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lunedì 7 dicembre 2009

Quattro modi di essere Carmen

Dorothy Dandridge
Solimano

Stasera, alla Scala di Milano, c'è l'attesissima prima della Carmen, quindi immaginatevi il movimento. Ieri, pomeriggio e sera, in ottima compagnia sono stato presente ad una iniziativa intelligente: la proiezione al cinema Gnomo, che è vicinissimo a Sant'Ambrogio, di tre film sulla Carmen. Il film di di Rosi, quello di Saura e quello di Godard (in ordine di proiezione). Qui aggiungo la Carmen Jones di Otto Preminger e scrivo questo post, anche riprendendo e modificando alcuni brani che avevo scritto a suo tempo per i film di Saura e di Preminger. Il film di Preminger (1954) precede di trent'anni gli altri tre film, che hanno date di prima proiezione molto vicine: 6 maggio 1983 per Saura, 11 gennaio 1984 per Godard, 20 settembre 1984 per Rosi.

Carmen Jones di Otto Preminger (1954) Dall'opera "Carmen" di Georges Bizet e dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Oscar Hammerstein II, Harry Kleiner Con Dorothy Dandridge, Harry Belafonte, Joe Adams, Pearl Bailey, Olga James, Brock Peters, Roy Glenn, Nick Stewart, Diahann Carroll Voci: Marilyn Horne, Le Vern Hutcherson, Marvin Hayes Arrangiamenti musicali: Herschel Burke Gilbert, Dimitri Tiomkin Fotografia: Sam Leavitt (105 minuti) Rating IMDb: 7.0

Inesorabilmente, il film Carmen Jones di Otto Preminger appare molto datato, anche se ha alcuni grandi pregi. Sono cambiate cose importanti, dal 1954 del film ed ancor più dal 1943 del musical di Broadway da cui è tratto.
Anzitutto, il rispetto per la musica di Bizet. E' vero che la Carmen di Bizet resiste, malgrado tutto, ma per fortuna la situazione è molto cambiata in questi decenni. Quasi nessuno si sogna più di tradurre il francese del libretto di Meilhac e di Halévy, ma qui non si tratta di traduzione, si tratta di frasi e di parole completamente diverse come significato. Ad esempio, le amiche di Carmen Jones (Dorothy Dandridge) la sollecitano a lasciare il militare Joe (Harry Belafonte) perché il pugile Husky Miller (Joe Adams) le comprerà pellicce e gioielli.

Non è colpa di nessuno, i tempi erano quelli e molti di noi sono cresciuti a base di "è l'amore uno strano augello" e di "presso il bastion di Siviglia". Ormai non si fa da decenni, come è modificato l'approccio ai recitativi. A cantare non sono la Dandridge, Belafonte e Adams, che sono doppiati da Marilyn Horne (aveva 19 anni!), LeVern Hutcherson e Marvin Hayes. Un'altra cosa oggi impensabile.
Non ho niente da dire su una Carmen con tutti gli interpeti afro-americani, neppure sullo spostamento temporale e spaziale, mi sta bene che un torero diventi pugile (due mestieri a rischio...), ma che all'incontro di boxe siano presenti solo spettatori neri aveva un motivo, quello di evitare ogni commistione: il 1954 era presto ed il 1943 lo era ancora di più. E il paese di Carmen così sembra un presepe da zio Tom. C'è un involgarimento del mito , che diventa una piccola storia particolare a fine cruenta, un dramma di gelosia come ancor oggi se ne leggono nei giornali. Mentre Carmen è un archetipo costruito non da Mérimée ma dalla musica prodigiosa di Bizet, che regge persino al pugile che arriva sul macchinone e a tutti i paesani che lo festeggiano (si potrebbe fare anche con Dulcamara, anzi, certamente qualcuno l'ha fatto). In definitiva, di strada ne abbiamo percorsa, sia nell'approfondimento musicale, sia (perché non dirlo?) dal punto di vista della integrazione razziale.

