Solimano
Il Van Gogh di Pialat è stato per me un prodigio inatteso. Ero molto diffidente, prima. Mi aspettavo un film sul contrasto arte-vita o sulla tragedia del non essere riconosciuto o sulla follia dell’artista o un film pieno di acribìa citazionista: i luoghi, i quadri, non solo quelli di Van Gogh, ma quelli di Cézanne, di Renoir, di Degas, di Toulouse-Lautrec. Pialat fa una cosa del tutto diversa: non mostra le opere di Van Gogh, quelle che si vedono sono dei volonterosi falsi di qualche ammiratore invido o reverente. Il regista si rende benissimo conto della impossibilità di tradurre la pittura in cinema e decide di essere lui il pittore, e ci riesce in modo splendido. Gli ultimi 67 giorni della vita di Vincent Van Gogh non saranno nella realtà stati così, ma così divengono, nelle mani di Pialat. Se comincia una scena en plein air non succede allo spettatore, appena comincia la scena, di dirsi: "Sì, Cézanne!", succede dopo. Significa che prevale la visione dall’interno, siamo talmente presi da non aver tempo per il museo interiore - rispettabile, ma sempre museo - ci sentiamo parte di quel mondo, con le sue sconcezze, i suoi vizi inevitabili, la sua esplosività e la condanna a morte quotidiana. Ci sono tre donne attorno a Van Gogh (Jacques Dutronc, poco somigliante ma verissimo): Marguerite, la giovanissima figlia di Gachet (Alexandra London), Joanne, la moglie di Theo (Corinne Bourdon), Cathy, l’amica prostituta (Elsa Zylberstein), ma anche altre, come la ragazzina che serve nella locanda.
Queste donne, accanto a Dutronc, costituiscono il cuore del film, anche se Theo e Gachet sono importanti. Non so come fosse da questo punto di vista Van Gogh, poteva anche essere un mistico folle ed asessuato, ma l’artista che abbiamo di fronte in questo film è Pialat, siccome è artista grande, dobbiamo fidarci della scelta dei suoi modelli. Parrà strano, ma era ed è l’unico modo a disposizione per evitare l'operazione calligrafica o commerciale o troppo saputa. Ma c’è una sorpresa, nel modo coraggioso di Pialat di essere lui al centro (altrimenti, che artista sarebbe?): che finito il film, dentro di noi veramente siamo in grado di capire di più quel tempo, gli uomini, le donne, persino un artista che c’è stato allora: Vincent Van Gogh. La naturalezza di Pialat nel procedere per la sua strada diventa la chiave perché noi (chi se no, al posto nostro?) ci apriamo una strada solo nostra - non c’è remissione – in cui scatta l’Ah! senza forzature: abbiamo capito Pialat, Van Gogh attraverso Pialat, soprattutto abbiamo capito meglio noi stessi, dobbiamo farlo ogni giorno, il "noi stessi" non è surgelabile né liofilizzabile. Guardando il film, sappiamo benissimo che cosa succederà a Vincent alla fine di quei 67 giorni, sappiamo anche che Theo morrà poco dopo, sappiamo tutti la fine terribile che ha fatto il nipote di Theo, sappiamo che tutta quella compagnia di svitati, scemi, poveracci, viziosi e prostitute è destinata ad afflosciarsi in pochi mesi, fra assenzio e sifilide, ospedali, contagio e prigione. Eppure nel film non c’è malinconia, non c’è tristezza, c’è magari un senso di morte, quello che si può provare solo finché si è vivi. Faccio fatica a esprimerlo, ma l’impressione grande di questo film è un abbraccio lucido e appassionato fra vita e morte, tanto più c'è dell’una tanto più c’è dell’altra. Inserisco nei commenti parte di una recensione del film che ho trovato in un sito francese. Non sono riuscito a trovare il nome dell'autore ma la recensione, molto ben scritta, mostra una amorosa attenzione al film ed una lodevole comprensione degli intenti del regista.