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martedì 27 gennaio 2009

I libri nel cinema: Il mercante di Venezia (3)

The Merchant of Venice di Michael Radford (2004) Dalla commedia di William Shakespeare, Sceneggiatura di Michael Radford Interpreti e personaggi: Al Pacino (Shylock), Jeremy Irons (Antonio), Joseph Fiennes (Bassanio), Lynn Collins (Porzia), Zuleikha Robinson (Gessica), Kris Marshall (Graziano), Charlie Cox (Lorenzo), Heather Goldenhersh (Nerissa), Mackenzie Crook (Lancillotto Gobbo), John Sessions (Salerio), Gregor Fisher (Salanio), Ron Cook (Il Vecchio Gobbo), Allan Corduner (Tubal), Anton Rodgers (Il Doge), David Harewood (Il Principe del Marocco), Antonio Gil (Il Principe d'Aragona) Musica: Jocelyn Pook (su parole di John Milton, William Shakespeare, Edgar Allan Poe) Fotografia: Benoît Delhomme Art Direction:Jon Bunker, Tamara Marini Set Decoration: Gillie Delap Costume Design: Sammy Sheldon (138 minuti) Rating IMDb: 7.2
Solimano
Il Principe del Marocco (David Harewood) e il Principe d'Aragona (Antonio Gil) sono stati sconfitti nella prova degli scrigni. Adesso tocca a Bassanio (Joseph Fiennes), ma c'è un antefatto, come sa chi ha letto il testo di Shakespeare: Bassanio arriva un po' di tempo prima della prova, e Porzia (Lynn Collins) e Bassanio, Nerissa (Heather Goldenhersh) e Graziano (Kris Marshall) hanno modo di conoscersi. Nella immagine in apertura di post si vede la nave di Bassanio che viaggia verso Belmonte, la residenza di Porzia.



In queste tre immagini si vede la gioia ed il turbamento di Porzia all'arrivo di Bassanio e l'aspetto di Bassanio e di Graziano appena giunti a Belmonte.
La traduzione dal testo di William Shakespeare è quella di Paola Ojetti (BUR, 1950). Inserirò il testo inglese nei commenti.

ATTO TERZO
Scena seconda

A Belmonte, in casa di Porzia. (Entrano BASSANIO, PORZIA, GRAZIANO, NERISSA e il seguito).
...

PORZIA Avanti, dunque! Dentro uno di essi io sto chiusa. Se mi amate, mi troverete. Nerissa e gli altri si scostino. La musica accompagni la sua scelta. Così, se perderà, la sua fine sarà come quella del cigno che si spegne nel canto; e perché il raffronto sia più preciso dirò che i miei occhi saranno il suo ruscello, anzi il suo liquido letto di morte. E se vincesse? Che sarebbe allora la musica? Sarebbe pari agli squilli di tromba che accompagnano gli inchini dei sudditi fedeli davanti al monarca appena incoronato; sarebbe uguale ai dolci suoni che sul far del giorno giungono lenti all'orecchio dello sposo sognante e lo chiamano alle nozze. Va, e, se non ha fierezza, ha tanto più amore del giovane Alcide che liberò la vergine offerta da Troia piangente quale tributo al mostro marino: io mi offro al sacrificio; le altre, discoste, sono le donne dardanie che, in lacrime, vengono ad assistere al resultato della prova. Vai, Ercole! che tu viva e io vivrò. Io che assisto alla battaglia sono più sgomenta di te che la combatti.



CANZONE
(mentre Bassanio osserva gli scrigni commentando tra sé)

Dove cresce il nostro amore,
nella testa oppur nel cuore?
Da chi ha vita e nuovo ardore
Dimmi dimmi:
Se dagli occhi è fecondato
dallo sguardo è poi allevato,
per spirare nella cuna dove bimbo prese fiato.
Suona a morto la campana,
Senti senti: din din don din.

TUTTI Din don campana.
BASSANIO Sì, l'apparenza può essere inferiore alla realtà. Gli ornamenti sempre ingannano l'uomo. Non v'è in tribunale una causa, per quanto losca e cattiva, della quale una voce piacente non riesca a mascherare il male. E in religione qual è l'eresia che un austero sembiante non riesca a consacrare e a giustificare con la citazione di un testo sacro? Il vizio più fondo si presenta sempre con qualche segno di virtù. Quanti vigliacchi col cuore più debole d'uno scalino di sabbia hanno sul mento una barba degna d'Ercole o dell'accigliato Marte, e in corpo un fegato più bianco del latte! Del valore non hanno che la schiuma, e vogliono farsi credere terribili. Considera la bellezza e vedrai che devi comprarla a peso; ma essa è tanto miracolosa che fa leggero chi più ne ha. Tali sono quelle ciocche d'oro, ricciolute e ondeggianti, che giocano libere col vento sopra un'artefatta bellezza, e spesso si sa che sono la dote di un'altra testa perché la cute che le nutrì è ormai nel suo sepolcro. L'ornamento è come la riva insidiosa davanti a un periglioso mare, è come un bel volto che nasconde un sembiante di negra, è insomma una finta verità con cui gli astuti intrappolano i saggi. Dunque, oro vistoso e duro cibo di Mida, te non ti voglio; e nemmeno voglio te, pallido e vile mezzano tra uomo e uomo; ma voglio te, povero piombo, usato più per minacciare che per allettare, voglio te perché il tuo squallore mi commuove più di tutta quell'eloquenza. Ti scelgo e sii tu la mia gioia.


