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lunedì 7 dicembre 2009

Quattro modi di essere Carmen

Dorothy Dandridge
Solimano

Stasera, alla Scala di Milano, c'è l'attesissima prima della Carmen, quindi immaginatevi il movimento. Ieri, pomeriggio e sera, in ottima compagnia sono stato presente ad una iniziativa intelligente: la proiezione al cinema Gnomo, che è vicinissimo a Sant'Ambrogio, di tre film sulla Carmen. Il film di di Rosi, quello di Saura e quello di Godard (in ordine di proiezione). Qui aggiungo la Carmen Jones di Otto Preminger e scrivo questo post, anche riprendendo e modificando alcuni brani che avevo scritto a suo tempo per i film di Saura e di Preminger. Il film di Preminger (1954) precede di trent'anni gli altri tre film, che hanno date di prima proiezione molto vicine: 6 maggio 1983 per Saura, 11 gennaio 1984 per Godard, 20 settembre 1984 per Rosi.

Carmen Jones di Otto Preminger (1954) Dall'opera "Carmen" di Georges Bizet e dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Oscar Hammerstein II, Harry Kleiner Con Dorothy Dandridge, Harry Belafonte, Joe Adams, Pearl Bailey, Olga James, Brock Peters, Roy Glenn, Nick Stewart, Diahann Carroll Voci: Marilyn Horne, Le Vern Hutcherson, Marvin Hayes Arrangiamenti musicali: Herschel Burke Gilbert, Dimitri Tiomkin Fotografia: Sam Leavitt (105 minuti) Rating IMDb: 7.0

Inesorabilmente, il film Carmen Jones di Otto Preminger appare molto datato, anche se ha alcuni grandi pregi. Sono cambiate cose importanti, dal 1954 del film ed ancor più dal 1943 del musical di Broadway da cui è tratto.
Anzitutto, il rispetto per la musica di Bizet. E' vero che la Carmen di Bizet resiste, malgrado tutto, ma per fortuna la situazione è molto cambiata in questi decenni. Quasi nessuno si sogna più di tradurre il francese del libretto di Meilhac e di Halévy, ma qui non si tratta di traduzione, si tratta di frasi e di parole completamente diverse come significato. Ad esempio, le amiche di Carmen Jones (Dorothy Dandridge) la sollecitano a lasciare il militare Joe (Harry Belafonte) perché il pugile Husky Miller (Joe Adams) le comprerà pellicce e gioielli.

Non è colpa di nessuno, i tempi erano quelli e molti di noi sono cresciuti a base di "è l'amore uno strano augello" e di "presso il bastion di Siviglia". Ormai non si fa da decenni, come è modificato l'approccio ai recitativi. A cantare non sono la Dandridge, Belafonte e Adams, che sono doppiati da Marilyn Horne (aveva 19 anni!), LeVern Hutcherson e Marvin Hayes. Un'altra cosa oggi impensabile.
Non ho niente da dire su una Carmen con tutti gli interpeti afro-americani, neppure sullo spostamento temporale e spaziale, mi sta bene che un torero diventi pugile (due mestieri a rischio...), ma che all'incontro di boxe siano presenti solo spettatori neri aveva un motivo, quello di evitare ogni commistione: il 1954 era presto ed il 1943 lo era ancora di più. E il paese di Carmen così sembra un presepe da zio Tom. C'è un involgarimento del mito , che diventa una piccola storia particolare a fine cruenta, un dramma di gelosia come ancor oggi se ne leggono nei giornali. Mentre Carmen è un archetipo costruito non da Mérimée ma dalla musica prodigiosa di Bizet, che regge persino al pugile che arriva sul macchinone e a tutti i paesani che lo festeggiano (si potrebbe fare anche con Dulcamara, anzi, certamente qualcuno l'ha fatto). In definitiva, di strada ne abbiamo percorsa, sia nell'approfondimento musicale, sia (perché non dirlo?) dal punto di vista della integrazione razziale.

