Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Marotta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giuseppe Marotta. Mostra tutti i post

giovedì 18 dicembre 2008

L'oro di Napoli (5)

Silvana Mangano (Teresa) nel film L'oro di Napoli

L'oro di Napoli, di Vittorio De Sica (1954) Dal libro di Giuseppe Marotta, Sceneggiatura di Vittorio De Sica, Giuseppe Marotta, Cesare Zavattini Con Silvana Mangano, Sophia Loren, Eduardo De Filippo, Paolo Stoppa, Erno Crisa, Totò, Lianella Carell, Giacomo Furia, Tina Pica, Alberto Farnese, Tecla Scarano, Mario Passante, Pierino Bilancioni, Lars Borgström, Gianni Crosio, Nino Imparato, Ubaldo Maestri, Vittorio De Sica, Roberto De Simone, Teresa De Vita, Irene Montaldo Musica: Alessandro Cicognini, Fotografia: Carlo Montuori (131 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
Gli episodi de L'oro di Napoli sono sei. Cinque li ho già inseriti nel blog, oggi inserisco il sesto, quello in cui la protagonista è la prostituta Teresa (Silvana Mangano).


Nella immagine di apertura del post Teresa ha l'aria radiosa. Le è capitata una occasione da non crederci. Don Nicola (Erno Crisa) ha quattro negozi, è giovane e bello, e vuole sposarla, togliendola dal bordello e facendole fare la signora. Non le ha mai parlato, ha mandato avanti un uomo di fiducia, che con Teresa si incontra in un bar vicino a Piazza del Plebiscito per fissare i dettagli del matrimonio (compresa la cerimonia ed il rinfresco). Teresa è tutt'altro che ingenua, ha fatto in mdo di vedere com'è Nicola e se è vero quello che dicono, che è uno dei più ricchi negozianti di Napoli. Ma vorrebbe saperne di più. L'inviato di Nicola la rassicura, le dice che fra pochi giorni lei uscirà definitivamente dal bordello. Ma è proprio questo, che Teresa non riesce a capire: se si è innamorato di lei, se la vuole sposare, perché non l'ha tolta dal bordello subito? L'uomo dice che è questione di soli pochi giorni, che non c'è da preoccuparsi. Tutto il resto può essere, che uno si innamori di una prostituta, che la voglia sposare, ma questo... Però tutto procede, Teresa e Nicola una mattina si sposano, proprio un gran matrimonio.



Appena sono in casa, mentre stanno arrivando gli ospiti per il rinfresco, Nicola mostra a Teresa tutta la casa, e comincia a darle le chiavi, perché ora è la padrona, poi la porta a conoscere sua madre, invalida su una poltrona, accudita da una badante bambina. Questa cosa a Teresa piace, vede che Nicola, pur ancora così riservato con lei, vuol molto bene a sua madre, di cui ora Teresa prenderà il posto come padrona di casa.

Teresa va nella camera matrimoniale: guarda fuori dalla finestra, apre gli armadi, colmi di bella biancheria, i mobli, il letto: le piace tutto. Poi si sistema davanti allo specchio. Non ha ancora notato la fotografia della donna giovane con davanti una candela accesa.


La festa è bella: tutti sono curiosi di conoscere la sposa. Sanno che non è napoletana, ma di Roma, e Teresa si trova al centro dell'attenzione. Le dedicano anche canzoni, meglio di così non poteva andare.


Teresa insegue Nicola con lo sguardo e vede che si apparta in uno studiolo. Nicola dà una busta piena di soldi ad una coppia piangente. Teresa vede, ancora non lo sa, ma sono i genitori di una ragazza che si è uccisa alcuni mesi fa perché disprezzata da Nicola, di cui era innamorata. La ragazza della fotografia nella camera matrimoniale. Nicola ha fatto un voto, che sta mantenendo: per espiazione, sposare una prostituta, e che tutta Napoli lo sappia.


Nicola torna in mezzo alla festa, e Teresa lo scruta. Lui ha quell'aria distaccata come se non fosse presente. Alla fine della festa, prima che gli ospiti se ne vadano, c'è anche la fotografia, tutti attorno alla bella sposa venuta da Roma.


Teresa si prepara per la notte nuziale, tutta roba nuova, mai usata nel bordello. Arriva Nicola, che spiega tutto: non dormiranno mai assieme, ma lei sarà sua moglie a tutti gli effetti, la padrona di casa, e tutta Napoli verrà a sapere cosa ha fatto Nicola per la ragazza che si è uccisa per lui.