PORZIA Ogni altra passione svanisce nell'aria: ansiosi pensieri, disperazioni improvvise, brividi di spavento e livide gelosie! Mòderati, amore; frena la tua estasi, tempera la tua gioia, rattieni i tuoi eccessi. Troppo grande è la tua benedizione: fa che tu sia minore e che non abbia a sopraffarmi.
BASSANIO Ma che cosa c'è qui?
(Aprendo lo scrigno di piombo) Il ritratto della bella Porzia? Quale semidio ha potuto arrivare tanto vicino alla creatura viva? Questi occhi si muovono? O sembrano muoversi solo perché si muovono i miei?


Ecco le sue labbra socchiuse e tra esse quel soffio che sa di miele, proprio di miele perché soltanto una dolce barriera potrebbe dividere due così dolci amici. Qui nei suoi capelli il pittore ha fatto come il ragno, tessendo con essi una maglia dorata per pigliarvi il cuore degli uomini più presto dei moscerini in una ragnatela. Ma questi occhi... Come ha potuto guardarli tanto a lungo da dipingerli così bene? Mi pare che appena uno ne fosse stato dipinto, esso da solo avrebbe avuto il potere di rubare tutt'e due gli occhi del pittore e di restare perciò scompagnato. Eppure, solo a guardarlo, l'oggetto della mia lode tradisce questo suo vano riflesso. tanto pallido al confronto della realtà. Ecco il foglio che contiene e rissume la mia fortuna.
(Legge)


Tu che hai scelto non la faccia,
Fu la tua scelta sicura:
Abbi tu degna ventura.
La fortuna che ti abbraccia
Ti dia pace e non tormenti.
Se con essa ti contenti,
Se felicità ne senti,
Corri alla tua donna, e, preda
Di un tuo bacio, si conceda.

Cortese foglio. Bella signora, permettete? (La bacia) Vengo, secondo quel che c'è scritto, a dare e a ricevere. Come uno di due che si contendano un premio, crede d'aver vinto, perché ode l'applauso e il grido unanime, ma ancora stordito teme che quel frastuono non sia per lui, così, signora tre volte bella, io dubito ancora che non sia vero quello che vedo, e dovete confermarmelo, firmarmelo, ratificarmelo voi.


sabato 24 gennaio 2009

I libri nel cinema: Il mercante di Venezia (2)

The Merchant of Venice di Michael Radford (2004) Dalla commedia di William Shakespeare, Sceneggiatura di Michael Radford Interpreti e personaggi: Al Pacino (Shylock), Jeremy Irons (Antonio), Joseph Fiennes (Bassanio), Lynn Collins (Porzia), Zuleikha Robinson (Gessica), Kris Marshall (Graziano), Charlie Cox (Lorenzo), Heather Goldenhersh (Nerissa), Mackenzie Crook (Lancillotto Gobbo), John Sessions (Salerio), Gregor Fisher (Salanio), Ron Cook (Il Vecchio Gobbo), Allan Corduner (Tubal), Anton Rodgers (Il Doge), David Harewood (Il Principe del Marocco), Antonio Gil (Il Principe d'Aragona) Musica: Jocelyn Pook (su parole di John Milton, William Shakespeare, Edgar Allan Poe) Fotografia: Benoît Delhomme Art Direction:Jon Bunker, Tamara Marini Set Decoration: Gillie Delap Costume Design: Sammy Sheldon (138 minuti) Rating IMDb: 7.2
Solimano
Nel post precedente, il Principe del Marocco (David Harewood) è stato sconfitto nella prova degli scrigni. Peccato, era così simpatico... Adesso tocca al Principe d'Aragona (Antonio Gil). Il suo seguito è tutto femminile (mentre il Principe del Marocco aveva un seguito tutto maschile). Mi è sembrato di riconoscere la sua augusta genitrice e l'Infanta, la nerovestita sorella. C'è anche una nana, come costumava a quei tempi. In alto, in un palco, due musici suonano durante la prova degli scrigni, come attesta l'immagine in apertura di post.
Gli scrigni sono facilmente distinguibili nelle immagini: il più scuro, in primo piano, è quello di piombo; il più piccolo, in mezzo, è quello d'oro; il più grande, in fondo, è quello d'argento. Porzia (Lynn Collins) è la bionda e Nerissa (Heather Goldenhersh) è la mora.
La traduzione dal testo di William Shakespeare è quella di Paola Ojetti (BUR, 1950). Inserisco il testo inglese nei commenti.

