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giovedì 8 novembre 2007

Da qui all'eternità


Ieri sera ho visto – forse rivisto, ma chissà dove e quando è stata la prima volta.. – “Da qui all’eternità”. Fra pochi giorni non ricorderò i nomi dei protagonisti né del regista, e a lungo andare, anche la trama – ma esiste poi una trama? - sfumerà nella mia mente (per questo non so parlare dottamente di film, quello che ricordo non è mai quello che agli altri importa sapere).
Ne ricorderò, sicuramente, l’intensità, che mi ha tenuto inchiodata al video.
La guerra, non ancora scoppiata, mai nominata, che esplode solo alla fine come una catarsi che arriva a spazzare via tutto, è lo sfondo buio sopra il quale si muovono i personaggi.
E i protagonisti, ciascuno ben inteso con la sua personalità, si muovono su questo sfondo, aggrappandosi alle loro poche certezze, come fossero maniglie da stringere per tenersi in piedi in mezzo alla burrasca della vita, mentre procedono verso il proprio destino. Destino che ognuno porta scritto in dentro di sé, e così non si può eludere, solo affrontare con dignità, poiché non si può essere diversi da quelli che siamo. A volte qualcosa, per esempio l’amore, può arrivare a metterlo in discussione, a farci balenare un’altra vita, altri noi stessi, un destino diverso. Ma è solo un momento, perché quello che siamo non ci perdona, non lascia scampo. E tutto ritorna nei binari che ci siamo scelti, e ineluttabilmente, la fine arriva proprio là, dove l’abbiamo aspettata.
La stessa intensità, lo stesso senso tragico della vita, che trovai in un altro film di quegli anni “Niagara”, dove la tragicità della condizione umana è messa in risalto dallo sfondo di un ridente, banale, luogo di villeggiatura. Là un’umanità che sta per entrare nel buco nero della guerra, qui un’umanità che, dopo esserne uscita, prova a riprendere a vivere. Ma l’uomo – l’umanità – non è cambiato tuttavia, e porta sempre il sé il virus della propria autodistruzione.
Sarà per questo che, nonostante sia passato molto tempo , e cambiate molte cose, dal modo di raccontare alla tecnica cinematografica, sarà per questo, dicevo, per quella domanda sottotraccia – chi siamo, dove andiamo… - che non ha mai avuto la risposta giusta, che questi film davvero invecchiati non sono mai?

P.S. Pare, dalla ricerca delle immagini, che la sola sequenza degna di essere rappresentata sia il famoso bacio fra Deborah Kerr e Burt Lancaster. In realtà avrei di molto preferito un Frank Sinatra ammazzato di botte che affronta in piedi il suo destino. Ma ci si accontenta di quel che c'è.

domenica 28 ottobre 2007

Fiorile


La prima volta che ho visto Fiorile mi era piaciuto moltissimo. Sarà perché lo vidi a tarda notte, e a quei tempi la solitudine era merce rara e preziosa, così come il silenzio. Starsene da sola davanti alla tv a guardare un film non commerciale era un lusso che poche volte mi potevo permettere.
L’ho rivisto poche sere fa, e, in generale, mi è piaciuto ancora. E’ una felice idea fare degli ideali di libertà e uguaglianza i protagonisti che, subito uccisi, riaffiorano via via nella storia familiare e sociale attraverso un secolo e mezzo. E’ felice l’idea di consegnare la sopravvivenza di questi ideali alle donne, che li coltivano, anche se più per propensione sentimentale che per intelletto. Ma gli uomini, anche loro, la calpestano, più per avidità e interesse che per scelta razionale. Tutto questo rivisitato attraverso il racconto di un padre a due bambini curiosi della storia di una famiglia a loro del tutto ancora sconosciuta.
Bella l’ambientazione, bella, anche troppo, la cura del particolare che sfiora l’estetismo; e già questo incomincia a disturbarmi, come mi disturbano l’eccesso di richiami e di simmetrie, che rendono la storia un po’ troppo intellettualistica. Ma più di tutti mi disturbano i tempi, dilatati fino allo spasimo, il lungo indugiare della camera su un’inquadratura, i silenzi, oh i silenzi… che sembra quasi che gli attori abbiano dimenticato la parte, e invece magari c’è un significato recondito che noi, poveri normali spettatori, non riusciamo a individuare.
E del resto sono gli stilemi tipici di un certo “film d’autore” italiano: geniale sotto certi aspetti, per altri talmente estetizzante da rendere il racconto di difficile sopportazione. E sì che la storia è intrigante, e si vuole sapere come continua e come finisce. Se solo finisse un po’ più alla svelta, ecco.
E poi, quando la fine arriva, come spesso succede è deludente; la mia impressione (mi capita spesso con autori italiani) è che i registi non trovassero il modo di finire il film, e l’abbiano strascicata in lungo in modo artificioso, caricandola sempre più di simboli e significati, ma in realtà scendendo a capofitto in una quasi ghost-story. E comunque si inserisce nel filone dei finali aperti, tanti cari a certi registi; non è chiaro se l’idea di libertà e di uguaglianza possa avere ancora un posto fra le colline toscane, o se se ne andrà definitivamente oltralpe: ciascuno decida per sé. Ma il nome “Fiorile” scritto da mano ignota sul finestrino dell’auto - che dovrebbe, credo, essere simbolo di futura speranza - mi sembra un escamotage degno di più dozzinali produzioni. O magari non ho capito proprio niente.

