L'invenzione di Morel di Emidio Greco (1974) Dal racconto di Adolfo Bioy Casares Con Giulio Brogi, Anna Karina, John Steiner, Anna Maria Gherardi, Ezio Marano Musica: Nicola Piovani Fotografia: Silvano Ippoliti Rating IMDb: 6.8Giuliano
Questo è il film più noioso che io ricordi: l’ho visto almeno dieci volte, e ve lo posso dire con sicurezza. L’ho registrato una ventina d’anni fa, dopo averlo visto quand’era uscito; ogni tanto tiro fuori la cassetta e me lo riguardo. Vi sembrerà un atteggiamento strano, ma ho i miei motivi e sono motivi validi. Per cominciare, Emidio Greco è un ottimo regista; e vi recita un grande Giulio Brogi. Poi c’è l’ambientazione: gli esterni a Malta, girati in modo da farla sembrare un luogo selvaggio e inospitale; all’inizio si intravedono i templi megalitici di Mnajdra. Gli interni sono realizzati in una villa, o in un osservatorio, che non ho mai capito bene dove si trova ed è uno dei luoghi più memorabili di tutta la storia del cinema. Ma il vero punto di interesse è la storia, opera di Adolfo Bioy Casares, argentino, amico e collaboratore di Borges. Un perseguitato politico fugge dal regime dittatoriale che lo ricerca. Fa naufragio, e su una piccola barca arriva a un’isola fuori dalle consuete rotte. Dopo qualche tempo passato nella paura di essere catturato, scopre che è arida e disabitata; però vi sono costruzioni lussuose e recenti, come una grande villa che ribattezza “il Museo” a causa della sua insolita architettura.

Quando ormai il naufrago si sente al sicuro, dopo molti giorni, scopre d’improvviso l’isola piena di gente: persone ricche ed eleganti, col loro seguito. Da dove sono arrivati? Il naufrago torna a nascondersi, ma presto gli ospiti spariscono così come erano arrivati. Col tempo, il naufrago scoprirà il mistero, che però ne contiene un altro: gli ospiti sono proiezioni tridimensionali, secondo l’invenzione originale di Morel, che è uno di loro. Le proiezioni ripetono un’unica settimana, sempre uguale; e sono le maree, molto potenti sull’isola, a dare l’energia per mettere in moto i proiettori situati nei cantieri della villa. Il naufrago prende confidenza con gli ospiti, ne impara movimenti e battute, si chiede se sia possibile interagire con loro. Soprattutto, riesce finalmente ad ascoltare le parole di Morel mentre spiega dettagliatamente cosa è successo: «Quante volte noi stessi abbiamo interrogato il destino degli uomini, mosso le vecchie domande: dove andiamo? Dove aspettiamo, come musiche mai udite in un disco, finché non ci comandano di uscire?» (...) L'eternità rotatoria può sembrare atroce ad uno spettatore; è soddisfacente per i suoi attori. Liberi da cattive notizie e da malattie, vivono sempre come se fosse la prima volta, senza ricordare le precedenti. Inoltre, per via delle interruzioni dovute al regime delle maree, la ripetizione non è implacabile. Abituato a vedere una vita che si ripete, trovo la mia irrimediabilmente casuale. I propositi di ammenda sono vani: per me, non c'è prossima volta, ogni istante è unico, diverso, e parecchi vanno perduti per disattenzione. E' vero che neanche per le immagini c'è prossima volta: tutte le volte sono identiche alla prima. “ Un film metafisico, particolarissimo, come nello stile di Bioy Casares, uno scrittore che sapeva mescolare i grandi temi filosofici con la nostra vita quotidiana. La noia di cui parlavo all’inizio è dovuta ad una certa mancanza di coraggio da parte del regista, che si adatta un po’ troppo allo stile di Godard (soprattutto nei suoi difetti) e che non ha saputo cogliere lo scarto dalla pagina stampata al cinema; e forse anche al taglio della parte iniziale del romanzo, che si svolge nella città dove il protagonista deve sfuggire alla repressione e che avrebbe aiutato meglio a capire cosa succede.