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domenica 29 giugno 2008

Lolita (Adrian Lyne)

Lolita (1997) Regia: Adrian Lyne, Sceneggiatura: Stephen Schiff basata sul romanzo di Vladimir Nabokov, Fotografia: Howard Atherton, Scenografia: John Hutman, Costumi: Judianna Makovsky, Montaggio: Julie Monroe, Musica: Ennio Morricone
Interpreti: Jeremy Irons, Dominique Swain, Melanie Griffith, Frank Langella, Suzanne Shepherd, Keith Reddin, Erin J. Dean, Joan Glover, Pat Pierre Perkins, Ed Grady, Michael Goodwin, Angela Paton, Ben Silverstone, Emma Griffiths, Malin, Ronald Pickup, Michael Culkin, Annabelle Apsion, Don Brady, Trip Hamilton, Michael Dolan, Hallee Hirsh
USA - Francia, 1997, Durata: 2h. 17' Rating IMDb:6.7

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Sollecitata ed incuriosita da un commento lasciato da Francesca (Galassia Libri), mi sono procurata ed ho visto Lolita diretto da Adrian Lyne.

Che dire? Gli attori principali sono tutti bravissimi: Jeremy Irons è un Humbert Humbert addirittura straziante, con il suo amour fou non ricambiato per Lolita. Melanie Griffith (Charlotte Haze, la madre di Lolita) è bella e brava come sempre. Dominique Swain è una Lolita strepitosa.
Ricostruzione ambientale, scenografie, fotografia, costumi, musica (di Ennio Moricone) perfetti.

La versione Lyne di Lolita dura ben 2 ore e 17 minuti ed è fedelissima al romanzo di Nabokov. Apparentemente molto più fedele di quanto lo fosse il film di Kubrick del 1962 e segue il testo capitolo per capitolo. All'inizio c'è, ad esempio, l'episodio dell' Humbert adolescente con Annabel, episodio che sta alle radici della sua predilezione per le ragazzine poco più che impuberi; il personaggio di Quilty occupa, in termini di durata di presenza scenica, lo stesso spazio (e cioè poco) che occupa nel romanzo di Nabokov e soprattutto Lyne non solo non taglia ma dedica molta cura a tutta la parte on the road del romanzo in cui Humbert e Lolita percorrono in macchina, per mesi, tutta l'America da un capo all'altro. Senza meta e alloggiando quasi sempre in motel e alberghi.

Insomma, tutto (quasi) ineccepibile.

E allora? Allora, il film di Lyne non mi ha convinta.

Dmitri Nabokov in una intervista ha dichiarato:
Trovo che la versione di Lyne sia molto più vicina a quello che è lo spirito originale del romanzo di mio padre. Non sono mai stato entusiasta della versione di Kubrick (alla quale collaborò anche Vladimir Nabokov, nda), anche se era un bellissimo film si allontanava troppo dai temi e dalle atmosfere originali del romanzo. Il film di Lyne mi soddisfa pienamente perché spiega il sottofondo psicologico che anima le azioni di Humbert: lui cerca di trovare in tutte le donne che osserva una ragazzina che amò durante l'adolescenza e che morì di tifo pochi giorni dopo il loro primo incontro. Per questo si innamora di Lolita, la sua non è pedofilia come noi possiamo intenderla oggi, ma un bisogno disperato di ritrovare quella parte di sé che gli fu strappata brutalmente dal destino e che in lei trova una sorta di surrogato.

Io invece mi permetto molto umilmente di dire che la Lolita di Lyne è un esempio da manuale di come si possa essere pedissequamente fedeli alla trama di un romanzo ma tradirne invece -- a mio modestissimo parere, si intende --- contenuto e spirito.

Il film -- patinato come una video clip -- è sicuramente confezionato molto bene e piacevole da vedere ma ahimè non basta la bravura degli attori e una fedeltà al testo che sebbene appaia totale è in realtà solo di facciata.

C'è una cosa la cui totale assenza stravolge il romanzo di Nabokov: dov'è infatti la micidiale ironia ed autoironia del monologo di Humbert? Dov'è la satira feroce di Nabokov? L'Humbert di Nabokov è personaggio complesso, è un manipolatore e, almeno all'inizio non è innamorato di Lolita. La sua è attrazione erotica e basta. E' un rapace. L'Humbert di Lynes nelle scene iniziali in casa Haze sembra quasi essere lui il sedotto piuttosto che il seduttore, si innamora subito perdutamente di Lolita e quello che emerge dal film è la drammatica e romanticissima figura di un uomo dal cuore spezzato. Non ci sono sfumature, non ci sono chiaroscuri. Humbert-Irons è un uomo innamorato e basta.

