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martedì 4 settembre 2007

La pittura nel cinema: Il Cenacolo di Leonardo

Solimano
Milano è una città bellissima anche dal punto di vista artistico, ma sono molti quelli che non lo sanno. Così, fortunatamente (lo dico da egoista) a Milano è possibile ciò che da altre parti è sempre più difficile: visitare con agio i musei, le chiese, i monumenti. Poca folla, molto silenzio, niente code, soprattutto. Tranne che per il Cenacolo di Leonardo, che è nel convento di Santa Maria delle Grazie, proprio adiacente alla chiesa, di cui tutti parlano come del capolavoro del Bramante, senza che sia mai stata trovata nessuna prova documentale.
Perché il Cenacolo è così conosciuto? Non è una domanda banale, visto che, a parte l'altro caso di capolavoro-feticcio, quello della Gioconda, ci sono altre opere di Leonardo che non hanno avuto questa sorte: la giovanile Annunciazione degli Uffizi, ad esempio (sciaguratamente prestata a Tokio dalla testa pensante di Rutelli), e le due versioni della Vergine delle Rocce, quella di Parigi e quella di Londra, entrambe degli anni milanesi. Credo che nel caso del Cenacolo giochi soprattutto un fatto: che ormai da secoli più che una opera d'arte è una reliquia.
Il Cenacolo è stato ultimato nel 1498, e già nel 1517-18 Antonio de Beatis scriveva: "excellentissima, benché incomincia ad guastarse non se per la humidità del muro o per altra inadvertentia". E il Vasari nel 1568 scrive che il dipinto è "tanto male condotto che non si vede più se non una macchia abbagliata". Tutto nasce dal fatto che il Cenacolo non è un affresco, ma è stato realizzato a tempera ed olio su intonaco. Leonardo era uno sperimentatore, e probabilmente mentre lavorava al Cenacolo era molto soddisfatto, lo possiamo capire, proviamo a pensare come saranno stati tutti gli oggetti sul tavolo (lungo quasi otto metri), con gli effetti della pittura ad olio.
Leonardo ci provò anche a Firenze, a fare la pittura ad olio sul muro, con la battaglia di Anghiari, ma il risultato fu ancora peggiore. La battaglia di Anghiari non c'è più, e restano solo delle copie, fra cui una sublime probabilmente di Rubens.
Ci si misero poi una serie di restauri che peggiorarono la situazione, il risultato è che il Cenacolo è una reliquia.
Pe me, il Cenacolo non è la sua opera più importante, ma nella storia dell'arte segna, anche come data, un momento fondamentale. Non, come si dice spesso, il passaggio, quasi come una staffetta, fra Quattrocento e il Cinquecento, ma l'incontro dei due secoli. Leonardo, nel Cenacolo, è ancora pienamente quattrocentesco, nel prevalere della prospettiva e nella disposizione frontale dei personaggi, ma è anche pienamente cinquecentesco nell'individuazione psicologica dei personaggi e - per quello che si può capire - nella rappresentazione dei particolari, degli oggetti sul tavolo. Per mostrare come Leonardo fosse pienamente cinquecentesco inserisco il disegno della testa di Giuda che sta a Windsor.
Un'opera-feticcio, può essere dissacrata? Secondo me sì, anche per dare un chiaro segnale ai feticciatori, che evidentemente non si rendono conto di che cosa sia la fruizione dell'arte e procedono per terribili semplificazioni, alla gente chiama gente. Ricordo i minuti bellissimi che passai al Louvre nel contemplare il Ritratto del Castiglioni di Raffaello a pochi metri dalla Gioconda, e per ciò stesso privo di distrazioni, mentre di fronte alla Gioconda c'era un insostenibile e chiassoso affollamento. E quindi evviva Duchamp, con la sua Gioconda baffuta, ed evviva Bunuel, Altman e Vecchiali, che col Cenacolo di Leonardo si sono divertiti.

Viridiana di Luis Bunuel è del 1961. La protagonista, Viridiana appunto, in preda ad una specie di follia religiosa, ospita nella sua casa un branco di mendicanti, storpi, ciechi e malfattori e li mette a tavola: la disposizione del tavolo e dei commensali è identica a quella del Cenacolo. Nello stesso film, ci sono tavolate di tipo diverso. Bunuel, su questo tema della gente a tavola ci tornerà spesso, fino a farrne il tormentone di un suo film, Il fascino discreto della borghesia, in cui i sei personaggi principali (tre coppie con qualche irregolarità) cercano per tutto il film di pranzare o cenare insieme ma per qualche strano accadimento non ci riescono mai.

Mash di Robert Altman è del 1970. Durante la guerra di Corea, c'è un ospedale da campo che deve svolgere la sua attività. Medici ed infermieri si trovano di fronte ad urgenze, disservizi, inconvenienti di ogni tipo e riescono a tirare avanti puntando su un cinismo però efficiente e con una componente eversiva verso gerarchie e costumanze, anche sessuali. Lo scherzo di tramettere con gli altoparlanti i mugolii e i sospiri di un orgasmo ad alto livello creerà qualche discussione. A notte cenano, questi scatenati. Ancora, la disposizione è quella del Cenacolo di Leonardo.