Si capisce dal film che l'operazione fatta col musical del 1943 era furbissima, nel suo genere quasi geniale, con finezze particolari nell'infedeltà generale, che non è di tempi, di spazi o di mestieri, ma di livello drammatico e di altezza e profondità di senso.
Ma in questo contesto inevitabile ci sono due aspetti che fanno uscire il film dalle strettoie dei tempi in cui fu realizzato (ci misero meno di due mesi, oltre tutto!).
Il primo aspetto riguarda il regista: Otto Preminger ha un senso visivo e costruttivo esemplare, le singole scene sono molto più lunghe di quello che costumava allora. Sentimenti, risentimenti, amori, disamori si manifestano con efficacia. Felice l'idea iniziale del self service con i vassoi dove in mezzo ai tavoli cammina Carmen Jones ambita da tutti, che punta subito Joe anche se lo vede seduto con Micaela, pardon con Cindy Lou (Olga James).

Così il viaggio in jeep, con Joe che cerca di pensare solo alla guida mentre Carmen se la spassa seduta dietro con le gambe in alto, poi la tentata fuga di Carmen, fra il treno, la massicciata, poi il bosco, con Joe che non è ancora imbalordito e riesce a riprendere Carmen con la forza (ma il tarlo comincia a lavorare), poi Carmen che fa la serva amorosa, pulendogli dal fango i pantaloni e le scarpe. Si dimentica il fastidio iniziale, e vanno bene anche gli scherani e le donne del gruppo del pugile, fra cui è formidabile Pearl Bailey, più brutta che bella, grande, grossa e trascinante.

E Chicago, con la stamberga dove Joe sta rinchiuso perché altrimenti la Polizia Militare lo prenderebbe e dove Carmen comincia a stufarsi, poi tutta la scena di massa finale con l'incontro di pugilato e con le donne del pugile schierate a fare il tifo vicino al ring. Tutto questo coinvolge e convince, le parole sono da musical furbo ma i volti, i gesti, i movimenti, gli incontri, gli scontri vanno benissimo.
L'altro motivo è Dorothy Dandridge. Non particolarmente bella, deludente nei film degli anni a venire, qui non si poteva immaginare una meglio di lei. Forse il momento migliore è quando vede i paesani attorno al macchinone del pugile. E' da sola col bicchiere in mano sotto la veranda. E si vede il momento (che c'è anche in Bizet) in cui lei guarda il pugile proprio come una Carmen vera deve guardare Escamillo : un amore nuovo che sorge proprio quando l'amore precedente è ancora in pieno fulgore.

Mi verrebbe da dire male di Harry Belafonte, che appare spento. Che farci, quando sono chiusi nella stamberga Carmen non vuole restare in gabbia e l'insofferenza tracima in ogni gesto, anche i gesti di provocazione sessuale, come l'appoggiargli le gambe o mettersi le calze. Una Carmen che si permette persino un gesto affettuoso alla povera Cindy Lou, ma che nel finale sfida il piagnisteo aggressivo di Joe pur avendo letto la morte nelle carte. Alla fine del film, che ho visto con più soddisfazione che con disagio, si desidera riascoltare ancora una volta l'opera di Bizet. Mio nonno suonava nella banda del paese, allora una delle meglio in Italia, dove ogni paese aveva la sua banda; a forza di toreador si convinse a chiamare Carmen mia zia, che però crebbe assai diversa : bionda con gli occhi azzurri, poi otto figli uno in fila all'altro. Ma al suo nome ci teneva, eccome!

Harry Belafonte, Dorothy Dandridge, Joe Adams

Carmen di Carlos Saura (1983) Dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Carlos Saura e Antonio Gades Con Antonio Gades, Laura Del Sol, Cristina Hoyos, Paco de Lucia, Marisol, Juan Antonio Jiménez, José Yepes, Sebastian Moreno Musica: Paco de Lucia, Georges Bizet Fotografia: Teodoro Escamilla (102 minuti) Rating IMDb: 7.4

Ben prima di appassionarmi alla musica, mio nonno, suonatore di piatti nella banda di Sasso Marconi, mi aveva costruito in testa il mito della Carmen. Poi, fui confortato dall’ascolto radiofonico dei concerti Martini & Rossi, mi sembra al lunedì sera. Però certi brani della Carmen ti piacciono da subito e non li abbandoni più. Anni dopo, durante il viaggio di nozze in Andalusia, andai a spettacoli di flamenco a Granada, in seguito imparai ad ascoltare la Carmen in francese (cantata e recitata) e provai a leggere il racconto di Mérimée, che mi piacque poco.