P.S. La locandina è stato tutto quello che sono riuscita a trovare sul film. Lascio il compito a Solimano, che certo è più esperto di me, di trovare immagini che rendano giustizia a quelle, bellissime, del film

martedì 2 ottobre 2007

Shrek 1


Personalmente vi consiglio di prendervi una serata di libertà, dar retta ai vostri figli, e andarvi a godere Shrek. E’ nelle sale, in questi giorni, Shrek 3; parlandone casualmente, le mie figlie mi hanno diffidato dall’andarlo a vedere senza prima aver visto Sreck 1 e Sreck 2. Ho puntualmente obbedito, e così ho incominciato da Shrek 1…
La prima reazione è stata di stupore, per una cosa totalmente nuova, e, nello stesso tempo, molto antica. Innanzi tutto la tecnica. I cartoni animati adesso sono tridimensionali; ma, a differenza del vecchio, goffo Toys, hanno ritrovato tutta la ricchezza di espressioni, movimenti, sfumature del cartone animato tradizionale. Per cui l’orco è un vero orco, non un disegno di orco, che si aggira per una vera palude, e il mulo è un vero mulo: con espressioni e tic antropomorfi, come nel miglior Walt Disney. E la principessa è più o meno una vera attrice.
La storia è vecchissima, e raccontata con modalità del tutto moderne; e, se fa ridere i bambini, perché ha lo stile e le battute di un cartone animato, solo un adulto può cogliere tutto lo straordinario intreccio di citazioni di cui il film è intessuto. A partire dalla trama, che è la parodia de “La bella e la bestia”, con il finale esattamente rovesciato. Ma quale bambino può riconoscere il balletto dei boscaioli di “7 spose per 7 fratelli” o “Mary Poppins” nel duetto – con finale al vetriolo - fra la protagonista e l’uccellino? Le incursioni nel presente sono innumerevoli, dai fumetti manga alla tv – la corte del principe applaude al comando del cartello “Applausi” – al linguaggio, che ricalca benissimo quello, non sempre integerrimo, dei nostri ragazzi. Il tutto perfettamente armonizzato in una storia dove i buoni sentimenti trionfano, sì, come potrebbe essere altrimenti, ma non le sdolcinature, e dove i personaggi, anche quelli delle favole, presentano chiaroscuri e contraddizioni, hanno qualche pregio e molti difetti, proprio come succede nella vita reale.
Non è strano che sia piaciuto tanto, più che ai bambini, ai ragazzi; ricorda infatti molto i loro autori preferiti, come Christine Nostlinger o Roald Dahl. Libri in cui le mamme non sono necessariamente angeliche, al contrario, e gli insegnanti possono essere fannulloni, proprio come succede nella vita vera: che è quella nella quale occorre imparare a vivere, e imparare a distinguere il bene dal male, che è la cosa più difficile. Questo film può aiutare i bambini, perché parla la loro lingua e, sotto le spoglie della favola, racconta cose vere e non necessariamente edificanti: basti per tutte gli esilaranti spintoni fra Biancaneve e Cenerentola per accaparrarsi il bouquet della sposa! E può gratificare anche noi, facendoci sentire molto vissuti e molto colti, con il gioco delle citazioni; e, forse, a ben pensarci, ci prende un po’ in giro.

giovedì 13 settembre 2007

Kid Auto Races at Venice


Questa volta voglio sorprendervi. Sulle orme di Giuliano, mi sono fatta io stessa sorprendere da un film, che poi non è un film, del 1914: un cortometraggio, ovviamente muto, di Charlot. E’ la seconda volta che Chaplin appare con i tratti caratteristici di Charlot. Uno Charlot prima maniera, lontano ancora dalle sfumature psicologiche e dalle sensibilità dei suoi film più noti, Luci della città o Il monello. E’ uno Charlot ancora figlio della sua epoca, delle comiche arruffate, sbruffone e un po’ volgari, con la sola ambizione di strappare al pubblico una grassa risata. Non sarebbe altro che un reperto archeologico, un pezzetto di storia del cinema, interessante solo per gli addetti ai lavori, se non fosse, dal punto di vista di uno spettatore moderno, sorprendentemente profetico (mi accorgo che sto usando troppo il termine “sorpresa” in tutte le possibili declinazioni: ma questa è evidentemente la cifra con la quale ho assistito alla proiezione).
La storia è semplice. In occasione di una gara di auto a pedali per ragazzi (una gara che stava effettivamente avvenendo al momento della ripresa: e, permettetemi un inciso, uno sport ben stravagante, anche considerando l’atmosfera da belle époque), due operatori cinematografici sono al lavoro per riprenderla. Per tutto il tempo Charlot cerca invece di far riprendere se stesso. Passa e ripassa davanti all’obiettivo proprio mentre stanno arrivando le macchine, sorride, fa smorfie, saluta. Regolarmente gli operatori lo fanno sloggiare in malo modo, regolarmente riappare dalle più svariate angolazioni, si insinua fra le madri che incitano i pargoletti, sbuca dietro la bandiera dello starter, rischia - pur di apparire - di essere investito.
Non credo che né il regista, Henry Lehrman, né lo stesso Chaplin, abbiano inteso fare altro che una gag divertente, dando spazio e ali al personaggio che diventerà poi famoso. Oggi però, si ha l’impressione di assistere ad una profezia realizzata; Charlot pare racchiudere in sé tutti i presenzialismi che il diffondersi del cinema prima e della televisione (soprattutto della televisione!) poi, ha scatenato: da quello ingenuo degli spettatori che fanno ciao con la manina alla telecamera, a quello becero dei talk show spazzatura. Quell’omino dispettoso e irriducibile, è sconcertante, perché sembra portare già in sé il Grande Fratello, e i politici di “Porta a Porta”, che se non ci vanno muoiono di consunzione, e gli assassini che rilasciano interviste. E Paolini, col quale condivide il lato più giocoso di innocuo rompiscatole.
Fatto sta che mi sono incantata davanti a quelle immagini un poco sfocate e a quell’omino che imitava – e come li imitava bene! – tutti quelli che, se non si vedono riflessi in uno schermo non sono sicuri di esistere. E non si può far a meno di pensare che, in fondo, forse Chaplin aveva già intuito da allora la trasformazione che la presenza di una macchina da ripresa può provocare anche nelle persone più innocue.



