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lunedì 6 luglio 2009

I libri nel cinema: L'Inferno di Dante (2)

La bolgia dei simoniaci

L'Inferno di Giuseppe Berardi (1911) Ispirato all'Inferno di Dante Con Giuseppe Berardi (Dante), Armando Novi (Virgilio) (15 min)

Solimano

Questo è il secondo post dedicato al film "L'Inferno" (1911) di Giuseppe Berardi. Appare evidente la povertà dei mezzi che Berardi aveva a disposizione, perché questa fu una iniziativa di una piccola casa, la Helios di Viterbo, che non si sognava di competere con la Milano Films, voleva soltanto raccogliere qualche frutto dalla curiosità che aveva destato l'iniziativa di realizzare un film sull'Inferno. Il vantaggio ci fu per tutti e due i film, sia in Italia che all'estero. Proprio per il tipo di argomento, entrambi i film dettero un contributo alla realizzazione di novità in quelli che oggi chiamiamo effetti speciali. Paradossalmente, fu avvantaggiato il film di Berardi perché doveva riuscire a far molto con poco. Uno stimolo alla curiosità che dette i suoi frutti: la bolgia dei simoniaci, i lussuriosi travolti dalla bufera, la pioggia di fuoco sui bestemmiatori, il ghiaccio dei traditori, la bolgia dei seminatori di discordia sono degli esempi sorprendenti. I riferimenti figurativi sono naturalmente quasi tutti rivolti alle famose illustrazioni di Gustave Doré, che molti conoscevano e che costituirono, di per sé, un'ottima pubblicità per i film.


Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde
d'Indïa vide sopra 'l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde;

per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingeva mentre ch'era solo;

tale scendeva l'etternale ardore;
onde la rena s 'accendea, com'esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca
delle misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l'arsura fresca.
Canto XIV, 28-42

Già era in loco onde s'udía 'l rimbombo
dell'acqua che cadea nell'altro giro,
simile a quel che l'arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia dell'aspro martiro.

Venían ver noi, e ciascuna gridava:
«Sostati tu ch'all'abito ne sembri
essere alcun di nostra terra prava».

Ahimè, che piaghe vidi ne' lor membri,
ricenti e vecchie, dalle fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.

Alle lor grida il mio dottor s'attese;
volse 'l viso ver me, e disse: «Aspetta:
a costor si vuol essere cortese.

E se non fosse il foco che saetta
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta».

Ricominciar, come noi restammo, ei
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei,

qual sogliono i campion far nudi e unti,
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti;

e sí rotando, ciascuno il visaggio
drizzava a me, sí che 'ntra loro il collo
faceva e i piè continüo vïaggio.
Canto XVI, 1-27

Alla man destra vidi nova pièta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.

Nel fondo erano ignudi i peccatori:
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per l'essercito molto,
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo còlto,

che dall'un lato tutti hanno la fronte
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;
dall'altra sponda vanno verso il monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.

Ahi come facean lor levar le berze
alle prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.
Canto XVIII, 20-39

Io vidi per le coste e per lo fondo
piena la pietra livida di fori,
d'un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi né maggiori
che que' che son nel mio bel San Giovanni,
fatti per luogo di battezzatori;

l'un delli quali, ancor non è molt'anni,
rupp'io per un che dentro v'annegava:
e questo sia suggel ch'ogn'uomo sganni.

Fuor della bocca a ciascun soperchiava
d'un peccator li piedi e delle gambe
infino al grosso, e l'altro dentro stava.

Le piante erano a tutti accese intrambe;
per che sì forte guizzavan le giunte,
che spezzate averíen ritorte e strambe.

Qual suole il fiammeggiar delle cose unte
muoversi pur su per la strema buccia,
tal era lí dai calcagni alle punte.
Canto XIX, 13-36

«S'ei posson dentro da quelle faville
parlar» diss'io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che il priego vaglia mille,

che non mi facci dell'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna:
vedi che del disio ver lei mi piego!»

Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perché fuor greci, forse del tuo detto».