Si capisce dal film che l'operazione fatta col musical del 1943 era furbissima, nel suo genere quasi geniale, con finezze particolari nell'infedeltà generale, che non è di tempi, di spazi o di mestieri, ma di livello drammatico e di altezza e profondità di senso.
Ma in questo contesto inevitabile ci sono due aspetti che fanno uscire il film dalle strettoie dei tempi in cui fu realizzato (ci misero meno di due mesi, oltre tutto!).
Il primo aspetto riguarda il regista: Otto Preminger ha un senso visivo e costruttivo esemplare, le singole scene sono molto più lunghe di quello che costumava allora. Sentimenti, risentimenti, amori, disamori si manifestano con efficacia. Felice l'idea iniziale del self service con i vassoi dove in mezzo ai tavoli cammina Carmen Jones ambita da tutti, che punta subito Joe anche se lo vede seduto con Micaela, pardon con Cindy Lou (Olga James).

Così il viaggio in jeep, con Joe che cerca di pensare solo alla guida mentre Carmen se la spassa seduta dietro con le gambe in alto, poi la tentata fuga di Carmen, fra il treno, la massicciata, poi il bosco, con Joe che non è ancora imbalordito e riesce a riprendere Carmen con la forza (ma il tarlo comincia a lavorare), poi Carmen che fa la serva amorosa, pulendogli dal fango i pantaloni e le scarpe. Si dimentica il fastidio iniziale, e vanno bene anche gli scherani e le donne del gruppo del pugile, fra cui è formidabile Pearl Bailey, più brutta che bella, grande, grossa e trascinante.

E Chicago, con la stamberga dove Joe sta rinchiuso perché altrimenti la Polizia Militare lo prenderebbe e dove Carmen comincia a stufarsi, poi tutta la scena di massa finale con l'incontro di pugilato e con le donne del pugile schierate a fare il tifo vicino al ring. Tutto questo coinvolge e convince, le parole sono da musical furbo ma i volti, i gesti, i movimenti, gli incontri, gli scontri vanno benissimo.
L'altro motivo è Dorothy Dandridge. Non particolarmente bella, deludente nei film degli anni a venire, qui non si poteva immaginare una meglio di lei. Forse il momento migliore è quando vede i paesani attorno al macchinone del pugile. E' da sola col bicchiere in mano sotto la veranda. E si vede il momento (che c'è anche in Bizet) in cui lei guarda il pugile proprio come una Carmen vera deve guardare Escamillo : un amore nuovo che sorge proprio quando l'amore precedente è ancora in pieno fulgore.

Mi verrebbe da dire male di Harry Belafonte, che appare spento. Che farci, quando sono chiusi nella stamberga Carmen non vuole restare in gabbia e l'insofferenza tracima in ogni gesto, anche i gesti di provocazione sessuale, come l'appoggiargli le gambe o mettersi le calze. Una Carmen che si permette persino un gesto affettuoso alla povera Cindy Lou, ma che nel finale sfida il piagnisteo aggressivo di Joe pur avendo letto la morte nelle carte. Alla fine del film, che ho visto con più soddisfazione che con disagio, si desidera riascoltare ancora una volta l'opera di Bizet. Mio nonno suonava nella banda del paese, allora una delle meglio in Italia, dove ogni paese aveva la sua banda; a forza di toreador si convinse a chiamare Carmen mia zia, che però crebbe assai diversa : bionda con gli occhi azzurri, poi otto figli uno in fila all'altro. Ma al suo nome ci teneva, eccome!

