Visualizzazione post con etichetta Don Chaffey. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Don Chaffey. Mostra tutti i post

sabato 21 giugno 2008

I luoghi nel cinema: Gli argonauti

Jason and the Argonauts, di Don Chaffey (1963) Da "Le Argonautiche" di Apollonio Rodio, Sceneggiatura di Jan Read, Beverly Cross Con Todd Armstrong, Nancy Kovack, Gary Raymond, Laurence Naismith, Nial MacGinnis, Michael Gwynn, Douglas Wilmer, Jack Gwillim, Honor Blackman, John Cairney, Patrick Troughton, Andrew Faulds, Nigel Green, Ferdinando Poggi, Davina Taylor Musica: Bernard Herrmann Fotografia Wilkie Cooper Trucchi: Ray Harryhausen (104 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Gli interni del film "Gli argonauti" (1963) sono stati girati negli studi S.A.F.A. di Roma e negli Shepperton Studios in Inghilterra (Surrey). Gli esterni, invece, sono stati tutti girati nel Cilento, soprattutto a Paestum ma anche nei pressi di Capo Palinuro. Ciò è soprattutto evidente nell'episodio delle Arpie che per ordine di Zeus (Niall MacGinnis) perseguitano il cieco Finea (Patrick Troughton) portandogli via il cibo. Giasone (Todd Armstrong) è in viaggio per la Colchide, ed ha precedentemente dovuto affrontare il gigante di bronzo Talos.

Quando giunge da Finea, inventa una soluzione molto semplice: una grande rete che dall'alto di un tempio cala sulle Arpie che così vengono imprigionate e messe in una gabbia con sbarre di legno. Il tempio è la cosiddetta "Basilica" di Paestum, il più antico dei tre templi di Paestum, costruito attorno al 550 avanti Cristo. E qui c'è una singolarità, che mostra come fosse felice la scelta di un luogo del genere. Il tempio nell'antichità era dedicato ad Hera (Honor Blackman), e precisamente ad Hera Argiva, quindi proprio quella di Giasone. Le antiche storie infatti raccontano che gli argonauti si fermarono proprio qui, alla foce del Sele, per edificare un tempio alla loro protettrice Hera. Quindi, la scelta del luogo per il film non poteva essere più felice ed appropriata.


E' vero che, come abbiamo visto, il film, fra i tanti pregi, ha anche quello della giocosità: la leggenda dice che gli argonauti si fermarono qui al ritorno, felicemente onusti del Vello d'Oro, mentre il regista mette l'episodio nel viaggio di andata. Difatti Finea dà come premio a Giasone un amuleto che gli servirà per passare attraverso le isole Simplegadi. Anche il secondo tempio di Paestum, quello che noi chiamiamo Tempio di Nettuno, era dedicato ad Hera. E' stato costruito attorno al 450 avanti Cristo, mentre il terzo tempio, quello meno noto (costruito attorno al 500 avanti Cristo), era dedicato ad Athena, anche se successivamente lo si chiamò Tempio di Cerere. Restando sui nomi, forse non tutti ricordano che il nome dell'antica Paestum era Posidonia, quindi Poseidone (Nettuno) era presente anche lui. Una specie di Olimpo quasi in riva al mare...

Nel film compare soprattutto la "Basilica", che fa da trappola per catturare le Arpie, ma tutto il sito archeologico compare spesso, quando c'è bisogno di capitelli, architravi, colonne mozzate o no. Metto infatti una immagine di una parte del film anteriore alla partenza degli argonauti, quando Giasone è ancora ad Jolco alle prese con Eeta.