Teresa ascolta atterrita, poi si ribella: "Queste cose non si fanno..." piange e grida, poi rifà la valigia con cui era arrivata e scende per strada. Vuol tornare nel bordello. Si allontana di duecento metri dalla casa, si ferma vicino ad un palo, sente il freddo e vede la sordidezza notturna. Torna verso casa, bussa con violenza alla porta, guardando se compare luce alle finestre: al terzo colpo le apriranno.

Non è paragonabile al funeralino o ai giocatori, ma è un episodio mirabile, per la recitazione di Silvana Mangano, per la presenza di Erno Crisa, soprattutto per la coralità della triste festa nuziale: l'Italia allora era infestata dai fotoromanzi, Vittorio De Sica accettò la sfida di un fotoromanzo in un suo film, e vinse la sfida. Negli episodi con Totò, Loren, De Filippo, il grande attore De Sica, divenuto solo dopo regista, dà troppa libertà agli attori ed al produttore. In questo episodio, con Silvana Mangano, De Sica mantiene felicemente il totale controllo. Non c'è il sentimentelismo, la superficialità, il bozzettismo, la facilità che a volte affiorano negli episodi con gli altri attori, più invadenti di Silvana Mangano. Con L'oro di Napoli non ho ancora finito: ci sarà un altro post, indovinate un po' su cosa.


domenica 7 dicembre 2008

L'oro di Napoli (4)

Sophia Loren (la pizzaiola Sofia) ha perso l'anello di smeraldi

L'oro di Napoli, di Vittorio De Sica (1954) Dal libro di Giuseppe Marotta, Sceneggiatura di Vittorio De Sica, Giuseppe Marotta, Cesare Zavattini Con Silvana Mangano, Sophia Loren, Eduardo De Filippo, Paolo Stoppa, Erno Crisa, Totò, Lianella Carell, Giacomo Furia, Tina Pica, Alberto Farnese, Tecla Scarano, Mario Passante, Pierino Bilancioni, Lars Borgström, Gianni Crosio, Nino Imparato, Ubaldo Maestri, Vittorio De Sica, Roberto De Simone, Teresa De Vita, Irene Montaldo Musica: Alessandro Cicognini, Fotografia: Carlo Montuori (131 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
Nel 1953 (un anno prima dell'uscita del film di Vittorio De Sica) veniva pubblicato il libro "Il mare non bagna Napoli" di Anna Maria Ortese, che vinse il Premio Viareggio ex aequo con "Novelle del ducato in fiamme" di Carlo Emilio Gadda.
Del libro della Ortese faceva parte anche una inchiesta giornalistica intitolata "Oro a Forcella" che era già stata pubblicata nel 1951 su Il mondo con il titolo La plebe regina. Ne inserisco qui un brano breve sia perché mi sembra attualissimo, sia perché, dopo l'uscita del film di De Sica, ci furono contrapposizioni accese sull'immagine di Napoli che usciva dai libri di Marotta e quella del tutto diversa che usciva dai libri di Rea, Prisco, Ortese.

Ecco il brano di Anna Maria Ortese:
"Non occorreva molto per capire che qui gli affetti erano stati un culto, e proprio per questa ragione erano decaduti in vizio e follia; infine una razza svuotata di ogni logica e raziocinio, s'era aggrappata a questo tumulto informe di sentimenti, e l'uomo era adesso ombra, debolezza, nevrastenia, rassegnata paura e impudente allegrezza. Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina. Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee dell'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici."

Le parole della Ortese esprimono bene i motivi di alcune critiche rivolte all'episodio "Pizze a credito", generalmente noto come l'episodio della Pizzaiola, la ventenne Sophia Loren. Un episodio boccaccesco, ma tutt'altro che allegro.



Sofia la pizzaiola (Sophia Loren) si sta baciando di prima mattina con l'amante Alfredo (Alberto Farnese), un negoziante di scarpe, ma deve andarsene in fretta perché è in ritardo: suo marito Rosario (Giacomo Furia) la sta aspettando nella pizzeria. Sofia si copre con un golf (non più di tanto, il petto lo tiene bene in vista) e cammina contenta per strada. Si ferma anche in chiesa, così si fa vedere: l'andare in chiesa era la scusa per assentarsi.


