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giovedì 10 luglio 2008

In nome del popolo italiano

In nome del popolo italiano, di Dino Risi (1971) Sceneggiatura di Agenore Incrocci e Furio Scarpelli Con Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Ely Galleani, Yvonne Furneaux, Michele Cimarosa, Renato Baldini, Pietro Tordi, Maria Teresa Albani, Gianfilippo Carcano, Marcello Di Falco, Checco Durante, Edda Ferronao, Mario Maranzana, Enrico Ragusa, Simonetta Stefanelli, Giò Stajano, Franca Ridolfi Fotografia: Alessandro D'Eva Musica: Carlo Rustichelli (103 minuti) Rating IMDb: 7.9
Solimano
Rivedere oggi il film In nome del popolo italiano di Dino Risi fa un effetto strano. Sembra che in questi quarant'anni il tempo si sia fermato, che non sia cambiato niente. Il tema è sempre lì, il rapporto fra potenti e giustizia, ed anche le argomentazioni contrapposte sono del tutto analoghe. C'è solo una rilevante differenza, che dirò alla fine del post.

Il magistrato Mariano Bonifazi (Ugo Tognazzi) è uno che non scherza e non guarda in faccia a nessuno. All'inizio del film lo vediamo assistere al crollo programmato di un edificio costruito illegalmente: ha dovuto lottare contro tanti ostacoli, ma alla fine ce l'ha fatta, cosa quasi incredibile.
Nell'ambiente giudiziario non tutti lo amano. C'è un magistrato, più alto di lui in grado, che usa un altro sistema: forte coi deboli e debole con i forti. E' a questo che telefonano politici e industriali quando c'è un problema, gli telefonano per sapere e far sapere, mentre sanno che non è il caso di telefonare a Bonifazi. Litigano persino sulle scale del Palazzaccio, fatiscente allora come forse è anche adesso.
Si affida a Bonifazi un caso non frequentissimo ma con un che di routine: è stata trovata morta una ragazza notoriamente facile, Silvana Lazzarini (Ely Galleani). Sul corpo ci sono ecchimosi e segni di violenza, come se fosse stata picchiata prima di morire. Mentre sono in corso le analisi chimiche, Bonifazi interroga i genitori della ragazza (Maria Teresa Albani e Gianfilippo Carcano).

La coppia è di uno squallore unico. Quando Bonifazi chiede che attività svolgesse la figlia, rispondono che si esplicava in attività di relazione. Sapevano benissimo quello che faceva, ma fanno finta di non saperlo, e risulterà nelle indagini che la figlia (che aveva meno di vent'anni) voleva smettere con quel lavoro, ma dai genitori partiva il ricatto sentimentale, perché la figlia passasse soldi a loro in continuazione.
Il film, più che comico, è grottesco ed amaro. Molto duro ed efficace nel disegnare personaggi tipicamente italici, che quando sono sorpresi sul fatto la buttano sul sentimentale. Il vero problema di quei due non è che gli è morta la figlia, ma che si è disseccata una fonte di manteninemento.
Bonifazi comincia ad indagare fra i nomi di una agenda, e si imbatte subito in un nome noto, quello di Lorenzo Santenocito (Vittorio Gassman), industriale ammmanigliato e inquinatore.

Lo vediamo che dà un passaggio in macchina ad un autostoppista hippy. Mentre guida, gli spiega perché l'ha preso su: per potergliene dire quattro, lui non li può vedere gli hippy, quei giovani che vanno sempre in giro e che non rispettano chi produce lavorando per il bene del paese. Il giovane lo guarda stranito e gli risponde in inglese dicendo che non capisce l'italiano. Santenocito lo fa scendere (uno così non gli serve) ma rimane poi di sale di fronte all'urlo di "Fascista!", che gli grida sfottente il ragazzo. Stavolta a Santenocito è andata buca.