Aggiungo due fotografie d'epoca dei due templi maggiori di Paestum e una bella acquaforte del Piranesi, quando costumava rappresentare le rovine ed i templi su cui cresceva l'erba, in questo caso abbondantissima. Una sensibilità preromantica molto diffusa. Il tempio rappresentato dal Piranesi è il secondo tempio, quello che noi chiamiamo Tempio di Nettuno.

venerdì 6 giugno 2008

Gli argonauti (3)

Jason and the Argonauts, di Don Chaffey (1963) Da "Le Argonautiche" di Apollonio Rodio, Sceneggiatura di Jan Read, Beverly Cross Con Todd Armstrong, Nancy Kovack, Gary Raymond, Laurence Naismith, Nial MacGinnis, Michael Gwynn, Douglas Wilmer, Jack Gwillim, Honor Blackman, John Cairney, Patrick Troughton, Andrew Faulds, Nigel Green, Ferdinando Poggi, Davina Taylor Musica: Bernard Herrmann Fotografia Wilkie Cooper Trucchi: Ray Harryhausen (104 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Come si vede nell'immagine sopra il post, Medea (Nancy Kovack), giovane di forte fibra, oltre che di stirpe regale, si è ristabilita rapidamente dagli inconvenienti del naufragio. Sta viaggiando sulla nave Argo verso la Colchide, per nulla preoccupata dall'essere la sola donna fra cento uomini, per di più tutti Eroi. E' l'unica immagine in cui si vede Medea senza il diadema in testa, evidentemente se l'è tolto per mettere a proprio agio il suo salvatore Giasone (Todd Armstrong), verso cui prova per lo meno un sentimento di viva riconoscenza.

Appena giunti nella Colchide, ricomincia l'alta politica, perché il re Eéta (Jack Gwillim) è il padre di Medea e non desidera essere privato del Vello d'Oro, che a parte il valore commerciale, è la protezione del paese contro le sciagure, una specie di portafortuna. L'aspetto di Eéta è indubbiamente autorevole, ma guardategli la barba, riflettendo sui film che avete visto. Una barba fatta in quel modo, nei film ce l'hanno sempre o i mariti traditi o i cattivi di tipo sfigato. Però, viste le guardie del corpo, Eéta una sua figura da Amonasro di provincia la fa. E qui occorrerebbero approfonditi studi geografici, perché la Colchide dovrebbe essere a Nord, verso l'attuale Crimea. Come mai le guardie del corpo sono di tipologia nilotica o etìope? Occorrerà una campagna archeologica per dipanare la matassa.


In qualche modo si raggiunge un provvisorio agreement, anche perché c'è Acasto (Gary Raymond), il figlio di Pelia (Douglas Wilmer), che ciurla nel manico. L'intesa si festeggia con una cerimonia propiziatoria nel tempio della dea Ecate, inventata in Anatolia, e da poco importata nella mitologia greca. Il culto alla dea Ecate era normalmente svolto da sacerdoti eunuchi, mentre nel film, con una inesattezza assai felice, sono delle giovani guidate dalla Grande Sacerdotessa che è appunto Medea. Avrò modo, fra qualche tempo, di illustrare il rito svolto ai piedi dell'altissima statua di Ecate, per il momento credo che bastino due immagini per dare una idea delle liturgie in uso nella Colchide.

Eéta, anche grazie ad una soffiata di Acasto, riesce a conoscere appieno le intenzioni di Giasone e lo imprigiona con alcuni suoi compagni. Ma interviene nottetempo Medea, maestra di inganni, che oltretutto ha anche tutte le chiavi delle celle. Così Giasone è libero, e Medea fa in modo che veda il Vello d'Oro. Sembra una pecora mezza morta mezza sempia, ma il valore è inestimabile, sia per l'oro che per la protezione.



Il Vello d'Oro però è difeso da un terribile drago, un'Idra dalle sette teste. Prima ci prova Acasto, ma viene ucciso dall'Idra. Poi entra in campo Giasone, che se la vede brutta e viene avvolto dalle possenti spire della coda del drago, zigrinata come un Cinturato Pirelli, però, anche per qualche spintarella di Hera (Honor Blackman), che dall'Olimpo continua a proteggere Giasone, l'Idra viene uccisa e Giasone si impadronisce del Vello d'Oro.