L'Humbert di Nabokov non concede mai sconti a se stesso: sa perfettamente, all'inizio della sua storia con Lolita, che la sua è un'ossessione erotica ed una delle cose che rende interessante e non banale il personaggio è la graduale presa di coscienza, da parte sua, che questa ossessione erotica si va mutando lentamente ma inesorabilmente in amore fino al momento in cui, dopo la fuga di Lolita, si rende conto di "volerle bene" (nel senso più autentico di "volere il suo bene") rendendosi conto infine di tutto il male che le ha fatto. Non dimentichiamo quando, nelle ultime pagine del romanzo, ammette con se stesso di avere "spezzato qualcosa dentro di lei"


Paradossalmente, la visione del film di Lyne mi ha fatto comprendere meglio il film di Kubrick: perchè alcune apparenti infedeltà al testo di Nabokov servono in realtà, a Kubrick, per esprimere con gli strumenti della cinematografia e con i suoi codici linguistici proprio l'ironia, il sarcasmo, il doppio registro del comportamento di Humbert che riesce a fare emergere dalla straordinaria mimica facciale di James Mason. L'Humbert di Mason-Kubrick pronuncia parole che sono contraddette dall'espressione del volto, abbiamo sempre l'impressione di trovarci di fronte ad un doppio livello di comunicazione ed è questo che lo rende interessante. I personaggi del film di Lyne sono invece quello che appaiono. C'è solo un testo, senza alcun sottotesto. C'è la banalizzazione al posto della complessità. L'illustrazione didascalica al posto della espressione artistica tradotta da una forma d'arte (la scrittura) ad un'altra (quella dell'immagine).
La versione di Kubrick, che poteva sembrare troppo libera e piena di tagli riusciva a fare una cosa importantissima: rendere sfuggenti e sottilmente sgradevoli tutti i personaggi della storia, proprio come essi sono nel libro di Nabokov.

Di tutto questo gli attori -- ripeto, bravissimi -- sono assolutamente incolpevoli. Loro fanno quello che viene imposto loro dal taglio, dalla chiave di lettura della storia decisi dal regista.

Come posso prendermela, ad esempio, con Melanie Griffith, se Lyne le ha fatto impersonare una Charlotte Haze troppo bella, troppo elegante, troppo raffinata, sciocca, si, ma sicuramente non insopportabile e che quindi non ha nulla a che spartire con la grassa e poco attraente Charlotte Haze di Nabokov? Quanti uomini darebbero della "mucca" a questa smagliante Charlotte-Griffith?


E a proposito della morte di Charlotte: approfondimento psicologico del comportamento di Humbert prima e immediatamente dopo la morte della moglie... zero. Ma posso mai prendermela con Jeremy Irons, se il copione prevedeva lo zero? Lui fa (benissimo) quello che gli è stato chiesto di fare.

Stendo un velo pietoso sulla sequenza finale dell'uccisione di Quilty da parte di Humbert: semplicemente disgustosa, inutilmente e stupidamente splatter. Se penso a come l'omicidio di Quilty-Peter Sellers da parte di Humbert-James Mason era stata affrontata e risolta da Kubrick mi viene solo da dire: "Signore e Signori, la classe non è acqua!".

Mi ha incantata invece la Lolita di Dominique Swain. Nella costruzione del suo personaggio Lyne ha dato a mio parere il meglio del film: gli innumerevoli primi piani per Lolita con l'apparecchio ai denti, Lolita imbrattata di rossetto, Lolita che mangia una mela, Lolita piangente e disperata, Lolita esterrefatta ed umiliata quando Humbert le molla uno schiaffo, Lolita e il suo continuo masticar chewing gum... Lolita con gli occhiali, Lolita sciatta e già vecchia a diciassette anni... Dominique Swain riesce ad essere maliziosa, ingenua, seduttiva, dolce ma anche volgare, irritante, insopportabile, tenerissima, rompiscatole... proprio come Lolita. Bravissima.

Ho letto che Lyne ha selezionato più di 2.500 ragazzine e secondo me l'ha proprio trovata, quella giusta. Dominique Swain era una quindicenne studentessa della Malibu High School : apparentemente una ragazzina come tante ma con una freschezza ed un fascino speciali, una vera ninfetta nel senso che questo termine dava Nabokov.

Ho letto anche che per il film Lyne (regista, ricordo, di Nove settimane e mezzo, Proposta Indecente, Attrazione Fatale, Flashdance) si è avvalso dei consigli del figlio di Nabokov, Dmitri. Prendo atto e mi genufletto. Detto questo, il fim continua a sembrarmi corretto ma insipido e descrittivo.