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

«O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove per lui perduto a morir gissi».
Canto XXVI, 64-84

Un altro, che forata avea la gola
e tronco il naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch'una orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi alli altri aprí la canna,
ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,

e disse: «O tu cui colpa non condanna
e cu' io vidi in su terra latina,
se troppa simiglianza non m'inganna,

rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.
Canto XXVIII, 64-75

Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela il vapor che l'aere stipa,

cosí forando l'aura grossa e scura,
piú e piú appressando ver la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;

però che come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
cosí ['n] la proda che 'l pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tona.
Canto XXXI, 34-45

Noi eravam partiti già da ello,
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
sí che l'un capo all'altro era cappello;

e come 'l pan per fame si manduca,
cosí 'l sovran li denti all'altro pose
là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l'altre cose.

«O tu che mostri per sí bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perché» diss'io, «per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch'io parlo non si secca».
Canto XXXII, 124-139


Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'i' 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi

e disser: 'Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia'.

Queta'mi allor per non farli piú tristi;
lo dí e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t'apristi?

Poscia che fummo al quarto dí venuti,
Gaddo mi si gettò disteso a' piedi,
dicendo: 'Padre mio, ché non m'aiuti?'

«Quivi morí; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dí e 'l sesto; ond'io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dí li chiamai, poi che fur morti:
poscia, piú che 'l dolor, poté 'l digiuno».
Canto XXXIII, 55-75


Lo 'mperador del doloroso regno
da mezzo il petto uscía fuor della ghiaccia;
e piú con un gigante io mi convegno,

che giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant'esser dee quel tutto
ch'a cosí fatta parte si confaccia.

S'el fu sí bello com'elli è or brutto,
e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogni lutto.
...
Da ogni bocca dirompea co' denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sí che tre ne facea cosí dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla
verso 'l graffiar, che tal volta la schiena
rimanea della pelle tutta brulla.

«Quell'anima là su c'ha maggior pena»
disse 'l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
Canto XXXIV, 28-36 e 55-63

Il Conte Ugolino

sabato 4 luglio 2009

I libri nel cinema: L'Inferno di Dante (1)

L'Inferno di Giuseppe Berardi (1911) Ispirato all'Inferno di Dante Con Giuseppe Berardi (Dante), Armando Novi (Virgilio) (15 min)

Solimano

Nel 1911 la Milano Films decise di fare un film sull'Inferno di Dante, ma fu battuta sul tempo dalla piccola Helios di Viterbo, che riuscì ad andare sugli schermi qualche mese prima anche perché il film durava solo 15 minuti, contro i 65 minuti dell'altro film. L'iniziativa della Helios film ha in sé degli aspetti quasi pirateschi: fare un remake prima che uscisse il film di cui si faceva il remake!
Fatto sta che i film uscirono tutti e due ed ebbero un ottimo successo, in Italia e all'estero. Si pensava che il film della Helios fosse andato perduto, ma un gesuita che vive in Vaticano è riuscito a rintracciarne una copia con le didascalie in tedesco, ed ora c'è il DVD. Ci sono svarioni nelle didascalie e nel testo che accompagna il DVD, ma le immagini sono una sorpresa. A volte sono ridicole a volte sono affascinanti. Ci dedicherò due post e stendo il tappeto rosso: Dante Alighieri ci viene a trovare nel blog! E' sempre meglio ampliare le immagini, in questo caso è indispensabile.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Canto I, 1-6


«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos' io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume,
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu' io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».
Canto I, 79-90


"O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto 'l mondo lontana,

l'amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt' è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch'io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c'ha mestieri al suo campare,
l'aiuta sì ch'i' ne sia consolata.

I' son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui".
Canto II, 58-74


'Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'
Canto III, 1-9


Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.

Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.
Canto III, 109-120


Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.

Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d'inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.
Canto V, 1-15



Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.
Canto V, 25-39



I' cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov' è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso grido.
Canto V, 73-87




E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Canto V, 121-138


Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant' io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?

Come fa l'onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s'intoppa,
così convien che qui la gente riddi.

Qui vid' i' gente più ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand' urli,
voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi 'ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
Canto VII, 19-30


Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,
sì com' a Pola, presso del Carnaro
ch'Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt' il loco varo,
così facevan quivi d'ogne parte,
salvo che 'l modo v'era più amaro;

ché tra li avelli fiamme erano sparte,
per le quali eran sì del tutto accesi,
che ferro più non chiede verun' arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,
e fuor n'uscivan sì duri lamenti,
che ben parean di miseri e d'offesi.
Canto IX, 110-123


«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l vedrai».
Canto X, 22-33

(continua)