Medea, sacerdotessa e maga, le virtù del Vello d'Oro le conosce tutte: si sdraia per terra, Giasone ed Argo le distendono sopra il Vello d'Oro e guardate cosa succede: il vello diventa lucente, manifesta tutta la sua bellezza, oltre a poter curare una serie di affezioni psicosomatiche. Medea porta il Vello d'Oro a bordo della nave Argo, dove c'è la maggior parte degli Eroi, mentre Giasone con altri pochi deve affrontare l'ira del furente Eéta.

I denti del'Idra, che sono tanti, visto che aveva sette teste, possiedono una virtù che Eéta conosce: se vengono seminati, immediatamente da ogni dente sorge uno Scheletro Guerriero. Tutti hanno lo scudo personalizzato, non roba di serie.


Gli Scheletri Guerrieri sono numerosi, ma Giasone e i suoi compagni compiono prodezze inenarrabili. Nella battaglia uno degli scheletri viene decapitato, e questo nel film si vede. Peccato che togliessero il seguito della scena, in cui lo scheletro decapitato cercava il suo teschio per terra. Ma d'altra parte ridussero al minimo la durata di queste scene: nel film sono quattro minuti in tutto, ma a prepararle ci vollero più di quattro mesi.
Nella battaglia finale due compagni di Giasone muoiono, ma non si tratta di Eroi di alta classifica. Giasone, stretto nell'angolo fra un nugolo di scheletri, sceglie di tuffarsi dall'alto nel mare sottostante, diverse decine di metri sotto. Medea gli rende pan per focaccia: è lei a raccoglierlo dal mare, avendo prima stivato con cura il Vello d'Oro. Li vediamo felici, finalmente insieme: stanno navigando verso la Tessaglia, dove Pelia non immagina la sorte che l'aspetta.
Così finisce il film. Quello che succede dopo? I litigi fra Medea e Giasone? Non ci credete, sono tutti pettegolezzi.

mercoledì 4 giugno 2008

Gli argonauti (2)

Jason and the Argonauts, di Don Chaffey (1963) Da "Le Argonautiche" di Apollonio Rodio, Sceneggiatura di Jan Read, Beverly Cross Con Todd Armstrong, Nancy Kovack, Gary Raymond, Laurence Naismith, Nial MacGinnis, Michael Gwynn, Douglas Wilmer, Jack Gwillim, Honor Blackman, John Cairney, Patrick Troughton, Andrew Faulds, Nigel Green, Ferdinando Poggi, Davina Taylor Musica: Bernard Herrmann Fotografia Wilkie Cooper Trucchi: Ray Harryhausen (104 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Alla fine della prima puntata, abbiamo lasciato i nostri Argonauti in mare aperto. La nave Argo è attrezzata con gli scalmi da rematori, ma quando possono questi Eroi (eroi veri, Wikipedia fa i nomi di tutti) vanno avanti a vela, come si vede nell'immagine sopra il post.
Gli Argonauti vogliono arrivare nella Colchide per impadronirsi del Vello d'Oro, quindi avranno pure un itinerario. E invece no, per il momento non ce l'hanno: niente carte geografiche, seguono il proprio naso, i venti, soprattutto i suggerimenti degli indovini e i consigli degli dei. Nel caso di Giasone (Todd Armstrong), neanche parlarne, lo sanno tutti che è il cocco di Hera (Honor Blackman), ogni consiglio di Hera è un ordine.
Hera dice che dobbiamo andare nell'Isola di Bronzo? E andiamoci, in quest'isola, ricordando bene che Hera ha detto che non dobbiamo portare via niente dall'Isola di Bronzo.