Bonifazi ha visto rosso, quando ha trovato il nome di Santenocito, e lo convoca per due volte, senza che Santenocito si presenti. La terza volta si presenta forzosamente, però vestito da antico romano, era ad una festa in costume.
Santenocito all'inizio è solo seccato per il perditempo. Sottovaluta Bonifazi, che non ha neppure l'ufficio da solo. Ma ha trovato del duro, e lo capisce quando, dopo un dialogo astioso (perché si sente che Bonifazi ha del livore contro Santenocito), vuole uscire dall'ufficio e Bonifazi lo blocca dicendogli che l'interrogatorio non è finito. Poi scartabella sulla scivania per trenta lunghissimi secondi e infine gli dice: "Ecco, adesso può andare".
Santenocito ha detto che la ragazza la conosceva di vista, come tante, ma Bonifazi scava e trova dei pagamenti, in soldi e in assegni.
A questo punto, Santenocito deve darsi da fare con l'alibi per la sera in cui è morta la ragazza. Pensa che gli sia facile, quella sera ha giocato a carte in casa col vecchio padre Riziero (Enrico Siracusa), che è un po' fuori di testa un po' no. Ma quando il padre gli dice che quella sera hanno giocato a carte solo fino alle dieci e mezzo perché poi il figlio è uscito, provvede immediatamente a far ricoverare in una clinica il padre, come incapace di intendere e di volere.
Tutto è strumentale, nella famiglia di Santenocito.
C'è la figlia Giugi (Simonetta Stefanelli) a cui il padre raccomanda caldamente di mantenersi pura (proprio così le dice) perché degli uomini non ci si può fidare. La figlia lo guarda e non gli dice niente, ma si può sta sicuri che uno come Santenocito utilizzerebbe anche la figlia, se del caso.

Con la moglie Lavinia (Yvonne Furneaux) c'è un astio non sempre controllato, lei non può vedere lui e lui non può vedere lei, che si atteggia a donna colta. Ma nel momento del bisogno, lei fa in modo che Bonifazi non sappia che la macchina appena partita portava il suocero nella casa di cura. Gli interessi sono gli interessi.
Anche Bonifazi ha qualche problema in casa. Separato da anni, sua moglie convive col Ragioniere Cerioni (Renato Baldini) un bel tipo anche lui. Gli dà appuntamento in trattoria e spiega a Bonifazi che il tempo è passato, sua moglie ha delle spese da affrontare perché ha una piccola operazione da sostenere, insomma, sarebbe il caso che Bonifazi riprendesse indietro la moglie. Quando il magistrato gli dice di no, il ragioniere se ne va deluso, e dalla vetrina della trattoria vediamo che in macchina c'è la moglie: quei due erano d'accordo per provarci col Bonifazi allo scopo di risolvere i loro problemi finanziari.

Quindi Bonifazi è tutto concentrato sul lavoro, e sta stringendo in un angolo Santenocito, che le prova tutte. Prima con messaggi che pervengono dall'alto a Bonifazi. Poi in un viaggio in macchina prova la corruzione diretta. Infine, sulla spiaggia, la collusione dei sentimenti, ricordando che da ragazzi si erano conosciuti al mare a Cesenatico. Bonifazi finge di abboccare, prendendolo in giro per qualche minuto nel ricordare amici comuni, infine dice che lui a Cesenatico non è mai stato.

A Santenocito non resta che arretrare: sì, quella ragazza l'ha conosciuta, era una fra le altre che servivano quando c'era di mezzo un grosso cliente americano: gli si faceva credere che fosse una di famiglia, magari la figlia, e l'americano finiva per firmare il contratto. Bella come tecnica, mettiamoci nei panni dell'americano che torna a casa pensando di essere stato a letto con la figlia del fornitore.
Appaiono altri personaggi esemplari: Floriano Roncherini (Giò Stajano) è il responsabile di una società di pubbliche relazioni, ma in realtà il piccolo lenone del giro, quello che sequenzia gli incontri. Poi c'è l'attrice Doris (Franca Ridolfi) che probabilmente non ha fatto neppure un film, ma che sa rendersi utile, anche se ha un problema dentario che le impedisce di sorridere come vorrebbe (questa è una piccola differenza con quelle di oggi, che non hanno problemi dentari).
Santenocito ammette che qualche volta con Silvana Lazzarini ci è andato a letto pure lui, ma provvede a costruirsi un alibi per quella sera, scritturando a caro prezzo un industriale che rischiava di fallire. Ma questa gli va del tutto male, perché Bonifazi, sempre più accanito, riesce a smontare l'alibi.