Mi piacerebbe molto leggere pareri di altre persone che oltre ad avere letto il romanzo di Nabokov abbiano anche visto sia la trasposizione cinematografica di Kubrick che quella di Lyne.

venerdì 30 maggio 2008

Lolita (2)

Lolita di Stanley Kubrick (1962) Romanzo di Vladimir Nabokov, Sceneggiatura di Vladimir Nabokov, Stanley Kubrick
Con James Mason, Shelley Winters, Sue Lyon, Peter Sellers, Gary Cockrell, Jerry Stovin, Diana Decker, Lois Maxwell, Shirley Douglas Musica: Nelson Riddle Fotografia: Oswald Morris (152 minuti) Rating IMDb: 7.7

Gabrilu sul suo blog NonSoloProust

Sono sempre restia a paragonare un film con il libro dal quale quel film è stato tratto. Si tratta di due modalità espressive che utilizzano codici completamente diversi. Tranne casi macroscopici -- che esistono, purtroppo -- di plateale violenza del testo originario, può accadere che un film che contenga aggiunte o tagli rispetto al testo e che dunque apparentemente lo tradisca, giunga in realtà a coglierne lo spirito meglio di un film pedissequamente fedele che segua gli eventi pagina per pagina.

Il caso della Lolita di Kubrick è particolare perchè bisogna tener conto, nel giudicarlo, di alcune cose importanti.

Il film venne realizzato nei primi anni Sessanta, quando i vincoli della censura erano strettissimi e un tema come quello affrontato dal romanzo di Nabokov era considerato quasi un tabu. Si pensi solo al fatto che Laurence Olivier, che aveva accettato subito e con entusiasmo il ruolo di Humbert propostogli da Kubrick era stato costretto a rifiutare dai suoi agenti, che ritenevano la tematica troppo scottante e che temevano che interpretare questo ruolo avrebbe pesato negativamente sull' immagine e sulla carriera del grande attore.

Già il fatto stesso di essere riuscito a realizzare il film rappresentò per Kubrick un successo, anche se per farlo fu costretto ad andare a girarlo in Gran Bretagna. D'altra parte, lo stesso Nabokov aveva collezionato a Parigi parecchi rifiuti, prima di riuscire a trovare un editore disposto a pubblicargli il libro.

Chi conosce bene il romanzo di Nabokov si accorge che il film, anche se molto buono, è comunque molto più soft del libro, e non poteva che essere così.

Gli attori principali sono tutti eccellenti nell'interpretare parti che sono davvero ingrate (non esiste un personaggio decisamente positivo o anche solo semplicemente simpatico): da James Mason a Shelley Winters a Peter Sellers non saprei davvero fare una graduatoria di bravura.



Un discorso a parte, ed importante, sento però di farlo per Sue Lyon (Lolita).

Era difficilissimo trovare un'interprete che dimostrasse dodici anni all'inizio della storia e diciassette alla fine del film. A quell'età, due o tre anni incidono molto, nella crescita di una bambina. Cambia il fisico, cambia il modo di muoversi, cambia il comportamento, cambia il modo di guardare.


Venne scelta Sue Lyon, che incarna molto bene il personaggio di Lolita ed è bravissima nella recitazione però... non c'è dubbio che (non certo per colpa sua) non trasmette l'impressione di essere una bambina dodicenne ma di essere già sin dall'inizio un'adolescente. Questo è un punto di fondamentale importanza, perchè noi lettori sappiamo che se Lolita appare un'adolescente e non una bambina vuol dire che ha già varcato quella soglia oltre la quale Humbert non trova più interessanti e attraenti le cosiddette "ninfette". Ricordate quando, nel romanzo, Humbert dice di Lolita, quando questa compie tredici annni "la mia amante che invecchia"?

Sempre a proposito di Sue Lyon, una curiosità: nonostante fosse la co-protagonista del film, quando questo venne proiettato al Festival di Venezia non le fu consentito di assistervi; Sue aveva sedici anni ed ai minorenni era vietato l'ingresso in sala.

La sceneggiatura del film è firmata da Nabokov, che vi lavorò per più di sei mesi. Non tutto ciò che scrisse venne utilizzato da Kubrick, e dopo alcuni anni Nabokov pubblicò il testo integrale della sceneggiatura (tradotta e pubblicata anche in italiano da Bompiani).

Ma a questo punto propongo di leggere due stralci tratti da interviste in cui Nabokov e Kubrick dicono le loro impressioni.

