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lunedì 18 febbraio 2008

Adua e le compagne

Simone Signoret

Adua e le compagne, di Antonio Pietrangeli (1960) Storia e sceneggiatura di Ruggero Maccari, Antonio Pietrangeli, Tullio Pinelli, Ettore Scola Con Simone Signoret, Marcello Mastroianni, Gina Rovere, Sandra Milo, Emmanuelle Riva, Claudio Gora, Ivo Garrani, Gianrico Tedeschi, Antonio Rais, Duilio D'Amore, Valeria Fabrizi, Luciana Gilli, Enzo Maggio, Italia Marchesini, Domenico Modugno, Michele Riccardini Musica: Piero Piccioni, "Besame mucho", "La Paloma" Domenico Modugno canta "Più sola" Fotografia: Armando Nannuzzi (106 minuti) Rating IMDb: 7.7
Solimano
Non sono pochi i film che hanno per protagoniste delle prostitute e fra di essi ci sono film notevoli, non faccio l'elenco perché sarebbe lungo, ma questo è un film sulla prostituzione come mestiere e come status sociale, nel suo genere piuttosto raro.
Il 20 settembre 1958 venivano chiuse a norma di legge le case di tolleranza. La legge Merlin era stata approvata, dopo una annosa trafila di rinvii e di voti contrari (quando il voto era segreto). Quasi tutti a parole erano a favore, molti in fondo contrari per il consueto ragionamento: la prostituzione è il mestiere più antico del mondo e non lo si abolisce con una legge. Da quel che lessi anni dopo, mezza Italia era in frenesia, e non ci volevo credere, perché è una opportunità che non ho mai utilizzato, non per ragioni morali, ma così, per assenza di quel tipo di desiderio.
Ma adesso capisco molte cose. Ad esempio, ho sentito discorsi di persone ad alto livello nella scala sociale che dicevano tranquillamente di avere una specie di abbonamento mensile a caro prezzo ma di cui erano molto soddisfatti. Chi crede che questo sia tipico dei lavoratori manuali si sbaglia, non è così, è un discorso trasversale, come età e come ceto. Sono convinto che i motivi prevalenti non siano quelli sessuali, ma non dico la mia opinione, che sarebbe azzardata in quanto del tutto inesperta.

A Roma, in Piazza del Popolo

Il film di Pietrangeli racconta di quattro donne che si sono fatte un piano da attuare appena le case chiudono: aprire insieme una trattoria che costituisca la facciata della prosecuzione del mestiere. Ognuna difatti ha una camera sua al piano di sopra della cosiddetta trattoria.
Adua (Simone Signoret) è la più anziana ed è l'organizzatrice di tutto, quella che resiste nei momenti difficili.
Milly (Gina Rovere) è quella più di campagna, che al mestiere è evidentemente arrivata per povertà ed ignoranza.
Lolita (Sandra Milo) è la più bella, quasi del tutto svanita, crede alle promesse di soldi e carriera malgrado sia stata sempre delusa.
Marilina (Emmanuelle Riva) è piena di problemi, ha un figlio da qualche parte, ogni tanto dà fuori di matto.
Per reggere coi soldi, fanno un accordo con un vecchio cliente, che fa soprattutto il lenone, Ercoli (Claudio Gora)che è ben contento di essersi fatto una rendita di posizione: lui compra la casa e le donne gli daranno un milione al mese (bei soldi, nel 1960). Solo che -è qui il meglio del film- le quattro donne arrivano ognuna a suo modo ad appassionarsi al lavoro comune della trattoria. Non fanno considerazioni morali, ma ognuna prende delle decisioni: Adua frequenta Pietro (Marcello Mastroianni) che è una boccia persa, però Adua crede che le voglia bene. Milly è corteggiata da Emilio (Antonio Rais) che l'ama al punto di accettare che nel passato lei abbia fatto il mestiere. Marilina va a riprendersi il figlio e lo cresce nella trattoria. Persino Lolita si stufa di farsi raccontare delle storie e sta volentieri con le altre tre.

Ma un giorno arriva Ercoli per esigere i soldi e per vedere l'avviamento commerciale: quando vede che le camere delle donne sono tutte a soqquadro capisce che quelle camere servono solo per dormire. Minaccia di tornare il giorno dopo con l'intimazione di sfratto, il padrone è lui. Succede di peggio: le donne protestano e vengono chiamate in questura. Lì scoprono che la menata di essere schedate prosegue come prima più di prima: il giorno dopo, titolone sul giornale: "Scoperta una casa clandestina etc" e le loro quattro fotografie sotto, mentre di Ercoli nessuno parla.
Gli uomini spariscono, compreso Emilio che non regge alla foto sul giornale. Finiranno tutte non più nelle case, che sono state abolite, ma sul marciapiedi, che è molto peggio. Nella scena finale si vede Adua sotto la pioggia, con le più giovani che le portano via i clienti, che dice a sé stessa ad alta voce: "Non ce la faccio più!"