Harry Belafonte, Dorothy Dandridge, Joe Adams

Carmen di Carlos Saura (1983) Dal racconto di Prosper Mérimée, Sceneggiatura di Carlos Saura e Antonio Gades Con Antonio Gades, Laura Del Sol, Cristina Hoyos, Paco de Lucia, Marisol, Juan Antonio Jiménez, José Yepes, Sebastian Moreno Musica: Paco de Lucia, Georges Bizet Fotografia: Teodoro Escamilla (102 minuti) Rating IMDb: 7.4

Ben prima di appassionarmi alla musica, mio nonno, suonatore di piatti nella banda di Sasso Marconi, mi aveva costruito in testa il mito della Carmen. Poi, fui confortato dall’ascolto radiofonico dei concerti Martini & Rossi, mi sembra al lunedì sera. Però certi brani della Carmen ti piacciono da subito e non li abbandoni più. Anni dopo, durante il viaggio di nozze in Andalusia, andai a spettacoli di flamenco a Granada, in seguito imparai ad ascoltare la Carmen in francese (cantata e recitata) e provai a leggere il racconto di Mérimée, che mi piacque poco.

Era inevitabile che andassi a vedere il film di Carlos Saura, pur sapendo poco del regista e nulla degli interpreti: mi bastava sapere che stabiliva un collegamento fra flamenco e Carmen.
Il film mi spiazzò per due motivi.
Il primo è che mi aspettavo che la protagonista Laura Del Sol (Carmen)- molto bella - fosse al centro di tutto, e l’inizio del film lo confermava, con Antonio Gades che cerca un nuovo talento per un suo balletto e trova Carmen in cui crede e di cui si innamora. Ma quando cominciavano a ballare, sbucava una che nella storia del film c’entrava poco, meno bella di Carmen, ed era lei la protagonista, finché ballavano.

Di Cristina Hoyos non avevo mai sentito parlare, ma la colpa non era mia: se andate a leggere oggi le recensioni scritte appena dopo l’uscita del film, della Hoyos non parlano, cosa stranissima, perchè non c’era niente da fare, il film era doppio: la storia fra Gades e la Del Sol, e i brani col flamenco, in cui della storia ci si scordava. Un felice difetto di sovrabbondanza.

Il secondo motivo fu che il film stabiliva una differenza nella vita dei ballerini: quando ballano e quando non ballano sembrano persone del tutto diverse. In pochi attimi, le stesse persone che ti hanno conquistato diventano uomini e donne più ottusi che normali, non sembrano neppure le controfigure di quelli che erano tre minuti prima.

Come ebbi la fortuna di accorgermi - non c’era verso - che quando ballavano il centro era Cristina Hoyos, così mi resi conto che la scelta delle due rappresentazioni, una sublime ed una meschina, era frutto della genialità del regista. Così ha da essere, ed è la differenza che ha il flamenco rispetto a quasi ogni altro tipo di danza. Non ha grande importanza la venustà delle donne e degli uomini, neppure una perfetta grazia nei movimenti, il flamenco è una possessione, credo che persino nelle più bieche rappresentazioni per turisti in sandali e calzini corti, permanga questo contagio: non si può ballare il flamenco da burocrati dei colpi di tacco e del batter le mani. Ci metteranno anni ad imparare i passi, i movimenti, ad impostare le voci, a suonare le chitarre, ma in fondo si nasce così e magari si è brutti, pure sciocchi, salvo quando il rito si svolge, che tutto passa e si dimentica.

Cosa significa? Che il flamenco è una scorciatoia, per chi ci nasce portato, verso una delimitata sublimità, un paradiso (o inferno?) che irrompe in quelle vite di per sé forse mediocri. Giungo a dire - forse esagero - che la predisposizione al flamenco potrebbe voler dire la non predisposizione a qualcos’altro di importante. Persino Antonio Gades mi fece quella impressione: esuberante dominatore durante il ballo, diveniva un coreografo da tollerare con ironia quando il ballo era finito.
Questo mi disse Carmen Story, spiazzando le mie aspettative, e cose diverse ma in fondo analoghe mi diedero le esperienze con la grande danza moderna, alcuni degli spettacoli di Maurice Bejart e Pina Bausch: una finezza sbalorditiva che non cancella ma esalta l’animalità primigenia.

