Ottavio
Una diecina di anni fa ho frequentato uno degli ultimi corsi di formazione aziendale, uno di quei corsi che servono all’azienda per mandare qualche implicito messaggio ai propri dipendenti e che ai dipendenti servono per tirare il fiato interrompendo il ritmo stressante del lavoro quotidiano.
Il corso era basato sul dialogo tra i partecipanti, su qualsiasi argomento, con gli istruttori (due) pronti a stimolare la discussione: ricordo dei lunghissimi pomeriggi passati a discutere di civiltà occidentale e altre amenità del genere. Le sessioni di dialogo erano alternate con la proiezione di film, che secondo gli istruttori dovevano suscitare successivi dibattiti, come nei cineforum. Ho visto in quell’occasione film interessanti, come “Sogni” di Kurosawa, ma quello che più mi è rimasto impresso è stato “Americani”, di James Foley.
“Americani” è un film terribile che illustra che il limite (inteso come funzione matematica) del capitalismo è la giungla, intesa come ambiente regolato esclusivamente da istinti animaleschi di sopravvivenza.
In una agenzia immobiliare di Chicago, dove operano dei simpatici venditori (e vorrei vedere, con un cast con Jack Lemmon, Al Pacino, Kevin Spacey etc), arriva un giorno un direttore “innovativo”. Uno cui è stato insegnato che nella vita non ci sono né principi né regole, che i soldi sono il motore e la ragione delle cose. Questo galantuomo lancia ai poveri venditori un incentivo avvelenato: una gara assassina in cui chi vince, realizzando il maggior numero di vendite, si porta a casa una Cadillac, chi perde viene licenziato. Inizia così tra i malcapitati una lotta feroce per il successo (o la sopravvivenza), disposti a qualunque mezzo pur di vendere. Nel film si vede veramente di tutto, e il disagio aumenta man mano che le immagini scorrono.
Ci sono delle scene veramente toccanti: quando Jack Lemmon, uno dei venditori, che ha la figlia ammalata in ospedale, impegnato com’è nei tentativi di vendita può comunicare con lei solo per mezzo delle cabine telefoniche che incontra nei suoi itinerari.
Non dirò chi vince e chi perde: se non l’avete ancora visto merita che colmiate la lacuna.
Scorrendo le critiche dell’epoca (1992) al film mi ha colpito il commento di Enzo Siciliano, secondo cui “una lettura di Max Weber aiuterebbe a capire che nelle società di stampo protestante, quella americana in particolare, i buoni risultati nel guadagno (magari nella truffa) finiscono per essere la riprova del benevolo sguardo di Dio”. Bah, mi lascia perplesso! Sono più d’accordo con Walter Veltroni che dice che “per qualcuno questo film si potrebbe definire un film comunista. E’ infatti un film contro una certa etica del capitalismo, è la denuncia della ferocia , dell’assurda spietatezza dell’individuazione del denaro come fine e non più come mezzo”.
Più prosaicamente per noi spettatori di quella proiezione il film fu fonte di una certa preoccupazione:
perché ci hanno fatto vedere questo film? Vogliono farci capire come lavoreremo in futuro? Sapevamo che quello che avviene in America in termini e modalità di organizzazione del lavoro si replica in Europa dopo qualche anno.
E più in generale, è quello il tipo di società a cui tendiamo? Ahinoi!
Beh, dieci anni dopo mi sembra di poter concludere che quella preoccupazione non era del tutto infondata.