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domenica 17 febbraio 2008

Fenomenologia del tenente Colombo

Fenomenologia del tenente Colombo
di Pietro Citati, Repubblica 9 gennaio 2008

La serie sul tenente Colombo è nata nel 1968. Fino al '94 sono stati girati sessantadue telefilm, poi sono state realizzate altre otto puntate, l'ultima delle quali nel 2003. In Italia le avventure di Colombo sono andate in onda dal 1979 su RaiDue e poi su Rete4, che trasmette vecchie puntate viste ancora da milioni di telespettatori: Per il ruolo del tenente, Peter Falk non fu la prima scelta, vennero interpellati Lee J. Cobb e Bing Crosby, ma entrambi rifiutarono di vestire i panni dell'investigatore italo-americano.

(segue dalla prima pagina)
Le vicende del tenente Colombo, il suo sospetto improvviso, i minimi indizi, le oscure certezze, le nebbie, le sorprese, le distrazioni, le convinzioni rafforzate, i suoi inganni, le sue finte ingenuità, le sue astuzie, le sue truffe, producono a volte una suspense quasi insostenibile.
Nei gialli di tipo «matematico», ai quali la serie del Tenente Colombo appartiene, il protagonista è di solito avvolto da un profumo alto-borghese, o intellettuale, o lievemente snobistico. Coltissimo e squisitissimo, Sherlock Holmes ha modi alla Oscar Wilde. Anche in Miss Marple, per non dire in Hercule Poirot, si avverte una buona famiglia e ottimi studi. Invece, il tenente Colombo, italo-americano, fa parte di una razza lungamente vilipesa e talvolta calunniata. La sua famiglia è modestissima: ha frequentato una scuola di infimo ordine; la sua cultura deriva dalla televisione popolare. Ha visto qualche musical con un biglietto omaggio. I ricchi protagonisti-colpevoli guardano con disprezzo il suo impermeabile stazzonato, a volle sovrapposto a un mediocre vestito da sera, la camicia e i vestiti di cattiva qualità, la cravatta sfilacciata e male annodata (c'è sempre una signora elegante che gliene regala una nuova), le scarpe sfondate, la vecchia automobile scoppiettante, il cane sgraziato, la passione per il popolarissimo chili, l'incapacità di bere e mangiare con eleganza. Appena egli entra in una casa ricca o nel negozio di un grande sarto, rivela la sua natura di paria. I salotti, gli specchi, le porte decorate, gli armadi sontuosi, gli enormi mazzi di fiori o l'enorme apparecchio televisivo, l'educata pelouse suscitano la sua candida ammirazione infantile, a volte ostentata con nascosta ironia. Gli appassionati dei gialli sostengono che uno scrittore o un regista non deve mai ripetere le proprie trovate perché annoia il pubblico. Anche qui, l'occulto responsabile della serie del Tenente Colombo ha capovolto ogni abitudine. Tutto, nella figura del piccolo tenente, è ripetizione. In ogni film, ripete i suoi tic. Fa la parte del tonto, finge di non capire, è troppo umile, permette che il ricco colpevole lo disprezzi o lo insulti, si meraviglia, guida la solita vecchissima macchina, si occupa con amore del grosso cane, ammira sciocchi libri alla moda, segue i successi musicali, allude di continuo a una signora Colombo che non vedremo mai, finge continuamente di avere dimenticato una domanda (la più importante), per ricomparire subito dopo dietro una porta suscitando sospetto e inquietudine, fruga nelle tasche alla ricerca di un importantissimo biglietto perduto... Il suo volto conosce poche espressioni. Nulla, in lui, sembra imprevisto. Ma questa serie incessante di ripetizioni è divertentissima. Ci affezioniamo alle sue abitudini. Se osasse cambiare impermeabile, ci offenderemmo, come se ognuno dei suoi tic contenesse un segreto straordinario. Malgrado le apparenze, il tenente Colombo è un genio. Cinque minuti dopo essere arrivato sulla scena, comprende chi è il colpevole. Parlare di istinto, o di abilità o di consuetudine poliziesca, è troppo poco. Egli possiede una specie di intuito medianico, che gli rivela l'assassino. Non sappiamo come né perché, né su quali indizi si basi, ma una cosa si ripete sempre: egli non ha dubbi né esitazioni. Egli sa. Appena ha ricevuto l'illuminazione, non si preoccupa di nulla d'altro. Non guarda le cose, trascura piste apparentemente importantissime, si distrae, sogna, fantastica.