Vladimir NABOKOV

La prima ebbe luogo il 13 giugno (Loew's State, Broadway e Quarantacinquesima, E 2 + 4 platea, "posti orribili" dice senza peli sulla lingua la mia agenda). La folla dava la posta alle limousine che approdavano una a una, e dentro una di quelle c'ero anch'io, entusiasta e innocente come i fans che ne sbirciavano l'interno sperando di intravedere James Mason ma trovandoci solo il placido profilo di una controfigura di Hitchcock. Qualche giorno prima, a una proiezione privata, avevo scoperto che Kubrick era un grande regista, che Lolita era un film di prima qualità con attori magnifici, e che della mia sceneggiatura erano stati usati solo brandelli sparsi. Le modifiche, il travisamento delle mie trovate migliori, l'omissione di intere scene, l'aggiunta di altre, e ogni genere di cambiamenti ulteriori, non erano forse sufficienti a far cancellare il mio nome dai titoli di testa ma di certo rendevano il film tanto infedele alla sceneggiatura originale quanto lo sono certe traduzioni di Rimbaud e Pasternak fatte da un poeta americano.

Mi affretto ad aggiungere che queste ultime osservazioni non vanno assolutamente interpretate quale riflesso di un tardivo rancore, di uno stridulo biasimo nei confronti dell'approccio creativo di Kubrick. Nel travasare Lolita su schermo sonoro, lui vedeva il mio romanzo in un modo, io in un altro: tutto qui, né si può negare che un'assoluta fedeltà può anche essere l'ideale per un autore, ma per il produttore può risultare rovinosa.

La mia prima reazione al film fu un misto di irritazione, rammarico, e restio godimento. Più d'un'intrusione (quale la macabra sequenza del ping-pong o l'estatica sorsata di scotch nella vasca da bagno) mi parve azzeccata e spiritosa.



Penose, però, altre (quali il crollo della brandina pieghevole o i fronzoli dell'arzigogolata camicia da notte della signorina Lyon).



Le sequenze, per lo più, non erano certo migliori di quelle da me pensate con tanta cura per Kubrick, e mi pentii amaramente del tempo perso, pur ammirando la saldezza di Kubrick, nel sopportare per sei mesi l'evoluzione e la somministrazione di un prodotto inutile.

Ma mi sbagliavo. Rammarico e irritazione si placarono presto al ricordo dell'ispirazione tra le colline, la sedia a sdraio sotto la jacaranda, la spinta interiore, la luce, senza le quali non avrei portato a termine il compito. Mi dissi che dopotutto nulla era andato perso, che la mia sceneggiatura restava intatta nella sua custodia e che un giorno l'avrei potuta pubblicare: non come meschina confutazione di un film dovizioso ma semplicemente come vivace variante di un vecchio romanzo.

Montreux, Dicembre 1973
(Dalla Prefazione di Vladimir Nabokov a Lolita: Una Sceneggiatura, Bompiani, 1997)

Stanley KUBRICK

Nel libro si poteva pensare che lui la volesse soltanto... che non pensava ad altro. Ma siccome tutte queste cose non potevano passare nel film, l'interesse che lo spingeva verso Lolita veniva immediatamente percepito come una certa forma di amore e non solo di desiderio carnale. In questo senso, credo, il film ne ha perso il valore: a causa dell'impossibilità di mostrare la parte erotica. E' la sola parte che mi abbia deluso. La pellicola sarebbe stata migliore, se fosse stato costantemente presente un potente elemento erotico. [...] La pellicola rispettava fedelmente i personaggi, la loro psicologia del romanzo, ma non aveva affatto tutto il violento aspetto sessuale che avrebbe dovuto possedere. [...] Se Lolita è un fallimento, è imputabile solo alla mancanza di erotismo.

(Da un'intervista di Renaud Walter a Stanley Kubrick)

giovedì 6 dicembre 2007

Vladimir Nabokov al cinema (3)

Giuliano
NABOKOV E KUBRICK
Vladimir Nabokov raccolse in un volume le sue interviste, concesse in anni diversi a giornali e televisioni diverse. Il libro è “Intemperanze” (ed. Adelphi); trascriviamo qui le parti relative al film che Stanley Kubrick trasse da “Lolita”.

1962, intervista alla BBC
- Oltre ai libri in russo lei ha scritto un intero scaffale di libri in inglese, e tra questi soltanto Lolita è celebre. Non le dà fastidio essere “quello di Lolita”?
« No, direi di no, perché Lolita mi sta particolarmente a cuore. E stato il mio libro più difficile - trattava un tema così distante, così remoto dalla mia personale vita emotiva che ho provato un piacere particolare nell'usare le mie doti combinatorie per renderlo reale.»
-Si è stupito dello strepitoso successo del libro?
«Mi ha stupito già il fatto che il libro fosse pubblicato.»
- Aveva qualche dubbio sulla pubblicabilità di Lolita, visto il suo argomento?
« No; in fondo, quando si scrive un libro, si immagina generalmente che venga pubblicato, in un futuro più o meno lontano. Ma la pubblicazione mi ha fatto piacere.»
- Qual è stata la genesi di Lolita?
« È nata molto tempo fa, a Parigi, doveva essere il 1939; il primo, piccolo palpito di Lolita lo sentii a Parigi nel 1939, o forse all'inizio del 1940, in un periodo in cui ero costretto a letto da un violento attacco di nevralgia intercostale, un disturbo dolorosissimo - non molto dissimile dalla proverbiale spina nel fianco. Per quel che ricordo, l'iniziale brivido di ispirazione fu provocato in modo alquanto misterioso dalla notizia - riportata, mi sembra, da Paris Soir - che una scimmia dello Zoo di Parigi, dopo mesi di blandizie da parte degli scienziati, aveva fatto finalmente il primo disegno a carboncino dovuto a un animale, e questo schizzo, riprodotto sul giornale, rappresentava le sbarre della gabbia di quella povera creatura.»

