la mort
Le samedi soir quand la tendresse s'en va toute seule

lunedì 3 agosto 2009

I Love Radio Rock

The Boat That Rocked, Regia e Sceneggiatura di Richard Curtis (2009) Con Bill Nighy (Quentin), Kenneth Branagh (Sir Alistair Dormandy), Philip Seymour Hoffman (The Count), Nick Frost ('Doctor' Dave), Tom Sturridge ('Young' Carl), Rhys Ifans ( Gavin Cavanagh), Rhys Darby (Angus 'The Nut' Nutsford), Tom Brooke (Thick Kevin), Gemma Arterton (Desiree), Ike Hamilton (Harold), Chris O'Dowd ('Simple' Simon Swafford), Talulah Riley (Marianne), Tom Wisdom ('Midnight' Mark), Will Adamsdale ('On-The-Hour' John), Ralph Brown (Bob Silver 'the Dawn Treader') Fotografia: Danny Cohen (129 minuti) Rating IMDb: 7.6

Annarita

Incredibile, ma vero.
A cavallo degli anni Sessanta in Inghilterra, la terra natale dei Beatles e dei Rolling Stones, la BBC trasmetteva solo due striminzite ore di rock alla settimana, con gran dispetto del folto pubblico di ogni età che avrebbe venduto l'anima la diavolo pur di ascoltare questa musica che veniva appunto considerata "diabolica" e deviante.
Tale spasmodica fame di oltre metà della popolazione da un lato e l'incredibile rigore del governo britannico dall'altro, portarono alla nascita del fenomeno delle radio pirata, navi che ancoravano in acqua non territoriali e prendevano vita grazie a deejay pronti a tutto pur di dare ai concittadini britannici di ogni sesso, grado ed età la loro agognata razione quotidiana di rock'n roll.
La principale e più famosa fu Radio Caroline, che stazionava nel mare del Nord e trasmetteva senza soluzione di continuità la diabolica musica tanto amata.

È a questa vicenda reale che si ispira il regista Richard Curtis (Quattro matrimoni e un funerale e Notting Hill) per realizzare I love Radio Rock, il suo personalissimo tributo alla musica rock.

Il giovane Carl (Tom Sturridge) è stato espulso dalla scuola e sua madre Charlotte (una irriconoscibile Emma Thompson) lo invia senza troppi complimenti dal suo padrino Quentin (Bill Nighy) perché lo aiuti a dare uno scopo alla sua vita.

Appare subito evidente che la scelta è quanto meno bizzarra perché Quentin dirige Radio Rock, una radio pirata installata in una malandata imbarcazione che staziona nel Mare del Nord ed è composta da un colorito e variegato equipaggio di deejay che vivono per il rock 'n' roll e lo trasmettono 24 ore su 24 per la gioia dei radioascoltatori. Ma Charlotte è uno spirito libero e sa il fatto proprio.

Capo indiscusso del gruppo è il massiccio e sarcastico Conte (Phillip Seymour Hoffman in gran spolvero), un cittadino americano strafottente che vive per la musica.

Intorno a lui vivono e agiscono gli altri deejay a loro modo unici e carismatici.

Dave (Nick Frost) dalla lingua tagliente e dall'umorismo corrosivo;

il gentilissimo e tenero Simon (Chris O'Dowd);Midnight Mark (Tom Wisdom), affascinante e capace di stregare ogni donna che lo avvicini senza dire una parola; Wee Small Hours Bob (Ralph Brown), un vero figlio dei fiori dedito alla droga in onda così a tarda notte che neppure i suoi compagni sono sicuri di averlo mai visto bene in faccia; Thick Kevin (Tom Brooke), l'ingegnere del suono così chiamato per la sua quasi proverbiale ottusità; On The Hour John (Will Adamsdale), che si occupa del notiziario; Angus 'The Nut' Nutsford (Rhys Darby), l'uomo che nessuno ama. Unica donna del gruppo la graziosa cuoca lesbica Felicity, in cerca del vero amore (Katherine Parkinson).