P.S. Beh, credevo di aver visto una rarità... invece il filmato è a disposizione di tutti su You Tube... uffa!

venerdì 17 agosto 2007

Videogames d'agosto: Pirati

Manuela
Ieri sera sono andata al cinema. “Pirati”, che mi era stato caldamente consigliato dalle mie figlie come cosina leggera, proprio niente di impegnativo, divertente anche, adattissimo a Ferragosto e, in più, con il grande pregio di avere come protagonista Johnny Depp, che si lascia volentieri guardare, ed è anche bravo.
Si, si, tutto vero, solo che non è un film, è un videogame. Questa frase l’avevo sentita dire da Sissi, parlando di “300”, e allora non avevo capito bene quello che intendesse. Adesso lo so.

Come un in un videogame, il senso è:
assolvere un compito, facendo un dato percorso, abbattendo un certo numero di nemici, aiutato da un certo numero di amici, utilizzando un certo numero di oggetti magici. Il compito è salvare il vecchio padre. Il premio è la conquista della bella.
Durante il percorso si possono raccogliere bonus – ad esempio mappe, pozioni, ecc. – che servono in caso di difficoltà. Ad esempio, se, ad un certo punto, il protagonista viene abbattuto, gli “amici”, utilizzando adeguatamente tali bonus possono andare a prelevarlo nell’al di là; al peggio, game over, si ricomincia.
A differenza di un film – anche quelli da estate, senza troppe pretese - la trama è inesistente, e i personaggi non hanno alcuno spessore psicologico, ma non perché il regista non ci sappia fare, al contrario, devono essere proprio così: non sono “buoni” o “cattivi”, poiché l’esser tali è solo una convenzione, basta scambiarsi i ruoli con l’amico/avversario, come fanno i ragazzi davanti alla consolle, e il gioco può continuare all’infinito. L’andare e venire da un luogo all’altro ha il senso di un succedersi di videate – tecnicamente bellissime, ma altrettanto piatte - in cui quello che conta è dimostrare la propria abilità nello sconfiggere i nemici. Come Lara Croft (chiedo venia, è l’unica che mi ricordo) agli ordini dei tasti di un computer, i personaggi fanno cose mirabolanti e ripetitive (poiché le possibilità di una tastiera non sono infinite): saltano, sparano, schivano, e quando qualcuno viene colpito ci si aspetta di vedere sullo schermo la striscia rossa lampeggiante che indica che le vite a disposizione sono diminuite. I feriti non sono veri feriti (nemmeno nel senso che la “verità” può avere nel cinema), i morti non sono morti.
Confesso che me ne sono dormita un bel po’. Del resto, che pathos e che suspence può avere un videogame? Stare davanti ad un video a vedere qualcun altro che gioca è sommamente noioso: non ho niente contro i videogame, anzi, ma alla tastiera voglio starci io, altrimenti che gusto c’è?
Lodes, uscendo dall’arena gradevolmente estiva, commenta scuotendo la testa, che il cinema ha finito la sua funzione, e che le storie si racconteranno con altri mezzi e con altre tecniche. Forse ha ragione. D’ora in avanti, però, solo cose d’antan…

martedì 10 luglio 2007

Pretty woman (2)