Era inevitabile che andassi a vedere il film di Carlos Saura, pur sapendo poco del regista e nulla degli interpreti: mi bastava sapere che stabiliva un collegamento fra flamenco e Carmen.
Il film mi spiazzò per due motivi.
Il primo è che mi aspettavo che la protagonista Laura Del Sol (Carmen)- molto bella - fosse al centro di tutto, e l’inizio del film lo confermava, con Antonio Gades che cerca un nuovo talento per un suo balletto e trova Carmen in cui crede e di cui si innamora. Ma quando cominciavano a ballare, sbucava una che nella storia del film c’entrava poco, meno bella di Carmen, ed era lei la protagonista, finché ballavano.

Di Cristina Hoyos non avevo mai sentito parlare, ma la colpa non era mia: se andate a leggere oggi le recensioni scritte appena dopo l’uscita del film, della Hoyos non parlano, cosa stranissima, perchè non c’era niente da fare, il film era doppio: la storia fra Gades e la Del Sol, e i brani col flamenco, in cui della storia ci si scordava. Un felice difetto di sovrabbondanza.

Il secondo motivo fu che il film stabiliva una differenza nella vita dei ballerini: quando ballano e quando non ballano sembrano persone del tutto diverse. In pochi attimi, le stesse persone che ti hanno conquistato diventano uomini e donne più ottusi che normali, non sembrano neppure le controfigure di quelli che erano tre minuti prima.

Come ebbi la fortuna di accorgermi - non c’era verso - che quando ballavano il centro era Cristina Hoyos, così mi resi conto che la scelta delle due rappresentazioni, una sublime ed una meschina, era frutto della genialità del regista. Così ha da essere, ed è la differenza che ha il flamenco rispetto a quasi ogni altro tipo di danza. Non ha grande importanza la venustà delle donne e degli uomini, neppure una perfetta grazia nei movimenti, il flamenco è una possessione, credo che persino nelle più bieche rappresentazioni per turisti in sandali e calzini corti, permanga questo contagio: non si può ballare il flamenco da burocrati dei colpi di tacco e del batter le mani. Ci metteranno anni ad imparare i passi, i movimenti, ad impostare le voci, a suonare le chitarre, ma in fondo si nasce così e magari si è brutti, pure sciocchi, salvo quando il rito si svolge, che tutto passa e si dimentica.

Cosa significa? Che il flamenco è una scorciatoia, per chi ci nasce portato, verso una delimitata sublimità, un paradiso (o inferno?) che irrompe in quelle vite di per sé forse mediocri. Giungo a dire - forse esagero - che la predisposizione al flamenco potrebbe voler dire la non predisposizione a qualcos’altro di importante. Persino Antonio Gades mi fece quella impressione: esuberante dominatore durante il ballo, diveniva un coreografo da tollerare con ironia quando il ballo era finito.
Questo mi disse Carmen Story, spiazzando le mie aspettative, e cose diverse ma in fondo analoghe mi diedero le esperienze con la grande danza moderna, alcuni degli spettacoli di Maurice Bejart e Pina Bausch: una finezza sbalorditiva che non cancella ma esalta l’animalità primigenia.

Laura Del Sol

Prénom Carmen di Jean-Luc Godard (1983) Sceneggiatura di Anne-Marie Miéville Con Maruschka Detmers, Jacques Bonnaffé, Myriem Roussel, Christophe Odent, Bertrand Liebert, Alain Bastien-Thiry, Hippolyte Girardot, Valérie Dréville, Jacques Villeret, Jacques Prat, Laurent Dangalec, Bruno Pasquier, Michel Strauss, Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Mocky Fotografia: Raoul Coutard, Jean-Bernard Menoud Musica: Tom Waits "Ruby's Arms", Ludwig van Beethoven Quartetti (eseguiti dal quartetto Prat) n. 9 op. 59, n. 10 op. 74, n. 14 op. 131, n. 15 op. 132, n. 16 op. 135 (85 minuti) Rating IMDb: 6.5