A questo punto il caso sembra risolto: Santenocito ha mentito con l'alibi, ci sono riscontri finanziari e riscontri di conoscenza. Probabilmente le analisi troveranno tracce di una droga tedesca che Santenocito poteva avere, visto che andava spesso in Germania: Santenocito viene arrestato.
Solo che casualmente, fra quello che ha lasciato la ragazza, Bonifazi trova un quaderno di scuola, che la ragazza usava come diario abbastanza sporadico. E lì la ragazza ha scritto che quel giorno ha avuto un incidente in macchina con contusioni dolorose, che è stanca della vita e che rimpiange un ragazzo che aveva prima, l'unica soluzione è prendere quella droga tedesca: la ragazza si è uccisa. Bonifazi ha in mano quel quaderno e cammina per strada proprio la sera che la nazionale italiana di calcio ha battuto gli inglesi. Tifosi urlanti, vandalici e sbandieranti corrono per le strade di Roma. Una macchina viene incendiata, e Bonifazi getta la prova del quaderno nel rogo, poi si allontana. Per lui, che Bonifazi sia innocente per quel delitto è un particolare: deve comunque pagare per altri delitti per cui non lo si può perseguire, in nome del popolo italiano.
Dicevo all'inizio che c'è solo una rilevante differenza rispetto alla situazione di oggi. Nel film, l'industriale Santenocito unge le ruote e riesce a tenere ottimi rapporti con chi tiene il potere politico. Oggi c'è un industriale che non ha nessun bisogno di ungere le ruote, perché il potere politico ce l'ha lui. Le sue industrie non fanno detersivi, ma sono le televisioni che controlla tutte, in modo diretto o indiretto. Ma alla maggioranza degli italiani questa non sembra un'anomalia. I fantasiosi e creativi Age e Scarpelli non se la sarebbero mai immaginata, una differenza del genere.

giovedì 19 giugno 2008

La stanza del vescovo

Matilde (Ornella Muti), Maffei (Patrick Dewaere), Landina (Lia Tanzi)
tutti e tre sulla Tinca, la barca di Maffei

La stanza del vescovo, di Dino Risi (1977) Dal romanzo di Piero Chiara, Sceneggiatura di Leonardo Benvenuti, Piero Chiara, Piero De Bernardi, Dino Risi Con Ugo Tognazzi, Ornella Muti, Patrick Dewaere, Lia Tanzi, Gabriella Giacobbe, Katia Tchenko, Karina Verlier, Franco Sangermano, Max Turilli, Piero Mazzarella, Renzo Ozzano, Fransesco Juvara, Giuseppe Brugnarolo Musica: Armando Trovaioli Fotografia: Franco Di Giacomo (110 minuti) Rating IMDb: 6.4
Solimano
Mi è successa una cosa curiosa, che non credo sia casuale. Qualche giorno fa ho inserito nel blog due post per il film Piccolo Mondo Antico. Oggi, ho deciso di scrivere un post per il film La stanza del vescovo. La cosa curiosa è che entrambi i film si svolgono su laghi: il lago di Lugano per Piccolo Mondo Antico ed il lago Maggiore per La stanza del vescovo. E' curioso anche che siano due laghi che conosco poco, mentre conosco benissimo il lago di Garda (ho vissuto per due anni fra Desenzano e Sirmione) e abbastanza bene il lago di Como in cui ho fatto diversi giri sulla barca di un mio amico, poi sono stato sostituito da Ottavio che è un mozzo molto più solerte.


In barca a me piace starmene seduto e guardarmi intorno, mentre sembra che sia necessario darsi da fare. Ho cercato di usare la scusa che il vocabolario delle barche non lo conosco, ma non ha funzionato, così Ottavio mi ha rubato il posto. Vabbè.
Sul lago di Garda invece ci stavo per lavoro, e lì ho imparato che l'inverno è la stagione migliore in cui stare sul lago (almeno per quello di Garda): in pochi chilometri il clima cambia e si fa molto più mite, per questo sul lago di Garda ci sono tanti ulivi. Ma i motivi per cui apprezzo i laghi somo tanti, non è il caso di dirli qui, visto che non ho ancora cominciato a parlare del film. Però un motivo lo dico: i lghi non sono per niente tristi, possono essere anche molto allegri.