ATTO SECONDO
Scena nona

A Belmonte, in casa di Porzia. (Entra NERISSA con un servo).

NERISSA Presto, presto, ti prego. Tira le cortine: il Principe d'Aragona ha prestato giuramento e adesso viene a fare la sua scelta. (Squilli di tromba. Entrano IL PRINCIPE D'ARAGONA, PORZIA e i loro seguiti).

PORZIA Ecco gli scrigni, nobilissimo Principe. Se sceglierete lo scrigno che racchiude il mio ritratto, celebreremo senz'altro le nostre nozze. Ma se sbaglierete, signore mio, dovrete andarvene di qui, subito e senza una parola.
ARAGONA Tre cose ho giurate: la prima è di non rivelare mai a nessuno quale sia lo scrigno scelto da me; la seconda è che, se sbaglierò, non dovrò più mai sposarmi: l'ultima è che, se la mia scelta non sarà fortunata, dovrò subito andarmene e sparire.
PORZIA Questi tre sono gli obblighi di tutti coloro che vengono a questo cimento per la mia povera persona.



ARAGONA Sono pronto. Adesso, o Fortuna, sii propizia alle speranze del mio cuore! Oro, argento e vile piombo. "Chi sceglie me deve dare e rischiare tutto quello che ha". Dovresti avere un aspetto più bello perché io dia o rischi. Che cosa dice lo scrigno d'oro. Vediamo: "Chi sceglie me vincerà quello che molti uomini desiderano". Quello che molti uomini desiderano! Questa parola "molti" certo si riferisce alla stupidità dei più che scelgono ciò che ha un bell'aspetto, seguendo solo i consigli dei loro occhi di stolti e che non costruiscono nell'interno ma, come le rondini, costruiscono sui muri esterni alla mercé delle intemperie e dei giochi del caso. Io non sceglierò quello che tanti desiderano perché non voglio avere i gusti del volgo e non voglio mescolarmi alla barbara folla.



Eccomi a te, argentea custodia del mio tesoro; ripetimi ancora il tuo motto: "Chi sceglie me avrà quanto si merita". Savie parole, perché chi oserà mai senza meriti frodare la fortuna e truffare l'onore? Nessuno creda di far sua la dignità che non merita. O, se rango, grado e ufficio non fossero ottenuti con la corruzione e il limpido onore fosse conquistato dal merito di chi lo porta, quanti che stanno col cappello in mano dovrebbero rimetterselo in capo! Quanti di quelli che comandano dovrebbero essere comandati! Quanta bassa gente sarebbe stacciata dal vero seme dell'onore e quanto onore sarebbe raccolto, per essere rilustrato, tra la pula di rifiuti del tempo! Dunque, scegliamo! "Chi sceglie me, avrà quanto si merita" Prenderò ciò che mi merito Datemi la chiave di questo scrigno e che n'esca la mia fortuna. (Apre lo scrigno d'argento)



PORZIA Per quello che vi troverete non valeva la pena di perdere tanto tempo.
ARAGONA Che cosa c'è? Il ritratto d'un gonzo che ammiccando mi porge un biglietto! Lo leggerò. Quanto diverso sei da Porzia, e quanto diverso da quello che speravo e da quello che mi merito. "Chi sceglie me avrà quanto si merita". Non meritavo io qualcosa di meglio di questo capo di scemo? E' proprio questo il mio premio? Non ho meriti migliori?

PORZIA Errore e senno sono due diverse faccende, e d'opposta natura.
ARAGONA Che cosa c'è scritto?
(Legge).

Sette prove ebbi dal fuoco
Sette volte appresi al gioco:
Sceglie il senno e mai s'inganna.
Baci un'ombra e che ti resta?
L'ombra labile di un bene.
Questi è scemo anche se tiene
Tutta argento la sua testa.
Tale io fui qual tu sarai,
Qual sia donna prenderai.
Va: segnata è la condanna.