Rosa la rose, fille publique di Paul Vecchiali è del 1986. Si festeggia il compleanno di Rosa (Marianne Basler): venti anni. Rosa è la più bella prostituta del quartiere Les Halles, e in un caffè affittato nel giorno di chiusura sono tutti seduti a tavola, prostitute e papponi, compreso quello di Rosa, Gilbert (Jean Sorel). Purtroppo l'immagine in rete non c'è, ma la disposizione è quella del Cenacolo di Leonardo. E' un momento cruciale del film, subito dopo entrerà casualmente nella sala l'imbianchino Julien (Pierre Cosso) e fra lui e Rosa sarà amore, un amore definitivo. Però inserisco una immagine di Rosa la rose, forse la Giulietta più vera che ci sia stata al cinema.

Su Leonardo al Cenacolo, abbiamo un testimone oculare, Matteo Bandello, che in quegli anni era seminarista nel Convento di Santa Maria delle Grazie, e così scrive di Leonardo nella dedica della sua Novella n.58: "Soleva [...] andar la mattina a buon'ora a montar sul ponte, perché il cenacolo è alquanto da terra alto; solve, dico, dal nascente sole sino a l'imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v'avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente contemplava, considerava ed essaminando tra sé, le sue figure giudicava. L'ho anco veduto secondo che il capriccio o ghiribizzo lo toccava, partirsi da mezzo giorno, quando il sole è in lione, da Corte vecchia ove quel stupendo cavallo di terra componeva, e venirsene dritto a le Grazie ed asceso sul ponte pigliar il pennello ed una o due pennellate dar ad una di quelle figure, e di solito partirsi e andar altrove".

Inserisco qui sotto il particolare della Vergine nella Annunciazione degli Uffizi, quella a cui tocca viaggiare fino a Tokio. Leonardo la eseguì poco più che ventenne. L'opera non è su tela, ma su tavola. A detta di tutti gli esperti le opere su tavola non dovrebbero viaggiare, ma evidentemente certe decisioni non vengono prese dagli esperti.

giovedì 28 giugno 2007

Leonardo e Tarkovskij

Leonardo (attr.) Ginevra de' Benci 1474-76 Washington, Nat. Gallery of Art
Giuliano
Nei film di Tarkovskij ci sono tre costanti: Johann Sebastian Bach, Leonardo, e l’icona della Trinità di Andrej Rubliov.
E’ una vera e propria firma, un po’ come le brevi apparizioni di Hitchcock nei suoi film. Capita spesso di vedere un bambino che prende in mano un libro con riproduzioni d’arte, per esempio: in “L’infanzia di Ivan” il regista russo riesce nell’impresa di mettere in mano un libro d’arte, molto grande e molto bello, a un bambino in tempo di guerra, tra i soldati, e per di più a ridosso della prima linea; e “Andrej Rubliov” è tutto dedicato al maggior pittore di icone della storia russa – e viene da chiedersi come sia stato possibile girare e far uscire un film simile in Unione Sovietica, nel 1965...
Ma è in “Lo specchio” che Tarkovskij si abbandona in pieno alla sua vocazione pittorica. E’ Leonardo a far da guida, più o meno sotterranea, per tutto il film; e a un certo punto la vena sotterranea viene resa esplicita, e il volto della madre di Tarkovskij, interpretata dall’attrice Margareta Terechova, si fonde con un volto leonardesco, il ritratto di Ginevra de’ Benci ( il mio libro, pignolo, specifica: “attribuito a Leonardo”).
In “L’infanzia di Ivan” era invece un’incisione di Dürer, “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, la pagina su cui si soffermava il ragazzo protagonista. Un’immagine dura, spigolosa, terrificante: l’immagine della guerra. E prima c’era stata una sequenza (un vero “fermo immagine”, una sottolineatura per chi non vuol capire) dove in quel che restava di una casa bombardata, su un muro, si intravvede un’icona dipinta; e il primo piano del Capitano è posto tra l’icona (subito dietro, alla nostra destra) e una croce di ferro (davanti, alla nostra destra).
Non si possono contare le apparizioni leonardesche, nel cinema di Tarkovskij: sono troppe, nei paesaggi e nei volti. Posso però portare qui uno dei dialoghi più misteriosi di Tarkovskij, che si svolge sull’isola di Faro, (la casa di Ingmar Bergman), all’inizio del suo ultimo film, “Sacrificatio”:
Otto: (indica la parete) : Cos’è quello?
Alexander: Che cosa?
Otto: Quelle figure, là sul muro: che cosa sono? Non riesco a distinguerle, c’è sopra quel vetro e sono terribilmente scure...
Alexander.: E’ l’Adorazione dei Magi, di Leonardo. Una riproduzione, si capisce.
Otto: Lo trovo terribilmente sinistro.... ho sempre provato un gran terrore davanti a Leonardo.
“Preferisco Piero della Francesca”, dirà più tardi Otto. Ma l’Adorazione dei Magi, cioè l’Epifania, la befana, rimanda al rapporto con le religioni prima di Cristo. I Magi, che provengono dalla Persia, sono zoroastriani, orientali: e rendono omaggio al Bambino appena nato. E anche Piero della Francesca sa essere terribile e ultraterreno, come Leonardo e anche di più. E’ questo forse il vero tema, più o meno nascosto, di Tarkovskij: il soprannaturale (soprattutto nella figura di Cristo) e il nostro rapporto con le religioni precedenti al cristianesimo, che il regista russo sente particolarmente – forse proprio in quanto russo.

Andrei Rubliov: Trinità c.1411 Mosca, Galleria Tretyakov