Nel 1946 il giovane Marco Maffei (Patrick Dewaere) va in giro con la sua barca Tinca sul lago Maggiore. E' appena rientrato dalla Svizzera dove si era rifugiato per non fare il militare durante la seconda guerra mondiale. Evidentemente è messo bene di famiglia, per il momento si diverte andando in barca. Ha anche qualche relazione con ragazze disinvolte. Ma gli piace anche starsene da solo nella sua barca.
Così, quando conosce Temistocle Mario Orimbelli (Ugo Tognazzi) che è piuttosto impiccione, cerca di sottrarsi, ma cambia idea quando vede come è bella sua cognata Matilde Scrosati in Berlusconi(Ornella Muti) che ha sposato per procura Angelo Berlusconi (Marcello Turilli), il fratello di Cleofe Berlusconi (Gabriella Giacobbe), che è la moglie di Orimbelli. La villa in cui vivono si chiama appunto Villa Cleofe. I soldi li ha Cleofe, che mantiene sia suo marito Mario che sua cognata Matilde, mentre il fratello Angelo è disperso in Africa da anni, molti pensano che sia morto.
Maffei e Orimbelli cominciano ad uscire in barca sul lago, ed hanno avventure vivacemente erotiche con Charlotte (Katia Tchenko) e Germaine (Karina Verlier). Orimbelli è assatanato con le donne, ha anche una sua abilità di tipo furbo e losco, per cui riesce ad andare con tutte e due le ragazze che ha conosciuto tramite Maffei.

I rapporti fra Orimbelli e sua moglie Cleofe non potrebbero essere peggiori, per cui Orimbelli più lontano è da Villa Cleofe più è contento. Matilde un giorno dice che desidera anche lei andare in barca con Maffei ed Orimbelli. Maffei è contento, spera che gli si apra un itinerario verso Matilde, ma Orimbelli gli racconta che lui e Matilde sono amanti da anni e che è per questo che Matilde vuole uscire in barca con loro: ha una scusa buona per stare lontano da Villa Cleofe.
E' una delle solite balle dell'Orimbelli, ma Maffei abbocca, e Matilde, per la rabbia di vedersi trascurata da Maffei va a letto veramente con Orimbelli. Fin qui, è un film di tono divertente e grottesco, ma le cose cambiano col ritrovamento del cadavere di Cleofe nell'acqua della darsena della villa. Si sospetta dell'Orimbelli, che riesce a far credere che si è trattato di un suicidio.

Il giorno del matrimonio di Matilde e Orimbelli
a destra il fascista Brighenti (Piero Mazzarella)

Angelo Berlusconi riparte per l'Africa
Matilde ha l'atto di donazione di Villa Cleofe

Qualche tempo dopo ci sarà il matrimonio fra Orimbelli e Matilde (il cui marito è stato dichiarato ufficialmente morto), ma le cose cambiano proprio con l'arrivo di Angelo Berlusconi, il marito di Matilde che si era nascosto in Africa a servizio di un Ras perché sessualmente mutilato. Mario Orimbelli, vistosi perduto, si ucciderà prima di essere portato via dai Carabinieri, e Maffei potrà finalmente trascorrere una notte con Matilde, che ora è la padrona di Villa Cleofe, ma al mattino Maffei preferirà riprendere la vita che faceva prima sul lago, un po' solitario un po' con qualche ragazza.

Il film è stato criticato per l'erotismo vivace, ma il viaggio in barca del Maffei e dell'Orimbelli con Charlotte e Germaine che se ne stanno disinvoltamente nude, lo trovo assai divertente: le due ragazze sono molto belle e stuzzicone e Tognazzi fra di loro si trova a perfetto agio. D'altra parte l'erotismo è ben presente in quasi tutti i romanzi ed i racconti di Piero Chiara, non a caso studioso per anni di Giacomo Casanova.

Ma i pregi maggiori del film sono due caratteri.
Quello di Mario Temistocle Orimbelli, reso da Ugo Tognazzi con una naturalezza mirabile. Un carattere laido, volgare, eppure sentimentale, un fallito che pure riesce a trovare sempre il modo di profittare di chi gli sta vicino: la moglie, Matilde e il Maffei. Persino il dolore che prova alla fine è di tipo sudicio, ma non si può non guardarlo incantati.