Laura Del Sol

Prénom Carmen di Jean-Luc Godard (1983) Sceneggiatura di Anne-Marie Miéville Con Maruschka Detmers, Jacques Bonnaffé, Myriem Roussel, Christophe Odent, Bertrand Liebert, Alain Bastien-Thiry, Hippolyte Girardot, Valérie Dréville, Jacques Villeret, Jacques Prat, Laurent Dangalec, Bruno Pasquier, Michel Strauss, Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Mocky Fotografia: Raoul Coutard, Jean-Bernard Menoud Musica: Tom Waits "Ruby's Arms", Ludwig van Beethoven Quartetti (eseguiti dal quartetto Prat) n. 9 op. 59, n. 10 op. 74, n. 14 op. 131, n. 15 op. 132, n. 16 op. 135 (85 minuti) Rating IMDb: 6.5

Nel 1983 Gian Luigi Rondi diviene direttore della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Decide che la giuria internazionale sia composta da soli autori, secondo l'idea di creare una "mostra degli autori, per gli autori". I membri sono scelti tra i registi emersi negli anni sessanta: il primo di essi è Bernardo Bertolucci, presidente della giuria nel 1983. Il Leone d'Oro lo vince Jean-Luc Godard con Prénom Carmen. Sonori fischi del pubblico durante la premiazione.
Ho ascoltato una intervista a Bernardo Bertolucci, che ricostruisce con disinvoltura e con schiettezza (almeno credo...) quello che successe fra i membri della giuria e con Godard. In sostanza, la decisione di premiare comunque Godard fu presa da quasi tutti i giurati prima di vedere il suo film: appartenevano al milieu del Sessantotto e volevano dare un messaggio forte e chiaro contro il riflusso dei primi anni Ottanta. Solo che esagerarono... quasi tutti i premi sembrava che dovessero andare a Godard, non solo il Leone d'Oro. Da cui discussioni a non finire, in cui Bertolucci cercò di fare in modo che i premi a Godard si riducessero, e ci riuscì, salvo che qualche giurato sessantottesco di tipo komeinista gli tolse il saluto. La giuria era così composta: Bernardo Bertolucci (presidente, Italia), Jack Clayton (Gran Bretagna), Peter Handke (Germania Ovest), Leon Hirszman (Brasile), Marta Meszaros (Ungheria), Nagisa Oshima (Giappone), Cleb Panfilov (URSS), Bob Rafelson (USA), Ousmane Sembène (Senegal), Mrinal Sen (India), Alain Tanner (Svizzera), Agnès Varda (Francia).

Che dire, su Godard, che non sia già stato già detto? La maggioranza non lo può vedere, però una corposa minoranza lo sostiene sempre e comunque. A me, con quasi tutti i film di Godard, accade una cosa strana: ci sono dei momenti in cui lo abbraccerei, il film va avanti... e venti secondi dopo lo strozzerei. Così in particolare con Prénom Carmen, su cui scriverò altri due post, forse tre. Il che significa che qualche ottimo motivo per scrivere ce l'ho.
Qui faccio osservare alcune delle geniali assurdità di Godard. Come si vede dalle note tecniche IMDb, nelle musiche non figura Georges Bizet. Fare un film sulla Carmen senza metterci Bizet... se non sei o sette note fischiettate dell'Habanera. In compenso, a parte un brano di Tom Waits, c'è una forte presenza dei quartetti di Beethoven, in particolare gli ultimi. Non è musica in sottofondo, viene eseguita dal Quartetto Prat durante il film: i quattro membri del Quartetto Prat sono fra gli interpreti.