Indugiandomi qui sembrerò anche più sciocco. Venni ad adorarvi con una testa di gonzo, me ne vado con due. Addio dolcezza mia. Sarò fedele al mio giuramento e sopporterò con pazienza il mio rovello. (Esce con il suo seguito).
PORZIA E così la candela ha abbrustolito la tignola. Oh, questi gran calcolatori, quando vengono alla prova si sentono tanto sapienti che hanno anche la sapienza di perdere.
NERISSA Il vechio proverbio non è una eresia: moglie e forca te li dà il destino.

giovedì 22 gennaio 2009

I libri nel cinema: Il mercante di Venezia (1)

Belmonte, la residenza di Porzia (Lynn Collins)

The Merchant of Venice di Michael Radford (2004) Dalla commedia di William Shakespeare, Sceneggiatura di Michael Radford Interpreti e personaggi: Al Pacino (Shylock), Jeremy Irons (Antonio), Joseph Fiennes (Bassanio), Lynn Collins (Porzia), Zuleikha Robinson (Gessica), Kris Marshall (Graziano), Charlie Cox (Lorenzo), Heather Goldenhersh (Nerissa), Mackenzie Crook (Lancillotto Gobbo), John Sessions (Salerio), Gregor Fisher (Salanio), Ron Cook (Il Vecchio Gobbo), Allan Corduner (Tubal), Anton Rodgers (Il Doge), David Harewood (Il Principe del Marocco), Antonio Gil (Il Principe d'Aragona) Musica: Jocelyn Pook (su parole di John Milton, William Shakespeare, Edgar Allan Poe) Fotografia: Benoît Delhomme Art Direction:Jon Bunker, Tamara Marini Set Decoration: Gillie Delap Costume Design: Sammy Sheldon (138 minuti) Rating IMDb: 7.2

Il Principe del Marocco (David Harewood) in viaggio verso Belmonte

Solimano
Utilizzo la traduzione di Paola Ojetti (BUR, 1950). Tale traduzione fu compiuta in collaborazione con Max Reinhardt e con Victor de Sabata per la rappresentazione del Mercante di Venezia in Campo San Trovaso a Venezia il 18 luglio 1934. I principali interpreti furono Memo Benassi, Renzo Ricci, Marta Abba, Laura Adani e Andreina Pagnani. I testi di Shakespeare sono facilmente rintracciabili in rete, mentre così non è per le traduzioni, specie per quelle storiche. Inserisco nei commenti il testo inglese di questo episodio del Mercante di Venezia.

Il corteo del Principe arriva di notte a Belmonte

ATTO SECONDO
Scena prima

A Belmonte, in casa di Porzia. (Squilli di tromba. Entrano il PRINCIPE DEL MAROCCO col suo seguito, PORZIA, NERISSA e i servi)

MAROCCO Non vi dispiaccia il mio colore, bruno segno dell'ardente sole vicino al quale io son cresciuto e vivo. Mi si conduca il più biondo figlio del Settentrione, là dove il fuoco di Febo non riesce nemmeno a sciogliere i ghiaccioli, e mi si consenta che, per amor vostro, con un taglio, si dimostri chi di noi due ha il sangue più rosso. Vi dico, signora, che questo mio aspetto ha fatto terrore ai più valorosi guerrieri; e vi giuro sul mio amore che le più riverite fanciulle della mia terra lo hanno amato. Cambierei la mia carnagione soltanto per conquistare i vostri pensieri, mia graziosa regina.


PORZIA Per la scelta non sono guidata soltanto dagli scrupoli dei miei occhi di donna perché il destino mi ha tolto il diritto della libertà. Se la saggia volontà di mio padre non mi costringesse ad accettare per isposo chi mi vincerà nel modo che voi sapete, voi avreste, illustre Principe, sul mio amore il medesimo potere degli altri pretendenti approdati qui fino ad oggi.
MAROCCO Anche di ciò vi ringrazio. Conducetemi dunque, vi prego, davanti a questi scrigni e io tenterò subito la mia fortuna. Con questa scimitarra, che ha trafitto uno scià e un principe di Persia già tre volte, sotto Solimano, vincitore in campo, farei abbassare lo sguardo più fiero, vincerei il cuore più ardito, strapperei dalle mammelle dell'orsa gli orsacchiotti lattanti, mi burlerei anche del leone ruggente in cerca di preda, pur di conquistare voi, mia signora. Ma se Ercole e Lica si giocassero ai dadi il primato della forza, la sorte, ahimè, potrebbe favorire la mano più debole. Così lo stesso Alcide potrebbe essere vinto dal suo paggio; e così io potrei perdere quello che la cieca sorte potrebbe concedere a un altro meno valoroso di me, e morirei di dolore.
PORZIA Dovete rischiare; e, o rinunciare alla scelta, o prima giurare che, se sceglierete male, mai più domanderete a una donna d'accettarvi per sposo. Riflettete.
MAROCCO Così sia. Andiamo, conducetemi alla prova.
PORZIA Prima andate a pregare. Dopo cena sia decisa la vostra sorte.
MAROCCO Che la fortuna mi assista e che io sia il maledetto o il benedetto fra gli uomini.
(Squilli di tromba. Escono)

ATTO SECONDO
Scena settima

A Belmonte, in casa di Porzia. (Squilli di tromba. Entrano PORZIA, il PRINCIPE DEL MAROCCO e i loro seguiti).