Appena arrivano sull'isola, Ercole (Nigel Green) e Ila (John Cairney) decidono di andare un po' in giro, così scoprono perché si chiama l'Isola di Bronzo. Se si guarda l'immagine di sopra un po' distratti, sembra che siamo in un museo di sculture all'aperto. Occhio, però! Nell'immagine ci sono due figure molto piccole, si tratta di Ercole ed Ila. In questo modo ci facciamo una idea delle dimensioni delle sculture.
Nella immagine sotto vediamo la scultura a cui si avvicinano Ercole ed Ila. Sul basamento c'è scitto il nome del rappresentato: Talos. Si tratta di un gigante bronzeo che ha una lunga storia come mitologia, ma indagheremo un'altra volta. Come si vede, nel basamento di Talos c'è una porta. Il problema non è se sia aperta o chiusa, è che è difficile smuoverla. Per uno come Ercole -sappiamo tutti come è fatto- questo è un invito a nozze: a forza di spinte erculee la porta si apre ed Ercole e Ila si trovano in un grande locale, in cui Talos conserva il suo tesoro. Tutta roba fatta in scala secondo le sue dimensioni.


Giasone ha detto che dall'Isola non bisogna portare via niente, ma Ercole, quando vede una spilla di quelle ornamentali, pensa che come giavellotto gli farebbe comodo. Cosa sarà mai una modesta spilla per Talos? Nossignore, Talos è uno che ci tiene alle cose sue, eppoi di carattere è uno dei più permalosi dei giganti. Fatto sta che Talos si mette in pista non solo per recuperare la sua spilletta, ma per far passare un brutto quarto d'ora ai disturbatori.


Gli Argonauti cercano di fuggire con la loro nave, ma sono all'interno di una rada. Talos si apposta alla bocca di uscita e solleva la nave con una mano sola: gravi danni, tutti gli Argonauti in acqua e meno male che prima di partire hanno fatto un corso intensivo di nuoto. Con Talos bisogna venirne ad una e la solita Hera dà un buon consiglio a Giasone. Talos ha lo stesso punto debole che avrà Achille: il tallone (ricordiamoci che gli Argonauti vivono prima della guerra di Troia).
Basta lasciar passare Talos e seguirlo senza farsene accorgere, perché Talos nel girarsi è lento. Poi, con un cacciavite di allora, che certamente gli archeologi prima o poi troveranno, aprire un portello nel tallone del gigante ed il gioco è fatto.
Escono liquidi e fumi: giallastri, grigiastri, nerastri, rossastri. Talos si blocca restando in piedi, poi il suo bronzo si riempie di cretti e crolla su se stesso lasciando macerie metalliche sulla riva del mare. Tanta roba, che sicuramente il rottamatt detto anche robivecchi ci ha messo un mese a sgomberare. Purtroppo Ila è sparito ed Ercole per cercarlo rimane sull'Isola di Bronzo.

Gli Argonauti rimettono a posto la nave e ripartono per un'altra isola in cui Giasone deve incontrarsi con un profeta-indovino-cantore, Finea (Patrick Troughton), che potrà dargli indicazioni ulteriori sul viaggio.


Finea è cieco, fin qui passi, era un po' uno status symbol per quelli che facevano quei mestieri strani. Il guaio di Finea è che non riesce a mangiare, perché appena si mette a tavola arrivano tre Arpie, bestie veramente brutte, pure mezzo-umane e svolacchianti qua e là. Violacee-bluastre di carnagione. Le Arpie sono inviate ogni giorno da Zeus (Niall MacGinnis) che avrà i suoi motivi per avercela. Ogni tanto però Finea si sfoga, poveretto. Ho trovato questo suo sfogo in IMDb, evidentemente Finea conosceva anche l'inglese:
Phineas: Zeus, I was a sinner. I've never tried to deny it. But I didn't sin every day. Why then do you punish me *every day*?
Da mie informazioni risulta che le Arpie imbrattavano anche le mense, ma questo il film per fortuna non lo mostra.



