Visualizzazione post con etichetta Max Ophüls. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Max Ophüls. Mostra tutti i post

lunedì 24 agosto 2009

I gioielli di Madame de... (3)

Danielle Darrieux (Louise)

Madame de... (1953) di Max Ophüls Dal romanzo di Louise de Vilmorin Sceneggiatura di Marcel Achard, Max Ophüls, Annette Wademant Con Charles Boyer (Generale André de...), Danielle Darrieux (Contessa Louise de...), Vittorio De Sica (Barone Fabrizio Donati), Jean Debucourt (Monsieur Rémy), Jean Galland (Monsieur de Bernac), Mireille Perrey (La nutrice), Hubert Noël (Henri de Maleville), Lia Di Leo (Lola) Fotografia: Christian Matras Musica: Oscar Straus, Georges Van Parys Costumi: Georges Annenkov, Rosine Delamare (105 minuti) Rating IMDb: 8.0

Solimano

Quando Louise (Danielle Darrieux) dice a Fabrizio (Vittorio De Sica) "Io non vi amo io non vi amo io non vi amo", non lo dice per scherzo amoroso, vorrebbe veramente non amarlo. La condizione di spossessamento in cui si trova la fa soffrire, è estranea alla sua educazione ed alle sue abitudini.
Queste due frasi le dice André (Charles Boyer): "La nostra felicità coniugale sta nella nostra immagine. Solo superficialmente è superficiale." "L'infelicità ce la inventiamo noi." Ma finora le poteva dire convintamente anche Louise. Sono regole che conosce e condivide: "Siamo stati anche allegri", dirà ancora André, ed è vero, André si guarda bene dal dire "Siamo stati innamorati". Ma quello che succede nel bosco di Rambouillet, mostra sia ad André che a Louise che quelle regole non reggono più.


Nel bosco si ritrovano tutti, non so se per una cavalcata, per una esercitazione militare o un ricevimento en plein air. Louise arriva cavalcando all'amazzone, poi si mette a guardare col binocolo: sulla collina c'è Fabrizio, che sta cavalcando con un amico. Nel momento in cui Fabrizio cade da cavallo, Louise sviene e non è uno dei soliti piccoli svenimenti per togliersi da una situazione noiosa, perde veramente i sensi. Tutti lo capiscono, compreso André. Quando André e Louise tornano insieme in carrozza, fra i due c'è una barriera insuperabile, anche se ancora non se ne rendono conto.



Louise crede di trovare una soluzione: andarsene per un po' di tempo. Un bel viaggio in Italia. André non vorrebbe, cerca di farglielo capire senza mai entrare in argomento: con la fuga non si risolve nulla. Ma intanto, proprio lui sempre così controllato, non si rende conto che in casa tende continuamente a chiudere le finestre e le tende. C'è un intruso da cui occorre difendersi. Prima di partire, Louise si fa fare le carte, che danno il solito responso sibillino che sguscia da tutte le parti, e controlla il suo aspetto in abbigliamento da viaggio. André l'accompagna al treno, formalmente impeccabile. Louise starà con gli occhi aperti tutta la notte, nella carozza letto.


Non è più padrona dei suoi pensieri, cammina quasi non accorgendosi che accanto c'è il mare, è come se fosse presa nelle reti a cui passa vicino. In queste situazioni, il viaggio e la lontananza rafforzano l'ossessione amorosa.


Fabrizio invece è felice: ama e sa di essere amato. Scrive lettere a Louise, specialmente durante il viaggio di ritorno. Si è organizzato, le lettere vengono consegnate a Louise nelle varie stazioni. Louise legge avidamente le lettere di Fabrizio, poi le fa a pezzetti che butta dal finestrino. Anche lei scrive lettere, ma non ne spedisce nessuna.
Fabrizio ha fatto a Louise un dono nascosto in un mazzo di rose: un paio di orecchini a forma di cuore che aveva comprato a Costantinopoli. Sono gli orecchini che aveva Louise, che naturalmente ha vissuto il momento di massima felicità nel vederli riapparire. Lo sente come un segno benevolo del destino. Ma non ha detto a Fabrizio che quegli orecchini erano i suoi.



Dapprima Louise nasconde gli orecchini in uno dei suoi cassetti segreti. E lì sarebbe bene che rimanessero, ma Louise compie, del tutto involontariamente, un fatale peccato di ubris. Desidera poter sfoggiare nei salotti parigini quei gioielli che non sono più il dono di nozze di André, ma il dono d'amore di Fabrizio. Le sembra facile: come ha finto lo smarrimento così può fingere il ritrovamento. Racconta al marito che i gioielli li ha ritrovati, erano finiti in uno dei suoi guanti lunghi. André capisce subito tutto, è in grado di mettere alle strette Fabrizio, che dice la verità: i gioielli li ha comprati a Costantinopoli. Così il cerchio si chiude. Non solo: Fabrizio deve portare i gioielli al solito Monsieur Rémy (Jean Debucourt), ormai specializzato in queste transazioni, in modo che li ricompri André.