Quando ha trovato la vera pista, mette in moto il suo formidabile istinto per tutto ciò che è microscopico. Annusa eventi minimi: un residuo di sigaretta, una minima discordanza temporale, un fiammifero, l'orma di una scarpa, una coincidenza falsa, il filo di un abito, un capello tinto, una sensazione improbabile, un posteggio misteriosamente asciutto. Quando ha accumulato una quantità sufficiente di dettagli (qualche volta basta uno solo), il colpevole gli cade tra le braccia, come se non potesse resistere al fascino del suo seduttore. Il tenente Colombo sembra buonissimo. Non ha mai, o quasi mai, rancori verso i colpevoli, anche se questi lo disprezzano o lo trattano male. Non si offende. Non alza la voce. Non si dà arie. Se cattura il colpevole, lo fa sopratutto per obbedire al suo dovere di poliziotto, e alle volte sembra dispiaciuto, come se il suo compito gli pesasse. Qualche assassina, specie se bella e ingegnosa, lo commuove. Quanto alla sua vita famigliare, di cui non sappiamo quasi nulla, immaginiamo che sia un marito eccellente e pieno d'attenzioni. Forse è un po' succube della moglie. Con la sua vasta parentela italo-americana, è certo tollerantissimo. Eppure, qualcosa ci induce in sospetto. Con i suoi piccoli tocchi, con le sue microscopiche invenzioni egli irretisce i colpevoli. E chi irretisce, se dobbiamo ascoltare il nostro sentimento profondo, non è mai del tutto innocente. Così, alla fine, abbiamo la sensazione che il colpevole, per quanto coperto di crimini, sia la vittima: la mosca o il topo, caduti nella rete del ragno-Colombo o nelle grinfie del gatto-Colombo. Se ci identifichiamo con lui, sia pure con cautela, affondiamo in quella parte occulta della nostra anima, che ha bisogno del male, coltiva il male, e mentre lo circuisce e lo avvolge, si immerge nella tenebra dell'universo. Sembra contento di sé. È povero, ma non gli dispiace di esserlo. Non lo sorprendiamo mai a sognare promozioni: se diventasse colonnello di polizia, dovrebbe abbandonare le sue care indagini, con tutti quei bellissimi particolari, dove egli ficca voluttuosamente le mani. È tenente, e vuole restare tenente per tutta la vita. Non desidera possedere le ricche case e i giardini che intravede, ogni volta che il delitto lo introduce nel mondo della ricchezza: l'unico dove il delitto prospera con gioia ed orgoglio. Quando va nei ristoranti alla moda, con il suo patetico cravattino a farfalla, rimpiange le modeste trattorie, i bar, il piatto di chili e le uova sode. Nessuno potrebbe attribuirgli melanconie e inquietudini. Forse non prova sentimenti: forse la moglie, che non si vede mai, non esiste affatto, e il suo proclamato sentimento coniugale è una pura istituzione pubblica. Ama appassionatamente soltanto il suo mestiere di poliziotto: non c'è una goccia di sangue, in lui, che non agogni misteri da risolvere, assassinii da rivelare, tenebre da illuminare, ordine da ristabilire.
Davanti al tenente Colombo, tutti i colpevoli, persino i più astuti e malvagi, sono indifesi; e qualche volta ci sentiamo inteneriti da un vago sentimento di pietà verso di loro. Se essi accettano il suo gioco teatrale, se credono che egli sia ingenuo come finge di essere, oppure si rivolgono alla autorità suprema (i sindaci, i governatori, i capi della polizia), allora sono perduti senza rimedio. Le fauci apertissime del gatto-Colombo li attendono. Ma non sono sicuri nemmeno se comprendono che egli è una avversario pericolosissimo. Come salvarsi da lui? Come proteggersi da qualcuno che combina l'istinto medianico con la raffinatezza razionale, che gioca con la sopraragione, o l'antiragione, e la ragione? Il povero colpevole si nasconde in un angolo; e finalmente capisce che il piccolo elfo italiano ha giocato con lui, con inimitabile grazia, la parte terribile del destino.

mercoledì 6 giugno 2007

Il tenente Colombo

Giuliano
Non sono uno spettatore di telefilm. Non ho né la costanza né la pazienza per seguire tutte le puntate; tutte le volte che ho provato ho smesso quasi subito. Li guardo un po’ tutti, quando capita; qualcuno me lo ricordo; parecchie cose mi piacciono ma preferirei che fossero dentro un bel film, o che magari durassero poche puntate. Detto questo, ogni volta che vedo in tv un episodio del tenente Colombo me lo guardo sempre. Magari cinque minuti, se è di quelli che conosco a memoria, però non mi sono ancora stancato: e penso proprio che il merito sia tutto di Peter Falk.
Mi ricordo della prima volta che ho visto un telefilm del tenente Colombo: mi sono detto che era proprio bello, e che ne avrei visto volentieri un altro. Anche il secondo mi era piaciuto molto. Al terzo episodio, qualche dubbio mi era venuto; al quarto mi sono finalmente chiesto: ma saranno mica tutti così? Lo schema di Colombo (che nell’originale si chiama Columbo) è sempre lo stesso, ed è stato descritto tante di quelle volte che mi sembra inutile ripetere la descrizione. Alcuni episodi ormai sono vecchi, vecchissimi, obsoleti. A dirla tutta, alle volte – davanti a certe cotonature, a certi telefoni cellulari di prima generazione, a certe automobili – mi sembrano più vicini i film degli anni trenta che non i telefilm di Colombo da giovane... Ne ricordo uno (uno dei miei preferiti, all’epoca) dove la soluzione dell’enigma stava in un disco a 33 giri dove, in mezzo a un brano di musica (Ciaikovski, se non ricordo male) era stato inserito uno sparo: un vero arzigogolo, perché oggi con i masterizzatori sarebbe piuttosto facile e veloce, ma i dischi in vinile richiedevano stampi appositi e laboratori attrezzati, ma si sa che la verosimiglianza non è mai stata davvero necessaria, nei polizieschi.
Non sono nemmeno riuscito a capire se Peter Falk sia un grande attore: di sicuro è un grande personaggio, una grande maschera in senso teatrale, come gli inventori di Arlecchino e di Pulcinella, o come Totò. Per intenderci, i grandi attori sono quelli che si mettono in gioco ogni volta, che interpretano, che studiano, che cambiano spesso di ruolo: c’era Alec Guinness, per esempio, che da un film all’altro era quasi irriconoscibile, anche fisicamente; ma anche Meryl Streep ha fatto un’infinità di ruoli, dal drammatico al comico al brillante. Peter Falk è uno di quelli che recita sempre se stesso, e il bello è che non stanca e che gli riesce sempre bene: e forse è per questa sua dote naturale che Wim Wenders lo scelse per la parte di un angelo in “Il cielo sopra Berlino”...
P.S. Nella immagine ci sono Peter Falk, Donald Pleasence e Julie Harris nel film della serie Columbo "Any Old Port in a Storm" del 1973.