Guardate le due immagini. L'episodio di Don Josè che porta in prigione Carmen (che ha le mani legate) c'è nell'opera di Bizet, ed ecco come lo rappresenta Godard. Jacques Bonnaffé è un giovane poliziotto ignorante e di famiglia povera, Maruschka Detmers (Carmen X) è la nipote di un famoso regista (lo stesso Godard) ridotto quasi alla paranoia. Carmen approfitta dell'abitazione dello zio e il gruppo terroristico approfitta di un albergo di lusso. Istruiti, con parenti ricchi, rapinano banche per autofinanziarsi, in realtà per eversione fine a se stessa. E' una lotta di classe a rovescio. Mi è venuta in mente la poesia di Pier Paolo Pasolini sui poliziotti e gli studenti.

Ed ecco come viene rappresentata una scena fra le più tragiche del film: una donna delle pulizie che non sa come fare con i due cadaveri distesi e sanguinanti.
La scelta della ventunenne olandese Maruschka Detmers è felicissima. Non si capisce se sappia recitare oppure no, ma una Carmen moderna lo è davvero, inconsapevole eppure tranchant. Mentre ho dei dubbi sul Don José di Jacques Bonnaffé, scelto così da Godard proprio perché voleva un'imbranato che trasmettesse sfiga esistenziale. Non è mai una parte gradevole, quella di Don José.
Eppure Godard è fedelissimo al Mito di Carmen, chiamiamolo così una buona volta, uscendo dagli schemi angusti del racconto di Mérimée. A suo modo, la musica di Beethoven, musica del destino - di amore e morte - che non si può cambiare, è appropriatissima. Infine, l'aspetto visivo raccordato con l'aspetto musicale, con la musica dei quartetti di Beethoven. Cieli ed onde del mare in perenne mutamento. Su questo aspetto, forse il più ammirevole del film, tornerò in futuro.

Maruschka Detmers

Carmen di Francesco Rosi (1984) Racconto di Prosper Mérimée, Libretto di Henri Meilhac & Ludovic Halévy, Adattamento di Francesco Rosi e Tonino Guerra Con Julia Migenes (Carmen), Placido Domingo (Don José), Ruggero Raimondi (Escamillo), Faith Esham (Micaëla), François Le Roux (Moralès), John-Paul Bogart (Zuñiga), Susan Daniel (Mercédès), Lillian Watson (Frasquita), Jean-Philippe Lafont (Dancaïre), Gérard Garino (Remendado), Julien Guiomar (Lillas Pastia), Cristina Hoyos (Danzatrice), Antonio Jiménez (Danzatore) Fotografia: Pasqualino De Santis, Costumi: Enrico Job (152 minuti) Rating IMDb: 7.6

Julia Migenes

Il film di Francesco Rosi l'ho visto ieri sera allo Gnomo per la prima volta. Avevo delle prevenzioni che sono state completamente smentite. Questo film è una meraviglia.
Non ha nessun sapore di accademia, come quasi sempre succede salvo eccezioni (Bergman, Losey) con le opere filmate.

Si fa presto a dire che è bella l'ambientazione in una Spagna solare, ma non si dice tutto. E' una Spagna solare e polverosa, sordida e superba. D'accordo, Siviglia, Ronda, Carmona sono luoghi splendidi ma come dimenticare i luoghi montagnardi dei contrabbandieri, delle carte di morte, del duello con la navaja di Escamillo e Don José? Con i tre contrabbandieri che partono a cavallo con dietro ciascuna delle tre donne, Carmen, Frasquita e Mercedes, che provvederanno a distrarre i doganieri.
Con una Micaëla (Faith Esham) finalmente credibile. Non la solita gnesa o sciochetta intrega (come dicono a Parma) ma coraggiosa seppur timida e fedele al suo amato Don José.
Con gli animali sempre in primo piano, i tanti cavalli e il toro elevato a protagonista, come segno nero e rosso di destino furibondo. Insanguinato dal banderillero e dal picador, come d'uso (niente da fare per il torero, se il toro non lo conciano male prima), ma con gli occhi affocati d'odio e vivissimi in primo piano.