Per Louise è il crollo dalla felicità alla desolazione, perché, oltre alla crudeltà vendicativa di André, che approfitta del vantaggio che lei involontariamente gli ha dato, si trova di fronte Fabrizio che si sta disamorando, perché Louise, nell'ansia di rimediare in qualche modo, gli racconta alcune menzogne sulla provenienza dei gioielli. Storie usuali nelle convenzioni aristocratiche e borghesi, ma sgradevoli fra due innamorati. E' come se Louise non riuscisse a dismettere la persona che è stata.



André infierisce, perché Louise non vuol più gocare il solito gioco. Se ne sta chiusa in casa, al buio, e mentre prima André chiudeva finestre e tendaggi, adesso fa in modo che la luce entri nella stanza di Louise, che si copre gli occhi feriti dal sole. E' malata, ha cambiato aspetto. André la costringe persino a regalare gli orecchini ad una parente povera che ha avuto un bimbo. La fierezza di Louise è nel saper continuare ad amare in assenza di speranza. Quindi, a suo modo, André non la può più ferire direttamente.


Louise viene a sapere che il marito della parente povera, a rischio di fallimento, ha dovuto vendere i gioielli a Monsieur Rémy. Louise vende tutti gli altri suoi gioielli, di cui non le importa più nulla e compra per sé gli orecchini.

André capisce che ormai ha solo un modo, per continuare a ferire Louise: colpirla colpendo Fabrizio. Lo sfida a duello, adducendo la scusa di una frase di Fabrizio, secondo cui i militari dovrebbero lasciare spazio ai diplomatici, per il bene dei rispettivi paesi.
Fabrizio capisce, ma non può esimersi dall'accettare il duello. A stento sa tenere la pistola in mano, tutti sanno che André è un tiratore provetto.

Louise lo viene a sapere. Va in chiesa e offre i gioielli alla Madonna, poi la carrozza corre nel bosco di Rambouillet, dove avverrà il duello. Louise è accompagnata dalla nutrice.


Le due donne arrivano in ritardo, il duello sta per iniziare. Duello... è un'esecuzione, un assassinio. Il primo colpo spetta all'offeso, cioé ad André.


Le due donne non vedono il duello. Arrivano su una collinetta vicino ad un grande albero. Il primo sparo, ma non arriva il secondo sparo. Silenzio. Louise sviene mortalmente, ha fatto la sua parte fino in fondo, continuando ad amare anche se non più amata.

Nella cappella della chiesa sono conservati i gioielli, con sotto la scritta: "Don de Madame de..". E' l'ultima immagine del film, cominciato boulevardier, finito in tragedia.


domenica 23 agosto 2009

I gioielli di Madame de... (2)

Madame de... (1953) di Max Ophüls Dal romanzo di Louise de Vilmorin Sceneggiatura di Marcel Achard, Max Ophüls, Annette Wademant Con Charles Boyer (Generale André de...), Danielle Darrieux (Contessa Louise de...), Vittorio De Sica (Barone Fabrizio Donati), Jean Debucourt (Monsieur Rémy), Jean Galland (Monsieur de Bernac), Mireille Perrey (La nutrice), Hubert Noël (Henri de Maleville), Lia Di Leo (Lola) Fotografia: Christian Matras Musica: Oscar Straus, Georges Van Parys Costumi: Georges Annenkov, Rosine Delamare (105 minuti) Rating IMDb: 8.0

Solimano

Ho scelto l'immagine di apertura perché - a mio avviso - esprime bene la situazione del conte André (Charles Boyer) e della contessa Louise (Danielle Darrieux). Insieme eppur distanti, lui preso dal suo potere militaresco, lei presa dal suo potere fascinoso. Un perfetto matrimonio di convenienza. La prima parte del film, apparentemente, è un gioco boulevardier su questo tema. Più vecchio dei boulevard: commedie francesi e inglesi dell'Ottocento e addirittura del Settecento avevano giocato sottilmente sulle apparenze, le convenienze, l'ipocrisia delle virtù prima aristocratiche poi borghesi. Perché dico apparentemente? Perché il modo di Max Ophüls già nella prima parte avrebbe dovuto insospettirci: l'attenzione agli oggetti ed ai particolari, ad esempio (che qualcuno ha chiamato l'ossessione dei dettagli). Lo stesso modo di riprendere i personaggi, con piani sequenza a macchina in perenne movimento. Gira attorno ai personaggi, che non sono dei figurini. Così per i personaggi di contorno, che magari compaiono solo in quella scena. Cocchieri, serve, militari, cicisbei non sono macchiette, ma persone. Il principio di realtà penetra nel boulevardier. Nella seconda parte è il tema amoroso che prende il posto del boulevardier, costringendo i personaggi a farci i conti, che magari non avevano mai fatto. Tutto inizia in un posto inaspettato: la Dogana di Basilea.