Nel 1983 Gian Luigi Rondi diviene direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Decide che la giuria internazionale sia composta da soli autori, secondo l'idea di creare una "mostra degli autori, per gli autori". I membri sono scelti tra i registi emersi negli anni sessanta: il primo di essi è Bernardo Bertolucci, presidente della giuria nel 1983. Il Leone d'Oro lo vince Jean-Luc Godard con Prénom Carmen. Sonori fischi del pubblico durante la premiazione.
Ho ascoltato una intervista a Bernardo Bertolucci, che ricostruisce con disinvoltura e con schiettezza (almeno credo...) quello che successe fra i membri della giuria e con Godard. In sostanza, la decisione di premiare comunque Godard fu presa da quasi tutti i giurati prima di vedere il suo film: appartenevano al milieu del Sessantotto e volevano dare un messaggio forte e chiaro contro il riflusso dei primi anni Ottanta. Solo che esagerarono... quasi tutti i premi sembrava che dovessero andare a Godard, non solo il Leone d'Oro. Da cui discussioni a non finire, in cui Bertolucci cercò di fare in modo che i premi a Godard si riducessero, e ci riuscì, salvo che qualche giurato sessantottesco di tipo komeinista gli tolse il saluto. La giuria era così composta: Bernardo Bertolucci (presidente, Italia), Jack Clayton (Gran Bretagna), Peter Handke (Germania Ovest), Leon Hirszman (Brasile), Marta Meszaros (Ungheria), Nagisa Oshima (Giappone), Cleb Panfilov (URSS), Bob Rafelson (USA), Ousmane Sembène (Senegal), Mrinal Sen (India), Alain Tanner (Svizzera), Agnès Varda (Francia).

Che dire, su Godard, che non sia già stato già detto? La maggioranza non lo può vedere, però una corposa minoranza lo sostiene sempre e comunque. A me, con quasi tutti i film di Godard, accade una cosa strana: ci sono dei momenti in cui lo abbraccerei, il film va avanti... e venti secondi dopo lo strozzerei. Così in particolare con Prénom Carmen, su cui scriverò altri due post, forse tre. Il che significa che qualche ottimo motivo per scrivere ce l'ho.
Qui faccio osservare alcune delle geniali assurdità di Godard. Come si vede dalle note tecniche IMDb, nelle musiche non figura Georges Bizet. Fare un film sulla Carmen senza metterci Bizet... se non sei o sette note fischiettate dell'Habanera. In compenso, a parte un brano di Tom Waits, c'è una forte presenza dei quartetti di Beethoven, in particolare gli ultimi. Non è musica in sottofondo, viene eseguita dal Quartetto Prat durante il film: i quattro membri del Quartetto Prat sono fra gli interpreti.

Guardate le due immagini. L'episodio di Don Josè che porta in prigione Carmen (che ha le mani legate) c'è nell'opera di Bizet, ed ecco come lo rappresenta Godard. Jacques Bonnaffé è un giovane poliziotto ignorante e di famiglia povera, Maruschka Detmers (Carmen X) è la nipote di un famoso regista (lo stesso Godard) ridotto quasi alla paranoia. Carmen approfitta dell'abitazione dello zio e il gruppo terroristico approfitta di un albergo di lusso. Istruiti, con parenti ricchi, rapinano banche per autofinanziarsi, in realtà per eversione fine a se stessa. E' una lotta di classe a rovescio. Mi è venuta in mente la poesia di Pier Paolo Pasolini sui poliziotti e gli studenti.

Ed ecco come viene rappresentata una scena fra le più tragiche del film: una donna delle pulizie che non sa come fare con i due cadaveri distesi e sanguinanti.
La scelta della ventunenne olandese Maruschka Detmers è felicissima. Non si capisce se sappia recitare oppure no, ma una Carmen moderna lo è davvero, inconsapevole eppure tranchant. Mentre ho dei dubbi sul Don José di Jacques Bonnaffé, scelto così da Godard proprio perché voleva un'imbranato che trasmettesse sfiga esistenziale. Non è mai una parte gradevole, quella di Don José.
Eppure Godard è fedelissimo al Mito di Carmen, chiamiamolo così una buona volta, uscendo dagli schemi angusti del racconto di Mérimée. A suo modo, la musica di Beethoven, musica del destino - di amore e morte - che non si può cambiare, è appropriatissima. Infine, l'aspetto visivo raccordato con l'aspetto musicale, con la musica dei quartetti di Beethoven. Cieli ed onde del mare in perenne mutamento. Su questo aspetto, forse il più ammirevole del film, tornerò in futuro.