PORZIA Avanti, tirate le cortine, scoprite gli scrigni a questo nobile Principe. E voi, scegliete.
MAROCCO Sopra questo che è d'oro, sta scritto: "Chi sceglie me, vincerà quello che molti uomini desiderano". Questo secondo, che è d'argento, porta questa promessa: "Chi sceglie me, avrà quanto si merita". E questo, che è di grigio piombo, ammonisce anche più confusamente: "Chi sceglie me, deve dare e rischiare tutto quello che ha". Ma come saprò se avrò scelto giusto?
PORZIA In uno di codesti scrigni è il mio ritratto, Principe. Se sceglierete proprio quello, io sono vostra.

MAROCCO Dio mi aiuterà! Prima voglio rileggere queste scritte. Che cosa dice questo scrigno di piombo? "Chi scegli me deve dare e rischiare tutto quello che ha". Deve dare... Per che cosa? Per un tanto di piombo? Questo scrigno è una minaccia. Chi tutto osa, ha il dirito di sperare molto. Una mente dorata non si ferma davanti a questo povero luccichìo: niente io darò, niente oserò per un poco di piombo. E che cosa dice l'argento col suo candido aspetto? "Chi sceglie me, avrà quanto si merita". Adagio, Marocco. Soppesa il valore con mano imparziale. A giudizio della tua propria stima, ti meriti abbastanza; ma forse nell'abbastanza non è compresa la dama; eppure a dubitare dei miei meriti apprezzo troppo poco me stesso. Quanto mi merito! Questa è certo lei. Me la merito per la nascita, per la ricchezza, per la finezza e per l'educazione; ma soprattutto, me la merito per l'amore.

E se mi fermassi qui e scegliessi questo? Rileggiamo ancora una volta la scritta che è incisa nell'oro: "Chi sceglie me, vincerà quello che molti uomini desiderano". Certo, è lei. Il mondo intero la desidera. Dai quattro canti della terra gli uomini accorrono per baciare questo reliquiario e questa santa che pure è viva e mortale. I deserti dell'Iracania e le sterminate solitudini dell'Arabia sono adesso percorse, come strada maestra, dai principi che vengono a rimirare la bella Porzia. Il regno delle acque, tanto gonfio di superbia da sputare in faccia al cielo, non è più ostacolo a questi tanti stranieri che lo passano come fosse un ruscello per venire qui a vedere la bella Porzia. Uno di questi tre scrigni contiene la sua divina immagine. E' possibile che sia il piombo a contenerla? Dannati si sarebbe ad avere un pensiero tanto vile. Anche per chiudere nel buio della tomba il sudario di lei, il piombo sarebbe troppo rozzo. E può ella essere custodita dentro l'argento che vale dieci volte meno dell'oro puro? O pensiero colpevole! Una gemma tanto ricca incastonata in una materia più bassa dell'oro. Hanno gli inglesi una moneta d'oro su cui è stampata l'immagine di un angelo; e non è che una impronta. Qui dentro invece giace tutto un angelo, sopra un letto dorato. Datemi la chiave. Scelgo questo e la sorte m'aiuti.
PORZIA Ecco la chiave, Principe; e se lì dentro giace la mia immagine sono vostra.
MAROCCO
(aprendo lo scrigno d'oro) O inferno! Che c'è qui dentro? Un teschio nelle cui vuote orbite è arrotolata una scritta. La leggerò.(Legge)



Non tutto d'oro quel che splende,
Spesso è un detto che s'intende.
Quanti al diavolo si diènno
Per l'abbaglio di vedermi!
Quante pazze gare, ahimè!
Anche le dorate bare
Dentro brulican di vermi.
Fossi tu d'antico senno
In così giovani membra,
Savio come audace (o sembra),
Queste sillabe sì amare
Non sarebbero per te.
Addio: vano è il tuo cercare.

Vano, davvero. E fatica perduta. Addio, ardore; ormai tutto è gelo! Porzia, addio. Troppo sono accorato per tediarvi con un lungo congedo. Così ha da partire chi ha perso. (Esce col suo seguito).
PORZIA Ecco una piacevole liberazione. Andiamo, tira le cortine. Che tutti quelli del suo colore mi scelgano com'egli m'ha scelta! (Esce col suo seguito)

venerdì 11 aprile 2008

Romeo e Giulietta: la scena del balcone

Leslie Howard e Norma Shearer - 1936


Roby
Il più classico esempio di Shakespeare in love... rivisitato attraverso i fotogrammi di varie versioni cinematografiche (West Side Story incluso)... fra un aereo passo di danza, un recentissimo musical di Riccardo Cocciante ed un suggestivo ritorno al passato più remoto.


Atto II, scena II - Verona, il giardino dei Capuleti
ROMEO vaga per il giardino, come un’anima in pena.