- Humbert Humbert, il seduttore di mezza età, ha un modello che lo ha ispirato?
« E un uomo inventato da me, un uomo con un’ossessione, e penso che molti dei miei personaggi abbiano ossessioni improvvise, ossessioni di tipo diverso: ma Humbert non è mai esistito. Ha cominciato a esistere quando io ho finito il libro. Mentre scrivevo il libro, mi capitava di leggere qua e là nei giornali storie d'ogni genere a proposito di maturi signori che davano la caccia a ragazzine: una coincidenza interessante, se vogliamo, ma questo è tutto.»
- E Lolita ha un modello?
« No, Lolita non ha avuto alcun modello. È nata nella mia testa. Non è mai esistita. Di fatto, non sono un gran conoscitore di ragazzine. A ben pensarci, credo di non conoscerne neanche una. Qualche volta ne ho incontrate in società, ma Lolita è una creatura della mia immaginazione.»
- Perché ha scritto Lolita?
« Mi sembrava una cosa interessante da fare. Perché ho scritto gli altri libri, in fondo? Perché mi faceva piacere, perché era difficile. Non mi prefiggo scopi sociali, né messaggi morali; non ho idee generali da sfruttare, mi piace semplicemente comporre enigmi con soluzioni eleganti.» (...)


1962, conferenza stampa
- Vuole parlare di Lolita?
«Be', no. Tutto ciò che avevo da dire su questo libro l'ho detto nella postfazione aggiunta all'edizione americana e inglese.»
- È stato difficile scrivere la sceneggiatura di Lolita?
«La cosa più difficile fu saltare il fosso - decidere di affrontare l'impresa. Nel 1959 fui invitato a Hollywood da Harris e Kubrick, ma dopo parecchie riunioni con loro decisi che la cosa non faceva per me. Un anno dopo, a Lugano, ricevetti un telegramma in cui mi pregavano di ripensarci. Nel frattempo, non so perché, aveva preso forma nella mia immaginazione una specie di sceneggiatura, e perciò mi rallegrai che Harris e Kubrick mi rinnovassero l'offerta. Di nuovo mi misi in viaggio per Hollywood e lì, sotto gli alberi di jacaranda, lavorai per sei mesi al progetto. Trasformare un proprio romanzo in una sceneggiatura cinematografica è un po' come fare una serie di schizzi per un quadro finito e incorniciato da molto tempo. Scrissi nuove scene e nuovi dialoghi nel tentativo di preservare una Lolita che per me fosse accettabile. Sapevo che la sceneggiatura, se non la scrivevo io, l'avrebbe scritta qualcun altro, e sapevo anche che in questi casi, per bene che vada, il prodotto finale, più che un amalgama, è uno scontro di interpretazioni. Non ho ancora visto il film. Forse sarà come un'incantevole foschia mattutina spiata attraverso la rete di una zanzariera, o forse come le curve di una strada panoramica per le ossa del passeggero orizzontale di un'ambulanza. Le sette o otto riunioni che ebbi con Kubrick mentre scrivevo la sceneggiatura mi hanno lasciato l'impressione che egli sia un artista, e su questa impressione si fondano le mie speranze di vedere una Lolita plausibile il 13 giugno a New York.»
- A che cosa sta lavorando in questo momento?
«Sto leggendo le bozze della mia traduzione dell'Eugene Onegin di Pushkin, un romanzo in versi che, con un mostruoso commento, sarà pubblicato dalla Bollingen Foundation in quattro bei volumi di oltre cinquecento pagine ciascuno.» (...)