La pizzeria è una stanza sul vicolo. Marito e moglie preparano le pizze, la moglie sta in prima linea per ragioni che oggi chiameremmo di marketing. Richiamano i clienti con grida laudatorie riguardo le pizze in preparazione. A bassa voce litigano. Stamattina Rosario è più ingrugnato del solito, sia per il ritardo sia perché non vuole che Sofia si mostri tanto: "Copriti, copriti", le dice in continuazione. Sofia finge di dargli retta , ma guarda quello che succede nel vicolo, in particolare un carrettiere che si è fermato e le fa una battuta e un segno. Chissà, non la tiene nessuno, Sofia la pizzaiola. I clienti si fermano per prendere le pizze appena pronte, e c'è un quaderno in cui Sofia trascrive i nomi per il successivo pagamento. Le pizze vengono fornite agli abitanti del vicolo anche tramite cestello calato dalle finestre.


D'improvviso, il dramma. E' scomparso l'anello di smeraldi che Sofia porta sempre al dito. Rosario dà in escandescenze, era il costosissimo anello di fidanzamento che lui le aveva regalato. Sofia, un po' persa, riflette e capisce dove può essere l'anello, ma non può dirlo. Sostiene che le è certamente caduto nella pasta mentre faceva la pizza, sarà finito da qualche cliente della mattinata. Si forma una processione: davanti, i coniugi pizzaioli, dietro, una torma di curiosi che vorrebbero sapere dove è finito l'anello con smeraldi. Ma le prime indagini non danno buon esito. Sofia però per strada trova il modo di comunicare con un solo gesto all'amante Alfredo che l'anello è sparito. Alfredo capisce e si mette all'opera, sa dove cercare.




Fra i clienti dell pizzeria c'è Don Peppino (Paolo Stoppa) che è passato prima davanti alla pizzeria dando cattive notizie della salute di sua moglie, malata da tempo di malattia mortale. Rosario è talmente agitato che non si fa scrupolo di andare anche da lui. Sofia lo segue (tutto tempo guadagnato per Alfredo, amante nonché cercatore di anello). La moglie di Don Peppino è morta. La tragedia domina in quella casa. Accanto al disperato Don Peppino stanno gli amici, tutti uomini, che lo sorreggono e l'aiutano in ogni modo. Don Peppino sfugge alle loro consolazioni e corre sul terrazzo per buttarsi di sotto. Esita un attimo, così gli amici riescono a riacchiapparlo un momento prima del fatale gesto, per poco non si buttava. Poi lo fanno sedere a tavola,standogli intorno. Le donne erano assenti perché preparavano un abbondantissimo pranzo per Don Peppino. Mo' la pastasciutta è pronta ed il piangente Don Peppino comincia a mangiare: il dolore esaspera il suo naturale appetito.

Così scriveva Guido Aristarco su Cinema Novo, 1955:
"Prendiamo a esempio l'episodio della pizzaiola. Esso oltrepassa i limiti ristretti del bozzetto divertente con un personaggio che appartiene a un altro capitolo del libro, La morte a Napoli. Così non godiamo più, o non godiamo soltanto, «lo scandalo dell'anello di smeraldo», ma ci soffermiamo su un carattere tipico del napoletano, quella sua tendenza alla teatralità e all'eccessiva drammaticizzazione. Lo spiritato Don Peppino Finizio invoca la moglie appena morta, si divincola fra le braccia degli amici, si vuole uccidere: con un coltello da cucina, lanciandosi contro uno specchio, buttandosi dal balcone; ma finge, come se fosse su un palcoscenico: questa finzione, sottolineata da un particolare (prima di far il gesto di buttarsi, si volta indietro e attende che gli amici lo abbiano agguantato), manca nel libro."

Poi tutto s'aggiusta (immagine in fondo). Alfredo, interpellato dai coniugi pizzaioli, dice che sì, in mattinata, ha trovato in una pizza l'anello di Sofia, e lo restituisce con galenteria. Un vero signore. Rosario nota meravigliato che nel quaderno dei creditori non risulta che stamattina Alfredo abbia preso una pizza. "Infatti non ne ho preso una ma due!" risponde Alfredo. Sofia conferma e tutto va a posto, salvo che Rosario è sempre più ingrugnato. Prima o poi si abituerà, diamogli tempo.

sabato 29 novembre 2008

L'oro di Napoli (3)

Totò pazzariello (L'oro di Napoli, 1954)