Maruschka Detmers

Carmen di Francesco Rosi (1984) Racconto di Prosper Mérimée, Libretto di Henri Meilhac & Ludovic Halévy, Adattamento di Francesco Rosi e Tonino Guerra Con Julia Migenes (Carmen), Placido Domingo (Don José), Ruggero Raimondi (Escamillo), Faith Esham (Micaëla), François Le Roux (Moralès), John-Paul Bogart (Zuñiga), Susan Daniel (Mercédès), Lillian Watson (Frasquita), Jean-Philippe Lafont (Dancaïre), Gérard Garino (Remendado), Julien Guiomar (Lillas Pastia), Cristina Hoyos (Danzatrice), Antonio Jiménez (Danzatore) Fotografia: Pasqualino De Santis, Costumi: Enrico Job (152 minuti) Rating IMDb: 7.6

Julia Migenes

Il film di Francesco Rosi l'ho visto ieri sera allo Gnomo per la prima volta. Avevo delle prevenzioni che sono state completamente smentite. Questo film è una meraviglia.
Non ha nessun sapore di accademia, come quasi sempre succede salvo eccezioni (Bergman, Losey) con le opere filmate.

Si fa presto a dire che è bella l'ambientazione in una Spagna solare, ma non si dice tutto. E' una Spagna solare e polverosa, sordida e superba. D'accordo, Siviglia, Ronda, Carmona sono luoghi splendidi ma come dimenticare i luoghi montagnardi dei contrabbandieri, delle carte di morte, del duello con la navaja di Escamillo e Don José? Con i tre contrabbandieri che partono a cavallo con dietro ciascuna delle tre donne, Carmen, Frasquita e Mercedes, che provvederanno a distrarre i doganieri.
Con una Micaëla (Faith Esham) finalmente credibile. Non la solita gnesa o sciochetta intrega (come dicono a Parma) ma coraggiosa seppur timida e fedele al suo amato Don José.
Con gli animali sempre in primo piano, i tanti cavalli e il toro elevato a protagonista, come segno nero e rosso di destino furibondo. Insanguinato dal banderillero e dal picador, come d'uso (niente da fare per il torero, se il toro non lo conciano male prima), ma con gli occhi affocati d'odio e vivissimi in primo piano.

Dopo aver visto le bellezze della Dandridge, della Del Sol, della Detmers, che sarà mai la cantante brava ma non famosa Julia Migenes, che vista in primissimo piano parrebbe quasi bruttarella? E' una Carmen credibilissima come modi, sguardi d'amore (soprattutto d'odio), movenze, erotismo consapevole, sfacciato, dominante. Anche quando si inginocchia per i colpi mortali di Don José. Con un Escamillo che non può esisterne un altro più credibile dell'attore Ruggero Raimondi (si sa la sua grandezza come cantante).

Solo Placido Domingo è impacciato, goffo, quando si muove. Da fermo lo soccorre la postura e la voce, forse allora al massimo. Ma l'essere goffo è un po' il mestiere di Don José.
Francesco Rosi è riuscito a trovare un libro con le incisioni che il giovane Gustave Doré aveva fatto per il libro "Viaggio in Ispagna" del barone Charles Devillier, e l'ha inserite nei titoli di testa. In rete quasi non ci sono, ne ho trovata qualcuna che ancora non mi soddisfa, se ne trovo di migliori le metterò in un post ad hoc. Scelta felice, il racconto di Mérimée si svolge in quegli anni, Goya come richiamo andava bene per il lusso protervo dei potenti di palazzo e di corte, non per strade e taverne.