1964, intervista a Playboy USA
« (...) No, non mi pentirò mai di questo libro. Scrivere Lolita è stato come mettere insieme un bel puzzle - comporlo e risolverlo nello stesso tempo, dato che l'una cosa è l'immagine speculare dell'altra, secondo come si guarda. Naturalmente Lolita ha eclissato le altre mie opere - almeno quelle scritte in inglese: La vera vita di Sebastian Knight, Bend Sinister, i racconti, il libro di ricordi; ma non posso volergliene per questo. Quella mitica ninfetta ha un suo fascino tenero e bizzarro.»
- Molti lettori e critici non sarebbero d'accordo nel definire tenero il suo fascino, ma pochi negherebbero che è bizzarro - tanto è vero che quando il regista Stanley Kubrick annunciò il progetto di trarre un film da Lolita pare che lei abbia detto: « Naturalmente dovranno cambiare la trama. Forse trasformeranno Lolita in una nana. O cambieranno le età, dando 16 anni a Lolita e 26 a Humbert ». Alla fine la sceneggiatura l'ha scritta lei, ma parecchi recensori hanno rimproverato al film di avere annacquato la relazione che è al centro della storia. Il prodotto finito la soddisfa?
« Il film mi è sembrato assolutamente di prim'ordine. I quattro attori principali meritano il massimo elogio. Sue Lyon che porta il vassoio della colazione o che in automobile infila il maglione con mosse da bambina - sono momenti indimenticabili, per la qualità della recitazione e della regia. L'uccisione di Quilty è un capolavoro, e così la morte di Mrs. Haze. Devo però precisare che non ho avuto niente che fare con la produzione vera e propria. Altrimenti avrei forse insistito perché si desse rilievo a certe cose che non ne hanno avuto - per esempio, i diversi motel in cui Lolita e Humbert si fermano. Io mi sono limitato a scrivere la sceneggiatura, e Kubrick ne ha usato una parte preponderante. L'« annacquamento », se c'è stato, non è venuto dal mio aspersorio.» (...)
- Molti critici, citando da Lolita alcune scene al vetriolo, sul tipo di quella che lei ha appena descritta, hanno definito il libro un magistrale commento satirico sulla società americana. Hanno ragione?
« Be', posso solo ribadire che non intendo essere, né sono per temperamento, uno scrittore di satire morali o sociali. Mi lascia del tutto indifferente il fatto che i critici vedano o non vedano in Lolita una presa in giro della follia umana. Mi secca invece che si sparga la bella notizia che voglio prendere in giro l'America.» (...)
- Un altro critico ha scritto di lei che « l'impresa di vagliare e scegliere la giusta successione di parole attingendo a una memoria poliglotta, di giustapporre esattamente, ogni volta, le sfumature che si riflettono in un gioco di specchi, deve essere un lavoro psichicamente estenuante ». In questo senso, quale dei suoi libri è stato più difficile da scrivere?
- Oh, Lolita, naturalmente. Mi mancavano le informazioni necessarie - e questo fu il primo ostacolo. Non conoscevo ragazzine americane di dodici anni, e non conoscevo l'America; dovetti inventare sia l'America sia Lolita. Avevo impiegato una quarantina d'anni a inventare la Russia e l'Europa occidentale, e ora mi trovavo di fronte a un compito simile, con meno tempo a mia disposizione. La ricerca degli ingredienti locali che mi consentissero di infondere una « realtà » media nei fermenti della fantasia individuale si rivelò, a cinquant'anni, un'operazione molto più difficile di quanto fosse stata nell'Europa della mia giovinezza.» (...)

1966, “The Paris Review”
- Quali sono i suoi progetti di lavoro per il futuro?
«Sto scrivendo un nuovo romanzo, ma di questo non posso parlare. Un altro progetto che accarezzo da un po' di tempo è la pubblicazione della sceneggiatura integrale di Lolita che ho fatto per Kubrick. Anche se nella sua versione Kubrick ne ha usato quel tanto che basta a giustificare legalmente la mia posizione di autore della sceneggiatura, la pellicola dà solo una visione fuggevole, avara e sfocata, del film meraviglioso che io avevo immaginato e scritto scena per scena nei sei mesi di lavoro in una villa di Los Angeles. Non voglio dire che il film di Kubrick sia mediocre; a modo suo è un film di prim'ordine, ma non è quello che ho scritto io. Spesso il cinema dà un pizzico di poshlost' al romanzo che distorce e involgarisce con il suo specchio deformante. Kubrick, credo, ha evitato questo rischio nella sua versione, ma non riuscirò mai a capire perché non abbia seguito le mie indicazioni e i miei sogni. E’ un vero peccato; ma almeno potrò far leggere alla gente il mio copione di Lolita nella sua forma originale. » (...)

1968, intervista alla BBC
- Nei suoi romanzi vi sono continui riferimenti a film popolari e a prodotti della narrativa più scadente. Si direbbe che lei si crogioli nell'atmosfera di questa cultura popolare. Le piacciono gli originali? E che rapporto c'è fra questi e l'uso che lei ne fa?
« No, detesto la mercanzia popolare, detesto i complessini da discoteca, detesto la musica della giungla, detesto la fantascienza con le sue bambole e i suoi bambocci, suspense e sospensori. Detesto particolarmente i film volgari - storpi che stuprano suore sotto il tavolo o seni nudi che si stringono al torso abbronzato di giovani maschi ripugnanti. E, in verità, non credo di schernire la spazzatura popolare più spesso di quanto facciano altri autori, convinti come me che una bella risata sia il miglior pesticida. » (...)