Matilde finalmente seduta sulla poltrona che era di Cleofe

Poi c'è il carattere di Matilde Scrosati in Berlusconi, non tanto per la recitazione di Ornella Muti, ma perché è un carattere con due aspetti apparentemente non congruenti: erotismo insoddisfatto e opportunismo sistematico. Si appoggia, a seconda delle circostanze, su Cleofe, su Orimbelli, sul marito disperso in Africa, su Maffei.
Alla fine, Maffei è l'apparente vincitore perché riesce a sottrarsi, ma un carattere come quello di Matilde è premiante nella vita reale, perché non perde tempo, sa sempre qual è la mossa giusta. Certamente, dopo la partenza di Maffei, Matilde riuscirà a provvedere a sé stessa, adesso ha anche quello che le mancava: i soldi. Non avrà problemi a trovare l'uomo che fa per lei.
Il sapore del film è palesemente cinico, perché quello che dovrebbe essere il personaggio positivo, cioè Maffei, è uno che non sa cosa fare della sua vita, si lascia trasportare dalle circostanze salvo chiamarsi fuori più per disgusto che per cercare una strada sua. E' il personaggio più debole, con un fondo di inerzia che l'ironia non riesca a coprire. Un carattere spento, sembra che Orombelli, delinquente e parassita nel passato e nel presente sia comunque più vivo di lui. Ma puo essere che la presenza di Tognazzi sia determinante, solo quando c'è lui il film si illumina. La scena dalla tentata seduzione in cucina (col grembiule e fra le padelle) è impagabile, difatti la seduzione riuscirà nel corso della notte, non poteva andare altrimenti, con un Tognazzi del genere.

domenica 8 giugno 2008

Una vita difficile

Una vita difficile, di Dino Risi (1961) Sceneggiatura di Rodolfo Sonego Con Alberto Sordi, Lea Massari, Franco Fabrizi, Lina Volonghi, Claudio Gora, Antonio Centa, Loredana Cappelletti, Mino Doro, Daniele Vargas, Edith Peters, Alessandro Blasetti, Vittorio Gassman, Silvana Mangano, Franco Scandurra, Renato Tagliani Musica: Carlo Savina Fotografia: Leonida Barboni (118 minuti) Rating IMDb: 8.6
Solimano
Ho già scritto nel blog due post, riguardo Una vita difficile di Dino Risi (1961).
I post riguardano episodi del film collegati a date storico-politiche:
- la cena a casa dei monarchici la sera in cui vengono comunicati i risultati del referendum fra repubblica e monarchia.
- il matrimonio di Silvio Magnozzi (Alberto Sordi) con Elena Pavinato (Lea Massari) in Campidoglio proprio nel giorno in cui avviene l'attentato a Togliatti.

Scrivere sul film nel suo insieme è difficile, perché la ricchezza dei motivi è tale che finirei, per voler dire tutto, per stare sul generico. In tal caso sarei poco utile a me e ad eventuali lettori. Quindi preferisco concentrarmi su alcuni motivi salienti commentando immagini che abbiano una loro esemplarità.
Sopra il post metto una immagine desolata di Elena quando, dopo aver seguito Silvio a Roma , vede la casa in cui le toccherà vivere e capisce che l'andamento è ben diverso da quello che si aspettava. Questo film non è solo di Risi, Sordi e Sonego, è anche un film di Lea Massari -attrice e personaggio.


Elena salva la vita a Silvio durante la Resistenza. Silvio sta per essere ucciso, ma Elena con il ferro da stiro uccide il tedesco. I due vivranno nascosti nel paese della ragazza (in Brianza, presso Cantù-Cermenate), ma un giorno Silvio tornerà con i suoi compagni senza avvertire Elena. Finita la guerra, solo quasi per caso tornerà nel paese di Elena, che andrà all'appuntamento con la valigia, pronta a partire con lui per Roma. Silvio farà solo buon viso ad un gioco del tutto inatteso.

