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giovedì 13 dicembre 2007

Il destino

Al Massir, di Youssef Chahine (1997) Sceneggiatura di Youssef Chahine, Khaled Youssef Con Nour El Sherif, Laila Eloui, Mahmoud Hemida, Safia El Emari, Mohamed Mounir, Khaled Nabawy, Seif El Dine Musica: Yehia El Mougy, Kamal El Tawil Fotografia: Moshen Nasr (135 minuti) Rating IMDb: 7.3
Giuliano
Un musical sul filosofo Averroè: il cinema non finisce mai di stupire. Un film così esiste davvero, è un meraviglioso apologo contro l’ignoranza e l’intolleranza, ed è anche un bel film. Lo ha girato il regista egiziano Yussef Chahine nel 1997, e ne è protagonista un attore eccellente e molto piacevole nell’aspetto e nella recitazione, che a seconda dei momenti mi fa tornare in mente Philippe Noiret o Romolo Valli: il che non è poco, ne converrete.
L’azione comincia in Linguadoca, nel sec. XII, poi si trasferisce in Andalusia. Le prime immagini si riferiscono al rogo come eretico di Gérard Breuil, cristiano e amico di Averroè; poco prima di morire, a Carcassonne, l’uomo grida al figlio di andare via subito, per salvarsi. E infatti Joséph, figlio di Breuil, si trasferisce in Andalusia, dallo zio, e inizia a frequentare la casa di Averroè. Si mangia bene, a casa di Averroè: e ci si sta bene, al filosofo piace stare in compagnia, con la famiglia e gli ospiti, divertirsi, e vivere in pace. Joseph diventa Yussef, fa amicizia con arabi, cristiani, ebrei, gitani, e conosce altri due giovani come lui, i figli del califfo: Nasser e Abdallah. Al minore, Abdallah, piace ballare: e ciò è decisamente sconveniente per il figlio del califfo.

L’Andalusia arabo-spagnola dell’anno Mille è spesso ricordata come un angolo di paradiso in un’epoca oscura, dove tutte le fedi convivevano in pace e c’era posto per tutti; a guidarla era il califfo Al-Mansur (Almansor, detto alla spagnola), e qui ne incontriamo i discendenti. Averroè, oltre che medico, scienziato e filosofo, è anche giudice supremo, e come tale ha una frequenza quotidiana col califfo.
Ma, al punto in cui inizia la storia, anche nel califfato si sta insinuando il tarlo del fanatismo religioso: è la setta dello sceicco Riyat, che prende piede e che riesce a coinvolgere anche Abdallah, il figlio minore del califfo. Il califfo lì per lì se ne compiace: stai a vedere che quello smidollato di mio figlio diventa finalmente un uomo... Solo l’intraprendenza del gitano Marwan, che lo considera come un figlio, riuscirà a portar via Abdallah dal campo di addestramento dove si è cacciato; ma l’impresa gli costerà la vita in una vendetta successiva. Spero di aver reso bene l’idea: sono argomenti che conosco appena, e che ho imparato man mano seguendo il film e svolgendo qualche piccola ricerca. Nel film ci sono anche molte donne, e il loro ruolo è da protagoniste; se mi limito a questo accenno è solo per non complicare troppo il mio riassunto.

I libri sono i veri protagonisti del film. Per Averroè i libri sono più importanti della sua vita stessa: quelli di Aristotele soprattutto, al quale sono dedicati i suoi commenti più famosi, studiati per secoli anche nelle nostre università. Averroè è islamico e cita il Corano, ma la sua è piuttosto una religione del buon senso, più che di questo o di quel credo; e in questo modo diventa una religione universale, perché in tutto il mondo le persone di buon senso desiderano prima di ogni altra cosa di vivere in pace e in accordo col proprio prossimo. Il film inizia con un rogo e finisce con un rogo, meno cruento perché a bruciare sono i libri e soprattutto perché le copie dei libri sono già in salvo, in Egitto. Il califfo ha ripreso il controllo (dei figli, della sua testa, e dell’Andalusia), anche se non ha potuto evitare qualche provvedimento contro Averroè; e si è inventato un crudele contrappasso per lo sceicco integralista: visto che tiene tanto al combattimento, sarà lui a guidare la carica contro la cavalleria cristiana, così da incontrare finalmente la tante volte invocata morte in nome di Allah...
E’ notevole cogliere le somiglianze tra la setta dello sceicco Riyat e quello che siamo venuti a sapere su Al Qaeda (che nel 1997 non era ancora così famosa). Non so bene quali siano le fonti di Chahine, se abbia voluto lanciare un avvertimento o se davvero le cose andassero così già mille anni fa, ma l’addestramento dei seguaci dello sceicco avviene proprio come per i talebani dell’Afghanistan, per Al Qaeda e per i suoi kamikazen: per indottrinamento in campi sperduti nel deserto, e per sfinimento con marce, digiuni, eccetera.

La sequenza che più mi è rimasta in mente, e che trovo toccante, è quella di Joséph che cerca di porre in salvo i libri di Averroè ricopiandoli e portandoli in Francia di nascosto: ma il viaggio è lungo e pericoloso, quando il ragazzo arriva a destinazione scopre che i libri, caduti in acqua, sono ormai illeggibili. I libri del filosofo arabo-spagnolo si salveranno ugualmente, ma in Egitto: vi verranno portati dal figlio maggiore del califfo. E, tra le piccole curiosità, metto il cannocchiale con le lenti ad acqua (siamo nel 1100), che si vede a un’ora circa dall’inizio, e Averroè che fa dei lavori manuali, perché era abile anche nel costruire panieri o nel lavorare come tutti gli altri comuni mortali.
Della parte musicale, cospicua, e delle danze, non so cosa dire: a me sembrano canzoni di musica leggera, ma siamo proprio in un terreno che mi è estraneo, magari chi mi legge ne saprà qualcosa in più. Preferisco sorvolare e mettere in chiusura la parte finale della sentenza di Averroè, emessa come giudice supremo, relativa ai due giovani che già all’inizio avevano provato ad uccidere Marwan. Marwan, che ha una brutta ferita, viene salvato proprio dall’opera di Averroè come chirurgo; Averroè come giudice sosterrà che ai due giovani è stato fatto il lavaggio del cervello (anche se nel 1100 questa frase non esisteva, il concetto è chiaro e si riferisce all’oggi), e li fa assolvere. Purtroppo, però, questo non basterà.
« Alcuni giovani credono che la religione sia ignoranza; alcuni anziani fanno dell’ignoranza una religione. Poiché i giovani accusati si sono persi nell’eresia inconsapevolmente, potremmo anche dire che vi sono stati forzati senza che se ne siano resi conto. Ma l’islam nella sua grande equità si rifiuta di condannare colui la cui ragione sia stata sviata o annullata. La corte, nella sua clemenza, risparmia quindi a loro la pena capitale. »