L'oro di Napoli, di Vittorio De Sica (1954) Dal libro di Giuseppe Marotta, Sceneggiatura di Vittorio De Sica, Giuseppe Marotta, Cesare Zavattini Con Silvana Mangano, Sophia Loren, Eduardo De Filippo, Paolo Stoppa, Erno Crisa, Totò, Lianella Carell, Giacomo Furia, Tina Pica, Alberto Farnese, Tecla Scarano, Mario Passante, Pierino Bilancioni, Lars Borgström, Gianni Crosio, Nino Imparato, Ubaldo Maestri, Vittorio De Sica, Roberto De Simone, Teresa De Vita, Irene Montaldo Musica: Alessandro Cicognini, Fotografia: Carlo Montuori (131 minuti) Rating IMDb: 7.5
Solimano
E' il terzo post che scrivo su L'oro di Napoli di Vittorio De Sica, dopo i due dedicati agli episodi Il funeralino ed I giocatori. Ora mi occupo di altri due episodi, fra i sei che compongono il film. Si tratta degli episodi Il guappo e Il giocatore. Il De Sica paragonabile a quello di Ladri di biciclette e di Umberto D è ben presente nei due episodi di cui ho già scritto. Negli altri, ci sono alte qualità attoriali e registiche, ma ci sono anche i compromessi a cui De Sica era costretto dai produttori, dagli attori, dagli sceneggiatori e... da se stesso, con i problemi economici che si creava da solo.
Comincio con l'episodio Il guappo:

Don Saverio Petrillo (Totò) indossa il cappotto (il Vesuvio sullo sfondo attesta che siamo a Napoli, ma d'inverno), abbozza un sorriso, ma in realtà è un uomo infelice. Perché è vestito così di scuro? E' al cimitero, non per la tomba di un suo familiare, ma per la tomba della moglie del guappo Don Carmine Savarone (Pasquale Cennamo), che non ha tempo per andare al cimitero quindi manda Saverio, che accudisce la tomba e dispone i fiori. Non è una cortesia di Saverio, è un ordine di Carmine, che da più di dieci anni vive in casa di Saverio, comandando a bacchetta lui, la moglie di Saverio, Carolina ( Lianella Carell) e i loro quattro figli.
Tutto cominciò alla dipartita della moglie di Don Carmine. Saverio gli disse: "Non state da solo, Don Carmine, in questi momenti dolorosi, venite da noi qualche giorno..." Sono passati dieci anni e Don Carmine è ancora lì. Tutto si svolge in base a sue precise disposizioni, dalla assegnazione dei posti a tavola, alle spese gastronomiche, alla stiratura delle camicie ed in particolare dei colletti, che devono essere durissimi, quasi come il guappo che li indossa, quindi è Don Carmine che stabilisce la giusta dose di amido.

Sotto le feste la situazione si complica, perché ognuno vorrebbe essere nella propria famiglia, e invece la famiglia Petrillo si trova il guappo di quartiere in casa. Saverio ascolta la musica delle cornamuse, perché alla musica è affezionato, in un certo senso è la musica che gli dà da mangiare.


Musica un po' sui generis... Don Saverio Petrillo fa il pazzariello: vestito in modo singolare, alla guida di uno scalcinato gruppetto di suonatori, cammina per strada seguito soprattutto da ragazzi e la piccola processione raggiunge il negozio di cui si festeggia l'apertura. Chiaramente, questo mestiere di pubblicitario ante litteram è condizionato dal favore del guappo di quartiere, ma suvvia, dieci anni in casa! Don Saverio si rode, perché, oltretutto, sente la disapprovazione della moglie e dei quattro figli perché lui non osa affrontare Don Carmine.


Ma improvvisamente cambia tutto. Don Carmine esce a far bisboccia con amici suoi e si sente male: gli diagnosticano una malattia cardiaca per cui deve evitare qualsiasi tipo di emozione, se no rischia la vita. Don Carmine si trascina come un rottame a casa sua, pardon, a casa di Saverio, raccontandogli cosa è successo. E Saverio coglie l'occasione che aspettava da anni: caccia di casa Don Carmine, gli tira dietro dalla finestra bauli e oggetti di ogni tipo. La moglie ed i quattro figli lo guardano un po' preoccupati un po' speranzosi dalla piazzetta sotto casa. Don Saverio può finalmente fare quello che non gli è mai stato consentito: sedersi a capotavola a casa sua.

