Ecco come Giuseppe Marotta reagiva (perché di una vera e propria reazione si tratta) al film L'avventura di Michelangelo Antonioni. Questa non è una recensione né una critica, è una stroncatura, pubblicata a suo tempo nel libro "Facce dispari", Bompiani 1963. Leggendola mi sono detto: "E se stroncassimo la stroncatura?" Intanto la pubblico, anche se è piuttosto lunga, ma questo è un blog in cui bisogna leggere, credo si sia capito. (s)
Ma che uomo sono io? Avevo detto: "Non ho visto e non vedrò L'avventura". Che ci voleva, a mantenere la parola? Il film si proiettava da quindici giorni, o venti, e il meglio o il peggio che gli potevano accadere, in ogni sede, perfino quella giudiziaria, gli erano accaduti. Non gli mancavano, insomma, che le mazzate o le carezze mie. Per un autentico uomo ligio agli impegni assunti con gli altri e con sé, ciò non avrebbe contato. Ma io sono la copia vivente della mia povera madre, la quale non aveva ancora finito di gridarmi, alla maniera napoletana: "Che tu possa morire ucciso!" e già mi sussurrava "Uh figlio mio bello!", stringendomi e baciandomi come se mi avesse tratto a riva da un furibondo oceano. Che tipo. Quante vite mi occorrerebbero per tentare un'approssimativa rieducazione di me stesso? Il fatto è che mi sorpresi anzitutto ad annotare i consensi del granitico Times a L'avventura ("Uno dei pochissimi film che abbiano la sottigliezza e la complessità di un romanzo", eccetera) e successivamente ad aggirarmi intorno al Cinema Ariston, a Roma, dove lo spigoloso, ambiguo lavoro di Antonioni si proiettava. Infine, sfuggendomi, e cioè non badando all'immagine che lasciavo, passando, nei vetri, sgusciai dentro. In quegli atri fulgidi, la nostra figura si stacca da noi come una bolla di sapone dalla cannuccia... ma questo è un altro discorso, turiamoci con la cera di Ulisse gli orecchi, non divaghiamo. Sedetti, ecco, e vidi furtivamente, quasi continuando a negare la mia presenza nella sala (poca gente, pochissima), ciò che segue.
1) Un quartiere elegante di Roma. Dinanzi al cancelletto di una villa, un attempato signor Tal dei Tali si accomiata dalla giovane figlia Anna. Costei riepiloga in qualche vaga smorfia gli ardui capitoli di un buio dramma interiore, e quelli di un accentuato spirito di indipendenza. Sta per andarsene in crociera nel mare di Sicilia, col fidanzato Sandro e certi comuni amici. Il signor Tal dei Tali, scontento, dice: "Quell'uomo non ti sposerà mai, Anna. Ma io sono a riposo come diplomatico e come padre". Che ingegnosa e densa battuta: contiene la professione, il ceto, i presentimenti, l'amarezza e l'impotenza tutoria del Tal dei Tali, per tacere della ragazza. Voi gongolate, pensando che Michelangelo Antonioni punti sull'essenziale. Ma vi sbagliate e come: in realtà egli lesina le parole ai vari personaggi unicamente se ci debbono qualche leale informazione; altrimenti si abbandonino pure a un'orgia di luoghi comuni e di grandhotellismi.
2) Arriva, in automobile, Claudia. È bionda perché Anna è bruna. Che cielo abbia sul capo e che terreno abbia sotto i piedi, lo ignoriamo e lo ignoreremo fino all'ultimo. Niente, è un'amica. Ricca? Povera? Delibata? Vergine? Sola al mondo? Carica di parenti? Colta ? Ignorante? Mah. Ella si limita a dire all'autista: "Alvaro, sbrigati, è tardi". Vanno da Sandro in una piazzetta della città vecchia. Due o tre sibilline frasi ci rivelano che Anna da qualche mese non vede il fidanzato. I motivi della frattura? Diamine, eccoli: "Ma Claudia, quando uno è lì, davanti a te, è tutto li!". Rimuginate la sera, affinché il difficile sonno venga, queste parole. Sottintendono che la distanza crea suggestivi frazionamenti, arcane propaggini del maschio? È probabile. Amen.
3) Anna pianta la compagna da basso e vola da Sandro, il quale sta in fretta vestendosi. Ma la ragazza, dopo un breve e generico preambolo, gli fa un cenno imperioso e comincia a spogliarsi. Invano Sandro le rammenta che giù c'è Claudia. Pare che ciò esalti maggiormente Anna: tirare le tendine, mormorare: "Che attenda" e rovesciare l'uomo sul più vicino letto, è per lei questione di un attimo. Di Sandro, il meno che si possa dire è che, ora come ora, c'è tutto: completo, omogeneo, solerte come Dio lo ha fatto. Prosit. Claudia, nella piazzetta, indovina: e, con una impercettibile ruggine in grembo e nella mente, aspetta. C'è il Fellini della Dolce vita, qui; ma come l'acqua nel vino e l'aglio nelle fragole, voi mi capite.
4) La crociera, adesso. Un motoscafo di media stazza nel quale, secondo gli autori del film, si annidano, mangiandovi, bevendovi e dormendovi, sette o otto persone. È vero che talune di esse hanno la mania di sovrapporsi, ma nauticamente c’è molto da eccepire. Abbiamo dunque, a bordo, Anna, Sandro, Claudia, Patrizia, Raimondo, Corrado e un marinaio. Se Anna, Sandro e Claudia non hanno il minimo connotato apprezzabile, figuratevi Patrizia (forse una matura ninfomane), Raimondo (un velloso fauno imbecille) e Corrado (il trionfo dell'anonimo e dell'inutile).