Ecco l'arrivo di Elena a Roma, in piedi nella Topolino del giornale precario su cui Silvio scrive da precario.


Proprio nel giorno del matrimonio, Silvio va in prigione, perché si fa coinvolgere nelle manifestazioni dopo l'attentato a Togliatti. Finirà condannato al carcere, e dovrà scontare la pena perché era già stato condannato per diffamazione dell'uomo d'affari Bracci (Claudio Gora). I testimoni, che Silvio pensava di avere come assi nella manica, si erano dileguati, perché Bracci aveva saputo essere generoso... Al processo ed alla condanna assiste anche Elena.

Elena, incinta e col marito in carcere, è costretta a tornare al suo paese, dalla madre Amelia (Lina Volonghi), che fa l'albergatrice.


In carcere, Silvio diventa il capo di una agitazione dei detenuti che vogliono migliori condizioni di vita. Le otterranno, ma Silvio, che come al solito si è esposto troppo, finirà in isolamento.

All'uscita dal carcere, Silvio non trova più il posto al giornale, la situazione è sempre più precaria. La famiglia di Elena si darà da fare per aprirgli altre strade, insistendo con lui perché si laurei (ha interrotto l'università), ma Sivio non riuscirà a farcela, e manderà a quel paese Elena e tutta la famiglia. I due si separano, Silvio sta a Roma, Elena sta al nord.




Silvio non riesce a trovare una sistemazione definitiva, intanto ha scritto una specie di romanzo-cronaca, in cui denuncia la caduta civile che sta avvenendo in Italia e che dice di aver sperimentato sulla sua pelle. Ha difficoltà a trovare un editore, allorae ci prova anche col cinema, come sceneggiatore, ma Sivana Mangano, Alessandro Blasetti, Vittorio Gassman a Cinecittà cercano in tutti modi, seppure cortesemente, di evitarlo. Gassman lo vede di lontano, mentre lo intervista Renato Tagliani e decide di andarsene circondato dai suoi legionari. C'è anche un leone, per fortuna in gabbia. Tutti sanno che Silvio ha qualche talento, ma sanno che è un idealista egocentrico e velleitario, del tutto inaffidabile.

Intanto Elena provvede a sé ed al figlio. C'è anche un uomo ricco e maturo che le fa la corte. Silvio riesce a ragranellare i soldi che gli servono per andare in Versilia, dove sa che è Elena. Finirà con una scenata in cui Silvio, anche perché ubriaco, ne dice di tutti i colori alla compagnia di Elena, fino a trovarsi disperato in mezzo ad una strada con le macchine che gli sfrecciano attorno. Ridotto alla disperazione, accetterà l'opportunità che gli offre il suo amico Franco Simonini (Franco Fabrizi): lavorare proprio per il commendator Bracci, che adesso controlla anche un giornale. Silvio non fa il giornalista, ma è una specie di assistente tuttofare. Finanziariamente le cose vanno meglio, e Silvio si ripresenta ad Elena proprio il giorno del funerale della madre. Elena e Silvio riprendono a vivere insieme a Roma.




Una sera sono invitati ad un party a casa di Bracci, ed Elena ha modo di constatare il tipo di lavoro e di vita che fa suo marito. Silvio la presenta a Bracci e questi non le stringe la mano, le porge solo il mignolo.
Sulla famosa scena di Silvio spruzzato da Bracci, ho due osservazioni:
- al fatto è presente un alto prelato, che sta seduto e fa lo svanito, così finge di non vedere.
- a parte la villanìa sistematica di Bracci, Silvio ha cercato di scrivere articoli e di farli uscire nel giornale, pur sapendo che Bracci non vuole.
Silvio sa che la moglie ha visto che cosa è successo. In quel momento decide di ribellarsi, e con un pugno fa cadere Bracci in piscina. Poi se ne va a piedi dando il braccio a sua moglie. I due se ne vanno dal party seri e silenziosi, salvo una sola parola che Silvio dice a Franco Simonini, l'amico che gli ha trovato il posto. Dice, in romanesco: "Raccoglilo!" riferendosi a Bracci.