La famiglia Petrillo, finalmente sola, festeggia con un brindisi la nuova vita che si prospetta. A stappare la bottiglia ci pensa Saverio, che ha recuperato il rispetto della moglie e dei figli.

Ma riappare Don Carmine Savarone, più possente che pria. Nel cuor della notte, si è sottoposto ad una visita medica di un luminare in cardiologia, che dopo accurati esami gli ha detto che può stare tranquillo: il suo cuore è sanissimo, si è sentito male solo per indigestione: troppo cibo e troppo vino.
Qui la maggior parte degli affabulatori del film non la racconta giusta. Dicono che Don Carmine si ritira sconfitto da Don Saverio e dalla famiglia. La realtà è diversa. Don Saverio si atterisce nel vedere il ritorno di Don Carmine e la famiglia è come lui, non sanno che fare. E' Don Carmine, sentimentale come ha da essere un vero guappo, che si accorge che in quella casa nessuno lo vuole e decide di andarsene da un'altra parte.
L'episodio è gradevole, ben raccontato, Totò è bravissimo, il pazzariello è divenuto famoso, ma che dire? Un ottimo episodio di commedia all'italiana ambientata a Napoli e che segue gli stereotipi della napoletanità che erano già nel libro di Giuseppe Marotta, di cui inserisco, a mo' di curiosità culturale, tre brani tratti dal suo libro Marotta Ciak Bompiani, 1958.
Ciò che scrive Marotta è inesorabilmente datato, non mi convince il suo modo di umiltà finta e di livore vero, non mi convince il suo sotteso credere che ci fosse quasi una congiura ai suoi danni. E credo che il merito del molto di buono che c'è nel film l'Oro di Napoli sia della genialità di Vittorio De Sica. Un certo tipo di napoletanità ce l'abbiamo sotto gli occhi da sempre, e non possiamo farcela piacere:

Un libro che non ha mai smesso, dal '47 a oggi, di essere venduto; un libro che ricorre e ricorrerà puntualmente, oso affermare, come le tasse. Perché? È una domanda che nessun pontefice letterario si rivolge. Ma il nostro é un paese dove Panzacchi ebbe, dalla Cultura e dai Governi, più lodi e riverenze di Leopardi. Qui Giovanni Verga diceva a Ferdinando Martini: «Ossequi, Eccellenza». Forse gli baciava la mano.
...
Quando il film tratto dal mio più fortunato volume di racconti napoletani fu presentato, io non volli, s'intende, parlarne da critico. Dissi: fate conto, amici, che il peggio del film sia colpa mia, e che il poco o molto che esso ha di buono, sia merito di Zavattini e De Sica. Non potevo essere meno vanitoso, credo. C'e chi si uccide col revolver, c'è chi si uccide con i barbiturici o gettandosi dalla terrazza, ma c'è chi (io, io) si uccide con l'umiltà.
...
lo e Zavattini, che fummo gli sceneggiatori, commettemmo un grosso errore. Non avremmo dovuto abbandonarci alla suggestione panoramica del titolo, che ci obbligò ai capitoletti, al frammento. La penna é una cosa, l'obiettivo cinematografico un'altra. Scorci e sintesi e inviti a immaginare (che spesso formano il pregio di un libro) non sono concepibili in un racconto visivo. Ma anche ridotta alla nuda sostanza, ciascuna vicenda, originariamente stivata per miracolo in cinque o sei paginette, esigeva un intero film.


Vengo all'altro episodio, Il professore, che è quello che chiude il film. Don Ersilio Miccio (Eduardo De Filippo), vende saggezza. Qui lo vediamo mentre utilizza un lungo pettine di pulizia sospetta come se fosse una bacchetta d'orchestra. In realtà porta il cravattino perché alla sera suona in un complesso un repertorio di canzoni di tradizione.
Normalmente, veste in modo più dimesso ed anche lo studio in cui esercita la sua seconda professione (second career direbbero oggi) è una specie di enorme ripostiglio in cui c'è di tutto. Durante l'episodio lo vediamo affrontare due problemi delicati. Il primo è che giaculatoria iscrivere sotto l'altarino alla Madonna che una fedele (Tina Pica) accudisce. Il secondo è persuadere un aspirante guappo a non sfregiare la fidanzata perché gli ha negato la prova d'amore.