Giasone approfitta di un tempio che allora era in costruzione. Non l'hanno ancora finito, io l'ho visto quel posto, i lavori dai tempi di Giasone e Finea non hanno fatti progressi, una lentezza scandalosa dell'impresa che ha in appalto la costruzione.
Le Arpie vengono attirate col cibo all'interno del colonnato, e gli Argonauti fanno scendere le reti e catturano le bestiacce.
Finea riprende a mangiare. Davanti a lui il tavolo è ricolmo di vivande. Qui si vede la grande organizzazione dei greci antichi: in poche ore erano in grado di far pervenire frutta tropicale sulla tavola di Finea.
Le Arpie, poverette, sono finite rinchiuse in una gabbia di legno, e dovranno supplicare Finea per nutrirsi.


Finea ha spiegato la rotta a Giasone, che adesso sa come arrivare nella Colchide del mitico Vello d'Oro. Però deve passare attraverso le Isole Simplegadi, che celano in sé un grave pericolo. Così ha detto Finea, che prima della partenza degli Argonauti consegna a Giasone un amuleto da usare solo in casi estremi. Vediamo la nave già in mezzo alle isole: gli Eroi, oggi tutti Rematori, sono concentrati nello sforzo, scandito dal capovoga su due tamburi. Che accadrà?


Il trucco delle Simplegadi è semplice: si fanno il terremoto addosso l'una con l'altra, così sulle navi precipitano pietre, rocce, montagne intere. Dall'altra parte delle isole una nave è in difficoltà e dopo un po' viene schiantata da terremoto e maremoto.
Ora toccherà a loro: che fare? Giasone si ricorda dell'amuleto di Finea e lo getta in acqua. Dal mare sbuca l'enorme figura di un uomo-tritone che ferma le rocce, e consente alla nave Argo di passare. Poi l'uomo-tritone si reimmerge in mare.

Giasone si accorge che fra lo sfasciume della nave affondata si muove una figura umana. Si tuffa per salvarla e guardate un po' che bella figura umana salva Giasone. Sicuramente di stirpe reale, comme il faut, il diadema in capo lo attesta. Malgrado la drammaticità del momento, osservatene atteggiamento e comportamento. La giovane usa cosmetici e lacche resistenti all'acqua marina, mentre l'abito che indossa purtroppo si è bagnato. Proprio un bel salvataggio, quello che ha fatto Giasone! La giovane gli sussurrerà il suo nome: Medea (Nancy Kovack).
(continua)

venerdì 30 maggio 2008

Gli argonauti (1)

Jason and the Argonauts, di Don Chaffey (1963) Da "Le Argonautiche" di Apollonio Rodio, Sceneggiatura di Jan Read, Beverly Cross Con Todd Armstrong, Nancy Kovack, Gary Raymond, Laurence Naismith, Nial MacGinnis, Michael Gwynn, Douglas Wilmer, Jack Gwillim, Honor Blackman, John Cairney, Patrick Troughton, Andrew Faulds, Nigel Green, Ferdinando Poggi, Davina Taylor Musica: Bernard Herrmann Fotografia Wilkie Cooper Trucchi: Ray Harryhausen (104 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Ogni settimana vado alla Biblioteca Civica di Lissone a restituire i cinque DVD della settimana precedente e a prendere altri cinque DVD. Il divertimento è nel curiosare senza programma fra le scansie contenenti i DVD, scansie che intelligentemente sono lasciate a disposizione dei visitatori.
La mia scelta dipende quindi dal mio stato d'animo: pedante, curioso, serioso, italianista, cosmopolita, erotico, moralista, libresco, fumettaro e poche centinaia di altre possibilità. A cose fatte -cioè a DVD scelti- il meglio è quando c'è stata un'alternanza di stati d'animo, perché vedersi cinque Bresson di fila non va bene, come non va bene vedersi cinque Polanski o Comencini che dir si voglia (solo con Rohmer riuscirei a guardarmene venti uno dietro l'altro, ma si sa, à chacun son amour).
Così sono zompato su Gli argonauti (1963) un film che non avevo mai visto: ne ignoravo addirittura l'esistenza. E' stata una scelta felicissima, è un film che consiglio a tutti, specie a chi, a forza di prendersi troppo sul serio, è a rischio di tristezza cronica. Ci ha giocato la mia passione di bambino-ragazzo-adolescente per la mitologia greca, un argomento sconfinato. Provate ad andare in Wikipedia alla voce "Argonauti", vi troverete di fronte non un articolo, ma una serie di articoli con tutte le versioni ed i nomi diversi, perché la mitologia greca ha soprattutto una cosa bella: che di versioni ce ne sono tantissime, ognuno può farsi la mitologia sua, e sono tutte vere, verissime! Vengo al dunque.