Dopo aver visto le bellezze della Dandridge, della Del Sol, della Detmers, che sarà mai la cantante brava ma non famosa Julia Migenes, che vista in primissimo piano parrebbe quasi bruttarella? E' una Carmen credibilissima come modi, sguardi d'amore (soprattutto d'odio), movenze, erotismo consapevole, sfacciato, dominante. Anche quando si inginocchia per i colpi mortali di Don José. Con un Escamillo che non può esisterne un altro più credibile dell'attore Ruggero Raimondi (si sa la sua grandezza come cantante).

Solo Placido Domingo è impacciato, goffo, quando si muove. Da fermo lo soccorre la postura e la voce, forse allora al massimo. Ma l'essere goffo è un po' il mestiere di Don José.
Francesco Rosi è riuscito a trovare un libro con le incisioni che il giovane Gustave Doré aveva fatto per il libro "Viaggio in Ispagna" del barone Charles Devillier, e l'ha inserite nei titoli di testa. In rete quasi non ci sono, ne ho trovata qualcuna che ancora non mi soddisfa, se ne trovo di migliori le metterò in un post ad hoc. Scelta felice, il racconto di Mérimée si svolge in quegli anni, Goya come richiamo andava bene per il lusso protervo dei potenti di palazzo e di corte, non per strade e taverne.

Mi toccherà procurarmi il DVD perché vorrei scrivere qualche post con immagini più puntuali sulle situazioni. Fra quelle che inserisco qui, trovo coerenti anche alcune foto di set in bianco e nero. Ma l'immagine che in assoluto dà più il tono del film, è quella di Carmen che con lo spechietto manda la luce negli occhi di Escamillo che canta a voce spiegata. E' una luce che acceca o che fa vedere meglio?

domenica 13 settembre 2009

La morte in diretta (2)

Harvey Keitel nel film "La morte in diretta" (1980)

La mort en direct (1980) di Bertrand Tavernier Dal racconto di David Compton, Sceneggiatura di David Rayfiel, Bertrand Tavernier Con Romy Schneider (Katherine Mortenhoe), Harvey Keitel (Roddy), Harry Dean Stanton (Vincent Ferriman), Thérèse Liotard (Tracey), Max von Sydow (Gerald Mortenhoe), Caroline Langrishe (ragazza nel bar), William Russell (Dottor Mason), Vadim Glowna (Harry Graves), Bernhard Wicki (padre di Katherine) Musica: Antoine Duhamel Fotografia: Pierre-William Glenn (128 minuti) Rating IMDb: 6.9

Solimano

La microcamera che è stata installata nel cervello di Roddy (Harvey Keitel) ha necessità di energia per funzionare: basta che ci sia una fonte luminosa. Quindi, per proteggersi in situazioni di buio assoluto, Roddy deve avere sempre a disposizione una pila. Se la si rivolge verso un occhio situazione si normalizza. E' per questo motivo che nel dormitorio comune, dove dorme anche Katherine (Romy Schneider), Roddy sta sulla branda superiore, in modo da essere più vicino alle fioche lampade notturne.


Il rapporto fra Roddy e Katherine è alterno. Robby sa quel che vuole e lo persegue con determinazione: riprendere da vicino Katherine e farla parlare, in modo che la serie TV Death Watch abbia un successo crescente. Katherine a volte vorrebbe che Roddy se ne andasse, non capisce perché le stia vicino, ma quando la solitudine la mette in balìa dei pensieri di morte (la sua morte) la presenza di Roddy l'aiuta a vivere. Non c'è fra i due nessun rapporto sessuale. Il cinico Roddy sarebbe disposto, ma è Katherine a non volere. Le va bene così, un rapporto inatteso che diviene sempre più intimo, un dono inaspettato.


Dietro le quinte, Ferriman (Harry Dean Stanton), il boss della TV, si incontra con Tracey (Thérèse Liotard), che fino a tre anni prima era la moglie di Roddy, e che ha capito qualcosa di quello che sta succedendo. Ormai sicuro del fatto suo, Ferriman le racconta quasi tutto.