La contessa Louise viaggia in treno, sarà stata in Svizzera a trovare qualche parente. Nell'immagine la si vede di spalle. Dall'altra parte dello stanzone doganale c'è un uomo che la guarda intensamente. Si tratta del Barone Fabrizio Donati (Vittorio De Sica), un diplomatico italiano in viaggio per Parigi. Appena vede Louise, per lui è amore a prima vista, ma per adempimenti doganali e disguidi di ogni genere non riuscirà a presentarsi: il treno con la contessa parte e lui rimane solo sul marciapiedi. Fabrizio è dispiaciuto, oltretutto pensa che la contessa non si sia accorta di lui.


"Il caso ha questo di bello: accade naturalmente", dice durante il film André, che non sa che è proprio per caso che Louise e Fabrizio si sono conosciuti. Un cocchiere distratto (non so se quello di Louise o quello di Fabrizio) provoca lo scontro fra le due carrozze in una strada di Parigi. Fabrizio scende dalla sua e si trova di fronte alla mirabile visione di Basilea. Dà come prima cosa la colpa dell'incidente al suo cocchiere, non a quello di Louise, salvo rimanerci assai male quando i due cocchieri, di comune accordo, riescono a sistemare le carrozze in un tempo troppo breve. Fabrizio dice a Louise che l'ha vista ed ammirata nello stanzone doganale di Basilea. E Louise (che è anche un diavolo, stateci attenti) gli risponde: "Sì, mi sembra di avervi intravisto" e seduta stante gli snocciola tutti i dettagli: dal vestito a quadretti che Fabrizio indossava, al bastone da passeggio, al posto dove aveva appoggiato la valigia per potere litigare più rapidamente con chi gli impediva da andare da Louise per adempiere sciocchezze burocratiche tipicamente svizzere. Ciò fatto, Louise riparte in carrozza e Fabrizio rimane in mezzo alla strada a gridare il suo felice chicchirichì: "Mi chiamo Fabrizio Donati!". Figuriamoci se Louise non lo sa già.


Qualche sera dopo, a un ricevimento danzante, Louise e Fabrizio si trovano (sempre casualmente...) ad essere seduti vicino. Lei fa la contegnosa, ma poi lo guarda ammirata quando Fabrizio, gentiluomo perfetto, riesce a farsi apprezzare dagli altri, curiosi di conoscere il nuovo diplomatico italiano. In queste immagini, come in alcune che seguono, si vede quello che succede nella sala, poiché la parete di fondo è un grande specchio.


Louise ha il suo carnet di ballo, quasi tutti impegnati. Questa è una cosa che Fabrizio non digerirà mai: vederla ballare con altri uomini più giovani di lui gli dà fastidio, chissà perché.


Finalmente Fabrizio danza con Louise ed è felice. Anche Louise è tutt'altro che dispiaciuta. Qui è il punto. Per lei, una persona come Fabrizio è una novità. Non si tratta di un giovane adoratore simpatico e goffo, né di uno della fascia d'età del marito, che vorrebbe farsi strada con lei per potersi vantare (almeno con sé) di aver avuto successo con la contessa Louise. Si tratta di un innamorato, gentile forte appassionato ingenuo spiritoso.

E il conte André? E' tranquillo. Apprezza Fabrizio e gli fa piacere che sua moglie abbia un nuovo ammiratore meno noioso dei soliti giovani scodinzolanti. André non ha capito che cosa lo aspetta. Perché sa tutto, tranne una cosa, che l'amore esiste e che innamorarsi non è roba da camerieri, come disse un industriale italiano qualche decennio fa (e tutti a dirgli bene bravo bis, specie a Torino, visto che si trattava di Gianni Agnelli).



E così nelle sere successive. Nel film il sorgere del sentimento amoroso fra Louise e Fabrizio è espresso in un continuum di danze avvolgenti (è la macchina che gira intorno alla coppia). Si capisce che si tratta di sere diverse dai cambiamenti d'abito di Louise.

Nella sera del ballo in maschera, tutte le altre coppie hanno un che di goffo e ridicolo. Louise e Fabrizio no: adempiono al rito del costume restando come vogliono per vedersi reciprocamente.



Finché c'è la sera rivelatrice, che ha un risvolto comico, ma è il sentimento a comandare. Gli inservienti trafficano desolati, i musicanti vogliono smettere di suonare, la pista da ballo è vuota, tranne una coppia che continua a ballare. Louise e Fabrizio hanno indossato scialle e cappotto, ma sono tornati a ballare ancora, non riescono a smettere. Sono i soli momenti di contatto fra loro.



Riusciranno ad incontrarsi finalmente da soli ancora per caso, e il loro primo abbraccio è inusuale ai nostri occhi.
"Io non vi amo io non vi amo io non vi amo", dirà felicemente cocciuta Louise, con la testa appoggiata allo stipite della porta. Diverrà la frase cha Fabrizio vorrà continuamente sentirsi dire.
(continua)

"Io non vi amo io non vi amo io non vi amo"