Siamo nella città di Iolco. La giovane Briseide (Davina Taylor), di famiglia reale, è inginocchiata davanti alla statua della dea Hera, e qui i realizzatori del film la mettono subito dura, per far vedere che le cose le sanno: le statue greche erano veramente colorate, non è che hanno colorato la statua della dea per sfruttare il Technicolor.
Però arriva un guerriero. E' Pelia (Douglas Wilmer), quello che sta vincendo, e che è cattivissimo, come si vede dallo sguardo. Con una spadata uccide Briseide e festa finita. Un vero peccato visto che a una bella giovane come Briseide mi ero subito affezionato. Ma tant'è, nella mitologia non sono tutte rose e fiori. Però il bambino Giasone, di stirpe reale pure lui, si salva. Riapparirà fra vent'anni.

Facciamo per intanto un salto non indietro, ma in alto, molto in alto. Perché ci sono gli dei e le dee. In particolare Zeus (Nial MacGinnis) ed Hera (Honor Blackman) che vediamo seduti ad un tavolo che è una specie di scacchiera. La scacchiera è il mondo e i pezzi diversi sono i vari eroi ed eroine che gli dei e le dee (soprattutto) spostano a secondo delle simpatie, degli sgarbi e degli strusci che ci sono stati in passato e così via. Zeus ha un po' l'aria rintronata (ma forse la colpa è dell'attore), comunque è abbastanza super partes -tranne quando di mezzo ci sono certe eroine- mentre Hera è tifosissima per Giasone (Tedd Armstrong), che è cresciuto fuori mano e che adesso ricomparirà alla corte del cattivissimo Pelia.



Questi interventi degli dei nelle cose umane richiedono un po' di organizzazione. Ci pensa soprattutto Ermes (Michael Gwynn) che non è un lavativo, è un dio in perenne movimento, difatti sta portando in mano Giasone per metterlo sulla scacchiera.
Guardate Hera come si coccola il suo Giasone con lo sguardo. Cominciano a dargli le istruzioni, e intanto, arrivano tutti gli altri dei e dee, che hanno sentito che c'è un eroe nuovo. Quindi, l'immagine è un po' una foto di famiglia scattata all'Olimpo. Sono un po' malizioso e ho dedotto che l'Olimpo sarà senz'altro un bellissimo posto, ma c'è il rischio della noia, basta vedere come tutti questi sono incuriositi da un eroe nuovo, con tanti che ce ne sono in giro.