Katherine decide di andarsene dall'istituto per derelitti, in cui prendono le impronte digitali di chi se ne va in modo da non riaccoglierlo più se si ripresentasse. Sa dove vuole andare, ma non lo dice a Roddy, che parte con lei. L'umore di Katherine è cambiato, ci sono in lei dei momenti di serenità: le piace essere viva. Proprio perché sa che deve morire fra poco, riscopre la dolcezza della natura e del rapporto con Roddy, di cui si fida sempre di più.



Anche Roddy è cambiato, forse perché dal punto di vista del lavoro che sta svolgendo non ci sono più problemi. Si stanno addentrando in una zona interna della Scozia lacustre in cui si incontra raramente qualcuno, lontano da paesi in cui ci sarebbe il rischio che Katherine vedesse la TV e capisse il vero ruolo di Roddy. Senza che lui se ne accorga, il cinismo di Roddy si sta sgretolando: vive il rapporto con Katherine come se la finzione divenisse vera.

Katherine vuole raggiungere Gerald Mortenhoe (Max von Sydow), il professore che era suo marito fino a sei anni prima e che sta trascorrendo l'anno sabbatico in una casa isolata. Katherine ha conservato il cognome del marito, a cui si sente ogni giorno più interiormente vicina. Vorrebbe andare nel paese vicino a comprarsi un vestito e qualche cosmetico. Roddy riesce a stento ad andarci da solo. Ma nel paese vede la Tv che trasmette quello che ha registrato lui con la microcamera. Questo lo pone completamente faccia a faccia col suo cinismo, in cui non si riconosce più.



Katherine si incontra con Gerald, che ha comprato da poco la TV, e ricostruisce la storia che ha vissuto negli ultimi giorni.
Intanto, Roddy, nel tentativo di raggiungerla, perché vuole dire a Katherine la cosa più importante, butta via la pila, che gi è indispensabile di notte. La pila cade in acqua, è ormai inutilizzabile e Roddy diventa cieco.

Roddy è da Katherine e Gerald: la cosa importante è che Katherine non è malata di cancro, sono proprio le medicine che la stanno uccidendo. Giungono gli elicotteri della TV. Ferriman vorrebbe entrare in casa per poter riprendere ancora Katherine, ma viene bloccato e malmenato da Gerald e da Roddy. Katherine ha deciso di morire ingoiando tutte le medicine. Ferriman non riesce a riprenderne la morte e Tracey, che è arrivata anche lei con l'elicottero, dice a Roddy: "Ferriman è finito, finito".
Ma è proprio vero, che quelli come Ferriman sono finiti? Che risposta danno, i trent'anni trascorsi dopo il film?

venerdì 11 settembre 2009

La morte in diretta (1)

Romy Schneider nel film "La morte in diretta" (1980)

La mort en direct (1980) di Bertrand Tavernier Dal racconto di David Compton, Sceneggiatura di David Rayfiel, Bertrand Tavernier Con Romy Schneider (Katherine Mortenhoe), Harvey Keitel (Roddy), Harry Dean Stanton (Vincent Ferriman), Thérèse Liotard (Tracey), Max von Sydow (Gerald Mortenhoe), Caroline Langrishe (ragazza nel bar), William Russell (Dottor Mason), Vadim Glowna (Harry Graves), Bernhard Wicki (padre di Katherine) Musica: Antoine Duhamel Fotografia: Pierre-William Glenn (128 minuti) Rating IMDb: 6.9

Solimano

La morte in diretta è del 1980, Quinto potere è del 1976, che cosa è successo alla televisione, nei trent'anni successivi? Si sono avverate le profezie dei due film? La risposta apparente è che non si sono avverate, perché a quei limiti non si è arrivati. Ma erano provocazioni più che profezie, e le provocazioni andavano fatte, perché hanno centrato nel segno e perché si è aggiunta la componente rete, allora quasi inesistente. Sono entrambi film attualissimi, per motivi un po' diversi. Ma vediamo cosa succede ne La morte in diretta.


