Solimano
Sono passati più di cinquant'anni da questo film, di cui molti conoscono l'esistenza e l'importanza (ma pochi l'hanno visto). Si può, dopo tutto questo tempo, dirne anche qualcosa di male? A mio avviso si può e si deve, non tanto per criticare il film, ma la situazione civile e culturale in cui ancora oggi si trova il Giappone, quasi sommerso da una ondata di negazionismo appoggiata ad alti livelli politici, cosa che in Germania nessuno si sognerebbe di fare.
Provate a chiedere in giro di Debra Libanos, nessuno vi saprebbe rispondere. Lì in Etiopia, dopo l'attentato al maresciallo Graziani, furono massacrati con le mitragliatrici quasi mille fra preti copti, diaconi e seminaristi, spesso ragazzi di quindici anni. Naturalmente facendosi aiutare da tribù musulmane, tutto fa brodo, nelle lotte fra i cristiani. Notate la finezza: in un paese in cui quasi tutti erano analfabeti, eliminare un migliaio di acculturati era certo utile a mantenere meglio il controllo. Quando Del Boca tirò fuori il problema alzando il velo, Montanelli non voleva crederci, ma si arrese di fronte a prove inoppugnabili.
In positivo c'è da dire che allora il buddismo era sentito con vera profondità, mentre oggi, in Giappone (e non solo) domina la setta Soka Gakkai da cui deriva l'influente partito politico del Komeito. Ma non c'è da preoccuparsi, il buddismo ha la pelle dura (e tenera), dimostra l'impermanenza con l'essere impermanente nei singoli paesi: oggi in India i buddisti sono meno del 2%. Va e viene proprio come noi, che siamo fatti e disfatti. Benissimo.
Tutti vengono massacrati allo scadere dell'ultimatum e Mizushima si salva a stento. Ma non torna al suo reparto, in cui era amato per come suonava l'arpa.
E' un reparto strano. Il comandante ama il canto, e tutti, anche da prigionieri, cantano insieme. Il repertorio cambia a seconda degli stati d'animo e delle evenienze, hanno persino delle canzoni di avvertimento in caso di pericolo. Adesso cercano Mizushima, sarà vivo o sarà morto? C'è un ragazzo che suona l'arpa birmana e il comandante si rende conto che quella certa variazione gliela può avere insegnata solo Mizushima.
Una donna birmana fa un piccolo commercio con i prigionieri, ed inizia il mirabile tormentone dei due pappagalli. Un pappagallo finisce ai soldati, uno a Mizushima. I soldati insegnano al loro pappagallo a dire "Mizushima, torna con noi". Mizushima insegna al suo pappagallo: "Non posso tornare". Ci sarà un momento in cui Mizushima avrà tutti e due i pappagalli, ma alla fine, sulla nave che è in viaggio per il Giappone, c'è solo il pappagallo che dice "Non posso tornare" e Mizushima ha quello che dice: "Mizushima torna con noi".
Quale fine più appropriata, pensavo?
E invece no. Finita la lettura, il comandante si aggira per la nave, in cui ognuno attende a qualcosa: mangiare, chiacchierare, ridere, sistemare il bagaglio, guardare le fotografie delle mogli e dei figli che presto (forse) rivedranno. E il comandante chiude dicendo: "Adesso, nessuno più pensa a Mizushima". Lo dice non triste, ma con un sorriso. E' giusto, è quello che dentro, senza saperlo, mi aspettavo.