P.S. Le immagini sono foto prese sul set del film Lolita, tranne l'ultima, che è una foto della prima del film. (s)

sabato 28 luglio 2007

Vladimir Nabokov al cinema (2)

Giuliano

Nabokov e Kubrick
Vladimir Nabokov raccolse in un volume le sue interviste, concesse in anni diversi a giornali e televisioni diverse. Il libro è “Intemperanze” (ed. Adelphi); trascriviamo qui le parti relative al film che Stanley Kubrick trasse da “Lolita”.

1962, intervista alla BBC
- Oltre ai libri in russo lei ha scritto un intero scaffale di libri in inglese, e tra questi soltanto Lolita è celebre. Non le dà fastidio essere “quello di Lolita”?
« No, direi di no, perché Lolita mi sta particolarmente a cuore. E stato il mio libro più difficile - trattava un tema così distante, così remoto dalla mia personale vita emotiva che ho provato un piacere particolare nell'usare le mie doti combinatorie per renderlo reale.»
-Si è stupito dello strepitoso successo del libro?
«Mi ha stupito già il fatto che il libro fosse pubblicato.»
- Aveva qualche dubbio sulla pubblicabilità di Lolita, visto il suo argomento?
« No; in fondo, quando si scrive un libro, si immagina generalmente che venga pubblicato, in un futuro più o meno lontano. Ma la pubblicazione mi ha fatto piacere.»
- Qual è stata la genesi di Lolita?
« È nata molto tempo fa, a Parigi, doveva essere il 1939; il primo, piccolo palpito di Lolita lo sentii a Parigi nel 1939, o forse all'inizio del 1940, in un periodo in cui ero costretto a letto da un violento attacco di nevralgia intercostale, un disturbo dolorosissimo - non molto dissimile dalla proverbiale spina nel fianco. Per quel che ricordo, l'iniziale brivido di ispirazione fu provocato in modo alquanto misterioso dalla notizia - riportata, mi sembra, da Paris Soir - che una scimmia dello Zoo di Parigi, dopo mesi di blandizie da parte degli scienziati, aveva fatto finalmente il primo disegno a carboncino dovuto a un animale, e questo schizzo, riprodotto sul giornale, rappresentava le sbarre della gabbia di quella povera creatura. »
- Humbert Humbert, il seduttore di mezza età, ha un modello che lo ha ispirato?
« E un uomo inventato da me, un uomo con un’ossessione, e penso che molti dei miei personaggi abbiano ossessioni improvvise, ossessioni di tipo diverso: ma Humbert non è mai esistito. Ha cominciato a esistere quando io ho finito il libro. Mentre scrivevo il libro, mi capitava di leggere qua e là nei giornali storie d'ogni genere a proposito di maturi signori che davano la caccia a ragazzine: una coincidenza interessante, se vogliamo, ma questo è tutto.»
- E Lolita ha un modello?
« No, Lolita non ha avuto alcun modello. È nata nella mia testa. Non è mai esistita. Di fatto, non sono un gran conoscitore di ragazzine. A ben pensarci, credo di non conoscerne neanche una. Qualche volta ne ho incontrate in società, ma Lolita è una creatura della mia immaginazione.»
- Perché ha scritto Lolita?
« Mi sembrava una cosa interessante da fare. Perché ho scritto gli altri libri, in fondo? Perché mi faceva piacere, perché era difficile. Non mi prefiggo scopi sociali, né messaggi morali; non ho idee generali da sfruttare, mi piace semplicemente comporre enigmi con soluzioni eleganti.» (...)