Roddy (Harvey Keitel) è in un campo giochi, ma non sta guardando i ragazzi. Guarda un grande cartello pubblicitario di una trasmissione televisiva: Death Watch. A fianco c'è (in parte coperta) una fotografia di donna: si tratta della prossima persona di cui la rete TV seguirà, momento per momento, gli ultimi mesi di vita, fino alla morte. La fotografia si scoprirà del tutto quando quella donna saprà che sta morendo. Roddy è parte in causa: ha una microcamera installata nel cervello che riprende, attraverso i suoi occhi, tutto quello che succede. Deve riuscire ad accostare la persona in modo che le riprese siano le migliori possibili, anche nella più stretta intimità, che a quel punto non avrà nessuna difesa.


Tutto è perfettamente organizzato: Robby e il boss della TV, Vincent Ferriman (Harry Dean Stanton), stanno guardando attraverso uno specchio il dottor Mason (William Russell) che sta dicendo alla scrittrice Katherine Mortenhoe (Romy Schneider), che ha un tumore: viveà per due mesi al massimo. Anche il dottore fa parte dell'organizzazione, questo è un punto importante. Prima che Katherine se ne vada sconvolta, le fornisce una medicina per alleviare le sofferenze e le raccomanda di prenderla ogni giorno.


Così, quando Katherine scende per strada, vede che la fotografia nel cartello pubblicitario è stata scoperta, e c'è lei nella fotografia. Intanto, Ferriman e Roddy guardano con attenzione tutto il materiale girato: non deve sfuggire nulla.


Roddy va a trovare Tracey (Thérèse Liotard), che fino a tre anni prima era sua moglie. Tracey capisce che c'è in ballo qualcosa (un gioco che cancella gli altri giochi, dice Roddy). Stanno per fare l'amore, e si vede Ferriman che dice ad un operatore di non chiudere il contatto con la microcamera. Ma Robby sa com'è fatto Ferriman e se ne va, senza fare all'amore. In un bar, una ragazza fa delle profferte a Roddy che non ci bada, ha altro da fare.

Katherine, a casa sua, prima si guarda nello specchio e recupera la lucidità necessaria, da donna intelligente qual è, poi parla a lungo col marito Harry Graves (Vadim Glowna), bei discorsi, ma capisce che stanno girando attorno all'argomento chiave: i soldi. Perché la TV offrirà 500.000 dollari, in parte a lei, in parte al marito: le riprese saranno facilitate, si potranno inserire scene che fanno più audience e così via. Quello che andrà al marito sarà pagato post mortem. Tutto questo significa che nel rapporto fra Katherine e Harry si è inserita una ambiguità di fondo, perché gli interessi non coincidono.



Poi Katherine affronta Ferriman nella sua tana. Prima ottiene 600.000 dollari e non cinquecento. Poi finge di avere una crisi, cade sulla moquette, e riesce a capire che anche il dottor Mason è della partita. Quindi sa di non potersi fidare neppure di lui.


La gente è in frenesia, l'audience sta salendo: quello che è morto pochi giorni fa non era un caso interessante come Katherine, per non parlare del concorrente (chiamiamolo così) che poteva essere in lizza con Katherine, la migliore scelta da ogni punto di vista. In Germania, già tre persone su quattro guardano Death Watch.



Katherine ha preso una sua decisione: vuole affrontare la morte non in quel modo, ma per conto suo. Quindi fugge, metttendosi una parrucca nera, e si fa ospitare in un istituto religioso per disadattati. Pensa che sia il posto più sicuro, ma Roddy (che lei non conosce) è riuscito a seguirla e riesce a fare amicizia con lei, facilitato dal sapere quello che Katherine non sa. In questo modo, la trasmissione TV può proseguire, con primi piani coinvolgenti, dialoghi inatttesi, confidenze private a non finire. L'audience crescerà ancora.
(continua)