Con una serie di mosse politiche azzeccate (c'è dietro la longa manus di Hera), Giasone viene ricevuto cortesemente da Pelia, che organizza in suo onore una festicciola all'aperto, una cosa modesta ma fine nel suo genere: l'orchestrina dietro e tre danzatrici o sacerdotesse -distinzione non facile- che fanno una serie di mosse gradevoli.
Anche qui, si vede la competenza della troupe del film: le ho viste con i miei occhi le statue delle Korai al Museo dell'Acropoli di Atene, tutte brave giovani e tutte con la gonna corta corta, specie dietro. Sul colore viola non so dire, probabilmente allora non portava sfortuna alla gente di teatro.
Quando due come Pelia e Giasone hanno in piedi un contenzioso su argomenti di piccolo conto come la sottrazione del regno e lo sterminio della famiglia, c'è solo un modo per superare le reciproche antipatie: mettersi d'accordo per prendersela con qualcun altro.
Così nasce la storia del Vello d'Oro che sta nella Colchide: l'idea vincente è di organizzare una spedizione comandata da Giasone per impossessarsi del Vello d'Oro. Pelia è contento perché si toglie di torno Giasone per una missione a rischio, e Giasone sa -glielo ha detto Hera- che impossessarsi del Vello d'Oro è il prerequisito per recuperare poi il regno avito.
Tutta alta politica, infatti il figlio di Pelia, Acasto (Gary Raymond), prima insiste col padre perché faccia fuori Giasone, poi si arruola anche lui nella spedizione. Fossi in Giasone, non mi fiderei, di uno come Acasto.


E' facile dire: "Bene, bene, partiam partiamo!" Occorrono due cose fondamentali, se si vuole giocare bene la partita.
La prima è la squadra, e qui Giasone fa tutto molto bene: una pubblicità martellante in tutte le città della Grecia, questa della Colchide è una impresa che attira -anche perché nessuno c'è mai stato, e i greci sono curiosi di natura. Soprattutto, Giasone punta sui vincitori dei giochi olimpici. Così si trova una masnada di arcieri, pugili, lanciatori del disco, corridori, tutti eroi quasi sempre seminudi che si danno pacche non solo sulle spalle. Mbah!
Ci si aggiunge la ciliegia sulla torta. Macché ciliegia, una ciliegiona: Ercole (Nigel Green). E' un po' stagionato, ha la barba lievemente brizzolata, ha già svolto molte Fatiche -infatti la pelle del leone di Nemea ce l'ha sempre addosso.
Che farci, Ercole è uno che alla popolarità ci tiene, è un po' presenzialista ma i meriti ci stanno tutti, non ci metteremo mica a discutere sulla classe cristallina di Ercole, che è pure un semidio: sua mamma Alcmena ha fatto l'outing, con Zeus c'è stata per pura ingenuità. Cose passate, comunque.
Ercole si atteggia a padre nobile con gli altri eroi più giovani, tipo Castore, Piritoo, Telamone e altri cento di cui Wikipedia riporta scrupolosamente i nomi.
Però Ercole ha preso in simpatia soprattutto un giovane senza pedigree, un certo Ila (John Carney) che gli sta sempre appresso. Secondo me è una simpatia eccessiva, ma i Greci erano larghi di manica, e la troupe del film ancora una volta conferma la sua autorevolezza. Anche se, va detto, nel film non c'è una persona che Apollonio Rodio aveva scritturato: Atalanta di Calidone, cacciatrice e vergine (vorrei sapere perché tutte le cacciatrici erano vergini, chissà le pescatrici). E' il momento di fare chiarezza: nella spedizione c'era anche Meleagro, è allora che si sono conosciuti, anche se sono riusciti a non farlo sapere.


Manca ancora la cosa più importante: una nave fatta apposta per andare nella Colchide. Alla nave ci pensa Argo (Laurence Naismith), che si imbarcherà fra l'equipaggio. La nave ha una bellissima polena che riproduce le fattezze di Hera. La polena è installata a poppa, non a prua, e ogni tanto gli occhi dellla polena diventano vivi: è Hera che durante il viaggio darà consigli a Giasone. I consigli saranno cinque, non uno di più, così ha stabilito Zeus che ogni tanto deve far sentire la sua autorità, se no c'è il rischio che non lo prendano più sul serio. Qui vediamo la nave Argo in fase di allestimento e poi in mare aperto. Il viaggio verso la Colchide è iniziato...
(continua)