Mi toccherà procurarmi il DVD perché vorrei scrivere qualche post con immagini più puntuali sulle situazioni. Fra quelle che inserisco qui, trovo coerenti anche alcune foto di set in bianco e nero. Ma l'immagine che in assoluto dà più il tono del film, è quella di Carmen che con lo spechietto manda la luce negli occhi di Escamillo che canta a voce spiegata. E' una luce che acceca o che fa vedere meglio?

venerdì 15 maggio 2009

I luoghi nel cinema: C'era una volta... (2)

C'era una volta... di Francesco Rosi (1967) Sceneggiatura di Tonino Guerra, Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi Con Sophia Loren, Omar Sharif, Georges Wilson, Leslie French, Dolores del Rio, Marina Malfatti, Anna Nogara, Rita Forzano, Carlotta Barilli, Rosa María Martin, Fleur Mombelli, Anna Liotti, Carlo Pisacane, Renato Pinciroli, Giacomo Furia, Pietro Carloni, Enzo Cannavale Fotografia: Pasqualino De Sanctis Musica: Piero Piccioni Costumi: Giulio Coltellacci (104 minuti) Rating IMDb: 5.7

Solimano

Ho detto nella prima puntata che la Certosa di Padula è un complesso vasto e prima di procedere è meglio darne una visione di insieme, anche se la fotografia aerea che ho trovato non è il massimo come qualità e come ampiezza.

Però si riconosce facilmente la facciata, di cui ho già scritto, e si rimane stupidi dalle dimensioni del chiostro grande. E' lì che si svolge tutta la parte finale del film. Ma di ciò poi. Inserisco altre immagini di provenienze diverse che mostrano altre parti della Certosa presenti nel film.


Nella prima di queste due foto d'epoca si vede lo scalone monumentale che porta al primo piano. Nella seconda si riconosce il loggiato che abbiamo visto con i serventi del pranzo di gala e sullo sfondo della figura di una delle principesse.

All'interno della Certosa di Padula c'è un grandioso locale, che è noto come la cucina della frittata delle mille uova. Tante infatti ne occorsero nel 1535 per nutrire adeguatamente l'imperatore Carlo V e il suo seguito. Il film ne tiene conto: uova compaiono da tutte le parti, solo che per malia stregonesca dalle uova nascono pulcini, quindi niente frittata. Nel film la parte della strega più importante la fa Carlo Pisacane, a noi tutti meglio noto come il Capannelle del film "I soliti ignoti".


Queste due immagini del film mi hanno creato un problema. In entrambe si vede un grande salone di rappresentanza, con quadri araldici e cavallereschi sulle pareti in legno.
Nella prima, il principe Rodrigo Fernandez (Omar Sharif) minaccia il ciambellano di corte di darlo in pasto ai suoi mastini se non riesce a ritrovare la giovane Isabella Candeloro (Sophia Loren) che ha conosciuto ed apprezzato alcuni giorni prima, durante una cavalcata in campagna sul suo cavallo bianco.
Nella seconda immagine, sempre Rodrigo fa spallucce, sia pur principesche, alla Regina Madre (Dolores Del Rio) che lo sollecita a decidersi una buona volta a scegliere fra sei principesse. Rodrigo vuole che le principesse diventino sette, in modo che ci sia anche Isabella Candeloro, che per questo verrò nominata Principessa di Caccavone. Così attestano i libri di storie, pardon, di favole.

Il salone di rappresentanza potrebbe essere -dico potrebbe- il refettorio della Certosa su cui sono stati applicati dei pannelli a simulare i quadri. Me lo fa pensare il pavimento, molto simile nelle immagini del film e nella fotografia.

Ecco finalmente una fotografia di parte del porticato che circonda il chiostro, che è il più grande del mondo (circa 12.000 metri quadrati). Il porticato ha in totale 84 colonne.



E' in questo porticato che Isabella corre disperata per andarsene dalla Reggia. E' disperata perché Olimpia Capece Latro Principessa di Altamura (Marina Malfatti), l'ha sconfitta nella Gara di Lavaggio Piatti: ad Isabella i piatti hanno cominciato a rompersi fra le mani uno dopo l'altro, e quindi Rodrigo, che è rimasto molto deluso da lei, adesso sposerà Olimpia.