Pretty woman di Garry Marshall (1990) Sceneggiatura di J.F.Lawton Con Richard Gere, Julia Roberts, Laura San Giacomo, Hector Elizondo, Ralph Bellamy Fotografia di Charles Minsky Musiche di James Newton Howard -a parte la celebre Oh pretty woman di Roy Orbison - ( 119 minuti) Rating IMDb 6.6
Manuela
Non mi sembra che Pretty Woman sia paragonabile alla Signora delle Camelie.
Questa è un’opera drammatica e dirompente, gettata nel mezzo alla buona società borghese dell’800, a scandalizzarla. Quella società che è in grado di accettare tutto – e infatti di relazioni con prostitute è affollatissima – ma non che si mettano in discussione le apparenze. Infatti il vecchio Germont, non chiede a Violetta di lasciare il figlio perché il loro rapporto è immorale, ma perché metterebbe in discussione il buon nome, e le nozze di convenienza, della figlia “pura siccome un angelo”. E Violetta vuole a tal punto entrare a far parte con ogni diritto di questa società borghese, che ne accetta completamente la logica: lascia Alfredo, perché continuare il loro rapporto sarebbe una trasgressione, e i bravi borghesi – come lei vorrebbe tanto diventare al fianco di Alfredo - non tollerano trasgressioni. L’ordine deve essere ristabilito, al prezzo del massimo sacrificio individuale. La Traviata è un’opera universale, perché tocca il grande tema, mai esaurito, del rapporto fra la libertà dell’individuo e il necessario ordine sociale.
Pretty Woman è invece la riproposizione dell’archetipo di Cenerentola. La favola è altrettanto importante della tragedia per il genere umano, ma è altra cosa. C’è un protagonista predestinato: Vivian è una prostituta, allo stesso modo in cui Cenerentola è una serva. Il piedino di questa vale lo stile innato dell’altra. C’è l’intervento magico (la fatina, il direttore Thompson) che svelano la vera natura del protagonista; magica è la bacchetta della fatina, magico è il direttore che, in un paio di lezioni, insegna a Vivian parlare, a comportarsi in pubblico, a vestirsi, a scegliere i vini e non so che altro (My fair Lady ridotto in pillole!). C’è anche l’antagonista, il volgare Philip, che non riesce a vedere la speciale qualità di Vivian, e che viene ovviamente sconfitto. C’è il principe azzurro, che ci mette sempre un po’ a capire (e Richard Gere, con la sua faccia un po’ bovina mi sembra che sia perfettamente tagliato per la parte). Per cui il film non poteva finire in altro modo che col matrimonio. Ogni altra fine avrebbe reso ridicola la storia.
La favola deve finire col matrimonio, e per questo è credibile: e non con un matrimonio qualsiasi (uomini che sposano ex prostitute sono talmente tanti da non essere per niente interessanti). Cenerentola deve sposare il principe.
E’ quello che accade dopo, che le favole non dicono mai.

sabato 23 giugno 2007

A qualcuno piace caldo

Some Like It Hot di Billy Wilder (1959) Sceneggiatura di Robert Thoeren, Michael Logan, Billy Wilder, I.A.L Diamond Con Jack Lemmon, Tony Curtis, Marilyn Monroe, George Raft, Nehemiah Persoff Musica: Adolf Deutsch Fotografia: Charles Lang (120 minuti) Rating IMDb: 8.3
Manuela
Dopo un po' di tempo torno a parlare di film, anche se nel frattempo si è parlato di molte altre cose. Nella mia naiveté cinematografica, riparto da un film che hanno visto tutti...
Quello che mi ha sempre affascinato, in questo film, che credo sia uno dei migliori nel suo genere, è il ritmo. Tutta sembra muoversi a ritmo di quel jazz, caldo appunto, che è insieme sfondo e protagonista di tutta la vicenda. Fin dall’inizio, fin da quei gangster che scortano casse da morto piene di whisky, e dalla sparatoria con la polizia, in cui anche i mitra sparano a ritmo di jazz. E naturalmente il film non ha – non potrebbe avere – una sola stonatura: dai gangster, bruttissimi e cattivissimi, ai suonatori squattrinatissimi, al seduttore sedotto, a lei, la magnifica Marilyn, che è troppo… troppo tutto. Troppo bella, troppo sexy, troppo ingenua; il contrasto fra procacità delle forme e ingenuità cosciente di se stessa, è il sale del fascino di Marilyn, e in questo film, dove i contorni sono caricati fino al limite - mai superato però - della parodia, Wyler e Marilyn lo sfruttano senza pudore. Fino al parossismo della scena – a mio parere una delle più divertenti che abbia mai visto al cinema e, credetemi, è molto difficile farmi ridere – della seduzione fra Marilyn e Tony Curtis, bel tortellone già di suo, qui ancora più in parte, nel contrappunto con un esilarantissimo Jack Lemmon. La genialità della scena sta nel capovolgimento parodistico di tutte le scene di seduzione del cinema, dove lui, presunto frigido, si lascia sciogliere da una lei che, con quel po’ po’ di forme, ci si mette proprio di impegno, come se fosse necessario… Noi sappiamo che lui finge e che forse – ma non è certo – anche lei finge di non sapere che lui finge, e questo rende ancora più esilarante la faticosissima indifferenza di lui e l’indiscussa buona volontà di lei.
A ritmo di musica dialogano, facendo da contrappunto l’una all’altra, le storie di seduzione dei due protagonisti: da una parte Tony Curtis che si finge milionario e Marilyn che, mentre si dedica alla disperata ricerca di un milionario, è attratta inevitabilmente dai suonatori di sax (l’allusione sessuale è sottile ma inconfondibile, direi) e dall’altra uno straordinario Jack Lemmon nei panni di Josephine ed il milionario autentico, nel quale scatena una passione che supera tutti gli ostacoli.
Il film ruota attorno al travestimento dei due protagonisti, che, per sfuggire ai gangster si mimetizzano in un mondo di donne vere; e se per il bel tortellone è facile passare dal ruolo femminile a quello maschile e viceversa, senza perdersi, grazie all’ancoraggio della bellissima cantante, per Jack Lemmon le crisi di identità si susseguono, con effetti comici indiscutibili. Wyler affronta il tema del travestimento e dell’identità sessuale con grazia scanzonata, priva di pregiudizi e, soprattutto, priva di qualsiasi volgarità. Fino alla apodittica frase finale, un piccolo capolavoro: quando Jack Lemmon si trova alle strette ed è costretto a confessare al suo milionario innamorato di essere un uomo, questi risponde salomonicamente che…“nessuno è perfetto!”. A pensarci bene, è proprio così….