1962, conferenza stampa
- Vuole parlare di Lolita?
«Be', no. Tutto ciò che avevo da dire su questo libro l'ho detto nella postfazione aggiunta all'edizione americana e inglese.»
- È stato difficile scrivere la sceneggiatura di Lolita?
«La cosa più difficile fu saltare il fosso - decidere di affrontare l'impresa. Nel 1959 fui invitato a Hollywood da Harris e Kubrick, ma dopo parecchie riunioni con loro decisi che la cosa non faceva per me. Un anno dopo, a Lugano, ricevetti un telegramma in cui mi pregavano di ripensarci. Nel frattempo, non so perché, aveva preso forma nella mia immaginazione una specie di sceneggiatura, e perciò mi rallegrai che Harris e Kubrick mi rinnovassero l'offerta. Di nuovo mi misi in viaggio per Hollywood e lì, sotto gli alberi di jacaranda, lavorai per sei mesi al progetto. Trasformare un proprio romanzo in una sceneggiatura cinematografica è un po' come fare una serie di schizzi per un quadro finito e incorniciato da molto tempo. Scrissi nuove scene e nuovi dialoghi nel tentativo di preservare una Lolita che per me fosse accettabile. Sapevo che la sceneggiatura, se non la scrivevo io, l'avrebbe scritta qualcun altro, e sapevo anche che in questi casi, per bene che vada, il prodotto finale, più che un amalgama, è uno scontro di interpretazioni. Non ho ancora visto il film. Forse sarà come un'incantevole foschia mattutina spiata attraverso la rete di una zanzariera, o forse come le curve di una strada panoramica per le ossa del passeggero orizzontale di un'ambulanza. Le sette o otto riunioni che ebbi con Kubrick mentre scrivevo la sceneggiatura mi hanno lasciato l'impressione che egli sia un artista, e su questa impressione si fondano le mie speranze di vedere una Lolita plausibile il 13 giugno a New York.»
- A che cosa sta lavorando in questo momento?
«Sto leggendo le bozze della mia traduzione dell'Eugene Onegin di Pushkin, un romanzo in versi che, con un mostruoso commento, sarà pubblicato dalla Bollingen Foundation in quattro bei volumi di oltre cinquecento pagine ciascuno.» (...)

mercoledì 2 maggio 2007

Vladimir Nabokov al cinema (1)

Vladimir Nabokov, da Lolita (parte seconda, capitolo terzo)
(...) Vi furono altri spiacevoli incidenti. Vi fu, ad esempio, quello del cinematografo.
Lo, a quel tempo, aveva ancora per il cinema una vera e propria passione (che poi durante il suo secondo anno di scuole medie doveva temperarsi in una tiepida condiscendenza). Assistemmo, con voluttà e senza discriminazioni, oh, non saprei, a centocinquanta o duecento programmi cinematografici in quel solo anno, e in alcuni dei più nutriti periodi di filmomania vedemmo anche una mezza dozzina di volte gli stessi giornali cinematografici, in quanto un determinato giornale filmato si accompagnava a parecchi film importanti e ci perseguitava da una città all'altra.
I generi che ella preferiva si seguivano in quest'ordine: film musicali, film polizieschi, western. Nei primi, autentici cantanti e ballerini percorrevano inverosimili carriere teatrali in una sfera di vita essenzialmente a prova di dolore, dalla quale la morte e la verità era bandite e dove, in ultimo, canuto, con gli occhi cisposi, tecnicamente immortale, il padre inizialmente restio d'una ragazza pazza per il teatro finiva con l'applaudirne l'apoteosi nella favolosa Broadway.
I film polizieschi erano un mondo a parte: in essi eroici giornalisti venivano torturati, le bollette del telefono ammontavano a miliardi di dollari e, in una gagliarda atmosfera di incompetenza in fatto di tiro poliziotti patologicamente senza paura davano la caccia a personaggi scellerati attraverso fogne e depositi di merci (io dovevo farli stancare assai meno).
Infine, v'erano i paesaggi color mogano, i domatori di cavalli bradi dalle facce floride e dagli occhi cerulei, la modesta e graziosa maestrina in arrivo a Burrone Rombante, il cavallo che si impennava, lo spettacolare fuggi fuggi di bestiame, la pistola scaraventata attraverso il frantumato vetro della finestra, la stupenda partita a pugni, la distruzione della montagna di polverosi e antiquati mobili, il tavolo utilizzato come arma, il tempestivo salto mortale, la mano inchiodata che ancora brancola in cerca del coltellaccio lasciato cadere, il grugnito, il molle tonfo del pugno contro il mento, il calcio nel ventre, la presa volante; e, immediatamente dopo una pletora di sofferenze che avrebbe fatto ricoverare in ospedale un Ercole ( nessuno può saperlo meglio di me, ormai), null'altro di visibile all'infuori del livido piuttosto estetico sull'abbronzata gota dell'eccitatissimo eroe che abbracciava la sua sfarzosa sposa di frontiera.
Ricordo una matinée in una piccola afosa sala gremita di marmocchi e resa maleodorante dagli aliti caldi che sapevano di granturco abbrustolito. La luna era gialla sopra il lamentoso cantante con tanto di fazzoletto al collo, ed egli aveva il dito sulla chitarra e il piede su un tronco di pino, ed io avevo con innocenza posto il braccio sulle spalle di Lo e accostato la mandibola alla tempia di lei, quando due arpie alle nostre spalle incominciarono a borbottare le cose più bislacche... (...)
P.S. Il testo lo ha procurato Giuliano. L'immagine è tratta dal film di Kubrick.