The Majestic di Frank Darabont (2001) Sceneggiatura di Michael Sloane Con Jim Carrey, Laurie Holden, Martin Landau, Bob Balaban, Jeffrey DeMunn, James Witmore Musica: Marc Isham Fotografia: David Tattersal (152 minuti) Rating IMDb: 6.6Giuliano
Frank Darabont è un nome che non dirà nulla a nessuno, ma magari qualcuno si ricorda due film molto belli come “Il miglio verde” e “Le ali della libertà”. Darabont ha uno stile particolarissimo: è lento, lungo, fluviale, compassato. Macina storie come se tutti avessimo un tempo inenarrabile a disposizione. Non bisogna avere fretta, con Darabont: con questo film, già ostico a partire dal titolo, se riuscite a sopravvivere al primo quarto d’ora potrete assistere ad un capolavoro, uno dei film “fatti come una volta” che si dice sempre che non si fanno più.
E’ lungo, il film di Darabont: lungo come i film di Frank Capra. Mi fa venire in mente un aneddoto che si racconta sulla prima fiorentina del Parsifal di Wagner, che è addirittura più lungo dei film di Darabont: siamo dopo la mezzanotte, anche l’ultimo tram è passato, finalmente arrivano i Cavalieri del Graal, gravi e solenni, ieratici e maestosi, cantando in coro. Dal loggione spunta una voce, in puro idioma fiorentino: “A codest’ora, di codesto passo, figli di puttana?”.
E’ questo anche il passo di Darabont, ma vi assicuro che ne vale la pena. “The Majestic” è il nome di un cinema, un cinema di provincia degli anni 40 in America, uno di quei cinema meravigliosi che oggi non ci sono più, sostituiti dall’anonimato dei multisala; e il protagonista, Jim Carrey in un ruolo serio, è uno sceneggiatore di Hollywood che finisce sulle liste nere del maccartismo. Ed è dedicato al maccartismo quell’inizio così lungo e meticoloso, che ci descrive Carrey come un tipo decisamente apolitico che si vede piombare tra capo e collo l’accusa di essere comunista proprio mentre la sua carriera sta per decollare. E’ dunque un film sul maccartismo? No, c’è una svolta improvvisa che non sto qui a raccontare perché vi rovinerei il piacere della visione: il maccartismo è solo la cornice indispensabile per la storia vera, il cuore del film e del ragionamento che vuole farci Darabont. Vi basti sapere che, pur conoscendo tutto del protagonista per averlo visto fin dall’inizio, ad un certo punto cominciamo a dubitare di lui. E’ straordinario: come nel migliore Hitchcock sappiamo tutto di tutto ma ad un certo punto ci accorgiamo di non sapere più niente, dov’è la verità, chi è il protagonista, cos’è il coraggio e per cosa vale la pena di vivere la nostra vita.
E’ tutto bello, ci sono due grandi vecchi come Martin Landau e James Whitmore, che danno una prova stellare, e anche il finale è di quelli memorabili. A questo film rimprovero solo una cosa: nella passerella finale manca uno dei protagonisti dell’inizio del film, la scimmietta di peluche di Jim Carrey. Questo fatto della scimmietta proprio non sono ancora riuscito a mandarlo giù, un giorno o l’altro prendo carta e penna, scrivo a Frank Darabont e gliene dico quattro.
E’ lungo, il film di Darabont: lungo come i film di Frank Capra. Mi fa venire in mente un aneddoto che si racconta sulla prima fiorentina del Parsifal di Wagner, che è addirittura più lungo dei film di Darabont: siamo dopo la mezzanotte, anche l’ultimo tram è passato, finalmente arrivano i Cavalieri del Graal, gravi e solenni, ieratici e maestosi, cantando in coro. Dal loggione spunta una voce, in puro idioma fiorentino: “A codest’ora, di codesto passo, figli di puttana?”.
E’ questo anche il passo di Darabont, ma vi assicuro che ne vale la pena. “The Majestic” è il nome di un cinema, un cinema di provincia degli anni 40 in America, uno di quei cinema meravigliosi che oggi non ci sono più, sostituiti dall’anonimato dei multisala; e il protagonista, Jim Carrey in un ruolo serio, è uno sceneggiatore di Hollywood che finisce sulle liste nere del maccartismo. Ed è dedicato al maccartismo quell’inizio così lungo e meticoloso, che ci descrive Carrey come un tipo decisamente apolitico che si vede piombare tra capo e collo l’accusa di essere comunista proprio mentre la sua carriera sta per decollare. E’ dunque un film sul maccartismo? No, c’è una svolta improvvisa che non sto qui a raccontare perché vi rovinerei il piacere della visione: il maccartismo è solo la cornice indispensabile per la storia vera, il cuore del film e del ragionamento che vuole farci Darabont. Vi basti sapere che, pur conoscendo tutto del protagonista per averlo visto fin dall’inizio, ad un certo punto cominciamo a dubitare di lui. E’ straordinario: come nel migliore Hitchcock sappiamo tutto di tutto ma ad un certo punto ci accorgiamo di non sapere più niente, dov’è la verità, chi è il protagonista, cos’è il coraggio e per cosa vale la pena di vivere la nostra vita.
E’ tutto bello, ci sono due grandi vecchi come Martin Landau e James Whitmore, che danno una prova stellare, e anche il finale è di quelli memorabili. A questo film rimprovero solo una cosa: nella passerella finale manca uno dei protagonisti dell’inizio del film, la scimmietta di peluche di Jim Carrey. Questo fatto della scimmietta proprio non sono ancora riuscito a mandarlo giù, un giorno o l’altro prendo carta e penna, scrivo a Frank Darabont e gliene dico quattro.