mercoledì 30 maggio 2007

Il diavolo veste Prada

The Devil Wears Prada di David Frankel (2006) Sceneggiatura di Aline Brosh McKenna, Lauren Weisberger Con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Simon Baker, Adrian Grenier, Tracie Thoms Musica: Theodore Shapiro Fotografia: Florian Ballhaus (109 minuti) Rating IMDb: 6.8
Manuela
Dopo una notevole serie di film di guerra e western, ho chiesto una tregua e mi sono fatta suggerire da mia figlia un film rilassante e, soprattutto, da donna. Così, finalmente, ho potuto rilassarmi davanti a “Il diavolo veste Prada”. Questo film dimostra, innanzi tutto, che gli americani non hanno perso il tocco con le commedie; infatti è una godibilissima “commedia americana”, facile da seguire, divertente, perfettamente ambientata, e recitata magistralmente. E non è stupida, perché questo tipo di commedie non lo è mai; al contrario, buttano lì, senza parere, e con ironica leggerezza, spunti per riflessioni che potrebbero protrarsi molto a lungo, situazioni e problemi che attengono alle numerose contraddizioni del mondo di oggi.
Avevo letto che era un film sulla moda, ma non è proprio così. E’ bensì ambientato nel mondo della moda, ma a me sembra che il tema di fondo sia quello del lavoro: di che posto debba avere nella nostra vita, fino a che punto sia giusto sacrificarvi la vita privata, fino a punto si possa giungere senza vendersi l’anima al diavolo (appunto). Se vi sembrano temi di poco conto! Senza parlare del tema del merito, che forse è quello centrale. Perché questo diavolo (una Meryl Streep straordinaria) fa sputar l’anima alle sue assistenti, le mette in situazioni intollerabili, pretende una dedizione assoluta; fino ad indurre la giovane Andy (Anne Hathaway, di fresca e intelligente bellezza) a ribellarsi a questa vita e ai compromessi con la propria etica che inevitabilmente comporta. Ma in fondo Andy , che recupererà la sua vita privata e i suoi ideali professionali, ha in sé la grinta e la volizione che le permetteranno di sfondare, e sa bene che il diavolo non è poi così cattivo, e un pochino le assomiglia. E c’è, naturalmente, l’antico sempre attuale tema, riassunto in una sola illuminante frase del film: “Se Miranda fosse un uomo tutti direste solo che sa far bene il suo lavoro”: essere una donna in carriera non è poi tanto facile, nemmeno in America.
Devo confessare che questo mondo aggressivo, competitivo e stressante, ma in cui ci si fa strada col merito e non con le raccomandazioni, mi solletica: ma deve essere solo l’effetto di una troppo lunga permanenza nella pubblica amministrazione italiana in cui merito, obiettivi e risultati sono termini del tutto sconosciuti.
E la moda? (I dotti amici maschi possono anche smettere di leggere adesso). E’ alta moda americana, e si vede. Il solo momento in cui si vedono bei vestiti – santo cielo, veramente belli!!! – è la sequenza della sfilata di Valentino. In compenso, Valentino, in persona, recita malissimo anche interpretando se stesso.

martedì 1 maggio 2007

Provaci ancora, Sam

Play it Again, Sam di Herbert Ross (1972) Sceneggiatura di Woody Allen Con Woody Allen, Diane Keaton, Tony Roberts, Jerry Lacy, Susan Anspach, Jennifer Salt, Joy Bang, Susanne Zenor Musica: Billy Goldenberg Fotografia: Owen Roizman (85 minuti) Rating IMDb: 7.4
Manuela
Tanto si è parlato di Casablanca, di cui ho visto solo alcune scene, sempre quelle, e in cui non ho mai capito la vera ragione per cui la Bergman non possa mollare il marito e stare con Bogart, che non posso fare a meno di parlare di Woody Allen, in quanto massimo esperto di Casablanca e, in particolare, del suo protagonista. E’ Woody-Sam a rappresentare il meglio di Bogart, allorché ne sa tratteggiare il mito che questi ha rappresentato per generazioni di uomini, che avrebbero voluto possederne il carisma e l’abilità a trattare con le donne: lui si, che sapeva prenderle e lasciarle, aveva le parole giuste e i gesti perfetti. Sam, il nevrotico che non riesce a combinarne una con le donne, l’imbranato senza speranza, cerca aiuto nel mito del cinema – riecheggiando qui “La rosa purpurea del Cairo”, con cui questo film condivide l’ironica leggerezza e la impietosa cattiveria nel tratteggiare i personaggi. Sam scoprirà poi che si piace rivelandosi per quel che si è, se si ha la fortuna di incontrare la persona con cui condividere parole, pensieri e nevrosi. Sam scopre che può suscitare amore e quindi impara ad amare; e a trovare le parole giuste, anche per lasciare la donna che ama. Il finale, geniale, è un vero addio, e solo dopo – quando Bogart approva – ci accorgiamo che è un remake dell’addio di Casablanca, quasi con le stesse parole; ma che qui acquistano un altro spessore, uno spessore di vita vissuta, non di esotica avventura. A questo punto Sam piace anche a noi per quel che è, e di Bogart non c’è più nessun bisogno. E infatti sparisce, soppiantato da un uomo più vero, certo più pasticcione ma sicuramente più intelligente: dote che, anche in un uomo, non guasta.
A parte la tenera simpatia dell’imbranato Sam, Allen tratteggia caratteri con la sua solita sferzante ironia. Pensate al marito di lei, un uomo in carriera che – in un’epoca in cui non esistevano i cellulari – telefona continuamente in ufficio per far sapere al socio dove chiamarlo in caso di necessità….
Una nota. Il film è sicuramente di Woody Allen, ma non è lui a firmarne la regia. Suo è il lavoro teatrale da cui è tratto, sue sono le battute, ma il regista è Herbert Ross, che credette da subito nel genio di Woody Allen e accettò di dirigere questo film.