ROMEO -
Ride delle cicatrici altrui chi non ha mai sofferto per una ferita come questa…

(GIULIETTA appare a una finestra. Romeo la fissa e dice:)

Oh, che luce vedo sprigionarsi lassù, da quella finestra?
È l’oriente, lassù, e Giulietta è il sole! Sorgi, bel sole, e uccidi l’invidiosa luna
già pallida di rabbia ed ammalata, perché tu, che sei sua ancella,
sei di gran lunga più splendente di lei. Non restare sua ancella, se è invidiosa di te;
la sua veste s’è fatta ormai d’un colore verde scialbo e non l’indossano altro che le sciocche. Gettala via!…



Olivia Hussey e Leonard Whiting - 1968


Oh, sì, è la mia donna, l'amore mio.


Ah, s’ella lo sapesse! Lei mi parla, anche senza dire una parola.
Come mai?… Perché è il suo occhio che mi parla, e io risponderò.
Oh, ma che sto dicendo… Presuntuoso che sono! Non è a me, che lei parla.
Due luminose stelle, tra le più fulgide del firmamento
avendo da sbrigare qualcosa altrove, se ne sono andate dalle loro sfere
e hanno pregato i suoi occhi di brillarvi fino al loro ritorno… E se quegli occhi
fossero invece al posto delle stelle, e quelle stelle sulla sua fronte?

Richard Beymer e Natalie Wood - 1961


Allora sì, la luce del suo viso farebbe impallidire le stelle,
come il sole la luce d’una lampada; e tanto brillerebbero i suoi occhi
per i campi del cielo, che gli uccelli si metterebbero tutti a cantare
credendo fosse finita la notte. Guarda come poggia la sua guancia
su quella mano… Un guanto vorrei essere, su quella mano, e toccare quella guancia!

GIULIETTA - (Come se avesse sentito un rumore, o forse assorta in tristi pensieri, sospirando)
Ahimè!…


Leonardo Di Caprio e Claire Danes - 1996


ROMEO - (Tra sé)
Dice qualcosa… Parla ancora, angelo luminoso, sei così bella,
e da lassù tu spandi sul mio capo tanta luce stanotte
quanta più non potrebbe riversare sulle pupille volte verso il cielo
degli sguardi stupiti di mortali un alato celeste messaggero
che, cavalcando sopra le nuvole, veleggiasse per l’azzurro infinito!

GIULIETTA -
Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Ah, rinnega tuo padre!…
Lascia il tuo casato!… O, se proprio non vuoi, giurami amore,
ed io non sarò più una Capuleti!


Tania Tuccinardi e Marco Vito - 2008


ROMEO - (Sempre tra sé)
Che faccio, resto zitto ad ascoltarla, oppure le rispondo?…

GIULIETTA -
Soltanto il tuo nome mi è nemico; ma tu saresti tu, sempre Romeo
per me, quando anche non fossi un Montecchi. Che cosa è infatti Montecchi?…
Non è una mano, né un piede, né un braccio, né una faccia, né nessun’altra parte
che possa dirsi appartenere a un uomo. Ah, perché tu non porti un altro nome!
Ma poi, che cos’è un nome?… Forse che quella che chiamiamo rosa
cesserebbe d’avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome?


Paul Chalmer e Carla Fracci


Così se anche Romeo non si dovesse più chiamare Romeo,
chi può dire che non conserverebbe la cara perfezione ch’è la sua?
Rinuncia, Romeo, al tuo nome, che non è parte della tua persona,
e in cambio prenditi tutta la mia.

ROMEO - (Forte, gridandole)
Io ti prendo in parola! D’ora in avanti tu chiamami "Amore", ed io sarò per te non più Romeo, perché mi hai ribattezzato così.



(traduzione di Goffredo Raponi)

Romeo e Giulietta di 6000 anni fa: sepoltura di età neolitica, rinvenuta nel 2007 presso Mantova