Questa fotografia del chiostro è simile ad una delle immagini iniziali dell'ultimo episodio del film: la Festa per il Martimonio di Rodrigo con Olimpia. Tutta la festa si svolge nel chiostro.



E' una grande festa soprattutto mangereccia, perché nelle favole la fame era di casa ed aver cibo a disposizione era l'arma assoluta contro la fame. Qui di cibo ce n'è tanto: carni preparate sugli spiedi all'aperto, frutta di ogni tipo, persino frutta esotica. Evidentemente il cuoco francese Jean-Jacques Bouché 'Monzu' (George Wilson) ha aderenze in alto loco, se riesce a procurarsi in modo così rapido le vivande provenienti da paesi così lontani. Il popolo - perché del popolo si tratta- a pancia piena si sdraia sul vasto prato, c'è posto per tutti. Ma a guardar bene, compare la figura di una donna alta e fiera. Chi sarà mai?


E' proprio lei: Isabella Candeloro, Principessa di Caccavone, che prima brinda alle nozze del principe Rodrigo, poi mostra come la Principessa Olimpia Capece Latro di Altamura avesse incrinato i piatti col diamante dell'anello che porta al dito. Non per imperizia di Isabella, ma per malizia di Olimpia a Isabella si spezzavano i piatti in mano! La sorpresa è massima: Rodrigo è contento, la Regina Madre pure (Olimpia forse le sembrava una nuora un po' più impegnativa di Isabella). Olimpia è impallidita in modo tale da essere bianca quasi come l'abito da sposa che indossa.

L'ultima immagine del film riprende dall'alto il chiostro della Certosa di Padula, quasi meglio delle odierne fotografie. La festa di nozze continua anche se la sposa è cambiata.

Rimarrebbe da dire dei luoghi del film in cui compare Isabella prima di diventare principessa. Ma si tratta di luoghi umili, non paragonabili alla Reggia di Rodrigo. Però due luoghi li metto: una chiesetta antica, probabilmente nel Tavoliere delle Puglie, di fronte a cui Isabella e Rodrigo stanno baruffando a debita distanza, e il luogo più bello del film: la botte in cui rotolon rotoloni ha viaggiato Isabella fino a fermarsi in riva al mare. Un gruppo di ragazzini toglie le doghe alla botte, che si apre all'improvviso e compare Isabella, che non sembra aver avuto seri danni dal viaggio in botte. I ragazzini rimangono impressionati. Anche noi.

Isabella Candeloro, poi Principessa di Caccavone (Sophia Loren)

martedì 12 maggio 2009

I luoghi nel cinema: C'era una volta... (1)

C'era una volta... di Francesco Rosi (1967) Sceneggiatura di Tonino Guerra, Raffaele La Capria, Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi Con Sophia Loren, Omar Sharif, Georges Wilson, Leslie French, Dolores del Rio, Marina Malfatti, Anna Nogara, Rita Forzano, Carlotta Barilli, Rosa María Martin, Fleur Mombelli, Anna Liotti, Carlo Pisacane, Renato Pinciroli, Giacomo Furia, Pietro Carloni, Enzo Cannavale Fotografia: Pasqualino De Sanctis Musica: Piero Piccioni Costumi: Giulio Coltellacci (104 minuti) Rating IMDb: 5.7

Solimano

L'araldo dà lettura dell'editto davanti al castello: il Principe Rodrigo Fernandez (Omar Sharif) finalmente si sposerà, scegliendo una fra sette principesse che saranno sottoposte ad una Prova. Vincerà la principessa che romperà meno piatti nel lavaggio successivo a un grande pranzo di corte.
Sì, ma qual è nella realta il castello che si vede nelle due immagini del film?

Il castello si vede altre volte, in particolare quando il cuoco francese Jean-Jacques Bouché 'Monzu' (George Wilson) esce per comprare quintali di vettovaglie e per scritturare sguattere. Qui lo vediamo alle prese con uova necessarie per una gigantesca frittata.

Del castello c'è anche una immagine notturna, col cielo blu e una falce di luna. Il castello è' ripreso da un altro lato, lo stesso in cui lo si vede nella immagine ripresa durante il giorno (basta guardare l'albero sulla sinistra: è lo stesso).