lunedì 16 aprile 2007

La città delle donne

La città delle donne di Federico Fellini (1980) Con Marcello Mastroianni, Anna Prucnal, Donatella Damiani, Bernice Stegers, Jole Silvani Musica: Luis Enriquez Bacalov Fotografia: Giuseppe Rotunno (149 minuti) Rating IMDb: 6.9
Manuela
Non parlatemi di rating perché tanto lo so già che questo film è piaciuto pochissimo. Potrei azzardare due o tre ipotesi per spiegarlo, e nessuna di queste comporta che il film sia brutto. Al contrario. Mi limito perciò a prendere atto che i miei gusti sono un po’ particolari.
Ho rivisto La città delle donne dopo 26 anni dalla prima volta, e, se possibile, mi è piaciuto anche di più. Perché, lasciateci alle spalle le emergenze cronachistiche, e le inevitabili punte polemiche da cui è stato accompagnato allora, resta adesso una storia universale. Uno scavo nelle profondità dell’uomo e della donna, e nella loro difficile – a tratti impossibile – comunicazione. Resta l’uomo messo a nudo nelle sue fragilità, incoerenze, pregiudizi, con partecipazione, tenerezza e ironia. E’ un film duro nei contenuti – perché a nessuno piace vedersi messo in piazza così, nei propri pensieri ed emozioni più intime e nascoste – e leggero nelle forme, evocatrici di tutti i temi più squisitamente felliniani: la strada, il circo, il musical, il cinema... Fellini scende dentro se stesso con una sincerità spiazzante, e descrive, con la stessa sincerità, le donne. Le donne viste da un uomo, naturalmente, che non sono sempre simpatiche: sono di volta in volta aggressive, castranti, rompicoglioni, culi e tette, mamme angelicate, mogli bercianti. Tuttavia sono le donne che, dopo aver scavato in tutti i peccati di Marcello, lo assolvono, ormai adulte e non più identificabili con gli stereotipi cui lui resta attaccato. Mirabile la scalata di Marcello alla ricerca della donna ideale, che risulta essere un pallone, che una donna vera, con una freccia ben mirata, fa miseramente sgonfiare. Ma l’essere umano è quel che è, e il finale si riavvita sulla scena iniziale, ad ammonirci che tutti, ci piaccia o no, siamo preda di quella spinta primordiale che attira i sessi uno verso l’altro.
In tutti i film di Fellini mi basta vedere i primi fotogrammi per esserne irrimediabilmente catturata, per voler sapere ad ogni costo cosa succede dopo; in questo film, in particolare, ogni scena genera la curiosità di vedere la prossima, proprio come Marcello, inseguendo la sua bella sconosciuta, si addentra di volta in volta in scenari imprevisti – eppure familiari. Mastroianni è bravissimo nell’ interpretare con straordinaria misura l’omonimo protagonista, Marcello detto Snaporaz: ma supera se stesso nell’espressione della scena finale, che senza parole, lo dichiara pronto a ricominciare daccapo, la stessa storia, e una nuova storia.

domenica 8 aprile 2007

Match Point

Match Point di Woody Allen (2005) Con Jonathan Rhis Meyers, Matthew Goode, Brian Cox, Emily Mortimer, Scarlett Johansson Fotografia di Remi Adefarasin (124 minuti) Rating IMDb: 7,8
Manuela
Qualche tempo fa scrissi per Stilelibero un breve commento su Match Point. Non sono molti i film di cui sento il bisogno di scrivere. Lasciando perdere i film “mitici” e quelli visti in gioventù, che sono belli per definizione, non sono molti i film che riescono ad emozionarmi. Match Point è uno dei pochi. Scrivevo allora: “E’ un film coraggioso, che ci mette davanti ad una verità dalla quale si tende a sfuggire: è il caso a decidere molto spesso della nostra sorte. La pallina, cadendo casualmente di qua o di là dalla rete, assegna la vittoria all’uno o all’altro giocatore. Non necessariamente al più bravo. Al più fortunato, piuttosto… La nostra mente si adatta con difficoltà a questa semplice constatazione; usiamo la categoria della casualità, come quella della finalità – come altre, del resto - in modo quasi inconscio, arrivando spesso a conclusioni facili ma errate. Ci vuole un film intenso e coraggioso, a farcene prendere coscienza…Il caso esclude qualsiasi finalità eterodiretta nelle vicende del mondo. E allora ne consegue l’urgenza cercare il senso della nostra esistenza; e questo è il problema a cui l’ateo rigore di Woody Allen ci mette di fronte, senza cercare scorciatoie autoconsolatorie”.
Lo sottoscrivo adesso, aggiungendo un’altra considerazione. In questa assenza di finalità, o di un senso consegnato dall’esterno alle nostre vite, allora l’unica guida cui affidarci non può essere che il nostro senso morale, quell’imperativo categorico che ci fa decidere cosa è bene e cosa è male. Se questo senso morale viene meno, come accade al protagonista, allora non resta che il caso, a buttare la pallina da una parte o dall’altra della rete. Così può succedere che si incappi in un amarissimo “lieto fine”.
A me piacciono i film che raccontano una storia, e questo la racconta; che hanno personaggi credibili e coerenti con la storia stessa, e questi lo sono. Mi piacciono i film che, oltre ad una storia, sanno fare domande, e questo le sa fare, se solo le si vogliono ascoltare. Non c’è molto del Woody Allen di “Provaci ancora Sam” o “La rosa purpurea del Cairo” (film che, come sapete già, adoro). E’ possibile però, che ad un certo punto, ci siano domande esistenziali che non si possono più evadere.