Ma l'importante problema che trova soluzione durante l'episodio è quello creato dal nobile Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornai (Gianni Crosio). Questi, col solo pretesto di abitare nel palazzo avito ubicato in fondo al vicolo, pretende che quando esce in macchina cessino tutti i commerci che si svolgono in mezzo al vicolo, asserendo che altrimenti la macchina non passa ed inoltre ricorrendo alle forze dell'ordine con la sola scusa che tali commerci sono vietati.

Un comitato si presenta da Don Ersilio perché non se ne può più della spocchia del nobiluomo Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornai.

Don Ersilio, che qui sopra si vede in altro abbigliamento mentre si lucida le scarpe, prende a cuore la faccenda, perché il popolo va ascoltato, acciocché non sorgano guai peggiori. Quindi prospetta come soluzione definitiva il pernacchio, ma un pernacchio di tipo assai sofistico, in cui occorre umettare le labbra, disporre la mano in modo acconcio, allenarsi a pronunziare di un sol fiato un impegnativo nome come Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornai. Tutto prima del satori del Prrrrr!!! Il comitato riceve, dopo una dettagliata spiegazione esemplificativa, l'incitamento a studiare con solerzia, ma in segreto, perché l'effetto sorpresa è importante.

Finalmente si passa all'azione, e qui sopra vediamo il volto del nobile Alfonso Maria di Sant'Agata dei Fornai, inseguito dal Prrrrr!!! regolamentare però effettuato con labbra umettate, mano parallela al suolo terrestre e con una durata che arriva quasi a quindici secondi, un'eternità. Non una cosetta secca secca così tanto per farla, proprio una rivoluzione, la rivoluzione del pernacchio. Appunto.

Come immagine di chiusura inserisco Don Ersilio Miccio durante il suo lavoro serale di suonatore di violino. Non suonatore di chitarra, come erronemante si affabula, ma proprio di violino. O è una viola?

domenica 10 giugno 2007

Giuseppe Marotta al cinema

Ecco come Giuseppe Marotta reagiva (perché di una vera e propria reazione si tratta) al film L'avventura di Michelangelo Antonioni. Questa non è una recensione né una critica, è una stroncatura, pubblicata a suo tempo nel libro "Facce dispari", Bompiani 1963. Leggendola mi sono detto: "E se stroncassimo la stroncatura?" Intanto la pubblico, anche se è piuttosto lunga, ma questo è un blog in cui bisogna leggere, credo si sia capito. (s)