venerdì 1 febbraio 2008

Re Lear

King Lear, di Peter Brook (1971) Dalla tragedia di William Shakespeare, Sceneggiatura di Peter Brook Con Paul Scofield (King Lear), Irene Worth (Goneril), Susan Engel (Regan), Anne-Lise Gabold (Cordelia), Alan Webb (Gloucester), Ian Hogg (Edmund), Robert Lloyd (Edgar), Patrick Magee (Cornwall), Cyril Cusack (Albany), Tom Fleming (Kent), Jack MacGowran (Fool), Barry Stanton (Oswald) Fotografia: Henning Kristiansen (137 minuti) Rating IMDb: 7.3
Solimano
Dal Re Lear di Shakespeare sono stati tratti circa quindici film di cui alcuni per la televisione (ma non è detto che questi siano opere minori). Conosco abbastanza bene il film Ran di Akira Kurosawa, fra gli altri mi incuriosisce soprattutto il Rer Lear del 1969 di Grigori Kozintsev, che fra l'altro utilizza musiche di Shostakovic, ma anche quelli di Godard del 1987 (con Burgess Meredith e Woody Allen), di Andrew McCullough del 1953 (con Orson Welles), di Michael Elliott del 1984 (con Laurence Olivier). Ho scelto di vedere il Re Lear di Peter Brook perché incuriosito dal Mahabharata, su cui Giuliano ha scritto sei post, che ogni giorno ricevino visite nel nostro archivio, e non credo che siano visite estemporanee vista la precisione delle chiavi di ricerca Google. Va detto che Peter Brook ha fatto il ilMahabharata circa diciotto anni dopo, ma ho trovato una forte somiglianza sotto un aspetto: la serietà di tipo quasi rituale della rappresentazione di Brook. C'è un'altra somiglianza, forse non a tutti nota: anche il Re Lear è una storia molto antica, anche se la fonte diretta di Shakespeare è quasi sicuramente l'edizione delle Cronache di Holinshed pubblicata nel 1587. Ma la Historia Regum Britanniae di Geoffrey di Monmouth è del secolo XII, e si risale ancora più indietro sino alla mitologia celtica.
Sono convinto che più un mito è antico più è vero, della verità profonda che c'è nel mito, risposta temporanea (di un tempo che dura secoli e secoli) a problemi che non si è ancora in grado di risolvere o di guardare in faccia direttamente. Non è detto che quando al mito non si crede più siano rose e fiori:cerco di spiegarmi con un episodio che mi è stato raccontato, la cui morale è evidente. Quella mattina, era prevista una escursione in montagna, abbastanza lunga ma la guida diceva che il sentiero era agevole, quindi si trattava più di una passeggiata che di una escursione. Però c'era una nebbia piuttosto fitta, ed erano incerti se andare o no, ma si riscontrò che il sentiero era ben segnato, quindi procedettero. Camminarono per due ore, dovevano arrivare ad un rifugio, ed erano fiduciosi che la nebbia prima o poi si sarebbe dissolta. Procedevano tranquilli, chiacchierando ogni tanto. Quando giunsero al rifugio, finalmente la nebbia si alzò e ci fu un bel sole. Si avviarono per la discesa, ma fu molto meno tranquilla della salita: poiché la nebbia non c'era più, si accorsero che quel sentiero così ben segnato, così facile, camminava quasi sull'orlo di precipizi che la nebbia aveva nascosto. Non parlarono più fra di loro: ogni passo andava misurato perché poteva essere pericoloso, solo che adesso il pericolo lo vedevano.
Sulla destra del post ho inserito le immagini delle tre figlie di Re Lear all'inizio della tragedia, quando il padre chiede a loro di esprimere l'amore che provano per lui, in sequenza Goneril, Regan e Cordelia. Sullo sfondo dell'immagine di Goneril si vede Cordelia, che è l'unica a non reggere quel trofeo simbolo del potere.

Per secoli, il Re Lear fu rappresentato modificando il finale: Cordelia si salvava e sposava Edgar. Penso che le modifiche fossero fatte non per attenuarne la crudeltà, che è spesso presente in Shakespeare, ma perché nel Re Lear la lotta di potere era difficilmente accettabile, in quanto si svolgeva all'interno della famiglia, tra padri e figli, tra fratelli, ed in modo sistematico. Gli antichi romani non prevedevano nelle loro leggi il delitto di parricidio, proprio per escluderlo dagli eventi possibili. Il potere è uno dei temi più grandi di Shakespeare, che lo tratta spesso, mai come nel Re Lear in cui la lotta per il potere è totalizzante. Infatti la storia di Lear ha un suo doppio: la storia di Gloucester e dei due suoi figli, il legittimo Edgar ed il bastardo Edmund. Un bastardo importante compare in un'altra opera di Shakespeare, la Storia del Re Giovanni, ma il Bastardo Faulconbridge è un personaggio positivo, il più vivo di quella Storia.

Il tempo per una comprensione più piena del Re Lear è adesso, in cui tanta nebbia si è diradata e si vede con chiarezza come la lotta di potere all'interno delle famiglie non solo è possibile, ma pressoché inevitabile. Ci si accorge anche che le parole di Cordelia all'inizio, quelle che suscitano la reazione di Lear, non sono stente, inopportune, provocatorie, ma semplicemente vere: così ha da essere il rapporto, proprio come dice Cordelia. Succede un fatto strano: proprio chi, nella vita di ogni giorno è coinvolto in lotte di potere di ogni tipo, è quello che più esalta e si attiene ai famosi valori familiari, come se fossero una oasi nel deserto. Un fenomeno di anestesia morale difficilmente evitabile, per fortuna oggi è più difficile andare in giro con simili orpelli.