5) In vista del roccione di Lisca Bianca, nelle Eolie, Anna e gli altri si tuffano. Anna urla che c'è uno squalo. Che paura. La salvano, domandandole: "Come te ne sei accorta, Anna? Ti ha toccata?". Nemmeno all'asilo d'infanzia, risuonano dialoghi così puerili. Anna, d'altronde, svela a Claudia: "Sai, la storia del pescecane era una balla". Antonioni ha l'aria, qui, di gettare un bengala nelle tenebre psicologiche di Anna; io non ci vedo che numeri del lotto.
6) Ecco Sandro e Anna sul roccione. Anna torna a battere sul tasto della magica lontananza che trasfigura. Dice, come una medium: "Non ti sento". E lui: "Ma ieri, a casa mia, mi sentivi". E lei, con ira: "Tu devi sempre sporcare tutto". Anime del Purgatorio! Ma non è stata Anna, il giorno prima, ad esigere uno dei più veloci, inopportuni e cinici accoppiamenti? La verità è che Antonioni brancola nei personaggi e nelle vicende: li inganna e ne è ingannato (non c'è legge del taglione severa, ineluttabile come quella artistica), li fuorvia e ne è fuorviato.
7) La nauseata Anna che fa? Si dilegua, svanisce, ricade in quel torbido nulla dal quale, in sostanza, mai non era emersa. Un attimo: e Anna, ecco, non c'è più. Come ha lasciato l'isolotto? Mediante qualche barca di contrabbandieri? O levitando? O annegandosi? Invano i carabinieri dragano e sommozzano: viva o morta, Anna si è dissolta. Vogliate riflettere un momento su ciò. Scompare una ragazza: non a Sciangai, ma a Lisca Bianca: e l'inquirente polizia non fa che riverire i compagni di lei, sui quali dovrebbe indagare e come! Io quasi quasi corro ad affogare la mia cara Olga alle Eolie; e voi?
8) Sandro continua per suo conto le ricerche sulla terraferma; ciò non gli vieta di mettere gli occhi, anzi le mani, addosso a Claudia. La bionda non gli resiste a lungo; dice: "Non sono preparata ad amori che si possono dimenticare in un minuto", e fugge; ma poi, non ricordo se a Milazzo o a Castrovillari, c'è un prato. Là i due s'avvinghiano e s'annodano e s'avviluppano come un fascio di serpi; riuscirebbe, un indù col flauto, a districarli?
9) Ho saltato un episodio che dà la piena misura del cattivo gusto di Antonioni. Claudia, prima che Sandro la raggiunga, è ospite, col resto della brigata, di una principessa. Qui alligna Goffredo, un pittore diciassettenne iperghiandolare che s'è invaghito di Patrizia e vuole mostrarle i suoi quadri. Patrizia si fa accompagnare da Claudia. Goffredo sentenzia che nessun paesaggio è bello come le donne: poi, simile a un giaguaro, si getta su Patrizia, ben deciso a provare che nessun panorama eguaglia la figura; e Patrizia, come dalla cresta di un'onda, squittisce: "Claudia, vattene! E diglielo, a Corrado, che il mio cuoricino batte forte forte forte!". (Corrado è il marito, o l'amante). Che azione goffa e plateale, che miseria di battute! Dove sei, Fellini? Pensavo al miracolo del tuo lieve tocco sterilizzante, che velò e pulì ogni fotogramma del tuo capolavoro. Sono i film come L'avventura, a darci la misura della Dolce vita.
10) Grande albergo a Taormina. Udiamo frasi quali: "Concierge, chi è quella bambolina?"; "Il sonno bisogna vincerlo, io ho imparato da fanciullo"; "Non c'è mai da augurarsi di essere melodrammatici", e così via. Ne deduco, per me, che Antonioni è prima di tutto uno scrittore equamente fallito. Ed eccoci all'unica sequenza valida e persuasiva del film. Esausta, Claudia s'addormenta; Sandro invece, scende nel salone. Irretito da una piacente sgualdrina, l'abborda; all'alba, Claudia, tormentata dalla gelosia, perlustra l'albergo e trova infine i due su un divano, allacciatissimi. Arretra, scappa. Il ganzo la insegue, ma non senza aver buttato sul canapè due bigliettoni, ventimila lire, che la donnaccia rastrella indecentemente col piede (lo ha calamitato e prensile, come le scimmie). Fuori, su una panca, Sandro naufraga in un desolato pianto; e allora Claudia gli si appressa, muta, e gli elargisce una lenta carezza. Ma sì, donne, medicateci, versate farmaci e lenitivi sulla quotidiana lebbra dei sensi che ci tarla; senonché questa emotiva paginetta, l'unica, ripeto, non giustifica le ore del film L'avventura.
Spettacolo? Sciocchezze. C'è una magnifica Sicilia, frugata palmo a palmo da un ottimo, geniale operatore. Datemi l'una e l'altro e sono regista anche io. L'avventura, cioè, non offre la menoma soluzione del problema -Antonioni. Gli dicono romanziere e non mette insieme che aneddoti; gli dicono psicologo e rimane alla superficie di ogni creatura; gli dicono letterato e, in fatto di linguaggio, è sulla paglia. Michelangelo, ti do un suggerimento fraterno: agguanta un copione di Zavattini, o di Suso Cecchi D'Amico, o di Ennio Flaiano, e attualo senza metterci, di tuo, che la indubbia conoscenza del mezzo cinematografico. Vedrai l'esito. Prego, non c’è di che. Anna è Lea Massari, per la quale ho un debole: molto brava nel suo personaggio d'aria. Monica Vitti (Claudia) la preferisco sul video. Un Gabriele Ferzetti (Sandro) men che mediocre (avrà talento, ma alla banca).