Qui sotto, metto una immagine dell'inizio del film: Silvio sa che il tedesco sta per sparargli e si volta, attendendo terrorizzato la morte. Proprio in quel momento Elena lo salva.

venerdì 18 aprile 2008

I caratteri nel cinema: Donna Violante Ruotolo

Donna Violante Ruotolo, padre napoletano, madre svizzera
(Lea Padovani)

Pane, amore e... di Dino Risi (1955) Sceneggiatura di Ettore Maria Margadonna, Marcello Girosi, Dino Risi, Vincenzo Talarico Con Vittorio De Sica, Sofia Loren, Lea Padovani, Antonio Cifariello, Tina Pica, Mario Carotenuto, Yoka Berretty, Virgilio Riento, Clara Crispo, Pasquale Misiano, Antonio La Raina Musica: Alessandro Cicognini, Sonata "Al chiaro di luna" di Ludwig van Beethoven, "Prière d'une vierge" di Tekla Badarzsewska, "Torna a Surriento" dei fratelli De Curtis, "Mambo italiano" di Renato Carosone Fotografia: Giuseppe Rotunno (106 minuti) Rating IMDb: 6.2
Solimano
Quando Donna Violante Ruotolo (Lea Padovani) apre la porta, ci facciamo subito una opinione di lei. Dovrebbe essere sui trentacinque anni. Lo sguardo è impaurito ma penetrante, anche diffidente, la vita le ha certamente riservato qualche amarezza. Non è che come aspetto si trascuri, si prefigge l'obiettivo di non essere vistosa. I capelli lunghi li raccoglie sul capo, le sopracciglia sono folte, ma ben delineate. Il vestito è accollato, la collana, chiaramente costosa, finisce con un crocefisso non piccolo, quasi da suora laica. E' la bocca che non è coerente, Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica) aveva ragione nel pensare che Donna Violante fosse una "mistica sensuale".
Alla porta sono in tre: Antonio Carotenuto, Don Matteo Carotenuto (Mario Carotenuto), che è il fratello di Antonio, e Caramella (Tina Pica), la domestica di Antonio -più governante e consigliera che domestica.

Donna Violante li fa entrare, è al corrente del motivo della visita. Antonio Carotenuto ha lasciato l'Arma dei Carabinieri, quindi non è più il Maresciallo di Sagliena, ma si è trasferito nel luogo natìo, Sorrento. La giunta sorrentina, in riconoscimento dei meriti di ogni tipo conseguiti dal Maresciallo durante la carriera, lo ha nominato Comandante delle Guardie Municipali, che però Antonio -sempre aperto al nuovo- vuole che si chiamino Metropolitani. Antonio ha una sua casa a Sorrento, abitata da una pescivendola, che si fa chiamare Donna Sofia (Sofia Loren), ma che tutti chiamano la Smargiassa, per motivi morali e fisici. La Smargiassa vuole una proroga, si sta discutendo, così Don Matteo, il fratello di Antonio, ha trovato una sistemazione provvisoria per Antonio in casa di Donna Violante. Appena entrati, tutti e tre sono sottoposti alle Forche Caudine: mettersi le pattine (che Donna Violante chiama tappetini) ai piedi. Don Matteo c'è abituato, Antonio e Caramella no, e si vede. Ecco Donna Violante a figura completa: il vestito ha le maniche che coprono quasi le dita delle mani, e la sottana è molto lunga, però le calze sono trasparenti e le scarpe col tacco alto. Inoltre viaggia senza pattine, le Forche Caudine riguardano gli altri, non lei.

Don Matteo ha messo sull'avviso il fratello Antonio: Donna Violante è persona di alto sentire, molto religiosa, e che ha avuto un serio problema sentimentale, quindi Antonio non faccia l'asino come a Sagliena, dove si era specializzato in Bersagliere ed in Levatrici. Antonio acconsente e si comporta perfettamente durante la prima visita, lodando la presenza dell'inginocchiatoio -in raso rosso- anche nella camera a lui destinata. Donna Violante sta un po' sulle sue, è certamente informata sul pregresso di Antonio, però bisogna essere accoglienti verso i peccatori di buona volontà, ed Antonio di volontà ce ne mette, di tipo anche rispettosamente galante, quindi possiamo dire che il rapporto nasce sotto i migliori auspici.