Goneril, Cornwall, Regan

Cerco di capire il modo che ha usato Peter Brook partendo dalle immagini che ho scelto. Da un punto di vista non mi soddisfano perché sono segnate, quasi brutte. Eppure funzionano perché danno il senso del lavoro del regista, nel desolato paesaggio invermale dello Jutland: fare in modo che la natura sia in piena corrispondenza con l'animo degli uomini e delle donne, proprio come voleva Shakespeare, con la genialità della tempesta sui tre matti: Lear, Tom of Bedlam (che è Edgar) e il Fool di Lear. La desolazione non è solo nel paesaggio, persino quello marino, ma è nei volti di Lear, Goneril, Regan, Cornwall, Edmund, Oswald, dei loro scherani, nelle colpevoli ingenuità di Albany, Gloucester e Edgar, nell'incontro notturno dei tre matti, negli interni, con quella sala del trono ripresa da dietro, col trono che sembra un enorme fallo. Fa sempre freddo, in quelle stanze ampie, disadorme e buie e Goneril, Albany e Regan stanno lì a scaldarsi al camino, come se fossero dei contadini.

Edmund, Goneril, Cornwall, Regan

Non c'è nessuna musica, ogni tanto ci sono rumori, semplici e forti, come lo sbattere di una porta di ferro. Brook voleva che il film durasse poco più di due ore, per questo ha scorciato una serie di scene del testo di Shakespeare. E' una operazione con cui concordo, perché non ha modificato neppure una delle parole di Shakespeare, che sapeva bene che occorreva spiegare tutto al suo pubblico di quella notte di Santo Stefano del 1602 in cui ci fu la prima del Re Lear a Whitehall, presente il re Giacomo I. In particolare molti particolari dei rapporti fra Emund, Cornwall, Albany, Goneril e Regan non ci sono, Brook ha lasciato l'essenziale, con la rivalità delle sorelle che si contendono Edmund. Credo quindi al rispetto del testo letterale, ma non credo sia necessario metterlo tutto, soprattutto al cinema ma anche in teatro. Mi sa più di licenza indebita una traduzione inappropriata, e ce ne sono state tante, basta confrontare due traduzioni fatte a qualche anno di distanza.
In questo modo Brook ha esaltato la potenza tragica del testo, potenza che è nel come sono fatti i personaggi, che si muovono come se qualcosa al di fuori di loro ne determinasse le azioni e prima ancora i pensieri. Questo correre ineluttabile verso una fine tragica che non consente catarsi è ciò che ha fatto definire il Re Lear del tutto impropriamente come opera nichilista. La scelta che ho già detto, quella di modificarne il finale (cosa che è durata secoli), non è stata la furberia di bottega di qualche impresario: per il Macbeth, l'Amleto, l'Otello non si fece così, mentre il finale del Re Lear era sentito come insostenibile, in particolare per la morte di Cordelia. Ma il Novecento, definito come secolo breve e crudele, ci ha fatto prendere atto che la tragedia è inserita non solo nel teatro, ma nella storia: i buoni pagano proprio perché sono buoni. Nell'alta liturgia della rappresentazione di Brook il paesaggio del volto di Re Lear si modifica, basta osservare le due immagini: prima il re vecchio, ma potente e prepotente, poi il povero pazzo col volto percorso dalla tempesta e dalle lacrime. Ma proprio dalla disperazione finale di Lear sorgono, come da concime fecondo, parole che tutti abbiamo letto, e che sono fra le più alte che mai siano state scritte, come se la strettoia crescente degli accadimenti e delle colpe personali rafforzasse la possibilità di una liberazione che passa attraverso la cruna del dolore più grande e immedicabile:

LEAR No, no, no, no! Come, let's away to prison;
We two alone will sing like birds i' the cage:
When thou dost ask me blessing, I'll kneel down,
And ask of thee forgiveness: so we'll live,
And pray, and sing, and tell old tales, and laugh
At gilded butterflies, and hear poor rogues
Talk of court news; and we'll talk with them too,
Who loses and who wins; who's in, who's out;
And take upon's the mystery of things,
As if we were God's spies: and we'll wear out,
In a wall'd prison, packs and sects of great ones,
That ebb and flow by the moon.

LEAR No, no, no, no! Orsù,avviamoci alla prigione, noi due soltanto. E canteremo come uccelli in gabbia. E quando mi dirai di benedirti, m'inginocchierò, e ti chiederò perdono. E così vivremo, e pregheremo, e canteremo, e ci racconteremo antiche storie, e sorrideremo alle farfalle dorate, e udremo le novelle di corte dalla bocca di poveri vagabondi: e anche noi converseremo con loro, di chi perde e di chi vince, e di chi è dentro e di chi resta fuori, e ci daremo a riflettere sul mistero delle cose, proprio come se fossimo le spie di Dio. E così, fra le mura d'una prigione, cancelleremo dalla memoria ogni cosa che tocchi di fazioni e di sètte dei grandi di questo mondo, che vanno e vengono così come la marea sotto la luna.
(Traduzione di Gabriele Baldini BUR 1974)

Lear col corpo di Cordelia