Ma che uomo sono io? Avevo detto: "Non ho visto e non vedrò L'avventura". Che ci voleva, a mantenere la parola? Il film si proiettava da quindici giorni, o venti, e il meglio o il peggio che gli potevano accadere, in ogni sede, perfino quella giudiziaria, gli erano accaduti. Non gli mancavano, insomma, che le mazzate o le carezze mie. Per un autentico uomo ligio agli impegni assunti con gli altri e con sé, ciò non avrebbe contato. Ma io sono la copia vivente della mia povera madre, la quale non aveva ancora finito di gridarmi, alla maniera napoletana: "Che tu possa morire ucciso!" e già mi sussurrava "Uh figlio mio bello!", stringendomi e baciandomi come se mi avesse tratto a riva da un furibondo oceano. Che tipo. Quante vite mi occorrerebbero per tentare un'approssimativa rieducazione di me stesso? Il fatto è che mi sorpresi anzitutto ad annotare i consensi del granitico Times a L'avventura ("Uno dei pochissimi film che abbiano la sottigliezza e la complessità di un romanzo", eccetera) e successivamente ad aggirarmi intorno al Cinema Ariston, a Roma, dove lo spigoloso, ambiguo lavoro di Antonioni si proiettava. Infine, sfuggendomi, e cioè non badando all'immagine che lasciavo, passando, nei vetri, sgusciai dentro. In quegli atri fulgidi, la nostra figura si stacca da noi come una bolla di sapone dalla cannuccia... ma questo è un altro discorso, turiamoci con la cera di Ulisse gli orecchi, non divaghiamo. Sedetti, ecco, e vidi furtivamente, quasi continuando a negare la mia presenza nella sala (poca gente, pochissima), ciò che segue.
1) Un quartiere elegante di Roma. Dinanzi al cancelletto di una villa, un attempato signor Tal dei Tali si accomiata dalla giovane figlia Anna. Costei riepiloga in qualche vaga smorfia gli ardui capitoli di un buio dramma interiore, e quelli di un accentuato spirito di indipendenza. Sta per andarsene in crociera nel mare di Sicilia, col fidanzato Sandro e certi comuni amici. Il signor Tal dei Tali, scontento, dice: "Quell'uomo non ti sposerà mai, Anna. Ma io sono a riposo come diplomatico e come padre". Che ingegnosa e densa battuta: contiene la professione, il ceto, i presentimenti, l'amarezza e l'impotenza tutoria del Tal dei Tali, per tacere della ragazza. Voi gongolate, pensando che Michelangelo Antonioni punti sull'essenziale. Ma vi sbagliate e come: in realtà egli lesina le parole ai vari personaggi unicamente se ci debbono qualche leale informazione; altrimenti si abbandonino pure a un'orgia di luoghi comuni e di grandhotellismi.
2) Arriva, in automobile, Claudia. È bionda perché Anna è bruna. Che cielo abbia sul capo e che terreno abbia sotto i piedi, lo ignoriamo e lo ignoreremo fino all'ultimo. Niente, è un'amica. Ricca? Povera? Delibata? Vergine? Sola al mondo? Carica di parenti? Colta ? Ignorante? Mah. Ella si limita a dire all'autista: "Alvaro, sbrigati, è tardi". Vanno da Sandro in una piazzetta della città vecchia. Due o tre sibilline frasi ci rivelano che Anna da qualche mese non vede il fidanzato. I motivi della frattura? Diamine, eccoli: "Ma Claudia, quando uno è lì, davanti a te, è tutto li!". Rimuginate la sera, affinché il difficile sonno venga, queste parole. Sottintendono che la distanza crea suggestivi frazionamenti, arcane propaggini del maschio? È probabile. Amen.
3) Anna pianta la compagna da basso e vola da Sandro, il quale sta in fretta vestendosi. Ma la ragazza, dopo un breve e generico preambolo, gli fa un cenno imperioso e comincia a spogliarsi. Invano Sandro le rammenta che giù c'è Claudia. Pare che ciò esalti maggiormente Anna: tirare le tendine, mormorare: "Che attenda" e rovesciare l'uomo sul più vicino letto, è per lei questione di un attimo. Di Sandro, il meno che si possa dire è che, ora come ora, c'è tutto: completo, omogeneo, solerte come Dio lo ha fatto. Prosit. Claudia, nella piazzetta, indovina: e, con una impercettibile ruggine in grembo e nella mente, aspetta. C'è il Fellini della Dolce vita, qui; ma come l'acqua nel vino e l'aglio nelle fragole, voi mi capite.
4) La crociera, adesso. Un motoscafo di media stazza nel quale, secondo gli autori del film, si annidano, mangiandovi, bevendovi e dormendovi, sette o otto persone. È vero che talune di esse hanno la mania di sovrapporsi, ma nauticamente c’è molto da eccepire. Abbiamo dunque, a bordo, Anna, Sandro, Claudia, Patrizia, Raimondo, Corrado e un marinaio. Se Anna, Sandro e Claudia non hanno il minimo connotato apprezzabile, figuratevi Patrizia (forse una matura ninfomane), Raimondo (un velloso fauno imbecille) e Corrado (il trionfo dell'anonimo e dell'inutile).