Per chi non ne conoscesse la trama, ecco il riassunto: Chris Wilton, maestro di tennis, conosce il ricco Tom Hewett e sua sorella Chloe. Chris e Chloe si innamorano e il ricco padre di lei lo inserisce nella sua attività finanziaria. Il matrimonio tra Chris e Chloe è inevitabile. Ma Chris, che ha conosciuto Nola (Scarlett Johansson, bravissima), la fidanzata di Tom e ne è rimasto irrimediabilmente attratto, quando mesi dopo la rincontra inizia con lei una appassionata relazione.
Ma Nola resta incinta e pretende che Chris lasci la moglie; questi, incapace di resistere alla pressione, escogita una via di fuga. E poiché il film è anche un giallo sui generis, non posso raccontare oltre.

mercoledì 4 aprile 2007

Marie Antoinette

Marie Antoinette di Sofia Coppola (2006) Con Kirsten Dunst, Marianne Faithfull, Steve Coogan, Judy Davis, Jason Schwartzman Fotografia: Lance Acord Costumi: Milena Canonero (123 minuti) Rating IMDb: 6.5
Manuela
Ho l’impressione che in questo blog – ma forse non solo – ci sia bisogno di un po’ di leggerezza (e di attualità). E Marie Antoinette è un film disegnato con mano leggerissima, con tratto adolescente, scanzonato a volte, a volte imbronciato. E però, è un film claustrofobico. Tutto è visto dall’interno, come dovevano vederlo gli occhi stessi di Maria Antonietta, che niente vedevano oltre le mura di Versailles.
L’adolescente regina di Francia, rinchiusa nella sua lussuosissima prigione, inventa giochi e trastulli: vestiti e scarpe, dolciumi e teatrini, pettegolezzi e bambole. Favole per non morire di noia, un villaggio in cui travestirsi da contadina, un amante da idealizzare – è bellissima l’inquadratura dell’amante sul rampante cavallo bianco, eroe archetipo delle fantasticherie romantiche. Come ho trovato straordinaria la sequenza della prova di abiti e scarpe, sottolineata da una scatenata musica rock.
Pochi e distorti arrivano nella reggia gli echi di ciò che accade fuori, anche alla fine, quando la storia, quella vera, è evocata solo dai sinistri bagliori delle torce e dall’indistinto rumoreggiare della folla. La separatezza fra il mondo “di dentro” e quello “di fuori” è incolmabile e senza alcuna possibilità di comunicazione.
E’ un film, a suo modo, disperato. Marie Antoinette morirà, probabilmente senza capire ciò che le succede e perché. Come ha accettato, probabilmente senza capirlo, tutti gli eventi della vita, dal marito insoddisfacente ai figli. E l’ultima inquadratura è ancora un’inquadratura “da dentro”. Da dentro una carrozza che attraversa un mondo inconoscibile e ostile.
Nelle recensioni c’è scritto che si tratta della storia di una giovane donna. E’ senz’altro così. Eppure io, lontanissimo dalla volontà dell’autrice, ne sono sicura, non ho potuto fare a meno di pensare a una classe politica che conosco bene, che se ne sta chiusa in una sua Versailles – di certo meno bella dell’originale – a trastullarsi coi suoi giochi: leggi elettorali pensate per mantenere se stessa, unioni e scissioni, dichiarazioni e smentite, talk show e giochi delle parti. Del tutto separata da quello che avviene altrove, nella realtà, e forse inconsapevole della realtà stessa. Sorpresi, anzi, dagli echi che ne filtrano, e dall’immagine che le persone reali hanno della loro casta (Marie Antoinette stupita dal pamphlet satirico “Che mangino brioches, io non l’ho mai detto!”, Fassino: “Pare che l’indulto non sia stato apprezzato…”).
Lo so che Sofia Coppola non c’entra niente con tutto questo, colpevole solo di aver fatto un film giovane, originale, sorridente e pensoso, che forse parla solo di una giovane donna in una prigione dorata. Ma a volte nei film c’è anche quello che l’autore non ci ha proprio voluto mettere.

