Visualizzazione post con etichetta Laurence Olivier. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Laurence Olivier. Mostra tutti i post

martedì 15 maggio 2007

Enrico V

The Chronicle History of King Henry the Fift with His Battell Fought at Agincourt in France di Laurence Olivier (1944) Da "Enrico V" di William Shakespeare, Sceneggiatura di Dallas Bower, Alan Dent, Laurence Olivier Con Laurence Olivier, Leslie Banks, Ralph Truman, Roy Emerton, Robert Newton, Freda Jackson, George Cole, Harcourt Williams, Russel Thorndike, Leo Genn, Renée Asherson Musica: William Wolton Fotografia: Jack Hildyard, Robert Krasker (137 minuti) Rating IMDb: 7.6
Solimano
Ho letto prima dei diciotto anni tutte le Storie inglesi di Shakespeare cronologicamente, non come composizione da parte dello scrittore, ma in ordine di successione dei re inglesi. Quindi lessi per primo il Giovanni, che con le altre c’entra poco - si svolge molto prima - poi il Riccardo II, l’Enrico IV, l’Enrico V, l’Enrico VI, il Riccardo III e l’Enrico VIII. Non feci così per scelta culturale, ma perché mi sembrò l’unica possibilità: storie erano e come tali andavano lette, con curiosità di sapere come andavano a finire. Non credo di aver fatto male, è bello leggere Shakespeare con la golosità con cui si legge un libro giallo. Le due parti dell’Enrico IV mi piacquero più di tutto il resto, fra cui non apprezzai l’Enrico V e l’Enrico VIII. E’ una scelta che tuttora condivido, e l’Enrico IV è l’opera di Shakespeare che amo più di tutte, anche se non l’ho mai vista rappresentata né in teatro né al cinema. Dopo questa lettura frenetica, fatta sui libretti della prima BUR, volevo saperne di più, e non è sempre un bene, perché è meglio il ragazzo ingenuo che ha voglia di leggere che il critico in erba che cerca di farsi piacere quello che non gli piace, solo perché i professori glielo hanno detto. Mi fecero passare il gusto dei continui colpi di scena dell’Enrico VI, e degli intrighi seduttivi di Riccardo III; cercarono, soprattutto, di farmi piacere l’Enrico V, ma non ci fu niente da fare, continua a non piacermi anche oggi.
Mi toccò sorbirmi il film che ne fece Laurence Olivier, tutti a dire che bello che bello, e non potevo dire di no, stavolta, ma la riserva mentale c’era. L’ho rivisto l’altra sera, dopo averne sentito parlare in questi giorni, e finalmente ne ho una idea precisa, che non credo cambierò. Non mi piace, né in Shakespeare né in Olivier, l’esaltazione nazionalistica e la rappresentazione adulatoria del re, specchio di tutte le perfezioni. Mi dà poi molto fastidio la nostalgia del gruppo basso, personaggi così brillanti nell’Enrico IV, come la Quickly, Pistol e Bardolph, divenuti ora sospirosi, tristi e litigiosi. Non c’è Falstaff, questo è il guaio più grosso, ma si sente anche l’assenza di Doll Tearsheet, la prostituta sentimentale.
Vengo ad Olivier. Ha molte idee storicamente geniali, poi adottate da tutti: l’uso dei colori, delle controscene, dei salti temporali e spaziali: dal Globe al mare, a Honfleur, alle campagne di Azincourt, ai castelli dei francesi sconfitti. E ne potrei aggiungere altre, ma la mia sarebbe una visione da erudito con un fondo di noia. Anche la recitazione, non solo per il doppiaggio, ha l’aria di un museo del bel dire. Finalmente mi accorsi di quale era la cosa che poteva prendermi, e che mi prese: quel film è una magnifica pittura, fedelissima in tutto, delle ultime e più felici glorie del feudalesimo prima dei cannoni e della prospettiva rigorosa - non di quella intuitiva. E’ il mondo dell’Autunno del Medioevo di Huizinga, è il paradiso dell’arte di corte, del gotico internazionale. Qualche saccente parlò di Paolo Uccello, magari anche fra i consiglieri di Olivier. Non c’entra Paolo Uccello, al di là del tema delle tre battaglie di Firenze, Parigi e Londra: Paolo le dipinge più di trent’anni dopo. C’entra di più il Pisanello ridotto a sinopie del palazzo ducale di Mantova, c’entrano, soprattutto, le meravigliose miniature borgognone, prime fra tutte le très riches heures di Chantilly, miniate proprio negli anni attorno alla battaglia di Azincourt. Non credo al progresso nelle arti, quindi sono libero da ogni sprezzo verso gli antecedenti di Masaccio e del Brunelleschi, libero per mia fortuna, perché - restando qui in Lombardia - ce n’erano di grandi miniatori, come Michelino, Giovannino , Belbello. Uno dei capolavori di Gentile da Fabriano, il Polittico di Valle Romita, sta a Brera. Così, ho trascurato i dialoghi, i discorsi, perfino il corteggiamento di Kate, ma ho contemplato i costumi, i berretti, le capigliature, i gesti, i castelli, le campagne, i cavalli, i cibi sui tavoli. Per tre quarti d’ora ho visitato una magnifica mostra d’arte dei primi del ‘400, con Jan Van Eyck e Masaccio già quasi sulla porta, ma non ancora entrati. Chi glielo dice, ad Enrico V, che tutta la sua faccenda di guerra con la scusa della legge salica si è tramutata in bellezza? Chissà, ne sarebbe contento pure lui, ora che non c’è più Falstaff qualche alternativa la dovrà pur trovare.