Si tratta del Castello Odescalchi di Bracciano, che fu fondato nel 1470 da Napoleone Orsini, sopra una rocca precedente eretta dalla famiglia Vico. Il Castello e il Ducato di Bracciano per più di due secoli furono degli Orsini, che li cedettero nel 1696 agli Odescalchi. A loro volta, nel 1803 subentrarono i Torlonia (famiglia di nuova nobiltà), ma nel 1848 ne ritornarono in possesso gli Odescalchi, grazie alle ricchezze entrate in famiglia per un matrimonio con una principessa polacca. Tutto questo va e vieni di proprietà dipese esclusivamente da motivi economici.


Infatti il castello era militarmente quasi inespugnabile: Papa Borgia (Alessandro VI), nel 1496, assediò il castello, ma dopo inutili mesi trascorsi sotto le mura, le truppe pontificie dovettero battere in ritirata.
Come ogni castello che si rispetti, anche questo ha la sua fosca leggenda: si dice che Paolo Giordano I Orsini abbia trucidato la moglie Isabella de' Medici per infedeltà, e si aggiunge che la fedigrafa ogni mattina faceva sparire l'amante di turno in una profonda botola. Tutte storie, i documenti attestano che i due sposi per vent'anni filarono il perfetto amore. Si vedevano poco di frequente, è vero, ma la loro perfezione esigeva la distanza, visti gli interessi in gioco.


Queste sono due immagini del film, in cui si vede dall'alto la Reggia dove vive il Principe Rodrigo Fernandez, e dove si svolgerà la gara fra le sette principesse ed il successivo matrimonio del principe con la vincitrice. Già così si capisce che non si tratta di costruzioni edificate appositamente per il film.

Si tratta infatti della Certosa di Padula, fondata da Tommaso Sanseverino nel 1306 e dedicata a San Lorenzo. Difatti la pianta a graticola del complesso della Certosa richiama la pianta di un'altra costruzione vastissima: l'Escurial, che fu edificato circa tre secoli dopo e che è dedicato a San Lorenzo. Per dare una prima idea delle dimensioni, nella Certosa di Padula ci sono 320 stanze.


Uno degli aspetti più notevoli del film è che la Certosa di Padula non è usata solo come scenario, ma attorno alla Certosa e nella Certosa si svolge buona parte del film.
Il principe Rodrigo è alle prese con un cavallo bianco da domare e poi si alllontana dalla reggia mentre la Regina Madre (Dolores del Rio) e dame e cavalieri lo vedono sul cavallo che partirà al galoppo.

Ecco una fotografia della facciata della Certosa di Padula, che è barocca come gran parte degli esterni e degli interni della Certosa. Corrisponde perfettamente all'immagine tratta dal film. Fra le statue della facciata c'è anche quella di San Lorenzo.


Prima del pranzo di gala, gli inservienti in fila stanno camminando in un loggiato al primo piano, portando i piati di portata. Una delle principesse è ripresa in una stanza attigua al loggiato.

Una fotografia in bianco e nero in cui si vede il loggiato della Certosa di Padula. Evidentemente, lo stesso utilizzato durante la realizzazione del film.



Tre principesse piuttosto agitate per la Prova imminente stanno percorrendo un corridoio che conduce alla sala da pranzo. Ognuna di esse è vestita con colori diversi da quelli delle altre, soprattutto per motivi araldici. Occhio alla principessa vestita di verde. Si tratta di Olimpia Capece Latro Principessa di Altamura (Marina Malfatti), sicuramente una delle concorrenti più toste.

Ancora una fotografia d'epoca in bianco e nero. Si tratta di un corridoio della Certosa di Padula, probabilmente lo stesso utilizzato durante la realizzazione del film, basta guardare le decorazioni sopra la porta.

Alla gara partecipa anche una principessa sconosciuta a tutte le altre. Si tratta di Isabella Candeloro (Sophia Loren), appena insignita dal principe Rodrigo del feudo di Caccavone. Ha un seguito molto più limitato di quello delle altre principesse: solo un bel paggio moretto.
(ma non finisce qui, c'è un'altra puntata...)