Potrebbe andare tutto bene, ma sulla terraferma c'è chi detesta questa musica degenerata e vuole ad ogni costo mettere fine alla perversa avventura di Radio Rock. Si tratta del ministro Sir Alistair Dormandy (un gustosissimo Kenneth Branagh), che commissiona al suo assitente Dominic Twatt (Jack Davenport, nel doppiaggio italiano chiamato sapidamente Pirlott) l'elaborazione di un cavillo legale che porti alla messa al bando di Radio Rock.

Intanto a bordo la vita continua, tra le regolari viste delle adoranti ammiratrici dei deejay e le esperienze di Carl, che si innamora, scopre la gelosia, il tradimento e le gioie del sesso, fino a trovare il padre che non conosceva.

Vita già tumultosa e ulteriormente sconvolta dall'inatteso ritorno di Gavin Cavanagh (Rhys Ifans), leggendario deejay inglese che potrebbe spodestare il Conte dal cuore delle ammiratrici.

Dal puntiglioso e sotterraneo lavoro di Twatt scaturisce il Marine Broadcasting Offences Act, un atto legislativo che mette fuori legge i pirati del rock e sembra segnare la vittoria del ministro Dormandy, il quale però non ha fatto i conti con la potenza del rock, la perseveranza dei deejay e il profondo amore dei loro fan, che corrono in aiuto di Radio Rock in una emozionante mobilitazione generale quando l'imbarcazione rischia di colare a picco, finale della storia al quale persino il perbenista Twatt cerca di ribellarsi invano.

Le riprese del film hanno avuto inizio nel marzo 2008 e sono andate avanti per 14 settimane, parte delle quali a Portland Harbour, nel Dorset, sulla barca Timor Challenger adattata per le necessità delle riprese. I set terrestri sono stati allestiti in un magazzino nel porto e negli studios Shepperton e Pinewood fuori Londra.

La colonna sonora è un fantastico mix della musica anni Sessanta che praticamente permea tutto il film , due ore di eccesso, trasgressione, amore, deliziosa anarchie, felicità e gioia di vivere. I Rolling Stones con Jumpin' Jack Flash e Let's Spend The Night Together, i Kinks con All Day and All of the Night, gli Who con My Generation, I Can See For Miles, e Won't Get Fooled Again, gli Small Faces con Lazy Sunday Afternoon, Jimi Hendrix con The Wind Cries Mary, Leonard Cohen con So Long, Marianne, The Supremes con The Happening, Otis Redding con These Arms of Mine, The Hollies con I'm Alive, Smokey Robinson and The Miracles con Ooo Baby Baby, Sandie Shaw con Girl Don't Come sono solo alcuni dei nomi e dei brani che fanno di questa colonna sonora un autentico pout pourri vintage, racchiuso nei quaranta pezzi complessivamente usati.

E non mi stupisce che in sala il pubblico della mia età abbia seguito con particolare partecipazione, muovendosi e cantando, sottovoce, per tutta la storia.
Mi stupisce invece che questo film così indovinato, calibrato nei tempi e nei ritmi, sostenuto da un cast in stato di grazia, non abbia ottenuto il successo che meritava.

Di questo bel film, che amalgama felicemente la musica, la commedia e il sentimento, il regista Richard Curtis ha detto: Questa è stata un'epoca fantastica per la musica, ed è eccitante fare un film in cui hai la scusa per mettere la musica in ogni singola scena. Spero che sarà uno di quei film in cui, mentre lo guardi, senti immediatamente quanto sarebbe bello essere tra quel gruppo di persone su quella barca. Una delle attrattive di Quattro matrimoni e un funerale era che ti sentivi davvero tra quel gruppo di amici. Spero che questo film sarà come andare fuori per un piacevole fine settimana con tutte le persone che ami di più al mondo quando sono in ottima forma.