Si verifica un fatto imprevisto: durante la negoziazione fra la Smargiassa (pardon, Donna Sofia) e Antonio, in cui il tema è "proroga o sfratto", sarà per l'abilità della venditrice di pesce, sarà per l'aura spermatica che promana da Antonio, si crea una simpatia fra i due, con una conseguenza sgradevole: durante una passeggiata a mare con Donna Violante, Antonio commette il lapsus di chiamarla "Donna Sofia". Lo sguardo di irata desolazione che gli rivolge Donna Violante è del tutto giustificato.


Ma quando alla sera Donna Violante sente Antonio cantare "Torna a Surriento" nel terrazzo di casa, avverte la profondità del sentimento che Antonio ci mette -visto che lui a Sorrento è appena tornato- e si alza dall'inginocchiatoio per accompagnare al pianoforte gli ultimi versi. Caramella, del pianoforte di Donna Violante, dice che ha la coda lunga lunga. Donna Violante indossa ora una vestaglia da casa, elegante e accollata da tutte le parti, come di solito.

La generosità di Donna Violante rifulge nel delicato episodio della lombaggine di Antonio, conseguente ad un bagno involontario in mare durante un appuntamento con la Smargiassa, cose che si sono risapute. Ciò malgrado Donna Violante lo soccorre e gli pratica un massaggio lombare prima con la lozione del farmacista poi con l'acqua benedetta, sta svolgendo proprio una opera pia. Il sorriso di Antonio non è ironico, ma gioioso. Sincere saranno le lodi che rivolgerà alla perizia delle mani di Donna Violante.

Purtroppo la situazione non evolve nel senso sperato: Donna Violante, tornando dalla messa con Caramella, ascolterà attraverso la porta la voce di Antonio che dice al fratello Don Matteo che vuole sposare Donna Sofia. Una Smargiassa! Una Pescivendola!


Caramella trova in camera Donna Violante che piange per amore, ma credo anche perché sbottonare il vestito sul retro è una gara dura, i bottoni sono più numerosi dei dispiaceri. Caramella l'aiuta, poi quasi la costringe a guardarsi nello specchio lodando le belle fattezze di Donna Violante e dicendole che è ora che se ne accorga, delle fattezze sue. Donna Violante la vedo ancora sconvolta, ma pensosa su quello che le ha detto Caramella.


I problemi li ha anche Antonio. Difatti la Smargiassa ha deciso di rimettersi con il suo aiutante pescivendolo, Nicolino Pascazio (Antonio Cifariello). Antonio fa buon viso, si comporta signorilmente, ma ora manifesta al fratello Don Matteo il suo desiderio di rinchiudersi in un eremo, e gli chiede quale sia l'Ordine più rigoroso. Don Matteo dice che vanno bene i Trappisti, col loro continuo "Ricordati che devi morire". Antonio medita sospirando. Quand'ecco nella stanza entra Donna Violante, chiedendo scusa. Porta una bottiglia (acqua o alcool?) e deve andare nella sua stanza, una cosa che ha già fatto altre volte. Solo che è un po' cambiata: come vestito, come capelli, come accollatura, come trucco, come tutto. Donna Violante prima di uscire dà uno sguardo ai due uomini (anche il prete è un uomo) sorpresi e sbigottiti. Antonio, con un sospiro, congeda il fratello, dà la buona notte a Caramella e si ritira a meditare sul terrazzo.


Donna Violante sta suonando benissimo il Chiaro di Luna di Beethoven, Antonio smette di meditare ed entra nella camera di Donna Violante per chiederle se conosce "La preghiera di una vergine" (melodia di Tekla Badarzsewska). "La conosco bene fin da piccola, la pregiera di una vergine", risponde Donna Violante. Insieme si mettono a suonare quella purissima melodia.

Ma è tale la potenza della musica che Antonio si accorge che Donna Violante sta per perdere i sensi, quindi l'abbraccia per sostenerla, e lei si aggrappa a lui come fosse una boa di salvataggio. Solo che il film ha un finale aperto, non si capisce quello che succede dopo: nell'ultima inquadratura, con la scritta FINE sovrapposta, si vede la seggiola del piano rovesciata e niente altro, tranne forse, in alto a destra, l'angolo di un letto.