Il film ha qualche compiacenza, ma non tanto, procede in modo deterministico a dimostrare un teorema che io leggo così: chiuse le case, rimane il problema, perché c'è chi le donne le cerca. Trasformate in cittadine a norma di legge, le schedano di nuovo, proprio come prima. Una legge di buone intenzioni che non si pose il problema di come permettere il rientro sociale di tante donne, non perché smettessero, o per conversioni obbligate, ma perché potessero non essere sfruttate nel fare quello che volevano. Messa così, senza inciampi moralistici fra i piedi, la cosa sarebbe fattibile, anche perché, se si schedano le donne, perché non schedare gli uomini? Fatto sta che ancora oggi c'è chi si vanta di essere andato nelle odierne case come fosse una prodezza. Delle quattro attrici, grandi le parti di Simone Signoret e di Emmanuelle Riva, discreta quella di Gina Rovere. La parte di Sandra Milo non ha spessore: un po' credulona un po' svanita, sempre bellissima. Il produttore del film é Moris Ergas, allora suo compagno. Fa specie la lucida prontezza di Pietrangeli: a un anno di distanza dalla applicazione della legge gli era già chiaro il problema, che nel film tratta evitando quasi sempre la scorciatoia facilitante del sentimentalismo.

Emmanuelle Riva

P.S. Al film partecipò Domenico Modugno, che interpreta se stesso ospite della trattoria con una tavolata di amici, e canta "Più sola" accompagnandosi con la chitarra. Ho trovato due sue belle foto sul set con Signoret, Milo e Rovere, e qui le metto.


lunedì 5 novembre 2007

Fantasmi a Roma


Fantasmi a Roma, di Antonio Pietrangeli (1961) Sceneggiatura di Ennio Flaiano e Sergio Amidei Con Eduardo de Filippo, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassmann, Sandra Milo, Tino Buazzelli, Belinda Lee Fotografia di Giuseppe Rotunno Musiche di Nino Rota, Leo Chiosso e Armando Trovajoli (100 minuti) Rating IMDB: 7,1
Roby
E' un vero peccato che non sia riuscita a trovare in rete nessuna immagine di questo delizioso film, a parte la locandina: nella quale tuttavia si possono riconoscere, con un po' di buona volontà, i numerosi interpreti illustri, primo fra tutti il grande Eduardo. La storia, signori miei, porta fra le altre la firma nientepopodimeno che Ennio Flaiano, la fotografia è di Peppino Rotunno e le musiche (scusate se è poco) si devono agli sforzi congiunti di gente come Rota e Trovajoli. Eppure, sentiamo un po', quanti di voi l'hanno visto? In TV non passa da un pezzo (probabilmente, l'ultima volta che l'ho visto ero ancora nubile!), ed è un peccato, perchè nel complesso si tratta di un'operina garbata, piacevole, divertente, ben diretta da Antonio Pietrangeli e ottimamente interpretata dallo squadrone che vedete sopra citato.

Il palazzo dei decaduti principi di Roviano, nel centro di Roma, è abitato, oltre che dal vecchio don Annibale (De Filippo), anche da alcuni fantasmi "di famiglia", molto diversi per età e per sesso ma tutti concordi nel non voler abbandonare l'avita dimora, a dire il vero assai malconcia. E' proprio il funzionamento difettoso di uno scaldabagno a mandare lo stesso don Annibale all'altro mondo, dove è subito amabilmente accolto dai suoi avi. Ma i guai cominciano adesso, perchè lo scapestrato Federico (Mastroianni), ultimo erede della gloriosa stirpe, pare intenzionato a vendere l'intero stabile per farlo radere al suolo, onde far posto ad un supermercato, ricavandone un gruzzoletto da godersi con la sua amichetta (Belinda Lee). Gran subbuglio fra i trapassati, che già si vedono sfrattati chissà dove... poi, l'idea luminosa: contattare uno spettro illustre, quello del pittore Giovanni Battista Villari detto il Caparra (Gassmann), convincendolo ad affrescare nottetempo da par suo una parete nascosta dell'edificio, così da provocare l'intervento delle Belle arti ed il successivo vincolo dell'intero stabile. Lo stratagemma riesce -anche se, con grande scorno del Caparra, il critico d'arte della soprintendenza attribuisce il dipinto non a lui ma all'odiato rivale Caravaggio- e la spettrale famigliuola può continuare a dormire sonni eterni e tranquilli tra le monumentali sale del palazzo.
Trama leggera ma irresistibile, sostenuta dalla bravura degli attori, dalla perfetta calibratura dei tempi del racconto, dalla magìa di una Roma minore ma non per questo meno affascinante. Bella la trovata di far apparire i fantasmi completamente ricoperti da uno strato di cipria bianca, che li rende porcellanati, quasi come statuine di Capodimonte. Musiche gradevolissime, sorrisi e simpatia per un'ora e mezza da trascorrere in pieno relax, in compagnia di interpreti di prim'ordine ben orchestrati da un regista che sa il fatto suo. Di Eduardo è superfluo parlare; Mastroianni è strepitoso, diviso in ben tre parti contemporaneamente; il Caparra di Gassmann è da antologia e persino la Milo, qui, mi va a genio. Fra tutti, però, mi piace ricordare soprattutto l'inglese Belinda Lee, spesso usata in pellicole di genere horror o pseudo-storico per le sue indubbie doti fisiche, ma che nei Magliari e nella Lunga notte del '43 aveva saputo dimostrare di non essere soltanto una bambola senza cervello: proprio nel 1961, a soli 26 anni, un incidente d'auto in California l'avrebbe portata a sperimentare di persona la condizione esistenziale di puro spirito, poco prima solo sfiorata sul set di questo film.