5) In vista del roccione di Lisca Bianca, nelle Eolie, Anna e gli altri si tuffano. Anna urla che c'è uno squalo. Che paura. La salvano, domandandole: "Come te ne sei accorta, Anna? Ti ha toccata?". Nemmeno all'asilo d'infanzia, risuonano dialoghi così puerili. Anna, d'altronde, svela a Claudia: "Sai, la storia del pescecane era una balla". Antonioni ha l'aria, qui, di gettare un bengala nelle tenebre psicologiche di Anna; io non ci vedo che numeri del lotto.
6) Ecco Sandro e Anna sul roccione. Anna torna a battere sul tasto della magica lontananza che trasfigura. Dice, come una medium: "Non ti sento". E lui: "Ma ieri, a casa mia, mi sentivi". E lei, con ira: "Tu devi sempre sporcare tutto". Anime del Purgatorio! Ma non è stata Anna, il giorno prima, ad esigere uno dei più veloci, inopportuni e cinici accoppiamenti? La verità è che Antonioni brancola nei personaggi e nelle vicende: li inganna e ne è ingannato (non c'è legge del taglione severa, ineluttabile come quella artistica), li fuorvia e ne è fuorviato.
7) La nauseata Anna che fa? Si dilegua, svanisce, ricade in quel torbido nulla dal quale, in sostanza, mai non era emersa. Un attimo: e Anna, ecco, non c'è più. Come ha lasciato l'isolotto? Mediante qualche barca di contrabbandieri? O levitando? O annegandosi? Invano i carabinieri dragano e sommozzano: viva o morta, Anna si è dissolta. Vogliate riflettere un momento su ciò. Scompare una ragazza: non a Sciangai, ma a Lisca Bianca: e l'inquirente polizia non fa che riverire i compagni di lei, sui quali dovrebbe indagare e come! Io quasi quasi corro ad affogare la mia cara Olga alle Eolie; e voi?
8) Sandro continua per suo conto le ricerche sulla terraferma; ciò non gli vieta di mettere gli occhi, anzi le mani, addosso a Claudia. La bionda non gli resiste a lungo; dice: "Non sono preparata ad amori che si possono dimenticare in un minuto", e fugge; ma poi, non ricordo se a Milazzo o a Castrovillari, c'è un prato. Là i due s'avvinghiano e s'annodano e s'avviluppano come un fascio di serpi; riuscirebbe, un indù col flauto, a districarli?
9) Ho saltato un episodio che dà la piena misura del cattivo gusto di Antonioni. Claudia, prima che Sandro la raggiunga, è ospite, col resto della brigata, di una principessa. Qui alligna Goffredo, un pittore diciassettenne iperghiandolare che s'è invaghito di Patrizia e vuole mostrarle i suoi quadri. Patrizia si fa accompagnare da Claudia. Goffredo sentenzia che nessun paesaggio è bello come le donne: poi, simile a un giaguaro, si getta su Patrizia, ben deciso a provare che nessun panorama eguaglia la figura; e Patrizia, come dalla cresta di un'onda, squittisce: "Claudia, vattene! E diglielo, a Corrado, che il mio cuoricino batte forte forte forte!". (Corrado è il marito, o l'amante). Che azione goffa e plateale, che miseria di battute! Dove sei, Fellini? Pensavo al miracolo del tuo lieve tocco sterilizzante, che velò e pulì ogni fotogramma del tuo capolavoro. Sono i film come L'avventura, a darci la misura della Dolce vita.
10) Grande albergo a Taormina. Udiamo frasi quali: "Concierge, chi è quella bambolina?"; "Il sonno bisogna vincerlo, io ho imparato da fanciullo"; "Non c'è mai da augurarsi di essere melodrammatici", e così via. Ne deduco, per me, che Antonioni è prima di tutto uno scrittore equamente fallito. Ed eccoci all'unica sequenza valida e persuasiva del film. Esausta, Claudia s'addormenta; Sandro invece, scende nel salone. Irretito da una piacente sgualdrina, l'abborda; all'alba, Claudia, tormentata dalla gelosia, perlustra l'albergo e trova infine i due su un divano, allacciatissimi. Arretra, scappa. Il ganzo la insegue, ma non senza aver buttato sul canapè due bigliettoni, ventimila lire, che la donnaccia rastrella indecentemente col piede (lo ha calamitato e prensile, come le scimmie). Fuori, su una panca, Sandro naufraga in un desolato pianto; e allora Claudia gli si appressa, muta, e gli elargisce una lenta carezza. Ma sì, donne, medicateci, versate farmaci e lenitivi sulla quotidiana lebbra dei sensi che ci tarla; senonché questa emotiva paginetta, l'unica, ripeto, non giustifica le ore del film L'avventura.
Spettacolo? Sciocchezze. C'è una magnifica Sicilia, frugata palmo a palmo da un ottimo, geniale operatore. Datemi l'una e l'altro e sono regista anche io. L'avventura, cioè, non offre la menoma soluzione del problema -Antonioni. Gli dicono romanziere e non mette insieme che aneddoti; gli dicono psicologo e rimane alla superficie di ogni creatura; gli dicono letterato e, in fatto di linguaggio, è sulla paglia. Michelangelo, ti do un suggerimento fraterno: agguanta un copione di Zavattini, o di Suso Cecchi D'Amico, o di Ennio Flaiano, e attualo senza metterci, di tuo, che la indubbia conoscenza del mezzo cinematografico. Vedrai l'esito. Prego, non c’è di che. Anna è Lea Massari, per la quale ho un debole: molto brava nel suo personaggio d'aria. Monica Vitti (Claudia) la preferisco sul video. Un Gabriele Ferzetti (Sandro) men che mediocre (avrà talento, ma alla banca).