giovedì 29 marzo 2007

La Rosa Purpurea del Cairo

The Purple Rose of Cairo di Woody Allen (1985) Con Mia Farrow Musica: Dick Hyman (84 minuti) Rating IMDb: 7.4
Manuela
Per molto tempo non ne ho parlato, per evitare i sorrisetti di compatimento di chi lo liquidava come uno dei soliti film d’amore, leggerini, gradevoli magari, ma niente di che, mille miglia lontano dai film che fanno pensare davvero. Roba da donna, ecco.
Ho tenuto per me la bellezza dello schizzo d’ambiente, tratteggiato a matita, che con pochi segni racconta un mondo. Ho tenuto per me l’incanto di Cecilia, che dimentica le amarezze e le violenze della vita chiudendosi in un cinema. Ho tenuto per me il coinvolgimento emotivo con questa donna che cerca nel film un mondo dove è bello vivere, popolato di uomini affascinanti e, più di tutto, buoni e gentili – i libri, i film, non svolgono forse per tutti noi la stessa funzione? Ho tenuto per me l’ammirazione per la mano delicata, ferma e compassionevole che ha disegnato la psicologia dei personaggi. Il cacciatore bianco, tanto eroe nella celluloide quanto inetto nella realtà, impacciato dalle contraddizioni della vita vera, confuso dalle sue illogicità. Il rude marito di Cecilia, manesco e volgare, capace di dimostrare l’amore come uomini di quella fatta sanno dimostrarlo, con le sberle, e qualche lampo di umanità incapace di redimerlo. Il perfido Gil, attore interessato solo alla propria carriera, che si incarica di rimettere le cose a posto e distruggere il sogno d’amore di Cecilia perché lo show possa go on, e l’ordine riprendere a regnare: oh, ma non è cattivo, sapete? Gli dispiace per Cecilia, almeno per cinque minuti: vedete la sua espressione triste in una delle ultime scene del film? E’ l’espressione di chi fa sporchi lavori, con la scusa che qualcuno deve pur farli: e quanti ce n’è, in giro…..
Per molto tempo ho tenuto per me l’amore per gli occhi sgranati di Cecilia, nello stesso tempo ingenui e carichi di esperienza. Cecilia, che vive il suo grande sogno e poi sceglie la realtà, forse sapendo già che la realtà l’avrebbe fregata; e forse sapendo anche che, se quel sogno si fosse avverato, avrebbe distrutto tutti i sogni di tutte le cecilie del mondo. E tuttavia non rinuncia a sognare.
Ho tenuto per me tutto questo e molto altro – il tempismo perfetto, l’ironia e l’autoironia, il metafilm che parla del film, ecc.ecc. - che scoprivo ogni volta che rivedevo, in DVD, in casa, sola – per evitare risatine e sguardi di compatimento – questo film.
Poi ho incontrato un uomo che ci vedeva le stesse cose che ci vedevo io, e molte altre cui non avevo mai pensato. Come potevo non innamorarmene?

domenica 25 marzo 2007

Via col vento

Gone with te Wind di Victor Fleming (+ George Cukor, Sam Wood) (1939) Dal romanzo di Margaret Mitchell Interpreti: Vivien Leigh, Clarke Gable, Olivia de Havilland, Leslie Howard Musica: Max Steiner (222 minuti) Rating IMDb: 8.1
Manuela
Mettiamo le cose in chiaro: a me piacciono i film da donna. Se fanno piangere è meglio. Niente film armeni sottotitolati in turco, premi della critica ai festival underground, film erotici giapponesi, ecc. ecc. E incomincio da re dei polpettoni, premettendo un appello in difesa della sua colonna sonora abusata da un giornalista depravato: Via col Vento.
Succede in questo film, che quello che pretende di raccontare è molto diverso da quello che racconta per davvero, come se i personaggi acquisissero una vita indipendente dalle intenzioni degli sceneggiatori.
Rossella O’ Hara dovrebbe essere leggera, egoista, immorale e cattiva, ma ne esce il ritratto di una donna indipendente, coraggiosa, capace di tirarsi su le maniche e affrontare gli eventi. Capace, anche, di svelare l’ipocrita grettezza di una società che sta per morire.
Al suo confronto gli altri personaggi sono figurine di carta.
La buonissima, fedelissima, delicatissima, femminilissima Melania è come le donne dovrebbero essere nell’immaginario di un certo tipo di uomo: decisamente stucchevole e parassita.
E Ashley, che dovrebbe essere romantico, ma fa la figura di un perfetto stupido, porta fra l’altro su di sé la colpa di infliggere allo spettatore un film di quattro ore, solo perché non dice subito a Rossella che non l’ama. Giustamente, Rossella, alla fine del film sbotta: “Ma perché non me l’hai detto prima?”. Ce lo chiediamo anche noi.
Resta Rett Butler, tanto puttaniere quanto perbenista, che pur amando Rossella la disprezza. Troppo vile per essere un vero cinico o un vero eroe, si barcamena tra le due cose. Quando alla fine se ne va, lasciando sola Rossella, speriamo tutti per lei che non si faccia mai più rivedere..
Il film è incline agli stereotipi; non infierisco su Mamie e i poveri neri in genere, che parlano coi verbi all’infinito come se fossero appena stati tirati giù dagli alberi.
Resta lei, la protagonista, più moderna e viva di quanto si pensi. Che esce dalla catastrofe pubblica e privata con lo sguardo rivolto in avanti. Che se ne frega delle definizioni affibbiatole dalla buona società degli Stati Confederati, o dagli sceneggiatori e dai registi stessi*.

*Registi, plurale, che per un film di tal stazza non ne è bastato uno. “Ufficialmente la regia è attribuita a Victor Fleming, ma durante la produzione si sono succeduti Gorge Cukor e Sam Wood” (Fonte: Wikipedia).